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ICE SALVIAMO API E AGRICOLTORI: TOUR IN 8 CITTA' CON LA BENEDIZIONE DI PAPA FRANCESCO


















COMUNICATO STAMPA

UN TOUR IN 8 TAPPE PER SALVARE API E AGRICOLTORI

Parte oggi il tour dell’alleanza dell’Iniziativa dei Cittadini Europei per salvare api e agricoltori che terminerà il giorno 8 settembre con la benedizione di Papa Francesco



“Salviamo Api e Agricoltori” è il titolo di un'ambiziosa Iniziativa dei ...

Carlo Petrini: il futuro del pianeta nelle mani dei giovani

Terra Futura è il titolo del suo ultimo lavoro, ma è anche un concetto chiave per costruire a partire da oggi il mondo di domani. Durante il 69° Trento Film Festival, Agenzia di Stampa Giovanile ha intervistato Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, sui temi dell’educazione e quindi sui giovani, sull’attivismo e soprattutto sulla responsabilità che le nostre azioni quotidiane hanno nei confronti della natura, dell’ambiente e del futuro.




Carlo Petrini – fondatore dell’associazione Slow Food, ideatore della rete internazionale di Terra Madre e autore di “Terra Futura. Dialoghi con Papa Francesco sull’ecologia integrale” – ha trascorso gran parte della sua vita cercando di promuovere attenzione e cura verso il nostro Pianeta. Lo ha fatto attraverso le armi della scrittura e dell’attivismo, ma soprattutto attraverso il duro lavoro nella ricerca di un dialogo tra società, istituzioni, culture, generazioni. Durante il secondo tempo del 69° Trento Film Festival lo abbiamo intervistato, cercando di concentrare la nostra chiacchierata sul grande obiettivo di Slow Food, sull’educazione e quindi sui giovani, sull’attivismo e soprattutto sulla responsabilità che le nostre azioni quotidiane hanno nei confronti della natura, dell’ambiente e del futuro.

Nel ciclo di incontri con Papa Francesco – dai quali poi è nata la pubblicazione “Terra futura. Dialoghi con Papa Francesco sull’ecologia integrale” – scaturisce la forza delle azioni umane quotidiane e comunitarie. Azioni che possono influenzare in positivo e in negativo il benessere del nostro Pianeta. Che ruolo hanno le scelte alimentari e le azioni a esse connesse nel mantenimento e nella cura ambientale?

Da oltre 30 anni il movimento Slow Food rivendica l’idea del cibo come centro della nostra esistenza. Se oggi la multidisciplinarietà legata al cibo (parlare di alimentazione vuol dire richiamare l’antropologia, la storia, l’economia, la genetica, la biologia etc.) è un’asserzione che cerca di permeare sempre più all’interno la nostra cultura, posso assicurare che sul finire del secolo scorso così non era; anzi, il cibo era addirittura totalmente estraneo al dibattito politico. Questo mi è sempre sembrato irragionevole, soprattutto perché la nostra stessa vita ci è data in quanto noi quotidianamente mangiamo; e dunque, più di qualsiasi altro argomento, il cibo merita di essere trattato con molta attenzione.

Ecco che, insieme all’associazione che ho fondato, siamo arrivati a sostenere che mangiare è un atto politico. Ogni singolo individuo attraverso le sue scelte alimentari non influenza solo il sistema produttivo, ma anche le società, le economie e i territori a esso connesso. Proprio per questo viene da sé che i nostri comportamenti quotidiani, per quanto ci possano sembrare abitudini di poca rilevanza, possono avere un impatto determinante per il nostro benessere, per la salute di tutti gli esseri viventi e per la prosperità della nostra Terra Madre.

Quindi, se da un lato aver portato all’interno dei palazzi del potere anche argomentazioni inerenti al cibo è stato un passo importante, ora è necessario accrescere in ognuno di noi la consapevolezza che tutti i veri cambiamenti, e dunque anche la rivoluzione ecologica di cui necessitiamo, partono dal basso e quindi dalla società civile. Dico di più: ora è necessario che le persone che hanno già sviluppato una forte sensibilità verso le tematiche ecologiche facciano gruppo e muovano azioni comuni volte a sovvertire il paradigma economico imperante, fondato su consumismo e competizione.

In che modo l’associazione Slow Food si impegna per promuovere un’alimentazione “buona, pulita e giusta per tutti”?

La principale caratteristica del nostro movimento è che ogni azione e ogni pensiero vengono promulgati nel pieno rispetto dei territori, delle società e delle culture in cui operiamo. Mi spiego meglio: Slow Food è un’associazione che dalla seconda metà degli anni Ottanta ha accettato la sfida di diffondere a livello internazionale la lotta all’omologazione e alla standardizzazione, ovvero a tutti quei processi sterili basati esclusivamente sul profitto economico che il modello capitalistico stava cercando di propagare ad un mondo sempre più globalizzato.

Il nostro impegno quindi, che mira primariamente a difendere la biodiversità in tutte le sue forme (naturale, agroalimentare, sociale, culturale), è altamente diversificato a seconda dei territori. Sarebbe da stolti concentrarsi su di un unico modello adattabile in ogni area del pianeta: questo modo di ragionare, oltre a essere una logica altamente invasiva e ai limiti del colonialismo, porterebbe esclusivamente a una perdita di biodiversità e quindi a conseguenze catastrofiche per comunità ed ecosistemi. Ecco che le iniziative e i progetti delle nostre condotte italiane non possono essere riportate nelle comunità dell’Africa subsahariana; è necessario che i promotori delle iniziative siano donne e uomini che vivono da vicino il territorio, che conoscono le esigenze delle comunità e che sappiano valorizzare al meglio le peculiarità di ogni regione.

L’educazione è il pilastro fondamentale su cui si deve basare questa rigenerazione ecologica. Una rivoluzione che non riguarda solo i sistemi produttivi e i sistemi economici, ma che deve senza ombra di dubbio rigenerare radicalmente anche il nostro modo di pensare. Allora a chi se non ai giovani, forti della loro fresca e rapida capacità di apprendimento, dobbiamo lasciare il messaggio che tutto è fortemente correlato e che la nostra salute dipende da quella del Pianeta in cui viviamo? Chi dobbiamo esortare, consci degli errori commessi finora, a sovvertire un paradigma che vede il profitto come una variabile di benessere e che non riconosce alcun valore ai beni relazionali e ai beni comuni, se non i futuri cittadini?

C’è però da fare molta attenzione, in quanto il processo educativo passa primariamente dal buon esempio. Se le generazioni più mature non sono disposte a segnare la strada a quelle che verranno, queste ultime si troveranno disorientate in un mondo che non sarà più in grado di generare salubrità e benessere per tutti. Anche in questo caso la soluzione è il dialogo. Un dialogo intergenerazionale in grado di confrontare la forza impulsiva, l’energia e la creatività dei giovani con l’esperienza, la saggezza e le suggestioni dei più “anziani”.

Inoltre sono fortemente convinto che, affinché si voglia diffondere un’educazione efficiente e strumentale all’elaborazione autonoma di pensieri critici e più consapevoli, il dialogo deve anche instaurarsi tra saperi scientifici, accademici e saperi tradizionali, popolari. Questo è il modello educativo che necessitiamo: un approccio che mi piace definire olistico, in grado di coniugare discipline umanistiche a materie scientifiche e che dal 2004, con la fondazione dell’Università di Scienze Gastronomiche, a Pollenzo cerchiamo di applicare.

Ritiene che il movimento ambientalista giovanile Fridays For Future possa portare dei risultati concreti? In che modo la voce dei giovani può essere ascoltata dalle istituzioni?

Voglio partire da una semplice riflessione: il futuro non è di certo di Carlo Petrini. Il futuro è dei giovani e se le cose non cambiano in maniera sostanziale, quando i diciottenni di oggi avranno la mia età vivranno in un mondo più che mai inquinato, poco salubre e con la fertilità dei terreni estremamente compromessa. Per non parlare degli ecosistemi marini, i quali già oggi si trovano a un punto di non ritorno. Ecco che i movimenti dei giovani sono di primaria importanza per il tessuto sociale di oggi e per il futuro di domani. Necessitiamo di questi gruppi che non si fermano solo alla propaganda o all’attivismo sterile, ma data l’energia e l’imperturbabilità propria delle giovani generazioni sono disposti a mettersi in prima linea nel concretizzare buone opere e azioni virtuose sia in campo sociale, sia in campo ambientale.

Io credo che arrivati a questo punto le istituzioni non possano far altro che ascoltare la voce dei giovani e appoggiarli nelle loro lotte. Vorrei dire a questi nuovi rappresentanti della società civile che il tempo è dalla loro parte e che tra qualche anno saranno loro a occupare ruoli istituzionali. Ma non per questo devono accomodarsi e aspettare il loro turno, anzi. Condivisione e cooperazione saranno i valori di cui avvalersi per portare avanti le loro sfide e proprio per questo tengo a dare loro due suggestioni. Le comunità del futuro dovranno per forza di cose essere basate sull’austera anarchia e sull’intelligenza affettiva.

Con austera anarchia intendo la capacità di prendere decisioni autonome, consapevoli e volte al bene comune. A differenza del rigido modello organizzativo che ha caratterizzato la nostra società da più di un secolo a questa parte, nelle comunità l’impegno e le progettualità nascono dalla cooperazione e dal confronto; sto parlando di una nuova organizzazione fluida che si modifica a seconda delle esigenze e dell’apporto che i singoli possono offrire in un dato momento.

Il tutto regge solo ed esclusivamente se alla base delle comunità c’è l’intelligenza affettiva, cioè quel sentimento che lega ogni singolo individuo a una comunità di destino con cui condivide un percorso comune e che per questo è in grado di garantire il rispetto di ogni individualità. In altre parole, l’identificazione in un progetto comune genera una spontanea rete di relazioni e di vicinanze, che non può essere scalfita dall’esterno. Un collante molto più efficace di qualsiasi adesione formale o regola imposta dall’alto.



I disastri climatici, la mancanza di risorse, la distruzione degli ecosistemi, lo sfruttamento del terreno e il watergrabbing stanno causando molte problematiche soprattutto alle persone più svantaggiate, costrette a migrare e abbandonare le proprie abitazioni. A livello globale, perché secondo lei il grido d’aiuto delle persone è poco ascoltato e messo in secondo piano? Pensa che la logica del profitto stia sovrastando la giustizia sociale?

Come dicevo, un paradigma basato solo su consumo e profitto e che non lascia spazio al valore dei beni relazionali e dei beni comuni, oltre a essere disastroso e pericoloso è anche perdente. Questo è più che mai evidente, lo stanno dimostrando gli effetti sugli ecosistemi ma anche quelli sulla nostra stessa salute: a mio modo di vedere hanno ragione quegli scienziati che sostengono che anche questa terribile pandemia è una risposta della natura al depauperamento e alla sofferenza che le stiamo causando da decenni.

Se noi non riusciamo a ricucire al più presto i forti legami con gli ecosistemi in cui viviamo, è ormai sotto gli occhi di tutti che anche a livello sociale vivremo dei grandi disagi. Risulta necessario quindi saper cogliere quanti più insegnamenti possibili da questo ultimo anno e mezzo. Proprio come l’epidemia, usciremo dalla crisi sociale – e quindi anche da quella economica – solo quando tutti saremo immunizzati da un modello che ha fatto di consumi bulimici e competitività la sua essenza. Per far sì che questo avvenga cooperazione e condivisione giocano ancora una volta un ruolo fondamentale: non possiamo più permetterci che nessuno venga lasciato indietro.

A questo proposito, concludo riprendendo dalla Laudato Si’ uno dei concetti fondamentali e allo stesso tempo più rivoluzionari dell’enciclica di Papa Francesco: “Oggi non possiamo fare a meno di riconoscere che un vero approccio ecologico diventa sempre un approccio sociale, che deve integrare la giustizia nelle discussioni sull’ambiente, per ascoltare tanto il grido della terra quanto il grido dei poveri”. Ecco che in tema di esempi, in tema di educazione all’ecologia e in tema di trovare un faro da seguire in questo particolare momento storico, Bergoglio risulta essere la figura più attenta, sensibile, propositiva e influente a livello globale. Consiglio a tutti dunque di leggere le sue encicliche e di far propri gli insegnamenti rigenerativi che questo straordinario Pontefice vuole infondere per curare la nostra società.

Clicca qui per l’articolo originale.

fonte: www.italiachecambia.org



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La guerra del combustibile dai rifiuti. I comitati del no scrivono anche al Papa

Dopo la sentenza del Tar che ha riconfermato la validità del decreto del 2013 si organizzano le associazioni contrarie all’uso del Combustibile solido secondario


Dopo la sentenza del Tar Lazio, 60 comitati di tutt’Italia contrari all’uso del combustibile solido secondario si organizzano e scrivono lettere aperte al ministro dell'Ambiente, Sergio Costa, al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e otto di questi comitati si sono rivolti perfino al Papa Francesco. Chiedono che venga annullato il decreto che nel 2013 ne aveva definito le modalità d’uso.

Il decreto del 2013
Nel 2013 il ministro dell’Ambiente (era Corrado Clini) emanò un decreto applicativo per determinare gli standard di produzione e utilizzo del combustibile solido secondario (Css) in linea con il resto d’Europa. Il Css deve essere ottenuto da rifiuti selezionati, come carta e plastica, privi di componenti pericolose, e può essere utilizzato in sostituzione di combustibili più inquinanti come carbone o pet coke da petrolio in impianti come cementifici e centrali elettriche, a patto che le emissioni non siano quelle permissive consentite ai combustibili fossili negli impianti industriali bensì quelle molto rigorose imposte alla combustione di rifiuti.

La sentenza del Tar
Circa 180 cittadini della val d’Arda (Piacenza) insieme con alcune associazioni avevano fatto ricorso al Tar contro la Regione Emilia-Romagna per l’autorizzazione concessa in base al decreto al cementificio Buzzi Unicem di Vernasca. Il Tar ha invece dato ragione al cementificio e alla Regione, bocciando in modo netto la posizione dei comitati piacentini, per esempio rigettando la definizione estensiva di principio di precauzione. Secondo i giudici amministrativi, l’impatto sulla salute umana è documentato dagli atti e “non è contraddetto con argomenti specifici di segno contrario”. Le contestazioni sull’aumento del traffico di camion per alimentare il forno di cementeria riguarderebbero “6/8 mezzi al giorno nell’ipotesi estrema, ritenendola pienamente sostenibile dal punto di vista dell’ambientale e della salute”. Secondo i giudici l’accusa che il combustibile solido secondario avrebbe prodotto emissioni peggiori rispetto al pet coke è stata smentita dall’andamento delle emissioni: le “conseguenti variazioni negative”, dicono i magistrati, “sono smentiti dal rilievo effettuato a processo avviato”.

La lettera aperta di 60 comitati
Per questo motivo, 60 comitati hanno mandato una lettera aperta al ministro dell'Ambiente, Sergio Costa, e per conoscenza a quello della Salute, Roberto Speranza.
I comitati sottoscrittori sono di ogni tipo e tra i promotori vi sono gli attivissimi comitati di Gubbio, quelli di Monselice e ovviamente quelli di Piacenza, ma la lettera è stata sottoscritta anche da altre associazioni. Qualche nome: Acqua Bene Comune di Pistoia, Antipuzza di Assisi, Basta Nocività in Val d’Arda, Coppula Tisa, Giustizia per Taranto, Gubbio Salute Ambiente, Isde, Lasciateci Respirare, Legamjonici, Legge Rifiuti Zero, Mamme contro l’Inceneritore, Mamme Libere per la Tutela dei Figli, Mamme No Pfas, Medicina Democratica, Movimento Sconforto Generale, No Antenna, Obiettivo Periferia, Rete Mamme da Nord a Sud, Salute Pubblica, Stop Solvay, Stop Veleni, Umbria Rifiuti Zero, Wwf Perugia, Wwf Salento, Zero Waste Lazio.

Che cosa dicono
Nella lunga e dettagliata lettera, 16 pagine di cui la metà di testo e la metà di firme, si chiede di abrogare il decreto del ministero dell'Ambiente n° 22 del 14 febbraio 2013 e di scongiurare l’approvazione di qualunque altro provvedimento per l’incenerimento e il coincenerimento di rifiuti e loro derivati.
A parere dei comitati, “la combustione di Css nei cementifici non è affatto un contributo alla gestione dei rifiuti e non può configurarsi come la “chiusura del ciclo”. Essa non rappresenta neanche una soluzione migliorativa riguardo all'inquinamento da CO2 prodotto dagli impianti di produzione del cemento, alimentati purtroppo con combustibili derivati per lo più dagli scarti del petrolio, perché più economici rispetto ad altri. Sostituire con i CSS una quota di pet-coke, il peggiore tra i combustibili fossili (a sua volta, in ultima analisi, un “rifiuto”), anche se il più utilizzato nei cementifici, potrebbe ridurre alcuni inquinanti gassosi, come gli ossidi di azoto, ma questa riduzione non è affatto significativa”.
Oltre alle emissioni, andrebbe considerato l’inglobamento delle ceneri prodotte dalla combustione dei rifiuti nel prodotto finale, “vale a dire quel cemento che ritroviamo poi nelle nostre case, scuole, ospedali e strade”.

Chi usa questo combustibile
Sono più di 20 le cementerie italiane autorizzate a sostituire il pet coke con Css e, secondo l’industria del cemento, il nostro Paese è arretrato rispetto agli altri dell’Unione europea: il tasso di sostituzione calorica con combustibili di recupero è oggi al 20,7%, mentre in Germania i combustibili derivati dai rifiuti rappresentano due terzi dei consumi. È un contributo a ridurre la pressione dei rifiuti nelle discariche. Secondo Federbeton, usare questi combustibili alternativo “nel solco dell’economia circolare e dell’impegno alla mitigazione dei cambiamenti climatici” è necessario “un intervento da parte della politica a favore del superamento della sindrome Nimby (acronimo di Not in my back yard), così come la semplificazione dei processi autorizzativi, di durata incerta, che scoraggiano le aziende dal porre in essere investimenti, anche economicamente onerosi, senza alcuna ragionevole certezza sugli esiti dei procedimenti”.

fonte: www.e-gazette.it

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Istruzioni per un nuovo mondo di Guido Viale

Sono già trascorsi cinque anni dalla Laudato si’. L’associazione milanese che prende il nome dall’enciclica di Francesco pubblica ora “Niente di questo mondo ci risulta indifferente”, un libro di grande utilità in cui si abbozzano alcune risposte (le più importanti) non solo ai grandi problemi della nostra epoca, ma anche a molti altri, di apparente minore importanza, con cui i primi si intersecano. Senza questo intreccio tra il grande e il piccolo, tra l’alto e il basso, tra il fondamentale e il minuto, non si costruisce una prassi, cioè non si ritrova il bandolo di ciò che veramente conta né si riesce a risalire da ciò che è alla nostra portata (il locale) a ciò che riguarda tutti: il globale

Guido Viale


Foto di Riccardo Troisi

Niente di questo mondo ci risulta indifferente, a cura di Daniela Padoan (304 pagine, Interno4 Edizioni), è il risultato del lavoro svolto nel corso di più di un anno dall’associazione milanese Laudato si’. Questo libro esce a cinque anni esatti dalla divulgazione di quell’importantissimo documento. Il titolo è tratto da una frase dell’enciclica di papa Francesco a cui l’associazione si ispira.

In quell’enciclica, come nel lavoro dell’associazione, il tema dei rifiuti o, meglio, degli scarti, occupa un posto centrale. Da un lato gli scarti materiali, che sono il risultato di un approccio alla produzione che si estrinseca in una economia lineare: prelievo di risorse vergini, sia rinnovabili che non rinnovabili, dall’ambiente; loro trasformazione in beni di consumo o mezzi di produzione; generazione di scarti sia nel corso della produzione che a conclusione del ciclo di consumo, per “riconsegnarli” all’ambiente in forme e con modalità che non ne consentono né l’inserimento in un nuovo ciclo produttivo (riciclo) né l’inclusione in un nuovo ciclo biologico senza pregiudicare l’equilibrio degli ecosistemi.

Il degrado ambientale e l’inquinamento sempre meno sostenibile sono la conseguenza diretta dell’economia lineare, a cui Francesco contrappone – ma ormai, a livello di enunciazione, sono tutti d’accordo, tranne poi non prendere alcun impegno pratico per tradurla in realtà – i principi di un’economia circolare, che riduca drasticamente i prelievi di risorse vergini ed elimini gli scarti, perché, come fa la natura con i suoi cicli vitali, alimenta ogni nuovo processo produttivo con i residui di quelli precedenti.

La produzione di scarti non si limita alla dimensione materiale dei processi produttivi, ma investe anche i rapporti sociali: chi si abitua a sbarazzarsi delle cose che non gli servono più senza preoccuparsi di accompagnarle verso processi che ne consentano la rigenerazione finisce per adottare lo stesso comportamento verso gli esseri umani, sia in campo economico che nelle relazioni e persino nelle amicizie più strette.

Coloro che non ci servono più, o che non sono più di alcuna utilità pratica, sia come produttori che come consumatori, per il funzionamento del sistema economico sono anch’essi scarti: “rifiuti umani”, residui sociali, ingombri di cui sbarazzarsi nel più breve tempo possibile e al più basso costo possibile, in quelle discariche dell’umanità che sono le tante forme di emarginazione a cui vengono condannate persone, comunità o intere popolazioni considerate superflue.

Tra questi due processi il legame è strettissimo: a pagare maggiormente i costi del degrado dell’ambiente sono coloro che l’economia lineare ha messo ai margini dei suoi processi.

Ho deciso di recensire questo libro, nonostante abbia contribuito alla sua stesura insieme a decine di altri co-autori, perché lo ritengo uno strumento di grande utilità per il lavoro di divulgazione in cui è impegnata l’associazione di cui faccio parte: in esso si abbozzano alcune risposte (le più importanti) non solo ai grandi problemi della nostra epoca, ma anche a molti altri, di apparente minore importanza, con cui i primi si intersecano.

Senza questo intreccio tra il grande e il piccolo, tra l’alto e il basso, tra il fondamentale e il minuto, non si costruisce una prassi, cioè non si ritrova il bandolo di ciò che veramente conta né si riesce a risalire da ciò che è alla nostra portata (il locale) a ciò che riguarda tutti: il globale.

Questa convinzione mi viene dalla consapevolezza – che credo di condividere con tutti i co-autori di questo testo – che la strada verso questo modo di rapportarsi al nostro tempo è già stata aperta dall’enciclica Laudato sì di papa Francesco, che ne ha focalizzato i principi portanti e che fa da sottofondo a tutti i paragrafi in cui si articola il libro.

Si tratta, per riportare a una formulazione semplice un ragionamento ricco di articolazioni, di profondità e di spessore, di due assunti di fondo tra loro strettamente connessi.

Foto di Riccardo Troisi

Il primo asserisce che a subire maggiormente i danni del degrado dell’ambiente sono i poveri della Terra: nel duplice risvolto di classi, gruppi e individui che si trovano al fondo della piramide sociale in ogni paese e di abitanti dei paesi segnati per sempre dalla dominazione coloniale nei confronti di chi di questa ha in vario modo tratto beneficio o lo trae tuttora.

I primi, relegati nei quartieri e nelle zone più inquinate e meno fornite di servizi pubblici delle città; tutti gli altri negli slum delle metropoli di paesi mai veramente usciti dalla sostanza di una condizione coloniale, in territori devastati e impoveriti dal saccheggio delle loro risorse e dagli effetti dei cambiamenti climatici ormai in corso da tempo.

In termini “geopolitici” sono da un alto gli abitanti dei paesi industrializzati o emergenti e dall’altro quelli di territori e nazioni che non si possono più chiamare né “sottosviluppati”, né “in via di sviluppo”, perché è ormai appurato che la loro storia coloniale e post-coloniale li ha in realtà condannati all’esclusione crescente e permanente dai benefici che abitanti di altre nazioni possono aver tratto da ciò che ha accompagnato per alcuni secoli la “civiltà industriale” e il dominio coloniale.

Di fatto, però, ogni paese del pianeta ha ormai al suo interno – per ricorrere a un’espressione ormai in disuso – il suo “Terzo Mondo”, così come in ogni paese c’è chi beneficia dei tanti processi di esclusione dei più.

Sono dunque i poveri della Terra, in questa duplice accezione, che hanno un vitale interesse a salvare l’ambiente per salvare se stessi. Non c’è per loro prospettiva di emancipazione se non facendo propri gli obiettivi di una radicale conversione ecologica – un’espressione introdotta da Alex Langer oltre 25 anni fa, ripresa con convinzione da questa enciclica – di tutto l’assetto sociale ed economico in cui è ormai immersa l’intera specie umana. Giustizia sociale e giustizia ambientale, rispetto di tutta la vita sulla Terra e salvaguardia dei diritti fondamentali di ogni essere umano non possono procedere disgiunti: sono la stessa cosa.

Questo ci introduce al secondo assunto fondamentale che attraversa l’enciclica e che, come il primo, è un filo conduttore di tutta l’articolazione dei temi sviluppati in questo testo: la Terra, il pianeta su cui e dei cui frutti viviamo, il “creato” – per usare il termine a cui fa principalmente riferimento l’enciclica – non ci appartiene, siamo noi che apparteniamo alla Terra.

Alla sua salvaguardia è indissolubilmente legato il destino della nostra specie, ma anche quello di ciascun individuo, come quello di tutto il vivente – di ogni essere animale o vegetale, anche il più apparentemente insignificante, come sottolinea papa Francesco – ciascuno dei quali ha una propria dignità, che deve essere rispettata anche quando decidiamo di potercene o dovercene servire.

Viene così sanzionata la fine di una visione antropocentrica che dagli esordi delle civiltà e con poche eccezioni – molte delle quali ancora vive tra le popolazioni native meno toccate da influenze “civilizzatrici” di matrice occidentale – ci ha condotti fino all’epoca attuale.

Molti le attribuiscono ormai la denominazione di antropocene, perché è la stessa struttura geologica del pianeta, oltre alla corsa all’estinzione di decine di migliaia di specie viventi, a risultare ormai fondamentalmente determinate dall’intervento umano.

Foto di Riccardo Troisi

Si tratta di una strada senza sbocchi, che negli ultimi decenni ha subito un’accelerazione che ci ha già sospinti sull’orlo di un baratro da cui potrebbe non esserci più ritorno e che l’enciclica, come nessun altro documento politico al mondo, denuncia con la determinazione di un anatema. Guai a non invertire rotta! Ma come?

Questo “come”, a cui questo libro non pretende certo di dare risposte definitive, ha spinto a costituire e a tenere in vita da ormai cinque anni un’associazione che prende il nome dall’enciclica e da molti più anni, chi individualmente e chi in altre aggregazioni, a dar vita a un processo di elaborazione condivisa: aprendolo ai contributi di un arco molto vario di approcci sia culturali o politici – ma non partitici – sia di “buone pratiche”, fino a sviluppare, per punti e sottopunti, un documento che ha lo scopo di aiutare i lettori a chiarirsi sulla posizione da prendere nei confronti dei tanti problemi trattati.

Molti di noi nel corso di questo percorso hanno potuto verificare come lo sforzo di collegare con un filo rosso i vari problemi su cui venivamo chiamati a pronunciarci nel corso di dibattiti o confronti – prima svolti in presenza, poi, negli ultimi mesi, solo on line – abbia facilitato enormemente il nostro lavoro di divulgazione, la capacità di capire e farsi capire. Soprattutto se con il termine divulgazione non intendiamo la banalizzazione di una questione, ma lo sforzo per portare allo scoperto il modo in cui questioni tecniche o argomenti anche complessi si intersecano con le esperienze della vita quotidiana a cui tutti possono fare riferimento. Basta guarda all’insieme dei capitoli, ciascuno dei quali si articola in 15-20 paragrafi, per rendersi conto della complessità di questo lavoro.


Da oggi e fino al 28 maggio, Niente di questo mondo ci risulta indifferente, a cura di Daniela Padoan (304 pagine, Interno4 Edizioni) è in vendita promozionale, in formato e-book, al prezzo di soli 4,45 euro. Dal 28, in formato cartaceo, costerà tre volte tanto. Chi è interessato può affrettarsi a ordinarlo e scaricarlo su Ibs, Feltrinelli, Mondadori e Amazon




fonte: https://comune-info.net



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Inquinamento ambientale, l’Istituto Serafico affronta il problema

Inquinamento ambientale, l’Istituto Serafico affronta il problema













L’inquinamento ambientale uccide in Europa 556mila persone l’anno e 7 milioni nel mondo[1]. Si stima inoltre che 9 persone su 10, a livello mondiale, respirino aria contenente alti livelli di sostanze inquinanti, provocando gravi e irreversibili effetti sulla salute: un terzo dei decessi per ictus, cancro ai polmoni e malattie cardiache è causato, infatti, dall’inquinamento atmosferico.
È il drammatico bilancio dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, che diventa allarme per la salute pubblica globale. Il medesimo allarme è stato lanciato anche da Papa Francesco nella sua enciclica Laudato si’, con la quale esorta l’umanità a prendersi cura della nostra “casa comune”, la Terra. L’enciclica interpella il mondo della salute attraverso la prospettiva dell’ecologia integrale, un paradigma capace di tenere insieme molti temi del prendersi cura e che mette in evidenza una verità importante: tutto è in relazione, collegato e connesso.
Su questi temi si articolerà la sessione “Custodire il creato per una salute integrale”, curata dall’Istituto Serafico di Assisi, che si svolgerà a Caserta il 13 maggio all’interno del XXI convegno nazionale di Pastorale della Salute della CEI.
L’obiettivo principale del Convegno nazionale di Pastorale della Salute della CEI, il cui titolo è “Feriti dal dolore, toccati dalla grazia. La Pastorale della salute che genera il bene”, è mettere a tema la questione dei sensi come strumenti di conoscenza, di diagnosi e cura, di vicinanza e accompagnamento. L’Ufficio nazionale ha chiamato a raccolta associazioni, ordini professionali, enti e strutture che operano nel mondo della salute per conoscersi, scambiarsi idee e costruire nuove alleanze, in una prospettiva che vuole essere multidisciplinare.
«Dopo aver affrontato lo scorso anno il tema della vista, con uno sguardo diverso sulla persona malata, quest’anno affronteremo il tema del tatto, attraverso il rapporto fisico del contatto con le persone malate. Spesso siamo feriti dal dolore, ma bisogna sempre ricordare che esiste un tocco in grado di risanarlo. Così come ci ricorda il Vangelo, Gesù toccava le persone per guarirle, pertanto il tema del tatto è molto forte ed è al contempo strettamente connesso all’ambito scientifico, perché il paziente deve essere toccato per essere curato», dichiara Don Massimo Angelelli, Direttore dell’Ufficio Nazionale per la Pastorale della Salute della CEI. «Il convegno sarà costituito da 22 sessioni tematiche, tra le quali una estremamente importante sulla custodia del creato curata dall’Istituto Serafico. Siamo tutti responsabili di aver “toccato male” il creato, la nostra Terra è stata maltrattata e adesso le conseguenze si ripercuotono sulla salute delle persone. Dobbiamo quindi imparare a “toccare bene” tutto ciò che ci circonda per poter rispettare e preservare la nostra “casa comune” e la vita da essa custodita, in modo tale da trarne beneficio anziché arrecare danno», sottolinea Don Massimo Angelelli.
La sessione curata dall’Istituto Serafico intende approfondire la stretta relazione che vi è tra ambiente e salute, partendo dalla convinzione che il prendersi cura della persona – intesa nella sua integralità – sia possibile solo attraverso una profonda conversione che parta dal superamento della cura di sé come individuo, verso il prendersi cura di un uomo che è pienamente tale solo quando è in relazione con se stesso, con, gli altri, con il creato e con Dio. Oggi più che mai si avverte la necessità di rispetto e di responsabilità verso la nostra “casa comune”, unici valori in grado di stimolare un impulso che parta dal cuore e dia senso all’azione personale e comunitaria per un crescente sostegno volto alla protezione dell’ambiente.
La mancanza di cura, di rispetto e di responsabilità verso il creato incidono profondamente sulla vita dell’uomo e diventano una costante minaccia per la salute delle persone. La malattia che avvertiamo nel suolo, nell’acqua e nell’aria si ripercuote su tutti gli esseri viventi, così come drammaticamente ci raccontano i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Gli stessi cambiamenti climatici influiscono sullo stato di benessere delle persone e le misure che gli Stati adotteranno per combattere il riscaldamento globale sono prima di tutto misure di sanità pubblica”, dichiara Francesca Di Maolo, Presidente dell’Istituto Serafico di Assisi. La dimensione dell’ecologia integrale non è nuova nell’ambito della cura. La salute, nella sua integrità, non è certo una sommatoria di funzioni e per di più estranea all’ambiente in cui la persona vive. Questo potrebbe valere per un essere che può vivere a prescindere dall’aria, dalla terra e dall’acqua, un essere senza interessi, affetti, lavoro, conoscenze e, in definitiva, per un essere senza relazioni. Ma l’uomo è relazione e la cura autentica della vita è inseparabile dalla cura del creato, dalla fraternità, dalla giustizia e da un costante impegno riguardo ai problemi della società. Papa Francesco ci ricorda che “la cura non è della malattia, di un organo o di cellule; la cura è delle persone, nella loro totalità” e che tutto, nel mondo, sia intimamente connesso è evidente nel rapporto ambiente e salute che intendiamo approfondire oggi”, conclude la Presidente Di Maolo.
In quest’ottica, celebrare il Convegno annuale a Caserta rappresenta una scelta simbolica molto importante, perché si tratta di un territorio che è stato duramente ferito. Il percorso di sensibilizzazione della “terra dei fuochi” intrapreso dalle diocesi campane è fondamentale per creare attenzione a livello nazionale su queste tematiche e per contrastare gli effetti dell’isolamento che hanno subito negli ultimi anni. “Bisogna guardare a quel territorio non più come alla “terra dei fuochi”, ma come a un territorio da rispettare e far crescere”, esorta Don Massimo Angelelli.
Infine, non bisogna dimenticare che l’inquinamento atmosferico colpisce soprattutto i più fragili e indifesi, rappresentando una minaccia mortale per oltre il 90% dei bambini di tutto il mondo e influendo negativamente sul loro neurosviluppo e sulle loro capacità cognitive. Basti pensare che solo nel 2016 sono stati 600mila i bambini morti per infezioni acute delle basse vie respiratorie causate da aria tossica[2]. A farne le maggiori spese sono spesso i bambini che vivono nei paesi a basso e medio reddito ed è per questo motivo che Papa Francesco esorta ad ascoltare tanto il grido della Terra quanto il grido dei più bisognosi per fermare il riscaldamento del Pianeta e ridurre le emissioni di gas a effetto serra.  Per maggiori informazioni: www.convegnosalute.it
PROGRAMMA:
CUSTODIRE IL CREATO PER UNA SALUTE INTEGRALE
Sessione a cura dell’Istituto Serafico di Assisi
Lunedì 13 maggio 2019, dalle ore 9.00 alle ore 18.00, sala Leonardo da Vinci 3
Modera l’Avv. Francesca Di Maolo, Presidente Istituto Serafico di Assisi
Ore 9.30 – 13.00
  • Laudato si’ e salute
S.E. Mons. Antonio Di Donna – Vescovo di Acerra
  • Ambiente e salute: dalla genetica all’epigenetica
Prof. Ernesto Burgio – ECERI European Cancer and Environment Research Institute (Bruxelles)
  • Conseguenze per la salute dovuti ai cambiamenti climatici e all’inquinamento atmosferico
Dott.ssa Maria Neira – Direttrice Dipartimento di Sanità Pubblica & Determinanti Ambientali e Sociali dell’OMS, Ginevra
  • Oltre la malattia: ecologia dell’ambiente interiore nelle relazioni di cura
Prof. Sandro Elisei – Direttore Sanitario Istituto Serafico di Assisi
***
Ore 15.00 -18.00
  • Dalla Laudato si’ alla Laudato qui
Padre Enzo Fortunato – Direttore Sala Stampa Sacro Convento di Assisi
  • Dal dato Epidemiologico al principio di precauzione
Dott. Prisco Piscitelli – Epidemiologo, Istituto Scientifico Biomedico Euro Mediterraneo, Brindisi/Bruxelles
  • Abitare il conflitto tra salute, economia e lavoro
Ne discutono:
Dott. Mario Ascolese – Presidente Regionale Associazione Italiana Medici Cattolici (AMCI Campania)
Dott. Vincenzo Mercinelli – Direttore Accademia Mediterranea Economia Civile (AMEC)
Dott.ssa Antonella Litta – Associazione Italiana Medici per l’Ambiente (ISDE)
Dott. Paolo Giarda – Carbotermo S.P.A.

Don Bruno Bignami – Direttore Ufficio Nazionale della CEI per i problemi sociali e il lavoro
fonte: https://www.assisioggi.it/

Anche il Papa si schiera contro l’inquinamento da plastica

Nella Giornata Mondiale di Preghiera per la cura del creato, il Pontefice rinnova la richiesta a sposare la lotta ambientale, invitando a custodire l’acqua come bene inestimabile





















Dobbiamo riconoscerlo: non abbiamo saputo custodire il creato con responsabilità. La situazione ambientale, a livello globale così come in molti luoghi specifici, non si può considerare soddisfacente”. Così Papa Francesco ha rinnovato il suo messaggio ambientalista in occasione della Giornata Mondiale di Preghiera per la cura del creato. Un messaggio che oggi affina la mira su una delle questioni ritenuti più urgenti a livello internazionale: la protezione delle risorse idriche, bene unico e sempre più a rischio. “Desidero richiamare l’attenzione sulla questione dell’acqua, elemento tanto semplice e prezioso, a cui purtroppo poter accedere è per molti difficile se non impossibile”, scrive il Pontefice nella missiva dedicata alla comunità cristiana. “Dare da bere, nel villaggio globale, non comporta solo gesti personali di carità, ma scelte concrete e impegno costante per garantire a tutti il bene primario dell’acqua”.

L’accesso universale alle risorse idriche richiede a monte anche un impegno affinché queste risorse siano protette e tutelate sotto il profilo ambientale. Ecco perché Papa Bergoglio ha richiamato l’attenzione sullo stato di salute di quello che oggi viene definito, a ragione, l’oro blu. “Custodire ogni giorno questo bene inestimabile rappresenta oggi una responsabilità ineludibile, una vera e propria sfida: occorre fattiva cooperazione tra gli uomini di buona volontà per collaborare all’opera continua del Creatore”.
Non solo le risorse potabili ma l’acqua in generale: il capo della Chiese cattolica ha fatto riferimento alla questione di mari e oceani e al principale problema su cui si sta schierando l’azione ambientalista globale: l’inquinamento da plastica.

Le cifre delle Nazioni Unite hanno rivelato che ogni anno otto milioni di tonnellate di rifiuti finiscono nell’oceano, uccidendo la vita marina ed entrando direttamente nella catena alimentare umana. Secondo le stime degli scienziati, entro il 2030, la plastica in mare potrebbe superare il numero di pesci.  Non solo. Gli autori di uno studio condotto presso l’Università Hawaii hanno recentemente riportato un altro buon motivo per raddoppiare gli sforzi globali per combatter l’inquinamento da plastica: quando questi polimeri fossili si decompongono emettono tracce di metano ed etilene, due potenti gas serra, e il tasso di emissione aumenta col tempo.  Un contributo al riscaldamento globale finora sottovalutato.
Non possiamo permettere che i mari e gli oceani si riempiano di distese inerti di plastica galleggiante”,spiega il Papa. “Anche per questa emergenza siamo chiamati a impegnarci […]operando come se tutto dipendesse da noi”.

fonte: www.rinnovabili.it