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Il grande ritorno della plastica: dai guanti alla verdura preconfezionata, la pandemia rischia di azzoppare il movimento plastic free

















Pensavamo che la plastica monouso avesse le ore contate. Poi è arrivata la pandemia, e con essa il ritorno in grande stile della plastica. Dai guanti usa e getta ai contenitori per la consegna di cibo a domicilio, dalle mascherine chirurgiche alle vaschette di frutta e verdura, l’emergenza coronavirus e la paura del contagio sembrano aver relegato in un angolo la spinosa questione delle monumentali quantità di plastica usa e getta che produciamo e non siamo in grado di riciclare. Per non parlare del problema delle microplastiche, che ormai si trovano un po’ ovunque le si vadano a cercare.

Si stima che se in Italia tutti usassimo mascherine chirurgiche monouso, ogni giorno produrremmo (e dovremmo smaltire) circa 120 tonnellate di rifiuti plastici. A questi vanno sommati quelli relativi a camici, grembiuli, tute e cuffie monouso, senza dimenticare occhiali e visiere per proteggere gli occhi. Già, perché questi dispositivi di protezione – chi più e chi meno – contengono materiali plastici. Ed essendo contaminati non possono essere riciclati e devono essere conferiti in discarica o negli inceneritori, quando non vengono gettate per strada da persone poco attente all’ambiente (per usare un 
eufemismo).


Sono spesso in plastica anche i contenitori per il cibo da asporto e per la consegna a domicilio, le uniche attività di ristorazione consentite fino a poco fa

Altro tasto dolente è quello dei guanti monouso. Molte attività commerciali li mettono a disposizione dei clienti, altre non consentono l’ingresso a chi non li indossa. In alcuni luoghi, come in Lombardia, sono obbligatori addirittura sui mezzi pubblici. Così, finiscono per riempire i cestini fuori dai supermercati e per essere disseminati per strada. Eppure, come ha ribadito recentemente l’Oms (ma lo diceva già a marzo) e come sostenevano molti esperti, per il comune cittadino i guanti monouso non sono utili, anzi possono essere dannosi perché possono dare un falso senso di sicurezza. Molto meglio lavarsi le mani spesso o igienizzarle con un gel disinfettante. Secondo l’Istituto superiore di sanità, i guanti monouso dovrebbero essere usati solo dal personale sanitario e dai lavoratori di alcuni settori, come gli addetti alla pulizia, alla ristorazione o quelli che manipolano alimenti.

Ma se il grande ritorno della plastica sotto forma di dispositivi di protezione tutto sommato può essere giustificata (esagerazioni escluse), c’è stato un boom anche nel settore alimentare. Durante il periodo di lockdown, infatti, l’unica attività consentita (e neanche dappertutto) per la ristorazione è stata la consegna a domicilio, poi l’asporto, ed entrambe comportano l’uso di contenitori per alimenti. E quelli più economici e alla portata di chi ha dovuto organizzarsi in fretta e furia spesso sono proprio di plastica (nonostante esistano da tempo alternative).

Non bisogna poi dimenticare frutta e verdura preconfezionate in vaschette e sacchetti di plastica. A onor del vero, questi prodotti già stavano vivendo un periodo positivo: nel 2019 i consumatori avevano speso il 3,2% in più rispetto all’anno precedente per comprare confezioni di frutta e verdura già pronte. Praticità e rapidità erano i motivi che spingevano alla scelta di questi prodotti, a cui oggi, senza dubbio, si va ad aggiungere il maggior senso di sicurezza conferito dall’involucro di plastica per il consumatore e una semplificazione delle operazioni di preparazione delle spese online per il supermercato. Con buona pace del movimento plastic free e dell’ambiente.

fonte: www.ilfattoalimentare.it

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Fase 3, finisce il momento dei guanti monouso: non sono più obbligatori né raccomandati come protezione anti Covid

L'allegato IX del nuovo Dpcm recita: "... in considerazione del rischio aggiuntivo derivante da un loro errato impiego, si ritiene di privilegiare la rigorosa e frequente igiene delle mani con acqua e sapone, soluzione idro-alcolica o altri prodotti igienizzanti, sia per clienti/visitatori/utenti, sia per i lavoratori"



Gel batte guanti. Il nuovo Dpcm del Governo appena pubblicato in Gazzetta Ufficiale, che salvo indicazioni specifiche sarà operativo dal 15 giugno fino al 14 luglio 2020, sancisce che i guanti monouso non sono più obbligatori né raccomandati come protezione anti Covid. Nel precedente decreto, a parte alcuni contesti specifici di lavoro, si invitavano le persone ad usare i guanti in tutti gli esercizi commerciali dove la clientela può toccare la merce. Adesso non è più così. Una buona notizia non solo per l'ambiente, visto che si evita il sovrautilizzo di un dispositivo usa e getta, ma anche per la salute pubblica. Negli ultimi giorni era arrivato il parere ufficiale dell'Organizzazione Mondiale della Sanità, condiviso tra gli altri pure da Walter Ricciardi, consulente del ministero della Salute Roberto Speranza, che riteneva i guanti inutili alla protezione dal Coronavirus se non dannosi. Ecco i passaggi in questione estrapolati dall'Allegato IX del nuovo decreto:
Allegato IX

Tutte le indicazioni riportate nelle singole schede tematiche devono intendersi come integrazioni alle raccomandazioni di distanziamento sociale e igienico-comportamentali finalizzate a contrastare la diffusione di SARS-CoV-2 in tutti i contesti di vita sociale. A tal proposito, relativamente all’utilizzo dei guanti monouso, in considerazione del rischio aggiuntivo derivante da un loro errato impiego, si ritiene di privilegiare la rigorosa e frequente igiene delle mani con acqua e sapone, soluzione idro-alcolica o altri prodotti igienizzanti, sia per clienti/visitatori/utenti, sia per i lavoratori (fatti salvi, per questi ultimi, tutti i casi di rischio specifico associato alla mansione).

Commercio al dettaglio

Le presenti indicazioni si applicano al settore del commercio al dettaglio.
ඵ Predisporre una adeguata informazione sulle misure di prevenzione.
ඵ In particolar modo per supermercati e centri commerciali, potrà essere rilevata la temperatura corporea, impedendo l’accesso in caso di temperatura > 37,5 °C.
ඵ Prevedere regole di accesso, in base alle caratteristiche dei singoli esercizi, in modo da evitare assembramenti e assicurare il mantenimento di almeno 1 metro di separazione tra i clienti.
ඵ Garantire un’ampia disponibilità e accessibilità a sistemi per l’igiene delle mani con prodotti igienizzanti, promuovendone l’utilizzo frequente da parte dei clienti e degli operatori.
ඵ Nel caso di acquisti con scelta in autonomia e manipolazione del prodotto da parte del cliente, dovrà essere resa obbligatoria la disinfezione delle mani prima della manipolazione della merce.
In alternativa, dovranno essere messi a disposizione della clientela guanti monouso da utilizzare obbligatoriamente.
ඵ I clienti devono sempre indossare la mascherina, così come i lavoratori in tutte le occasioni di interazione con i clienti.
ඵ L’addetto alla vendita deve procedere ad una frequente igiene delle mani con prodotti igienizzanti (prima e dopo ogni servizio reso al cliente).
ඵ Assicurare la pulizia e la disinfezione quotidiana delle aree comuni.
ඵ Favorire il ricambio d’aria negli ambienti interni. In ragione dell’affollamento e del tempo di permanenza degli occupanti, dovrà essere verificata l’efficacia degli impianti al fine di garantire
l’adeguatezza delle portate di aria esterna secondo le normative vigenti. In ogni caso, l’affollamento deve essere correlato alle portate effettive di aria esterna. Per gli impianti di
condizionamento, è obbligatorio, se tecnicamente possibile, escludere totalmente la funzione di ricircolo dell’aria. In ogni caso vanno rafforzate ulteriormente le misure per il ricambio d’aria naturale e/o attraverso l’impianto, e va garantita la pulizia, ad impianto fermo, dei filtri dell’aria di ricircolo per mantenere i livelli di filtrazione/rimozione adeguati. Se tecnicamente possibile,

va aumentata la capacità filtrante del ricircolo, sostituendo i filtri esistenti con filtri di classe superiore, garantendo il mantenimento delle portate. Nei servizi igienici va mantenuto in
funzione continuata l’estrattore d’aria.
ඵ La postazione dedicata alla cassa può essere dotata di barriere fisiche (es. schermi); in alternativa il personale deve indossare la mascherina e avere a disposizione prodotti igienizzanti per l’igiene delle mani. In ogni caso, favorire modalità di pagamento elettroniche.

Commercio al dettaglio aree pubbliche (mercati e mercatini degli hobbisti)

Le presenti indicazioni si applicano alle attività di commercio al dettaglio su aree pubbliche che si possono considerare ordinarie per la loro frequenza di svolgimento, la cui regolamentazione è competenza dei Comuni, che devono:
ඵ assicurare, tenendo in considerazione la localizzazione, le caratteristiche degli specifici contesti urbani, logistici e ambientali, la maggiore o minore frequentazione dell’area mercatale, la riorganizzazione degli spazi, anche mediante segnaletica a terra, per consentire l’accesso in modo ordinato e, se del caso, contingentato, al fine di evitare assembramenti di persone e di assicurare il mantenimento di almeno 1 metro di separazione tra gli utenti, ad eccezione dei componenti dello stesso nucleo familiare o conviventi o per le persone che in base alle disposizioni vigenti non siano soggette al distanziamento interpersonale. Detto aspetto afferisce alla responsabilità individuale;
ඵ verificare, mediante adeguati controlli, l’utilizzo di mascherine sia da parte degli operatori che da parte dei clienti, e la messa a disposizione, da parte degli operatori, di prodotti igienizzanti per le mani, in particolare accanto ai sistemi di pagamento;
ඵ assicurare un’adeguata informazione per garantire il distanziamento dei clienti in attesa di entrata: posizionamento all’accesso dei mercati di cartelli almeno in lingua italiana e inglese per informare la clientela sui corretti comportamenti.
ඵ assicurare maggiore distanziamento dei posteggi ed a tal fine, ove necessario e possibile, ampliamento dell’area mercatale;
ඵ individuare un’area di rispetto per ogni posteggio in cui limitare la concentrazione massima di clienti compresenti, nel rispetto della distanza interpersonale di un metro. Qualora, per ragioni di indisponibilità di ulteriori spazi da destinare all’area mercatale, non sia possibile garantire le prescrizioni di cui agli ultimi due punti, i Comuni potranno contingentare l’ingresso all’area stessa al fine del rispetto della distanza interpersonale di un metro. Ove ne ricorra l’opportunità, i Comuni potranno altresì valutare di sospendere la vendita di beni usati.

MISURE A CARICO DEL TITOLARE DI POSTEGGIO
ඵ pulizia e disinfezione quotidiana delle attrezzature prima dell’avvio delle operazioni di mercato di vendita;
ඵ è obbligatorio l’uso delle mascherine, mentre l’uso dei guanti può essere sostituito da una igienizzazione frequente delle mani
ඵ messa a disposizione della clientela di prodotti igienizzanti per le mani in ogni banco;
ඵ rispetto del distanziamento interpersonale di almeno un metro.
ඵ Rispetto del distanziamento interpersonale di almeno un metro dagli altri operatori anche nelle operazioni di carico e scarico;
ඵ Nel caso di acquisti con scelta in autonomia e manipolazione del prodotto da parte del cliente, dovrà essere resa obbligatoria la disinfezione delle mani prima della manipolazione della merce. In alternativa, dovranno essere messi a disposizione della clientela guanti monouso da utilizzare obbligatoriamente.
ඵ in caso di vendita di beni usati: pulizia e disinfezione dei capi di abbigliamento e delle calzature prima che siano poste in vendita.


fonte: www.ecodallecitta.it


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Oms: “No ai guanti, nemmeno al supermercato, usarli può aumentare il rischio di infezione”

L’Organizzazione Mondiale della Sanità sconsiglia l’uso dei guanti “da parte delle persone, in comunità”. Secondo l’Oms, il loro uso può “aumentare il rischio di infezione, dal momento che può portare alla auto-contaminazione o alla trasmissione ad altri quando si toccano le superfici contaminate e quindi il viso”




Sì alla mascherina protettiva, no ai guanti che non sono utili neppure quando si va a fare la spesa al supermercato. A non raccomandare l’uso di guanti da parte delle persone in comunità è l’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS), che in una sezione del suo sito risponde alle domande sull'uso di mascherine e guanti durante l'emergenza sanitaria. Secondo l’Oms, l’uso di guanti può “aumentare il rischio di infezione, dal momento che può portare alla auto-contaminazione o alla trasmissione ad altri quando si toccano le superfici contaminate e quindi il viso”.

Nei supermercati raccomandati i distributori di gel igienizzante

Pertanto, l’Organizzazione mondiale della Sanità ritiene siano altre le misure da adottare per proteggersi dal contagio da coronavirus. “In luoghi pubblici come i supermercati, oltre al distanziamento fisico, l'Oms raccomanda l'installazione di distributori di gel igienizzante per le mani all'ingresso e all'uscita. Migliorando ampiamente le pratiche di igiene delle mani, i paesi possono aiutare a prevenire la diffusione del nuovo coronavirus", chiarisce l’Organizzazione mondiale della Sanità, che raccomanda comunque sempre di "contattare le autorità locali sulle pratiche raccomandate nella propria area".

Le linee guida sulle mascherine dell'Oms
A proposito, invece, delle mascherine l’Oms ha di recente pubblicato delle nuove linee guida raccomandando i governi ad incoraggiare l’uso delle mascherine protettive dove c’è un’ampia diffusione del virus e la distanza fisica è difficile da mantenere, come i trasporti pubblici, i negozi o in altri ambienti chiusi e affollati. L’Oms ha comunque ribadito che le mascherine "da sole non vi proteggeranno contro il Covid-19″.

fonte: https://www.fanpage.it/




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Inquinamento da microplastiche: occorre ridurre l’usura degli pneumatici

L’inquinamento da microplastiche è riconosciuto dall’Organizzazione mondiale della sanità come una grande e pericolosa minaccia, e l’usura degli pneumatici sembra essere una fonte principale.

















Nonostante ricerche scientifiche e azioni di monitoraggio mettano sempre più in luce il collegamento tra l’usura degli pneumatici e l’inquinamento da microplastiche, le industrie del settore reclamano normative europee meno severe. Con un profitto di circa 180 miliardi di dollari l’anno, le aziende hanno intensificato le attività di lobby con i legislatori UE affinché si riconosca che le particelle di pneumatici non presentano rischi significativi per l’uomo e l’ambiente.
L’inquinamento da microplastiche è riconosciuto dall’Organizzazione mondiale della sanità come una grande e pericolosa minaccia, soprattutto per l’impatto sulla salute umana. Alcune ricerche, infatti, affermano che potrebbe indebolire il sistema immunitario. A queste, si aggiunge un crescente corpus di analisi scientifiche che vedono nell’usura degli pneumatici una fonte di microplastiche: almeno 10 studi dal 2014 citano l’attrito tra pneumatici e strada come una delle maggiori cause di produzione microplastiche rilasciate nell’ambiente.
Per tutta risposta, l’industria degli pneumatici ha pubblicato altrettanti studi concludendo che le particelle di pneumatici non presentano rischi significativi per l’uomo e l’ambiente, e non sono nemmeno così diffuse come altre ricerche mostrano. Scritti dalla società di consulenza Cardno ChemRisk, i report sono stati commissionati principalmente da The Tyre Industry Project (TIP), associazione di 11 case produttrici di pneumatici (tra cui Bridgestone e il gruppo Michelin), e dalla European Tyre and Rubber Manufacturers Association (ETRMA), ente industriale che fa pressioni sui legislatori europei.
Infatti, per i produttori di pneumatici la posta in gioco di fronte a nuove regole europee può essere molto alta. I legislatori dell’UE stanno prendendo in considerazione norme che stabiliscono standard minimi sul tasso di abrasione e durata degli pneumatici al fine di ridurre l’inquinamento da microplastiche. Questo requisito potrebbe portare ad una spesa di miliardi di euro di costi aggiuntivi per la riprogettazione degli pneumatici. Un problema non da poco per un settore che ha subito un forte calo delle vendite a causa dell’epidemia di coronavirus.
Olly Jamieson, ricercatrice di Eunomia, società di consulenza sulla sostenibilità che ha condotto nel 2018 uno studio per la Commissione Europea sull’usura delle gomme, ha affermato che rispetto ai problemi di usura, l’industria tende a concentrarsi su fattori esterni (come il comportamento del conducente, le condizioni stradali e le condizioni meteorologiche) piuttosto che sul disegno delle gomme. Tuttavia, il settore degli pneumatici sembra non avere troppa scelta. Nel 2017, infatti, l’Unione internazionale per la conservazione della natura (IUCN) ha pubblicato un documento in cui si stima che gli pneumatici fossero responsabili del 28% dell’inquinamento da microplastiche negli oceani.
fonte: www.rinnovabili.it


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Microplastiche in acqua potabile

Report OMS su analisi chimico-fisica e rischi sanitari correlati




















La presenza di microplastiche in acqua potabile pone la questione degli eventuali relativi rischi per la salute umana in rapporto all’esposizione.
L’Organizzazione mondiale della sanità a tal proposito ha pubblicato un primo resoconto, un tentativo di porre le basi di una ricerca indirizzata verso l’osservazione di acqua potabile imbottigliata e da rubinetto.
I rischi potenziali sono da imputare alle stesse microparticelle, ma anche a prodotti chimici come additivi e derivati dal degrado delle medesime ed infine a batteri che possono colonizzare i microframmenti strutturando il noto “biofilm”.
Le microplastiche sono ubiquitarie nell’ambiente e questo è un fatto certo. Com’è intuibile il rapporto OMS stima che ci siano una miriade di vie di trasporto in acqua dolce, di cui le più significative sono
  • il deflusso superficiale,
  • l’efflusso di acque di scarico in generale,
  • il deposito atmosferico diretto.
Nell’acqua confezionata una piccola parte delle microplastiche proviene dal trattamento di purificazione stessa e dall’imbottigliamento.
Non è possibile per il momento descrivere danni alla salute da ingestione di microplastiche da acqua potabile, perché non esistono ancora studi effettuati sull’uomo, bensì solo pochi eseguiti su animali, ma ad una concentrazione molto alta e quindi poco sovrapponibili alla situazione umana.
Inoltre le microparticelle offrono all’adesione di germi un’area troppo piccola, per cui l’eventuale biofilm batterico risulta piuttosto scarso e quindi irrilevante rispetto, per esempio, alle eventuali infestazioni idriche da deiezioni umane e animali.
Le direzioni verso cui il report propone di volgere la ricerca sono fondamentalmente due:
  • affinare il reperimento e la successiva rimozione di microplastiche dall’acqua potabile, usando tecniche che permettano la selezione di particelle sempre più piccole, nell’ordine del nanometro;
  • incentivare gli studi che osservino le eventuali conseguenze sulla salute, quindi le malattie correlate ad ingestione di microplastiche bevendo acqua, sempre che ce ne siano.
fonte: http://www.arpat.toscana.it/

Oms: rafforzare la ricerca sugli impatti delle microplastiche sulla salute umana

«Secondo le informazioni limitate di cui disponiamo non sembrano presentare dei rischi, almeno ai livelli attuali. Ma dobbiamo approfondire»


In seguito alla pubblicazione di un’analisi dello stato della ricerca sulle microplastiche nell’acqua potabile, oggi l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha lanciato un appello per  «condurre una valutazione approfondita  delle microplastiche presenti nell’ambiente e delle loro potenziali conseguenze sulla salute umana e ha chiesto anche di «ridurre l’inquinamento da plastica per proteggere l’ambiente e ridurre l’esposizione umana».
Maria Neira, direttrice del dipartimento salute pubblica, ambiente e determinanti sociali della salute dell’Oms, ha sottolineato che «E’ urgente saperne di più sulle conseguenze delle microplastiche sulla salute, perché sono presenti dappertutto, compreso nell’acqua che beviamo. Secondo le informazioni limitate di cui disponiamo, le microplastiche presenti nell’acqua potabile non sembrano presentare dei rischi per la salute, almeno ai livelli attuali. Ma dobbiamo approfondire la questione. Dobbiamo anche ostacolare l’aumento dell’inquinamento da plastica in tutto il mondo».
Secondo l’analisi, che presenta una sintesi delle ultime conoscenze sulle microplastiche nell’acqua potabile, «Quelle con una dimensione superiore ai 150 micron non sono in principio assorbite dall’organismo umano e l’assorbimento dei particolati più piccoli dovrebbe essere limitato. L’assorbimento e la distribuzione di particolato microplastico molto piccolo, in particolare di nanoparticolato, dovrebbe però essere più elevato, anche se i dati al riguardo sono molto limitati».
Secondo l’Oms sono necessarie nuove ricerche «per valutare più esattamente l’esposizione alle microplastiche e le loro potenziali conseguenze sulla salute umana. Bisognerà in particolare mettere a punto dei metodi standardizzati per misurare il particolato di microplastica nell’acqua, realizzare nuovi studi sulle fonti e la presenza di microplastiche nell’acqua dolce e valutare l’efficacia delle diverse procedure di trattamento».
L’Oms raccomanda I fornitori di acqua potabile e alle autorità che regolamentano il settore idrico di  «Dare la priorità alla rimozione degli agenti patogeni microbici e dei prodotti chimici che presentano dei rischi comprovati per la salute umana, per esempio quelli  che provocano malattie diarrotiche mortali. Questo approccio ha un duplice  vantaggio: infatti, i sistemi di trattamento delle acque reflue e di acqua potabile che trattano feci e sostanze chimiche contribuiscono efficacemente alla rimozione delle microplastiche. Il trattamento delle acque reflue è un mezzo per rimuovere oltre il 90% delle microplastiche presenti in queste acque, il metodo più efficace in questo senso è il trattamento terziario (ad esempio la filtrazione). Il trattamento convenzionale dell’acqua potabile permette di rimuove le particelle di dimensioni inferiori al micron».
Ma l’Oms conclude ricordando che «Tuttavia, gran parte della popolazione mondiale non beneficia attualmente di sistemi adeguati per il trattamento delle acque e delle acque reflue. Affrontando il problema dell’esposizione umana all’acqua contaminata con le feci, le comunità possono agire simultaneamente su quello posto dalle microplastiche».

fonte: www.greenreport.it

Dopo Aver Inquinato Il Nostro Futuro, Ha Senso Fare Figli E Condannare Anche Loro?
















Alexandria Ocasio-Cortez, la giovane deputata democratica americana, qualche mese fa in una diretta Instagram ha posto una questione che ha sollevato tante polemiche e che ha indubbiamente scosso le coscienze di molti: “I giovani hanno una domanda legittima: è ancora giusto voler avere dei figli?”.

L’interrogativo non si riferisce soltanto alle crescenti difficoltà economiche che i giovani affrontano in tutto il mondo occidentale, ma nasce soprattutto per i cambiamenti climatici causati dall’uomo che stanno rendendo il pianeta sempre più inospitale. Ocasio-Cortez la ritiene una questione etica: anche chi non ha figli o non vuole averne è comunque investito da un obbligo morale nei confronti dei bambini già nati: il dovere di lasciargli un mondo migliore.

“È necessario che tutti percepiscano l’urgenza del problema climatico,” ha aggiunto la deputata, “i politici che propongono di promulgare leggi annacquate, ci stanno uccidendo […] oggi la domanda non è più se le persone riconoscono il disastro dei cambiamenti climatici, la questione è quanto urgentemente vogliamo agire per trovare delle reali soluzioni”. I detrattori di Ocasio-Cortez hanno riportato la notizia con titoli semplicistici come “La deputata democratica afferma che le persone dovrebbero smetterla di procreare”.

A volte, la nascita di gruppi radicali come quelli del “Birthstrike” animato da giovani che dichiarano di non volere figli a causa delle implicazioni di un “armageddon ecologico”, creano molto folklore ma pochi dibattiti costruttivi. Eppure, questo tema è uno spunto da cui partire per analizzare e comprendere la crescente sfiducia che, anche in Italia, coinvolge le persone della fascia di età tra i 24 e i 35 anni inibendole nel compiere scelte importanti per il loro futuro.

L’Organizzazione mondiale della sanità ha stimato che tra il 2030 e il 2050 circa 250mila persone moriranno ogni anno per cause legate ai disastri climatici. Un milione di bambini nel mondo hanno già problemi respiratori legati all’inquinamento atmosferico, che sono la causa del 12% dei ricoveri pediatrici in Italia. Lo scorso dicembre, il presidente dell’Istituto superiore della Sanità, Walter Ricciardi, in un’intervista rilasciata al magazine di settore Sanità informazione ha detto chiaramente che “Il cambiamento climatico sta uccidendo le persone, soprattutto i bambini”.



Un recente studio intitolato L’impatto del cambiamento climatico sulla fertilità pubblicato sulla rivista scientifica Environmental Research Letters ha arricchito il discorso con un dato ancora più preoccupante: è stato provato che gli sconvolgimenti ambientali influenzano i modelli di fertilità in maniera diversa tra Paesi poveri e Paesi ricchi. Negli Stati in via di sviluppo, tendenzialmente la fertilità aumenta per rispondere al bisogno di manodopera che possa lavorare la terra, ma si riduce l’accesso all’istruzione a causa delle scarse possibilità economiche dei genitori. In quelli più sviluppati la fertilità diminuisce, ma per i bambini nati aumentano le possibilità di accesso all’istruzione e la sua qualità. Secondo lo studio “I danni climatici che aumentano il ritorno al lavoro agricolo ridurranno anche il rendimento relativo all’istruzione. La teoria economica e i risultati della ricerca, quindi, suggeriscono che i genitori si adatteranno all’aumento del prezzo relativo [della crescita di un figlio] spendendo meno risorse per educare i bambini e più risorse per aumentare la fertilità”.

I ricercatori hanno poi affrontato un ulteriore problema generato dai disastri ambientali, ossia l’aggravarsi del divario salariale di genere. In molte società è sulle donne che ricade la maggior parte della responsabilità nel crescere i figli: lo studio afferma che nelle società sviluppate, dove in media è richiesta un’istruzione più elevata, le donne risultano maggiormente coinvolte nel mercato del lavoro, guadagnano più di quanto viene offerto loro nelle economie arretrate e di conseguenza, aumentando per loro il costo-opportunità della gestione dei figli, diminuiscono le nascite. Al contrario, siccome gli uomini hanno un vantaggio rispetto alla popolazione femminile nei lavori manuali, nelle economie legate all’agricoltura “il costo-opportunità per le donne di crescere i figli può diminuire, portando ad un aumento della fertilità”, scrivono i ricercatori.



Gli ultimi dati spiegano anche il livello di gravità del problema nei Paesi occidentali, dove il calo delle nascite – che fino a pochi anni fa era imputabile principalmente alla crisi economica – ora soffre un’ulteriore complicazione: la paura di generare figli in un mondo malato e inospitale. In un Paese come l’Italia, la notizia ha dei risvolti ancora più gravi perché va a sommarsi alle poco rassicuranti tendenze dal punto di vista demografico. I dati Istat sulla natalità, pubblicati a febbraio 2019, confermano il calo costante delle nascite: nel 2018 si sono contate 449mila nascite, 9mila in meno del record negativo registrato nel 2017. Rispetto a dieci anni fa risultano 128mila nati in meno. Allo stesso tempo la popolazione invecchia progressivamente: al primo gennaio 2019, le persone con più di 65 anni in Italia sono quasi 14 milioni, il 22,8% della popolazione totale, mentre i giovani con meno di 14 anni sono circa 8 milioni. In Italia manca il ricambio generazionale perché non si fanno figli, spesso per i timori legati alla precarietà o all’assenza del lavoro, ai cambiamenti climatici, alla politica nazionale e internazionale.

Una parte della società fa sentire in colpa i giovani per i cambiamenti climatici a un punto tale che, in casi estremi, li spinge a chiedersi se sia giusto o meno procreare, e offusca la natura sistemica della crisi. Inoltre assolve i principali colpevoli – le corporazioni del combustibile fossile e l’immobilismo in materia dei governi globali – dalle loro responsabilità. A livello internazionale i Paesi si incontrano annualmente per tracciare linee guida per attuare l’accordo globale sul clima adottato a Parigi nel 2015: l’ultima volta è stata a dicembre 2018 in occasione del COP24 di Katowice in Polonia. Questi summit, anche se mossi dalle migliori intenzioni, agiscono troppo lentamente rispetto all’evolversi dell’emergenza climatica, soprattutto perché non riescono a smuovere la coscienza dei governi che guidano i Paesi più inquinanti al mondo.

Negli Stati Uniti Trump ha negato per anni l’esistenza del riscaldamento globale e da presidente ha formalmente dichiarato di non voler applicare l’accordo di Parigi. Solo durante la sua visita in Inghilterra questo giugno ha ammesso che i cambiamenti climatici sono in corso per poi attribuirne la responsabilità a Cina e Russia.



Dall’opposizione americana è arrivata una risoluzione congressuale denominata Green new deal, che ha tra i più accaniti sostenitori proprio Alexandria Ocasio-Cortez: un programma socioeconomico ambizioso che si prefissa di interrompere l’uso dei combustibili fossili per poi traghettare il sistema produttivo statunitense verso l’utilizzo di fonti di energia rinnovabili al 100%, creando contemporaneamente posti di lavoro e stimolando l’economia. Pochi giorni fa la deputata democratica ha dichiarato che il progetto costerebbe agli Stati Uniti 10mila miliardi di dollari, una cifra enorme che rende ancora più chiara la misura della gravità del problema e l’ingente investimento necessario per risolverlo.

In Italia né dal governo né dall’opposizione emergono politiche che sembrano voler rispondere in modo incisivo a questi timori, evidenziando le prospettive limitate dei nostri politici emerse con le ultime elezioni europee, dove in Italia il tema dell’ambiente è stato a malapena toccato nella campagna elettorale. L’indifferenza della classe dirigente è resa ancora più grave dal susseguirsi da mesi di manifestazioni pubbliche, promosse soprattutto da parte della popolazione più giovane – le ultime sono quelle del movimento Global strike for future –, che chiedono di porre nell’agenda politica la nota che riguarda il cambiamento climatico. Nel recente Rapporto sulla sicurezza e l’insicurezza in Italia e in Europa stilato per Demos & Pi e Fondazione Unipolis sono sintetizzate le paure degli italiani in tre indici: “insicurezza globale”, “insicurezza economica” e “insicurezza legata alla criminalità”. La prima voce detiene il primato con il 75% degli intervistati, e tra i punti che la compongono vi sono i timori legati all’inquinamento, alla distruzione 
dell’ambiente e della natura.

 
Manifestanti prendono parte alla ‘Fridays for Future’ in Piazza del Popolo, Roma, 2019

Il dato è importante e indica che in Italia vi è un aumento della preoccupazione sul tema ambientale, ma il rischio, come scrive il sociologo e direttore del rapporto Ilvo Diamanti, è che i timori vengano “normalizzati”. La preoccupazione è che i cittadini accettino di convivere a malincuore con l’emergenza climatica, al massimo scendendo in piazza quando il problema bussa alla loro porta, ma che non li induca a chiedere ai politici di risolverla in maniera sistematica. I cambiamenti climatici influenzano la mancanza di fiducia nel futuro e la conseguente crescita minima della popolazione. È ovvio che la scelta di avere o meno un figlio sia personale e legata a diversi fattori, ma parlando in termini generali, si fanno figli quando si ha fiducia nel futuro, e ai giovani questa manca.

Ilvo Diamanti



L’Italia, in particolare, sta ignorando ogni tipo di politica economica, occupazionale e ambientale per l’avvenire: siamo ingabbiati in discorsi miopi ancorati al “qui e oggi” senza pensare a dove dirigere i nostri sforzi per il futuro. Gli italiani sono ostaggio di una retorica che fomenta le loro paure, incattivendoli, rendendoli cinici e diffidenti su tutto e privandoli della possibilità di sognare un mondo migliore. L’ambiente è il tema che soffre di più la mala politica, perché per essere risolto ha bisogno di un pensiero rivolto a oltre le prossime elezioni. Nel 1852 il capo indiano Seattle rispose all’offerta del governo degli Stati Uniti di acquistare le loro terre che “La Terra su cui viviamo non l’abbiamo ereditata dai nostri padri, l’abbiamo presa in prestito dai nostri figli”. Dobbiamo impegnarci in prima persona e in maniera collettiva per imporre ai nostri politici di attivarsi, anche a livello globale, per la risoluzione del problema: questo è il più grande atto di responsabilità che possiamo fare per chi verrà dopo di noi.

fonte: https://thevision.com

Inquinamento ambientale, l’Istituto Serafico affronta il problema

Inquinamento ambientale, l’Istituto Serafico affronta il problema













L’inquinamento ambientale uccide in Europa 556mila persone l’anno e 7 milioni nel mondo[1]. Si stima inoltre che 9 persone su 10, a livello mondiale, respirino aria contenente alti livelli di sostanze inquinanti, provocando gravi e irreversibili effetti sulla salute: un terzo dei decessi per ictus, cancro ai polmoni e malattie cardiache è causato, infatti, dall’inquinamento atmosferico.
È il drammatico bilancio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che diventa allarme per la salute pubblica globale. Il medesimo allarme è stato lanciato anche da Papa Francesco nella sua enciclica Laudato si’, con la quale esorta l’umanità a prendersi cura della nostra “casa comune”, la Terra. L’enciclica interpella il mondo della salute attraverso la prospettiva dell’ecologia integrale, un paradigma capace di tenere insieme molti temi del prendersi cura e che mette in evidenza una verità importante: tutto è in relazione, collegato e connesso.
Su questi temi si articolerà la sessione “Custodire il creato per una salute integrale”, curata dall’Istituto Serafico di Assisi, che si svolgerà a Caserta il 13 maggio all’interno del XXI convegno nazionale di Pastorale della Salute della CEI.
L’obiettivo principale del Convegno nazionale di Pastorale della Salute della CEI, il cui titolo è “Feriti dal dolore, toccati dalla grazia. La Pastorale della salute che genera il bene”, è mettere a tema la questione dei sensi come strumenti di conoscenza, di diagnosi e cura, di vicinanza e accompagnamento. L’Ufficio nazionale ha chiamato a raccolta associazioni, ordini professionali, enti e strutture che operano nel mondo della salute per conoscersi, scambiarsi idee e costruire nuove alleanze, in una prospettiva che vuole essere multidisciplinare.
«Dopo aver affrontato lo scorso anno il tema della vista, con uno sguardo diverso sulla persona malata, quest’anno affronteremo il tema del tatto, attraverso il rapporto fisico del contatto con le persone malate. Spesso siamo feriti dal dolore, ma bisogna sempre ricordare che esiste un tocco in grado di risanarlo. Così come ci ricorda il Vangelo, Gesù toccava le persone per guarirle, pertanto il tema del tatto è molto forte ed è al contempo strettamente connesso all’ambito scientifico, perché il paziente deve essere toccato per essere curato», dichiara Don Massimo Angelelli, Direttore dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale della Salute della CEI. «Il convegno sarà costituito da 22 sessioni tematiche, tra le quali una estremamente importante sulla custodia del creato curata dall’Istituto Serafico. Siamo tutti responsabili di aver “toccato male” il creato, la nostra Terra è stata maltrattata e adesso le conseguenze si ripercuotono sulla salute delle persone. Dobbiamo quindi imparare a “toccare bene” tutto ciò che ci circonda per poter rispettare e preservare la nostra “casa comune” e la vita da essa custodita, in modo tale da trarne beneficio anziché arrecare danno», sottolinea Don Massimo Angelelli.
La sessione curata dall’Istituto Serafico intende approfondire la stretta relazione che vi è tra ambiente e salute, partendo dalla convinzione che il prendersi cura della persona – intesa nella sua integralità – sia possibile solo attraverso una profonda conversione che parta dal superamento della cura di sé come individuo, verso il prendersi cura di un uomo che è pienamente tale solo quando è in relazione con se stesso, con, gli altri, con il creato e con Dio. Oggi più che mai si avverte la necessità di rispetto e di responsabilità verso la nostra “casa comune”, unici valori in grado di stimolare un impulso che parta dal cuore e dia senso all’azione personale e comunitaria per un crescente sostegno volto alla protezione dell’ambiente.
La mancanza di cura, di rispetto e di responsabilità verso il creato incidono profondamente sulla vita dell’uomo e diventano una costante minaccia per la salute delle persone. La malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua e nell’aria si ripercuote su tutti gli esseri viventi, così come drammaticamente ci raccontano i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Gli stessi cambiamenti climatici influiscono sullo stato di benessere delle persone e le misure che gli Stati adotteranno per combattere il riscaldamento globale sono prima di tutto misure di sanità pubblica”, dichiara Francesca Di Maolo, Presidente dell’Istituto Serafico di Assisi. La dimensione dell’ecologia integrale non è nuova nell’ambito della cura. La salute, nella sua integrità, non è certo una sommatoria di funzioni e per di più estranea all’ambiente in cui la persona vive. Questo potrebbe valere per un essere che può vivere a prescindere dall’aria, dalla terra e dall’acqua, un essere senza interessi, affetti, lavoro, conoscenze e, in definitiva, per un essere senza relazioni. Ma l’uomo è relazione e la cura autentica della vita è inseparabile dalla cura del creato, dalla fraternità, dalla giustizia e da un costante impegno riguardo ai problemi della società. Papa Francesco ci ricorda che “la cura non è della malattia, di un organo o di cellule; la cura è delle persone, nella loro totalità” e che tutto, nel mondo, sia intimamente connesso è evidente nel rapporto ambiente e salute che intendiamo approfondire oggi”, conclude la Presidente Di Maolo.
In quest’ottica, celebrare il Convegno annuale a Caserta rappresenta una scelta simbolica molto importante, perché si tratta di un territorio che è stato duramente ferito. Il percorso di sensibilizzazione della “terra dei fuochi” intrapreso dalle diocesi campane è fondamentale per creare attenzione a livello nazionale su queste tematiche e per contrastare gli effetti dell’isolamento che hanno subito negli ultimi anni. “Bisogna guardare a quel territorio non più come alla “terra dei fuochi”, ma come a un territorio da rispettare e far crescere”, esorta Don Massimo Angelelli.
Infine, non bisogna dimenticare che l’inquinamento atmosferico colpisce soprattutto i più fragili e indifesi, rappresentando una minaccia mortale per oltre il 90% dei bambini di tutto il mondo e influendo negativamente sul loro neurosviluppo e sulle loro capacità cognitive. Basti pensare che solo nel 2016 sono stati 600mila i bambini morti per infezioni acute delle basse vie respiratorie causate da aria tossica[2]. A farne le maggiori spese sono spesso i bambini che vivono nei paesi a basso e medio reddito ed è per questo motivo che Papa Francesco esorta ad ascoltare tanto il grido della Terra quanto il grido dei più bisognosi per fermare il riscaldamento del Pianeta e ridurre le emissioni di gas a effetto serra.  Per maggiori informazioni: www.convegnosalute.it
PROGRAMMA:
CUSTODIRE IL CREATO PER UNA SALUTE INTEGRALE
Sessione a cura dell’Istituto Serafico di Assisi
Lunedì 13 maggio 2019, dalle ore 9.00 alle ore 18.00, sala Leonardo da Vinci 3
Modera l’Avv. Francesca Di Maolo, Presidente Istituto Serafico di Assisi
Ore 9.30 – 13.00
  • Laudato si’ e salute
S.E. Mons. Antonio Di Donna – Vescovo di Acerra
  • Ambiente e salute: dalla genetica all’epigenetica
Prof. Ernesto Burgio – ECERI European Cancer and Environment Research Institute (Bruxelles)
  • Conseguenze per la salute dovuti ai cambiamenti climatici e all’inquinamento atmosferico
Dott.ssa Maria Neira – Direttrice Dipartimento di Sanità Pubblica & Determinanti Ambientali e Sociali dell’OMS, Ginevra
  • Oltre la malattia: ecologia dell’ambiente interiore nelle relazioni di cura
Prof. Sandro Elisei – Direttore Sanitario Istituto Serafico di Assisi
***
Ore 15.00 -18.00
  • Dalla Laudato si’ alla Laudato qui
Padre Enzo Fortunato – Direttore Sala Stampa Sacro Convento di Assisi
  • Dal dato Epidemiologico al principio di precauzione
Dott. Prisco Piscitelli – Epidemiologo, Istituto Scientifico Biomedico Euro Mediterraneo, Brindisi/Bruxelles
  • Abitare il conflitto tra salute, economia e lavoro
Ne discutono:
Dott. Mario Ascolese – Presidente Regionale Associazione Italiana Medici Cattolici (AMCI Campania)
Dott. Vincenzo Mercinelli – Direttore Accademia Mediterranea Economia Civile (AMEC)
Dott.ssa Antonella Litta – Associazione Italiana Medici per l’Ambiente (ISDE)
Dott. Paolo Giarda – Carbotermo S.P.A.

Don Bruno Bignami – Direttore Ufficio Nazionale della CEI per i problemi sociali e il lavoro
fonte: https://www.assisioggi.it/

Glifosato. La storia di Martin, studente che mangia bio ed è comunque contaminato

Martin, studente francese, ha un tasso di glifosato nelle urine 31 volte superiore al massimo consentito. Eppure è attento a ciò che mangia.

















“Ero sicuro che le analisi delle mie urine avrebbero evidenziato la presenza di glifosato, ma non mi aspettavo di certo che i livelli fossero questi”. A parlare è Martin, 26 anni, originario di Tolosa, in Francia, e studente di sociologia dell’ambiente. Come molti altri militanti ecologisti transalpini, negli ultimi mesi si è sottoposto a controlli per identificare la presenza del pesticida – considerato “probabilmente cancerogeno” dall’Organizzazione mondiale della sanità nel luglio del 2015.

In 44 sporgono denuncia contro il glifosato

Ciò che sorprende è che nel suo caso il livello è 31 volte più alto rispetto ai limiti autorizzati. Nonostante sia vegetariano. E nonostante, come molti altri militanti, faccia particolare attenzione a ciò che mangia: “Cerco di privilegiare al massimo i cibi biologici, nonostante le difficoltà che incontrano gli studenti. Avevo l’impressione di fare sufficientemente attenzione…”, ha aggiunto il ragazzo, secondo quanto riportato dalla stampa francese.
glifosato francia
Un tribunale francese ha ritirato l’autorizzazione alla commercializzazione del Roundup Pro 360, a base di glifosato © Remy Gabalda/Afp/Getty Images
Assieme a lui, a sottoporsi alle analisi – in presenza di un ufficiale giudiziario – sono state 44 persone. Che hanno depositato una nuova denuncia per “attentato alla vita altrui”, per “truffa aggravata” e per “compromissione dell’ambiente”. Il tutto nel quadro della campagna “Ho trovato del glifosato nelle mie urine. E tu?”.
Già nello scorso mese di settembre, 60 cittadini dell’Ariège – dipartimento francese della regione Occitania, situato al confine con la Spagna – hanno deciso di depositare un esposto presso il tribunale. Nel loro caso si sono ritrovati con in media 1,43 nanogrammi per millilitro nei campioni prelevati, il che rappresenta 14 volte la dose massima autorizzata nell’acqua potabile.

A gennaio un tribunale di Lione ha messo in discussione il prodotto

L’obiettivo è esercitare pressione affinché l’uso del glifosato – sostanza alla base del prodotto Roundup della Bayer (ex Monsanto) – venga vietato in ragione di un principio di precauzione. Intanto, il 15 gennaio, il tribunale amministrativo francese di Lione ha deciso di annullare l’autorizzazione alla commercializzazione del Roundup Pro 360.
giudici hanno ritenuto che l’Agenzia nazionale per la sicurezza alimentare, ambientale e del lavoro (Anses) abbia “commesso un errore di valutazione in materia di principio di precauzione”. Ciò nel marzo del 2017, quando concesse il proprio via libera all’uso del prodotto. Si tratta, tuttavia, ancora soltanto di una sentenza di primo grado.
fonte: www.lifegate.it