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Parlare ai senza potere

Non possiamo più aspettare e, per quanto sia difficile da accettare, non possiamo neanche sperare che siano i governi a muoversi di fronte ai disastri climatici e ambientali. Abbiamo bisogno di confronti immediati e azioni, a livello locale e planetario, tra associazioni, comitati, sindacati, scuole e Università, centri di ricerca, mondo della cultura. In fondo l’obiettivo di Greta e di tanti e tante con lei è rivolgersi a tutti i potenti del mondo ma per farsi ascoltare da tutti coloro che potenti non sono. Mentre il pianeta va a fuoco e il parlamento italiano vota il ponte sullo Stretto, scrive Guido Viale, in basso dovremmo partire da questa domanda: serve un treno ad alta velocità o un ponte sospeso di quattro chilometri, per collegare regioni devastate dagli incendi, dove, di questo passo, si dovrà reggere a temperature di 50°C come a Vancouver, per fare arrivare dei turisti su spiagge ormai sommerse dall’innalzamento del livello del mare?

Tratta da unsplash.com

Greta Thumberg è tornata a dare il meglio di sé al vertice austriaco sul mondo promosso da Arnold Schwarzenegger, con Frau Merkel, Antonio Guterres ed altri. Rivolgendosi ancora una volta a tutti i potenti del mondo, ma per farsi ascoltare da tutti coloro che potenti non sono, ha spiattellato che nei sei anni che ci separano dal vertice di Parigi, politici, finanzieri e grandi industriali (la crème di Davos) ci hanno riempiti di parole, ma non hanno fatto niente per avvicinarci agli obiettivi di decarbonizzazione fissati. Anzi, hanno fatto, stanno facendo e si apprestano a fare esattamente l’opposto: la loro “lotta per il clima” serve solo a mascherare e giustificare la continuazione di una politica fondata sui fossili, cercando nuove occasioni di business.

Questa accusa coglie in pieno anche il PNRR italiano, il suo padre, il RRF della Commissione europea, e la sua madre, il programma NextgenerationEU, che altro non sono che armi di distrazione di massa, finalizzate a bloccare l’attenzione – e il confronto, dove c’è – intorno a misure e progetti assolutamente inconsistenti, se non controproducenti, mentre il pianeta va a fuoco. A fuoco: nello stesso giorno in cui si registravano a Vancouver 50 °C, il Parlamento italiano ha votato, alla Camera, il ponte sullo stretto di Messina (da finanziare non con il PNRR, bensì con un fondo, detto “fondone”, che Draghi ha fatto aggiungere, a debito, ai fondi, anch’essi a debito, del PNRR, per “non lasciare indietro nessuno”: in questo caso le lobby del cemento). D’altronde, non è stato forse il Senato italiano, forte delle sue competenze, a votare, anni fa, che il cambiamento climatico non esiste?

Tra le parole senza fatti o, meglio, con fatti che le contraddicono, di cui parla Greta, spicca l’istituzione in Italia di un Ministero della Transizione ecologica. Ora, se transizione ecologica significa – e non può significare altro; se no, verso che cosa mai si transita? – un cambiamento radicale, a partire dall’abbandono del presupposto su cui si basa tutto lo stato di cose attuale, cioè il mito fasullo e letale della “crescita” (che altro non è che accumulazione del capitale), è evidente che essa non può non coinvolgere profondamente comportamenti, stili di vita e assetti sociali di tutta la popolazione; oltre, ovviamente, alla determinazione di che cosa, con che cosa, per chi e come si produce. Il primo compito di un Ministero della Transizione ecologica (e del Governo che ne fa proprie le finalità) avrebbe dovuto essere, quindi, il lancio di una grande campagna di informazione: sul perché di questa svolta, sui rischi che corrono il pianeta, il paese e la vita di ciascuno; e la conseguente apertura di un confronto generale (non era certo tale la kermesse organizzata a suo tempo dal secondo Governo Conte a villa Pamphili), coinvolgendo tutte le istanze della “società civile” – associazioni, comitati, sindacati, scuole e Università, centri di ricerca, mondo della cultura – sulle alternative che ci troviamo di fronte: sia a livello planetario che a livello locale; ciascuno a fare i conti nel proprio territorio con la realtà in cui è inserito e in cui può operare. Le dimensioni del problema sono d’altronde tali che non si può sperare di ottenere dei risultati – se si vogliono veramente ottenere – che procedendo così. E se il governo non lo fa, la prima conseguenza da trarre è che di promuovere quel confronto dobbiamo farci carico noi. Chi? Tutti, dove e come si può. Mettendo al centro non la crescita ma la cura delle persone, del vivente e della Terra.

Ma invece di una campagna di informazione e di un grande confronto ci siamo ritrovati le continue esternazioni del ministro Cingolani, peraltro in frequente contraddizione tra loro, ma che, sostanzialmente, mirano a rassicurare che non c’è da cambiare gran che: il gas sostituirà – un po’ per volta – il petrolio come “combustibile di transizione” (verso che?), costruendo nuovi impianti e pipeline la cui vita utile va ben al di là del 2050, anno in cui il gas dovrebbe scomparire; l’idrogeno verde deve aspettare (non è ancora maturo); con le rinnovabili non c’è fretta, tanto arriverà la fusione nucleare, o anche la fissione in “piccoli impianti” distribuiti sul territorio; la dieta proteica è essenziale, quindi largo agli allevamenti industriali; l’agricoltura sostenibile si fa con l’agrofotovoltaico (pannelli in alto e ortaggi sotto), ecc.

Ma se il ministro della Transizione sembra sensibile soprattutto alla lobby del gas (Eni ed Enel), il PNRR, nel suo insieme, destina il giusto tributo anche a quella del cemento e delle Grandi opere: il piano pullula di autostrade, aeroporti e treni ad Alta velocità, chiamati infrastrutture, tutti finanziati a spese del trasporto locale (compreso il TAV Torino-Lione, ricompreso nel PNRR, senza nominarlo, nelle vesti del fallito Ten-T).

E qui, anche senza entrare nei dettagli (che peraltro il PNRR evita accuratamente), la prima e fondamentale domanda da fare, se si aprisse, come si dovrà aprire, ma da basso, un dibattito sulla transizione ecologica è: ma serve un treno ad alta velocità, o un ponte di quattro chilometri, per collegare regioni devastate dagli incendi, dove, di questo passo, si dovrà reggere a temperature di 50°C come a Vancouver (che è molto più a nord), per fare arrivare dei turisti su spiagge ormai sommerse dall’innalzamento del livello del mare? O serve portare altro gas in Italia cercando di seppellirne le emissioni sottoterra, in una regione già sconvolta da un terremoto di dubbia origine, lasciando in eredità alle future generazioni, ma forse anche a questa, una bomba di CO2 sotto pressione, pronta ad aprirsi un varco verso la superficie per restituire all’atmosfera tutta la CO2 fittiziamente sottrattale? Ma domande come queste chi ci governa se le è mai fatte?

fonte: comune-info.net/


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Cambiamenti climatici, FAO: a rischio le risorse alimentari mondiali

Cambiamenti climatici fattore di rischio per l'alimentazione e l'agricoltura, FAO: minaccia non soltanto per i Paesi in via di sviluppo



I cambiamenti climatici stanno colpendo duramente I Paesi anche dal punto di vista dell’approvvigionamento di cibo. A lanciare l’allarme è la FAO, attraverso lo studio “The Impact of Disasters and Crises on Agriculture and Food Security” (Trad. Impatto dei disastri e delle crisi sull’agricoltura e la sicurezza alimentare).

Alimentazione mondiale a rischio secondo la Food and Agriculture Organization, che sottolinea come le calamità naturali siano costate ai settori agricoli dei Paesi in via di sviluppo oltre 108 miliardi di dollari.

Nel report sono stati analizzati gli effetti provocati da 457 disastri ambientali naturali, verificatisi in 109 Paesi (inclusi quelli più ricchi). Sono state considerate sia le perdite economiche, ma anche quelle relative ai mezzi di sostentamento. In 389 casi le calamità naturali hanno compromesso anche la produzione agricola. Maggiormente colpite le nazioni in via di sviluppo, ben 94.

Cambiamenti climatici, rischi per il futuro dell’alimentazione

Secondo il bilancio tratto dalla FAO i cambiamenti climatici e gli eventi meteorologici estremi sono costati al comparto agricolo oltre 108 miliardi di dollari ai settori agricoli dei soli Paesi più poveri. Particolarmente danneggiati risulterebbero i piccoli produttori, allevatori e pescatori locali.

I mutamenti nel clima mondiale stanno aumentando i rischi legati alla siccità, la principale minaccia, ma anche alle infestazioni da parassiti o insetti, alle malattie (Covid-19 e non solo). La pandemia di Coronavirus, ha concluso la FAO, oltre ad aver colpito l’umanità in maniera diretta sta aggravando i rischi sistemici legati al settore alimentare.

Fonte: Adnkronos



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Nell’Artico è in corso un disastro al rallentatore

Aumento delle temperature, ghiaccio ai minimi e fusione del permafrost: la Siberia muta, inesorabile, ma una “grande cecità” ci condiziona. La rubrica a cura del prof. Stefano Caserini



Ormai a quanto succede nell’Artico non facciamo neanche più caso. Le notizie passano, ci si stupisce en passant e si passa oltre. Come per i record di temperature registrati in giugno nel circolo polare artico: 38°C registrati il 22 giugno 2020 a Verkhojansk, nella Russia siberiana, 67 gradi di latitudine Nord (il circolo polare artico registra 60°C). “Heatwave”, ondata di caldo, è il nome per questi fenomeni sempre più ricorrenti che delineano la nuova normalità anomala. L’Artico si è scaldato il triplo della media mondiale: tutti i primi cinque mesi del 2020 sono stati caldissimi, nonostante il lockdown per il Coronavirus.


Secondo i dati del Copernicus Climate Change Service, nella Siberia artica le temperature medie hanno raggiunto in alcune località i 10°C sopra la media del mese di giugno. La temperatura media di tutto il territorio nella Siberia artica è stata di oltre cinque gradi al di sopra della norma e di oltre un grado superiore alla temperatura del periodo che va dal 2018 al 2019, che già aveva registrato i due mesi di giugno più caldi di sempre. Il ghiaccio marino dell’Artico è ai minimi. Fa più caldo, il ghiaccio si ritira e aumenta la produttività biologica, la disponibilità di cibo per molti animali. Invece altre specie, che si sono adattate all’ambiente polare, non gradiscono il cambiamento in atto.


Chi vive in quelle zone racconta la diminuzione della copertura nevosa, gli incendi (nel 2019 sono bruciati quattro milioni di ettari di foreste siberiane), la fusione del permafrost (il terreno ghiacciato che contiene metano e altri gas), un lento degrado catastrofico senza cataclismi. Non c’è il picco, l’emergenza, la fase uno e la fase due e tre; è un disastro al rallentatore. E se la tendenza è inoppugnabile, la variabilità confonde. Dopo questi record caldi arriveranno giornate fredde, sotto la media. Quindi il problema potrà essere accantonato, ignorato e anche negato.

10°C: in molte località della Siberia artica le temperature medie nel mese di giugno sono state 10°C più alte rispetto alla norma

Per una coincidenza dopo aver letto i dati delle temperature record nell’Artico, ho ricevuto una telefonata da una giornalista che mi chiedeva un commento sull’ennesimo ex leader ambientalista che ha scritto il suo libro in cui confessa di aver esagerato, che non andiamo incontro all’apocalisse. Le solite cose: dopo il libro “L’Ambientalista Scettico” di Bjorn Lomborg non c’è molto di nuovo in chi sostiene che l’ambiente non è mai stato così bene. Se si rilegge a 17 anni di distanza il libro dello statistico danese, si vede che il capitolo sul clima conteneva molti errori, falsità e previsioni infondate: è in sostanza da buttare. Certo i tanti editorialisti che hanno magnificato quel libro oggi non raccontano quanto sbagliate erano le rassicurazioni di Lomborg.

Ma almeno Lomborg si era impegnato, aveva scritto un libro di 520 pagine con migliaia di riferimenti bibliografici. Ora basta un libretto con un titolo furbo, un paio di tweet e di interviste sui giornali e la notorietà arriva. Secondo lo scrittore indiano Amitav Gosh è una grande cecità che ci impedisce di cogliere la dimensione tragica di questo nostro tempo. Josè Saramago ne aveva parlato in uno dei suoi capolavori, 25 anni or sono: “La cecità stava dilagando, non come una marea repentina che tutto inondasse e spingesse avanti, ma come un’infiltrazione insidiosa di mille e uno rigagnoli inquietanti che, dopo aver inzuppato lentamente la terra, all’improvviso la sommergono completamente”.

Stefano Caserini (
è docente di Mitigazione dei cambiamenti climatici al Politecnico di Milano. Il suo ultimo libro è “Il clima è (già) cambiato” (Edizioni Ambiente, 2019)

fonte: https://altreconomia.it



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Gianni Tamino: «Cosa ci sta insegnando questa pandemia»

Coronavirus, un aggressore che arriva in conseguenza di un'alterazione degli equilibri ecologici e ambientali senza precedenti: è in sintesi quanto sostiene Gianni Tamino, docente emerito di Biologia generale all’Università di Padova, già deputato ed europarlamentare e oggi membro dei Comitati Scientifici dell’Associazione medici per l’ambiente- ISDE (International Society of Doctors for the Environment) e dell’Associazione Italiana per lo Sviluppo dell'Economia Circolare.




Coronavirus, un aggressore che arriva in conseguenza di un'alterazione degli equilibri ecologici e ambientali senza precedenti: è in sintesi quanto sostiene Gianni Tamino, docente emerito di Biologia generale all’Università di Padova, già deputato ed europarlamentare e oggi membro dei Comitati Scientifici dell’Associazione medici per l’ambiente- ISDE (International Society of Doctors for the Environment) e dell’Associazione Italiana per lo Sviluppo dell'Economia Circolare.

«L’obiettivo evolutivo di tutte le forme viventi è la propria riproduzione, per colonizzare l’ambiente di vita, obiettivo che entra in relazione, talora conflittuale, con lo stesso obiettivo riproduttivo di tutti gli altri organismi - spiega Tamino - da queste relazioni si sviluppano gli equilibri che caratterizzano gli ecosistemi e che pongono limiti alla crescita delle popolazioni e dei consumi di ciascuna specie. In ecologia si parla di carrying capacity (o capacità di carico) per spiegare che, sulla base delle caratteristiche di un ecosistema, gli individui di una popolazione non possono superare i limiti imposti dalle risorse disponibili. Un classico esempio per spiegare questo fenomeno è quello della relazione tra preda e predatore: alla crescita del numero di predatori corrisponde una diminuzione significativa del numero delle prede, che innesca – per scarsità di cibo – un conseguente calo anche dei predatori».

«Nel caso della popolazione umana si utilizzano concetti simili a quelli di carrying capacity ma con terminologie e metodi di valutazione un po’ diversi - prosegue Tamino - Si parla di “impronta ecologica”, cioè la misura del territorio in ettari necessario per produrre ciò che un uomo o una popolazione consumano. Questa analisi facilita il confronto tra regioni, rivelando l’impatto ecologico delle diverse strutture sociali e tecnologiche e dei diversi livelli di reddito. Così l’impronta media di ogni residente delle città ricche degli USA o dell’Europa è enormemente superiore a quella di un agricoltore di un paese non industrializzato, per cui sul pianeta un solo statunitense “pesa” più di 10 afgani».

«L’Overshoot Day è, invece, il giorno in cui il consumo di risorse naturali da parte dell’umanità inizia a superare la produzione che la Terra è in grado di mettere a disposizione per quell’anno: nel 2019 questo giorno è stato il 29 luglio. Dunque in circa sette mesi, abbiamo usato una quantità di prodotti naturali pari a quella che il pianeta rigenera in un anno. Il nostro deficit ecologico, pari a cinque mesi, provoca da una parte l’esaurimento delle risorse biologiche (pesci, alberi ecc.), e, dall’altra, l’accumulo di rifiuti e inquinamento, responsabile anche dell’effetto serra. Le attività umane stanno, dunque, cambiando l’ambiente del nostro pianeta in modo profondo e in alcuni casi irreversibile. Stiamo dunque superando, anzi abbiamo già superato i limiti delle capacità del pianeta di sostenere la popolazione umana e mettiamo a rischio la sopravvivenza di molte altre specie. L’attuale sistema produttivo industriale ed agricolo sta gravemente compromettendo anche la biodiversità del pianeta. Molte specie di animali e di piante sono ridotte a pochissimi esemplari e, quindi, in pericolo o, addirittura, in via di estinzione».

Tamino spiega ancora: «Le dimensioni e i consumi delle popolazioni umane sono variati moltissimo nel corso dei millenni, ma ogni volta che le risorse disponibili diventavano insufficienti, le popolazioni venivano ridimensionate, attraverso sistemi di autoregolazione. Fino a 12 mila anni fa la popolazione umana di raccoglitori e cacciatori, già presente in tutto il pianeta, per motivi di sostenibilità, cioè disponibilità di cibo, non superava probabilmente 1-2 milioni di abitanti, dato che ogni tribù doveva avere un ampio territorio di raccolta e di caccia e quel cibo costituiva il limite alla crescita. Si trattava di un sistema ben autoregolato e in equilibrio con il proprio ambiente; in qualche modo le società di allora potevano essere felici, perché utilizzavano quanto la natura offriva loro, senza un lavoro che occupava tutto il tempo di vita e quindi con tempi adeguati per le relazioni e per il riposo, come il mitico periodo dell’Eden».

«In seguito, in varie zone del pianeta, come nella mezzaluna fertile, in medio oriente, un importante cambiamento climatico, con riscaldamento globale, diffusione di animali e piante nelle regioni in cui il clima divenne più caldo e umido, favorì la cosiddetta rivoluzione neolitica, cioè l’agricoltura e l’allevamento. In tal modo i limiti della crescita demografica cambiarono perché, seminando piante e allevando animali, sullo stesso territorio si potevano sfamare fino a 1000 persone anziché 40-50, portando la popolazione ben oltre la dimensione di un paio di milioni. Tuttavia quando l’annata dava raccolti scarsi o quando la popolazione cresceva troppo, non restava altra via che la migrazione verso nuove terre da coltivare. Così pian piano questa nuova cultura si estese, a partire dall’Anatolia, a tutta l’Europa e, partendo da altre zone, a gran parte dell’Asia e parte dell’Africa. In tal modo la popolazione mondiale arrivò prima a decine, poi a centinaia di milioni di abitanti, già alcuni secoli avanti Cristo. Si stima che nell’Impero Romano, tra il 300 ed il 400 d.C., vivessero tra 60 e 120 milioni di abitanti; ma tale popolazione fu duramente colpita dalla cosiddetta Peste di Giustiniano, che portò a decine di milioni di decessi. In pratica quando, in base alle caratteristiche ambientali, climatiche, politiche e tecnologiche (capacità di produrre cibo), si superava il limite demografico per quel territorio, intervenivano fattori ambientali e sociali che riportavano la popolazione sotto il limite. Analogamente tra il ‘300 e il ‘600 scoppiarono varie epidemie, associate a carestie e guerre, come la peste decritta dal Manzoni ne “I promessi sposi”, e la popolazione europea subì periodiche drastiche riduzioni».

«Anche l’emigrazione ha costituito un elemento equilibratore dell’incremento demografico - prosegue il docente - La popolazione europea ha trovato, dopo la scoperta dell’America, nuove terre da coltivare, spazi da abitare, ricchezze da sfruttare, sottraendoli ai nativi che, oltre a essere massacrati, venivano debilitati da epidemie di malattie portate dai conquistatori. Oltre alle epidemie di peste già ricordate, nel corso della storia umana, anche recente, si sono succedute molte altre epidemie/pandemie, alcune collegate a guerre e carestie».

«Come abbiamo visto, epidemie e pandemie sono uno dei possibili meccanismi di controllo delle popolazioni, insieme a carestie, guerre e migrazioni: quanto più si superano i limiti della disponibilità di risorse del territorio, quanto più si altera l’ambiente di vita, tanto più facilmente uno o tutti insieme questi meccanismi entrano in funzione - dice ancora Tamino - La crescita della popolazione umana fino a più di 7 miliardi di abitanti, è stata resa possibile dalla Rivoluzione Industriale, che ha utilizzato enormi quantità di energia di origine fossile per attività impensabili in precedenza, non solo nell’industria, ma anche in agricoltura, con la cosiddetta Rivoluzione Verde. Tuttavia il cibo ottenuto potrebbe sfamare anche più di 7 miliardi di persone se venisse equamente distribuito e prodotto in modo sostenibile, ma una iniqua utilizzazione delle risorse, una crescente disparità tra pochi ricchi e molti poveri, una riduzione delle terre coltivabili a causa della cementificazione, la perdita di fertilità dovuta alle monocolture gestite chimicamente, l’inquinamento ambientale, l’alterazione del clima, danno origine a frequenti casi di carestie e di malnutrizione in ampie fasce della popolazione, soprattutto al sud del mondo».

«A partire dalla rivoluzione industriale abbiamo imposto un’economia lineare su un Pianeta il cui sistema produttivo funziona in modo ciclico. La conseguenza è una continua crescita dell’inquinamento e un cambiamento climatico sempre più minaccioso per il mantenimento degli ecosistemi e della biodiversità. Tutto ciò comporta la morte prematura di molti milioni di persone, ma anche un incremento di malattie cronico-degenerative, con conseguente indebolimento di tutta la popolazione, che risulta meno idonea a difendersi da altre malattie come quelle infettive. I cambiamenti climatici e la riduzione delle foreste con l’alterazione degli habitat di molte specie animali mettono sempre più facilmente a contatto animali selvatici con esseri umani, un contatto ancora più stretto quando questi animali vengono catturati per essere venduti in mercati affollati, rendendo più facile il salto di specie per i loro patogeni (si pensi al virus di ebola). Inoltre gli allevamenti, in particolare di polli e suini, con concentrazioni di molti capi in spazi ridotti, alimentati con mangimi contenenti antibiotici, favoriscono una forte pressione selettiva sui loro virus e batteri, che mutano velocemente verso ceppi e tipi più aggressivi anche verso la specie umana, come è avvenuto per l’influenza aviaria e suina. Un ulteriore contributo alla diffusione di agenti patogeni è dato poi dalla globalizzazione, che, grazie al frenetico trasferimento in ogni parte del pianeta di persone e merci, favorisce il passaggio da epidemie a pandemie».

La pandemia da Covid-19

«Dunque la nuova pandemia del virus Covid-19 era prevedibile e ampiamente prevista, se non proprio nei termini e nei tempi precisi, sicuramente come evento probabile - sostiene il docente - Già nel 1972, nel rapporto del MIT per il Club di Roma, dal titolo “I limiti dello sviluppo” si affermava che se la popolazione mondiale continuava a crescere al ritmo di quegli anni, la crescente richiesta di alimenti avrebbe impoverito la fertilità dei suoli, la crescente produzione di merci avrebbe fatto crescere l’inquinamento dell’ambiente, l’impoverimento delle riserve di risorse naturali (acqua, foreste, minerali, fonti di energia) avrebbe provocato conflitti per la loro conquista; malattie, epidemie, fame, conflitti avrebbero frenato la crescita della popolazione».

«Vi è poi il libro “Spillover” di David Quammen; egli stesso spiega in una recente intervista: “Nel 2012, quando il libro è stato pubblicato, ho previsto che si sarebbe verificata una pandemia causata da 1) un nuovo virus 2) con molta probabilità un coronavirus, perché i coronavirus si evolvono e si adattano rapidamente, 3) sarebbe stato trasmesso da un animale 4) verosimilmente un pipistrello 5) in una situazione in cui gli esseri umani entrano in stretto contatto con gli animali selvatici, come un mercato di animali vivi, 6) in un luogo come la Cina. Non ho previsto tutto questo perché sono una specie di veggente, ma perché ho ascoltato le parole di diversi esperti che avevano descritto fattori simili.”».

Come evitare pandemie future

«Il Covid-19 è una reazione (tra le altre) allo stato di stress che abbiamo causato al pianeta e quindi per prevenire nuovi eventi simili dobbiamo ridurre le alterazioni dell’ambiente, come la perdita di biodiversità, l’alterazione degli habitat e i cambiamenti climatici, favorendo processi produttivi industriali ed agricoli basati sull’economia circolare, sostenibili, con ricorso a fonti energetiche rinnovabili - sostiene Tamino - Già pochi mesi di blocco dei movimenti delle persone e di parziale riduzione di attività produttive hanno portato a un netto miglioramento della qualità dell’aria sia in Cina che in Italia (soprattutto nel Veneto): questo dato va colto non come futura necessità di impedire la circolazione delle persone e delle merci o di non produrre beni necessari, bensì di ripensare i trasporti e le produzioni industriali ed agricole, in particolare ridurre gli allevamenti animali: attualmente vi sono nel mondo 1,5 miliardi di bovini, 1 miliardo di suini, oltre 1,5 miliardi di ovini e caprini e circa 50 miliardi di volatili. La massa degli animali allevati è ben maggiore di quella di tutti gli esseri umani, con enormi sprechi di cibo, forte inquinamento e forte aumento di virus e batteri che possono fare il salto di specie. Inoltre l’abuso in zootecnia di antibiotici è responsabile anche dell’aumento di batteri resistenti agli antibiotici, vanificando uno degli strumenti a nostra difesa da queste infezioni. Oltre a nuove pandemie virali, il futuro potrebbe riservarci una diffusione pandemica di nuovi batteri resistenti ad ogni trattamento farmacologico».

fonte: www.ilcambiamento.it

Dopo Aver Inquinato Il Nostro Futuro, Ha Senso Fare Figli E Condannare Anche Loro?
















Alexandria Ocasio-Cortez, la giovane deputata democratica americana, qualche mese fa in una diretta Instagram ha posto una questione che ha sollevato tante polemiche e che ha indubbiamente scosso le coscienze di molti: “I giovani hanno una domanda legittima: è ancora giusto voler avere dei figli?”.

L’interrogativo non si riferisce soltanto alle crescenti difficoltà economiche che i giovani affrontano in tutto il mondo occidentale, ma nasce soprattutto per i cambiamenti climatici causati dall’uomo che stanno rendendo il pianeta sempre più inospitale. Ocasio-Cortez la ritiene una questione etica: anche chi non ha figli o non vuole averne è comunque investito da un obbligo morale nei confronti dei bambini già nati: il dovere di lasciargli un mondo migliore.

“È necessario che tutti percepiscano l’urgenza del problema climatico,” ha aggiunto la deputata, “i politici che propongono di promulgare leggi annacquate, ci stanno uccidendo […] oggi la domanda non è più se le persone riconoscono il disastro dei cambiamenti climatici, la questione è quanto urgentemente vogliamo agire per trovare delle reali soluzioni”. I detrattori di Ocasio-Cortez hanno riportato la notizia con titoli semplicistici come “La deputata democratica afferma che le persone dovrebbero smetterla di procreare”.

A volte, la nascita di gruppi radicali come quelli del “Birthstrike” animato da giovani che dichiarano di non volere figli a causa delle implicazioni di un “armageddon ecologico”, creano molto folklore ma pochi dibattiti costruttivi. Eppure, questo tema è uno spunto da cui partire per analizzare e comprendere la crescente sfiducia che, anche in Italia, coinvolge le persone della fascia di età tra i 24 e i 35 anni inibendole nel compiere scelte importanti per il loro futuro.

L’Organizzazione mondiale della sanità ha stimato che tra il 2030 e il 2050 circa 250mila persone moriranno ogni anno per cause legate ai disastri climatici. Un milione di bambini nel mondo hanno già problemi respiratori legati all’inquinamento atmosferico, che sono la causa del 12% dei ricoveri pediatrici in Italia. Lo scorso dicembre, il presidente dell’Istituto superiore della Sanità, Walter Ricciardi, in un’intervista rilasciata al magazine di settore Sanità informazione ha detto chiaramente che “Il cambiamento climatico sta uccidendo le persone, soprattutto i bambini”.



Un recente studio intitolato L’impatto del cambiamento climatico sulla fertilità pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Research Letters ha arricchito il discorso con un dato ancora più preoccupante: è stato provato che gli sconvolgimenti ambientali influenzano i modelli di fertilità in maniera diversa tra Paesi poveri e Paesi ricchi. Negli Stati in via di sviluppo, tendenzialmente la fertilità aumenta per rispondere al bisogno di manodopera che possa lavorare la terra, ma si riduce l’accesso all’istruzione a causa delle scarse possibilità economiche dei genitori. In quelli più sviluppati la fertilità diminuisce, ma per i bambini nati aumentano le possibilità di accesso all’istruzione e la sua qualità. Secondo lo studio “I danni climatici che aumentano il ritorno al lavoro agricolo ridurranno anche il rendimento relativo all’istruzione. La teoria economica e i risultati della ricerca, quindi, suggeriscono che i genitori si adatteranno all’aumento del prezzo relativo [della crescita di un figlio] spendendo meno risorse per educare i bambini e più risorse per aumentare la fertilità”.

I ricercatori hanno poi affrontato un ulteriore problema generato dai disastri ambientali, ossia l’aggravarsi del divario salariale di genere. In molte società è sulle donne che ricade la maggior parte della responsabilità nel crescere i figli: lo studio afferma che nelle società sviluppate, dove in media è richiesta un’istruzione più elevata, le donne risultano maggiormente coinvolte nel mercato del lavoro, guadagnano più di quanto viene offerto loro nelle economie arretrate e di conseguenza, aumentando per loro il costo-opportunità della gestione dei figli, diminuiscono le nascite. Al contrario, siccome gli uomini hanno un vantaggio rispetto alla popolazione femminile nei lavori manuali, nelle economie legate all’agricoltura “il costo-opportunità per le donne di crescere i figli può diminuire, portando ad un aumento della fertilità”, scrivono i ricercatori.



Gli ultimi dati spiegano anche il livello di gravità del problema nei Paesi occidentali, dove il calo delle nascite – che fino a pochi anni fa era imputabile principalmente alla crisi economica – ora soffre un’ulteriore complicazione: la paura di generare figli in un mondo malato e inospitale. In un Paese come l’Italia, la notizia ha dei risvolti ancora più gravi perché va a sommarsi alle poco rassicuranti tendenze dal punto di vista demografico. I dati Istat sulla natalità, pubblicati a febbraio 2019, confermano il calo costante delle nascite: nel 2018 si sono contate 449mila nascite, 9mila in meno del record negativo registrato nel 2017. Rispetto a dieci anni fa risultano 128mila nati in meno. Allo stesso tempo la popolazione invecchia progressivamente: al primo gennaio 2019, le persone con più di 65 anni in Italia sono quasi 14 milioni, il 22,8% della popolazione totale, mentre i giovani con meno di 14 anni sono circa 8 milioni. In Italia manca il ricambio generazionale perché non si fanno figli, spesso per i timori legati alla precarietà o all’assenza del lavoro, ai cambiamenti climatici, alla politica nazionale e internazionale.

Una parte della società fa sentire in colpa i giovani per i cambiamenti climatici a un punto tale che, in casi estremi, li spinge a chiedersi se sia giusto o meno procreare, e offusca la natura sistemica della crisi. Inoltre assolve i principali colpevoli – le corporazioni del combustibile fossile e l’immobilismo in materia dei governi globali – dalle loro responsabilità. A livello internazionale i Paesi si incontrano annualmente per tracciare linee guida per attuare l’accordo globale sul clima adottato a Parigi nel 2015: l’ultima volta è stata a dicembre 2018 in occasione del COP24 di Katowice in Polonia. Questi summit, anche se mossi dalle migliori intenzioni, agiscono troppo lentamente rispetto all’evolversi dell’emergenza climatica, soprattutto perché non riescono a smuovere la coscienza dei governi che guidano i Paesi più inquinanti al mondo.

Negli Stati Uniti Trump ha negato per anni l’esistenza del riscaldamento globale e da presidente ha formalmente dichiarato di non voler applicare l’accordo di Parigi. Solo durante la sua visita in Inghilterra questo giugno ha ammesso che i cambiamenti climatici sono in corso per poi attribuirne la responsabilità a Cina e Russia.



Dall’opposizione americana è arrivata una risoluzione congressuale denominata Green new deal, che ha tra i più accaniti sostenitori proprio Alexandria Ocasio-Cortez: un programma socioeconomico ambizioso che si prefissa di interrompere l’uso dei combustibili fossili per poi traghettare il sistema produttivo statunitense verso l’utilizzo di fonti di energia rinnovabili al 100%, creando contemporaneamente posti di lavoro e stimolando l’economia. Pochi giorni fa la deputata democratica ha dichiarato che il progetto costerebbe agli Stati Uniti 10mila miliardi di dollari, una cifra enorme che rende ancora più chiara la misura della gravità del problema e l’ingente investimento necessario per risolverlo.

In Italia né dal governo né dall’opposizione emergono politiche che sembrano voler rispondere in modo incisivo a questi timori, evidenziando le prospettive limitate dei nostri politici emerse con le ultime elezioni europee, dove in Italia il tema dell’ambiente è stato a malapena toccato nella campagna elettorale. L’indifferenza della classe dirigente è resa ancora più grave dal susseguirsi da mesi di manifestazioni pubbliche, promosse soprattutto da parte della popolazione più giovane – le ultime sono quelle del movimento Global strike for future –, che chiedono di porre nell’agenda politica la nota che riguarda il cambiamento climatico. Nel recente Rapporto sulla sicurezza e l’insicurezza in Italia e in Europa stilato per Demos & Pi e Fondazione Unipolis sono sintetizzate le paure degli italiani in tre indici: “insicurezza globale”, “insicurezza economica” e “insicurezza legata alla criminalità”. La prima voce detiene il primato con il 75% degli intervistati, e tra i punti che la compongono vi sono i timori legati all’inquinamento, alla distruzione 
dell’ambiente e della natura.

 
Manifestanti prendono parte alla ‘Fridays for Future’ in Piazza del Popolo, Roma, 2019

Il dato è importante e indica che in Italia vi è un aumento della preoccupazione sul tema ambientale, ma il rischio, come scrive il sociologo e direttore del rapporto Ilvo Diamanti, è che i timori vengano “normalizzati”. La preoccupazione è che i cittadini accettino di convivere a malincuore con l’emergenza climatica, al massimo scendendo in piazza quando il problema bussa alla loro porta, ma che non li induca a chiedere ai politici di risolverla in maniera sistematica. I cambiamenti climatici influenzano la mancanza di fiducia nel futuro e la conseguente crescita minima della popolazione. È ovvio che la scelta di avere o meno un figlio sia personale e legata a diversi fattori, ma parlando in termini generali, si fanno figli quando si ha fiducia nel futuro, e ai giovani questa manca.

Ilvo Diamanti



L’Italia, in particolare, sta ignorando ogni tipo di politica economica, occupazionale e ambientale per l’avvenire: siamo ingabbiati in discorsi miopi ancorati al “qui e oggi” senza pensare a dove dirigere i nostri sforzi per il futuro. Gli italiani sono ostaggio di una retorica che fomenta le loro paure, incattivendoli, rendendoli cinici e diffidenti su tutto e privandoli della possibilità di sognare un mondo migliore. L’ambiente è il tema che soffre di più la mala politica, perché per essere risolto ha bisogno di un pensiero rivolto a oltre le prossime elezioni. Nel 1852 il capo indiano Seattle rispose all’offerta del governo degli Stati Uniti di acquistare le loro terre che “La Terra su cui viviamo non l’abbiamo ereditata dai nostri padri, l’abbiamo presa in prestito dai nostri figli”. Dobbiamo impegnarci in prima persona e in maniera collettiva per imporre ai nostri politici di attivarsi, anche a livello globale, per la risoluzione del problema: questo è il più grande atto di responsabilità che possiamo fare per chi verrà dopo di noi.

fonte: https://thevision.com

Blue Heart, film in difesa dei fiumi UE ancora incontaminati















In uscita nelle sale di tutto il mondo il documentario Blue Heart, realizzato da Patagonia in difesa dei fiumi europei ancora incontaminati. Il film è diretto da Britton Caillouette (Farm League), con musiche di Andrew Bird, e rientra nel progetto “Save the Blue Heart of Europe”, che punta a difendere i fiumi dei Balcani da oltre 3.000 potenziali progetti idroelettrici e a sottolineare i rischi legati a un potenziale disastro ambientale che potrebbe interessare l’Europa.

Blue Heart vuole nello specifico sottolineare i rischi che corrono gli ultimi fiumi incontaminati d’Europa, situati nella penisola balcanica tra Slovenia e Albania. Come ha sottolineato Patagonia:


Ventimila chilometri di ruscelli lucenti e incontaminati, affluenti impetuosi e correnti degli ultimi corsi d’acqua incontaminati del continente verrebbero danneggiati per sempre da migliaia di dighe e derivazioni, in un momento in cui la costruzione di dighe è stata interrotta nella maggior parte dei Paesi sviluppati.

A combattere contro i progetti idroelettrici gli attivisti locali insieme alle ONG europee, tra le quali RiverWatch ed EuroNatur. Blue Heart documenta la lotta per difendere il fiume Vjosa, in Albania, il più grande fiume incontaminato d’Europa, oltre agli sforzi profusi per salvare la lince dei Balcani (in via di estinzione in Macedonia).Nel documentario anche la lunga protesta delle donne di Kruščica, in Bosnia ed Erzegovina per la salvaguardia dell’unica fonte di acqua dolce della loro comunità. Il documentario Blue Heart verrà proiettato in Italia a Milano e Roma a partire dal 28 aprile, mentre dall’8 agosto sarà disponibile su iTunes. Come ha dichiarato Ryan Gellert, direttore generale, EMEA, Patagonia:

Con questo incredibile numero di dighe e derivazioni idroelettriche proposte nella penisola balcanica stiamo assistendo a quella che potrebbe essere una distruzione ambientale irreversibile, ma c’è pochissima consapevolezza di questo problema in Europa e nel mondo.
La nostra speranza è che questo film attiri l’attenzione internazionale sulle comunità locali che combattono per proteggere i fiumi che scorrono liberamente e che offrono loro sostentamento, e che educhi le persone sul perché le dighe idroelettriche siano una tecnologia obsoleta e non pulita.

fonte: www.greenstyle.it 

Le assicurazioni che investono (ancora) nel carbone. Il caso Generali in Polonia

Il colosso italiano ha un ruolo di primo piano nella copertura assicurativa delle più importanti centrali a carbone polacche, tra le più inquinanti d’Europa. È quanto rivela “Dirty Business”, report lanciato dalla rete internazionale Unfriend Coal, di cui fanno parte anche Greenpeace e Re:Common


















C’è un Paese in Europa che invece di dismetterlo, sta aumentando l’estrazione e l’impiego del carbone come fonte energetica: è la Polonia. Ci sono delle assicurazioni senza le quali lo sviluppo di progetti così inquinanti non sarebbe possibile, o lo sarebbe solo in parte; tra queste compagnie c’è pure l’italiana Generali. Questo corto-circuito ambientale ce lo racconta Dirty Business, la nuova pubblicazione della rete internazionale Unfriend Coal, di cui fanno parte tra gli altri Greenpeace e Re:Common, partendo da un dato quanto mai significativo: dal 2013 le assicurazioni hanno sottoscritto almeno 21 contratti di copertura dei rischi (Generali ne ha siglati otto) e investito fondi per 1,3 miliardi di euro.
In Polonia si brucia sia antracite sia lignite, quest’ultima è la tipologia di carbone più inquinante, impiegata nelle centrali di Ze Pak, Bełchatów e Turów. A pochi chilometri dai confini con Germania e Repubblica Ceca, Turów usa 7,5 milioni di tonnellate di carbone l’anno. E se l’Unione europea ha in programma di decretare lo stop definitivo al carbone entro il 2030, val la pena ricordare che la centrale continuerà a inquinare almeno fino al 2044, sempre che i suoi gestori non siano costretti a cambiare idea prima. Come è facile immaginare, la centrale di Turów ha pesanti impatti transfrontalieri, in primis sulla qualità dell’acqua potabile di ben 30mila persone.
Il Leone di Trieste, insieme a AEGON, Allianz, Aviva, Nationale Nederlenden e AXA possiede l’8,6% della PGE. La principale compagnia energetica polacca ha in programma di aumentare di 5 GigaWatt la produzione legata al carbone. L’impianto di Opole, che già emette 5,8 milioni di tonnellate di CO2 l’anno, passerà così da 1.532 a oltre 3.000 MegaWatt. Altri 5 GigaWatt saranno sviluppati da altre aziende locali. Ammonta invece a 2,2 miliardi di tonnellate il totale della lignite che sarà estratta da nuove miniere a cielo aperto.
Tra le molte cifre menzionate in Dirty Business, una lascia esterrefatti: 5.830 morti premature dovute alla polvere nera tra Polonia e paesi vicini. La stima, per difetto, è stata redatta nel 2016 dal WWF e da altre associazioni ambientaliste. Ma a fronte di tutte queste indicazioni così esplicative, il governo e le imprese polacche tirano dritte per la loro strada, di fatto minando “preventivamente” i risultati della 24esima Conferenza delle Parti sul Clima (COP24), che si terrà il prossimo dicembre a Katowice, a una centinaio di chilometri di distanza dalla centrale di Opole. “Con i suoi programmi così aggressivi, il comparto carbonifero polacco sta compromettendo gli sforzi globali per combattere i cambiamenti limatici”, lancia il grido di allarme Kuba Gogolewski della Ong polacca “Sì allo Sviluppo No alle Miniere”. “Le compagnie che lo assicurano e finanziano non si possono più nascondere, devono agire in maniera decisa e rivedere i loro piani se vogliono preservare la loro reputazione”, aggiunge Gogolewski.
In realtà qualcosa nel ramo delle assicurazioni si sta iniziando a smuovere. Axa, Zurich e SCOR hanno già annunciato una serie di restrizioni di carattere “ambientale” in merito alla sottoscrizione di nuove polizze. Swiss Re dovrebbe fare lo stesso a breve. Le già citate società sono inoltre tra le 15 che hanno disinvestito per 16 miliardi di euro dall’industria del carbone. Evidentemente i conti salatissimi da pagare a causa dei disastri naturali legati al surriscaldamento globale stanno iniziando ad avere un impatto sui consigli direttivi delle grandi assicurazioni globali. E Generali che cosa fa? Per ora non sembra voler seguire l’esempio virtuoso di grossi competitor come Axa e Zurich. Ma chissà se una accurata lettura di Dirty Business non possa far cambiar idea al management del Leone di Trieste.

fonte: https://altreconomia.it/

I disastri ambientali vanno in prima serata






















Così come avviene già da un po’ nel mondo del cinema, anche la tv ha cominciato a capire che abbiamo già e avremo sempre di più un problema molto serio di gestione delle emergenze climatiche.
Oggi telegiornali e quotidiani ci raccontano storie di alluvioni, siccità, tornadi e bombe d’acqua; domani, è molto probabile che questi eventi catastrofici siano più frequenti, pesanti e diffusi. E da che mondo è mondo la narrazione del disastro – meglio ancora se il disastro viene raccontato attraverso le storie personali di personaggi credibili e “comuni” con cui ci si possa identificare – è ricetta per richiamare il pubblico. A maggior ragione, se c’è il concreto rischio che un giorno o l’altro le emozioni suscitate dal teleschermo possano trasformarsi in esperienze di vita vissuta in prima persona. 
Ed ecco dunque l’accoppiata di serie televisive che vi proponiamo questa volta. Una è ancora in corso di preparazione e ne sappiamo ancora abbastanza poco; un’altra invece è già andata in onda conquistando un successo di pubblico notevolissimo. 
La prima serie tv è statunitense, e la sta sviluppando la rete NBC: si tratta di American Disaster, un titolo che è tutto un programma, affidata alla scrittura di Michael McGrale (CSI: Miami) e diretta da Deran Sarafian (regista di House e The Strain). Si incentra sugli sforzi di una comunità di una piccola cittadina del Midwest, che viene colpita da un disastroso tornado e che dovrà imparare a collaborare per uscirne. L’idea è quella di sviluppare una serie antologica, in cui ogni stagione racconterà un diverso disastro naturale e la reazione della popolazione all’evento. Quel che conta è che in questa serie si punterà soprattutto sul racconto di quel che accade quando – passato il disastro – giornalisti e telecamere se ne vanno via, lasciando i cittadini alle prese con la devastazione, ma soprattutto con la necessità di ricostruire edifici e relazioni.
Scommette invece sulla descrizione del disastro in tempo reale Als de dijkenbreken, (Quando si romperanno le dighe), la serie in coproduzione olandese-fiamminga che nel novembre 2016 ha scioccato i telespettatori di Paesi Bassi e Fiandre. La storia racconta – seguendo le vicende personali di cinque persone, dal primo ministro olandese a normalissimi cittadini – quel che accade quando per una serie di sottovalutazioni e inadeguate risposte istituzionali una megatempesta spinge le acque del mare contro le dighe del progetto Delta, completate nel 1986 per proteggere la costa della zona del delta del Reno, della Mosa e della Schelda. Le dighe non resistono all’impeto delle acque, causando una disastrosa inondazione delle aree costiere delle Fiandre e dell’area chiamata Randstad, la conurbazione che comprende le quattro principali città olandesi, Amsterdam, Rotterdam, Utrecht e l’Aia. Mentre il premier belga Verbeke, non appena manifestatosi il pericolo, decide immediatamente l’evacuazione di Ostenda e dell’intera area minacciata, il suo collega olandese Kreuger temendo le conseguenze economiche e politico-elettorali di una evacuazione di massa si limita a diramare l’allarme senza prendere altri provvedimenti. Risultato, panico e disastro.
La catastrofe è sconvolgente: mentre nella sala di crisi della Protezione civile a l’Aia politici e tecnici possono soltanto guardare, il mare spazza via Rotterdam mandando la città sotto metri di acqua e travolge le auto bloccate dall’ingorgo causando 25.000 morti e 100.000 dispersi. A un certo punto anche la sala di crisi dev’essere evacuata, e lo sfortunato (e incosciente) premier è costretto a contemplare da un elicottero il mare di acqua che ha coperto la parte più ricca del paese. E quando cerca di visitare un centro di emergenza, viene scacciato in malo modo dai rifugiati. 
Als de dijkenbreken, trasmessa tra novembre 2016 e gennaio del 2017, in Olanda ha conquistato uno share del 26%, in Belgio addirittura del 45%. Anche perché il tema è sentito: nel 1953 l’ultima inondazione causò 1.835 morti e 70.000 evacuati. Tanto è vero che la Rijkswaterstaat, l’agenzia governativa olandese per le acque, ha sentito la necessità di far parlare i suoi esperti dopo ogni puntata per spiegare lo stato dell’arte ai cittadini. E così Harold van Waveren, presidente della Commissione di coordinamento nazionale sulle inondazioni, ha spiegato che lo scenario della serie è “davvero estremo”, e che qui o lì ci sono errori; ma che però Nordwijk e Katwijk – due dei luoghi dove le dighe si rompono nella fiction tv – sono effettivamente punti deboli, che vengono sistematicamente rafforzati. Insomma: “col cambiamento climatico un paese come il nostro è molto vulnerabile – ha detto van Waveren – e questa serie tv è utile, perché fa crescere l’attenzione e il senso di urgenza”.  
Roberto Giovannini
fonte: http://www.materiarinnovabile.it

Tumori infantili, l’Italia detiene il triste primato in Europa












Su Lancet Oncology è stato appena pubblicato un aggiornamento sull’incidenza a livello mondiale del cancro nell’infanzia (0-14 anni) e nell’adolescenza (15-19 anni) nel periodo 2001-2010. L’ indagine è stata condotta dall’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) in collaborazione con l’Associazione internazionale dei registri del cancro e ha riguardato 62 paesi a livello mondiale distribuiti in 5 continenti. Erano stati invitati a partecipare allo studio 532 registri tumori, ma solo 132 hanno inviato dati considerati attendibili. Il lavoro è di grande interesse perché confronta l’andamento del cancro infantile nelle diverse aree geografiche e fornisce interessanti spunti di riflessione.
Come auspicano gli autori, questi dati dovrebbero infatti essere utilizzati per una ricerca eziologica e per indirizzare le politiche di sanità pubblica al fine di uno sviluppo sostenibile. I tumori rappresentano una delle principali cause di morte nei bambini e la loro incidenza è purtroppo in aumento: a livello globale si è passati da 124 casi per milione di bambini fra 0 e 14 anni nel 1980 a 140 casi nel 2010. Dall’articolo emerge che l’area del mondo in cui si registra la più elevata incidenza di cancro fra 0-14 anni e fra 15-19 è il Sud Europa in cui sono compresi Croazia, Cipro, Italia, Malta, Portogallo, Spagna.
Per l’Italia, hanno partecipato all’indagine solo 15 registri su 47 accreditati e spicca sicuramente l’assenza di registri “storici” quali quello di Firenze/Prato e del Veneto. Calcolando poi l’incidenza per ogni singolo registro sia del Sud Europa che dell’Europa del Nord, dell’Est e dell’Ovest, emergono risultati inquietanti perché in Italia si osservano le più elevate incidenze rispetto a tutti gli altri paesi del continente europeo. Inoltre, in 4 registri italiani (Umbria, Modena, Parma e Romagna), l’incidenza supera addirittura i 200 casi fra 0-14 anni per milione di bambini/anno.
Il cancro nell’infanzia dovrebbe farci sorgere più di una domanda perché non possiamo certo attribuirlo ad un errato stile di vita – come viene abitualmente fatto per gli adulti – visto che i bambini non fumano e non bevono e dobbiamo per forza tenere in considerazione il fatto che le sostanze tossiche e cancerogene passano dalla madre al feto già durante la vita intrauterina e sono oltre 300 quelle che abitualmente si ritrovano nel cordone ombelicale. Proprio Lorenzo Tomatis era stato fra i primi scienziati al mondo ad indagare questo fenomeno. Ma perché proprio il nostro paese vanta un così triste primato?
Non credo plausibile ipotizzare che Germania, Francia, Austria o Regno Unito siano meno industrializzati di noi: dov’è quindi la differenza? Difficile ovviamente dirlo, ma un’interpretazione del tutto personale è che il nostro paese si distingue per i fenomeni corruttivi: i controlli ambientali sono scarsi e spesso non affidabili, i disastri ambientali sono ricorrenti, le bonifiche rimangono inattuate e non è difficile quindi ipotizzare che le mappe della corruzione, dell’inquinamento e quindi delle malattie coincidano. Purtroppo, il prezzo più elevato lo pagano i bambini, perché sappiamo bene che sono molto più suscettibili all’inquinamento rispetto agli adulti. Più che mai quindi appare urgente, soprattutto per il nostro paese, la necessità di un nuovo paradigma che ponga al centro il risanamento dell’ambiente ed aumenti le risorse dedicate ad una reale riduzione dell’inquinamento.
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
Patrizia Gentilini
 
fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it

Riscaldamento globale: 50 anni al punto di non ritorno

Il dibattito scientifico ferve intorno a questo nuovo studio che accorcia drammaticamente i tempi del riscaldamento globale irreversibile


Riscaldamento globale 50 anni al punto di non ritorno

Limitare il riscaldamento globale a 2 °C entro fine secolo potrebbe servire a poco o a nulla. Secondo un gruppo di scienziati del clima, consentire un tale aumento della temperatura terrestre potrebbe rivelarsi altamente pericoloso. In uno studio pubblicato ieri su Atmospheric Chemistry and Physics, il team internazionale guidato da James Hansen (Columbia University Earth Institute) sta generando scompiglio. Le anticipazioni di questa ricerca, presentate lo scorso anno, avevano aperto un dibattito nella comunità scientifica che ora tornerà ad accendersi.
Prima della fine del secolo, secondo la ricerca, vedremo una crescita spaventosa di intensità delle tempeste, la disintegrazione di gran parte delle calotte polari e un aumento del livello dei mari tale da sommergere le città costiere di tutto il mondo.
«Corriamo il rischio di consegnare ai giovani una situazione che è fuori del loro controllo», ha detto James Hansen.

Riscaldamento globale 50 anni al punto di non ritorno 2

Troppo rapido per trovare un rimedio

In sostanza, il documento sostiene che attraverso l’uso di combustibili fossili e le relative emissioni, l’umanità sta per provocare un cambiamento climatico improvviso, al quale non è preparata e che non potrà gestire. In particolare, gli autori ritengono che il travaso di acqua dolce negli oceani, provocato dalla fusione dei ghiacci, innescherà un ciclo di feedback che porterà le grandi lastre di ghiaccio in Groenlandia e in Antartide a disintegrarsi rapidamente.
Molti scienziati si sono interessati a queste conclusioni, concordando che l’accordo sul clima di Parigi non è nemmeno lontanamente sufficiente a ridurre le emissioni in tempi ragionevoli.
Riscaldamento globale 50 anni al punto di non ritorno 3 
Il documento, scritto da Hansen e altri 18 esperti, analizza l’ultimo riscaldamento globale di origine naturale. È successo circa 120 mila anni fa, quando la temperatura ha raggiunto un livello leggermente superiore all’attuale. Grandi blocchi di ghiaccio ai poli si sono disintegrati, e il livello del mare è salito di una quota tra i 7 e i 10 metri.
Sebbene gli scienziati del clima concordino sul fatto che l’umanità sta per causare un aumento del livello del mare molto simile o anche superiore, tendono a ritenere che perché si realizzi dovranno trascorrere dei secoli. Il nuovo documento sostiene invece che potrebbe accadere molto più rapidamente, nel peggiore dei casi entro i prossimi 50 anni. Una crescita così rapida potrebbe costringere l’umanità a battere in ritirata dalle coste di tutti i continenti.

fonte: www.rinnovabili.it

Traffico di rifiuti, imprenditore condannato in appello fa incetta di appalti: “Paradosso di legge”

Traffico di rifiuti, imprenditore condannato in appello fa incetta di appalti: “Paradosso di legge”
Giovanni Pellini, socio dell'Atr di Acerra, per i giudici d'appello è colpevole di disastro ambientale per aver movimentato "monnezza" di ogni genere nella città campana. Eppure l'azienda ssi è appena aggiudicate diverse gare, ultima quella del Comune di Bari per l'amianto. L'assessore: "Tutto regolare, ma normativa è troppo formale". Interviene l'Anac

Non solo Napoli, l’impresa riconducibile ai fratelli Pellini, imprenditori condannati per traffico illecito di rifiuti, vince appalti ovunque. Il caso esplode a fine febbraio quando l’azienda Atr srl di Acerra si aggiudica la gara, indetta dal Comune di Napoli per lo smaltimento e la bonifica dell’amianto. Il vicesindaco di Napoli Raffaele Del Giudice ha rassicurato i comitati che avevano protestato: “L’aggiudicazione è con riserva, abbiamo stoppato tutto”.
Dopo gli articoli l’Autorità nazionale anticorruzione ha avviato un’attività di vigilanza coinvolgendo la sezione anticorruzione della Guardia di Finanza. L’obiettivo è capire il ruolo svolto e il peso del soggetto condannato all’interno dell’impresa. L’impresa risulta nell’albo gestori e non c’è alcuna legge perché venga esclusa dalle gare. Tra i proprietari dell’azienda, socio al 20%, figura Giovanni Pellini, condannato in secondo grado per traffico illecito di rifiuti e disastro ambientale a 7 anni di reclusione. Giovanni Pellini, insieme ai fratelli Cuono e Salvatore, quest’ultimo ex maresciallo dei carabinieri, sono accusati di aver provocato un disastro ambientale nel territorio di Acerra, in provincia di Napoli, movimentando e scaricando illegalmente tonnellate di pattume di ogni genere.
Ma proprio in questi giorni l’Atr sbarca anche a Bari dove il Comune ha aggiudicato lavori per 3 milioni di euro. L’impresa dei Pellini si deve occupare del trasporto e dello smaltimento di manufatti in cemento amianto tipo eternit nelle scuole. Si tratta di un contratto tipo accordo quadro che prevede la sostituzione dei manufatti con strutture di materiale diverso. L’importo dei lavori ammonta a 150mila euro. L’assessore ai lavori pubblici del comune di Bari Giuseppe Galasso spiega: “La società si è aggiudicata una gara aperta nella quale hanno concorso una ventina di imprese. Tutto è stato fatto rispettando la legge. Siamo al paradosso di una normativa che eccede in formalismi, ma consente casi del genere”. La sentenza di secondo grado a carico dei Pellini è arrivata lo scorso anno, ma loro continuano tranquillamente a lavorare, in attesa della Cassazione. L’Atr fa incetta di lavori anche con altri enti. Nell’ottobre 2014, in quel caso la condanna era di primo grado, l’azienda dei Pellini si è aggiudicata un appalto con il Ministero della difesa, aeronautica militare, per la rimozione di cassoni e canne fumarie. Nel 2015, invece, la professionalità della ditta acerrana è stata messa a disposizione dell’Arpa Basilicata per la manutenzione della rete piezometrica in Val Basento. Anche in questo ultimo caso tutto secondo legge. L’Atr, insomma, è azienda leader nel settore nonostante la condanna di secondo grado per il suo socio Giovanni Pellini. I giudici d’appello negando le attenuanti generiche hanno descritto così l’attività dei Pellini: “La condotta si connota di particolare gravità, tenuto conto della professionalità serbata nell’azione criminosa e del grave allarme sociale che promana dal fatto”
Nello Trocchia

fonte: www.ilfattoquotidiano.it

Smaltimento Amianto a Napoli. La denuncia del M5S

Ma al peggio non c’è mai fine. In questi giorni la società ATR, dei fratelli Pellini, condannati a sette anni per disastro ambientale aggravato, si è aggiudicata un appalto dal comune di Napoli da circa 113 mila euro per la rimozione dell’amianto.

È vergognoso che i principali artefici della morte di un territorio, vengano legittimati dalle istituzioni, tant’è che ci fa sorgere il dubbio da che parte stia realmente certa politica; quella di un popolo martoriato o dai suoi carnefici?

Pretendiamo che venga ritirata tale concessione, affinché un tema così delicato, quale la rimozione di materiale pericoloso, non sia affidato a chi ha dato prova di non saper fare, così da garantire il decoro istituzionale e, soprattutto, la salute dei cittadini.

Maria muscarà