Antropocene, l’impronta umana cambia la geologia
Secondo geologi e scienziati del
gruppo di lavoro Anthropocene oggi ci troviamo a vivere in una nuova fase della linea geologica del tempo, chiamata, appunto, Antropocene.
Collocata dopo l’
Olocene (iniziato 11.700 anni fa) l’epoca umana sarebbe iniziata a partire dalla metà del XX secolo, quando l’umanità ha iniziato a mettere in atto processi che hanno provocato cambiamenti duraturi e talvolta irreversibili. La tesi degli studiosi, dunque, è che l’uomo, ospite su un pianeta di oltre 4,5 miliardi di anni, abbia portato (in diecimila anni di civiltà moderna) l’
ecosistema oltre i suoi limiti naturali, trasformandosi da partecipante alla vita sulla Terra ad agente “in grado di influenzare l’ambiente e i suoi processi più di tutte le altre forze naturali combinate”. Nel film Antropocene, l’epoca umana cerca di restituire visivamente gli effetti di questo impatto.
La trama e i luoghi del documentario
Per realizzare il loro progetto e dimostrare questa tesi, i tre registi hanno viaggiato quattro anni intorno al mondo, immortalando immagini che parlano da sole. Scenari surreali capaci di scuotere le coscienze, come nelle intenzioni dei filmaker, consapevoli che “Il mondo sta cambiando a una velocità tale che è fondamentale comunicarlo nel modo più potente possibile al maggior numero di persone possibile”.
Le miniere di fosfato in Florida. Le quantità di fosfato (azoto e potassio) nel terreno sono raddoppiate nell’ultimo secolo. Usati come fertilizzanti essi hanno causato il più grande cambiamento nel ciclo nutrizionale dell’ecosistema in 2,5 miliardi di anni. © Burtynsky
Dall’Africa alla Siberia, bracconaggio ed estrazione
In questo excursus, Antropocene ci porta nella riserva di
Ol Pejeta, in Kenia, dove si tenta di preservare l’esistenza di
rinoceronti ed
elefanti, messa in serio pericolo dal
bracconaggio. Qui assistiamo allo straziante rituale della cremazione di migliaia di zanne di elefante, sottratte ai sanguinosi bottini della criminalità. Un funereo falò che diventa il simbolo del documentario stesso, raccontando tutta la miseria e il paradosso dell’avidità umana. Un’avidità che stermina e distrugge e a cui solo l’uomo stesso può rimediare, invertendo la rotta delle proprie azioni. Dall’Africa ci spostiamo a
Norilsk in Siberia, uno dei luoghi più inquinati al mondo e noto come città del nichel, in cui tutto ruota attorno all’industria dell’
estrazione mineraria.
Dalle cave di marmo di Carrara alle miniere di lignite in Germania
Da lì si va in Europa, in luoghi dove l’intervento umano ha ormai irrimediabilmente mutato l’aspetto della superficie terrestre, come le cave di marmo di Carrara, dove oggi le macchine riescono a strappare alla montagna in un giorno quello che una volta ne richiedeva manualmente almeno quindici. Ma è in Germania che diventiamo spettatori di uno dei momenti più sconvolgenti del film, quando nel paesino di Immerath una graziosa chiesa risalente alla fine del XIX secolo viene completamente abbattuta dalle ruspe, per fare spazio alla miniera di lignite, che ormai dilaga in tutta la cittadina. Qui i macchinari più grandi al mondo lavorano incessantemente, trasformando profondamente la superficie terrestre.
La barriera corallina è la casa di oltre il 25 per cento di tutte le specie marine. L’acidificazione degli oceani e il riscaldamento globale potrebbe distruggerla entro la fine del XXI secolo. © Burtynsky
Dalle barriere frangiflutti cinesi ai giacimenti di litio in Cile
Il film prosegue trasportandoci lungo le
barriere frangiflutti in cemento, edificate sul sessanta per cento delle coste cinesi, per arginare l’innalzamento dei mari, dovuto ai
cambiamenti climatici, per poi condurci nelle profondità psichedeliche delle
miniere di potassio nei monti Urali in Russia. Qui la città industriale di Berezniki era balzata agli onori delle cronache qualche anno fa per le enormi doline che, aprendosi nel terreno, hanno iniziato a inghiottire interi edifici.
Una delle visioni più surreali è quella delle immense
vasche di evaporazione del litio nel deserto di Atacama, in Cile. Qui sorge il più grande giacimento di questo leggerissimo metallo, divenuto fondamentale per le moderne batterie di cellulari e strumenti tecnologici. Gli obiettivi dei registi ci conducono anche nelle profondità oceaniche della grande
barriera corallina australiana, sempre più minacciata dall’
acidificazione dei mari.
A chiudere il cerchio del devastante impatto dell’uomo sulla Terra il film ci accompagna a Dandora, in Kenya, tra le montagne di rifiuti di una delle più grande discariche del mondo, dove ogni giorno centinaia di disperati si guadagnano da vivere immersi nella spazzatura.
Per realizzare il film i registi hanno viaggiato quattro anni per il mondo, attraversando sei continenti e 20 Paesi © Anthropocene Film Inc.
Anthropocene, un progetto multimediale
Il film Antropocene, l’epoca umana ha debuttato al
Toronto Film Festival 2018 ed è stato definito dall’Hollywood Reporter come “un viaggio visivo senza precedenti” e fa parte di un progetto multidisciplinare artistico e scientifico più ampio. Ne fa parte anche la
mostra Anthropocene, attualmente allestita al
Mast di Bologna e visitabile fino al 5 gennaio 2020. Il documentario rappresenta il terzo e ultimo capitolo di una trilogia, iniziata nel 2006 con
Manufactures Landscapes, e proseguita nel 2013 con
Watermark, dedicata dai registi proprio ad analizzare la fase più critica dell’attuale processo geologico e dell’impronta umana sulla Terra. In versione originale il film è narrato dal premio Oscar
Alicia Vikander, mentre nella versione italiana è stata
Alba Rohrwacher, profondamente colpita dal film, a voler prestare la propria voce.
Il 12 settembre si terrà un’anteprima del film a Milano (ore 19,40 presso CityLife Anteo in occasione del
Milano Green Forum), mentre il 18 settembre è in programma un’anteprima a Torino, presso il Cinema Massimo.
Il 19 settembre Antropocene, l’epoca umana arriverà nelle sale italiane
fonte: www.lifegate.it