Riciclare le terre rare dei motori elettrici? Così si può
Anche Nissan si sta
L’acqua del disastro di Fukushima finirà in mare dalla primavera 2023

Arrivano i dettagli di uno dei passaggi più controversi del processo di decommissioning dell’impianto di Dai-ichi: lo sversamento nell’oceano di 1,27 mln di t di acqua contaminata e poi trattata. Sarà costruito un tunnel lungo 1 km per il rilascio
Inizierà nella primavera del 2023 lo sversamento nell’oceano delle acque contaminate (e poi trattate) dal disastro di Fukushima. Lo ha annunciato oggi la...
Micropolis: Da Gubbio microorganismi a difesa dell'ambiente
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Fukushima: ancora contaminato l'85% dell’area speciale di decontaminazione
A quasi dieci anni di distanza dall'incidente nucleare di Fukushima Daiichi, Greenpeace ha pubblicato due rapporti che evidenziano la complessa eredità del terremoto e dello tsunami dell'11 marzo 2011. Nel primo rapporto, "Fukushima 2011-2020", vengono descritti i livelli di radiazione nelle città di Iitate e Namie, nella prefettura di Fukushima. I risultati delle prime indagini mostrano che gli sforzi di decontaminazione sono stati limitati e che l'85% dell'Area Speciale di Decontaminazione è ancora contaminata. Il secondo rapporto, "Decommissioning of the Fukushima Daiichi Nuclear Power Station From Plan-A to Plan-B Now, fromPlan-B to Plan-C", analizza l'attuale piano ufficiale di smantellamento in 30-40 anni. Un programma deludente e senza prospettive di successo.
«I governi che si sono succeduti negli ultimi dieci anni, soprattutto quelli guidati dal primo ministro Shinzo Abe, hanno cercato di ingannare il popolo giapponese, mistificando l'efficacia del programma di decontaminazione e ignorando i rischi radiologici», ha commentato Shaun Burnie, Senior Nuclear Specialist di Greenpeace East Asia. «Allo stesso tempo, continuano a sostenere che il sito di Fukushima Daiichi può essere riportato allo stato originario di cosiddetto "greenfield" entro la metà del secolo. Il decennio di inganni da parte del governo e della TEPCO deve finire. Un nuovo piano di smantellamento è inevitabile, non possiamo perdere altro tempo e continuare a negare la realtà», conclude Burnie.Il primo team di esperti in radiazioni di Greenpeace è arrivato nella prefettura di Fukushima il 26 marzo 2011. Negli ultimi 10 anni, ha condotto 32 indagini sulle conseguenze radiologiche del disastro, l'ultima nel novembre 2020. In sintesi, i risultati del rapporto Fukushima 2011-2020 mostrano che:
-la maggior parte degli 840 chilometri quadrati della Special Decontamination Area (SDA), per cui il governo è responsabile della decontaminazione, rimane contaminata da cesio radioattivo.
-l'analisi dei dati dello stesso governo confermano che nella SDA è stato decontaminato in media solo il 15%.
-è indefinito il quadro temporale entro cui il livello obiettivo di decontaminazione a lungo termine del governo giapponese - di 0,23 microsievert per ora (μSv/h) - sarà raggiunto in molte aree. I cittadini saranno comunque esposti per decenni a radiazioni superiori al massimo raccomandato di 1 millisievert all'anno.
Nelle aree in cui gli ordini di evacuazione sono stati revocati nel 2017, in particolare a Namie e Iitate, i livelli di radiazione rimangono al di sopra dei limiti di sicurezza, potenzialmente esponendo la popolazione a un maggiore rischio di cancro. Fino al 2018, decine di migliaia di lavoratori sono state impiegate nella decontaminazione nella SDA. Come documentato da Greenpeace, i lavoratori - la maggior parte dei quali sono subappaltatori mal pagati - sono stati esposti a rischi ingiustificati di radiazioni per un programma di decontaminazione limitato e inefficace
Dal rapporto "Decommissioning of the Fukushima Daiichi Nuclear Power Station From Plan-A to Plan-B Now, from Plan-B to Plan-C", inoltre, emerge che:
-Non ci sono piani credibili per il recupero delle centinaia di tonnellate di detriti di combustibile nucleare che rimangono all'interno e sotto i tre contenitori a pressione del reattore;
-La contaminazione dell'acqua usata per il raffreddamento dei reattori, delle acque sotterranee e di quelle successivamente accumulate nei serbatoi, continuerà ad aumentare nel futuro, a meno che non si adotti un nuovo approccio;
-Tutto il materiale nucleare contaminato dovrebbe rimanere sul sito a tempo indeterminato. Se i detriti di combustibile nucleare verranno recuperati, anch'essi dovrebbero rimanere sul posto. Fukushima Daiichi è già e dovrebbe rimanere un sito di stoccaggio di rifiuti nucleari a lungo termine;
Il piano attuale è irraggiungibile nell'arco di tempo di 30-40 anni definito dall'attuale tabella di marcia. È inoltre impossibile da realizzare se l'obiettivo è il ritorno allo status di greenfield.
Greenpeace raccomanda un fondamentale ripensamento nell'approccio e un nuovo piano per lo smantellamento del sito di Fukushima Daiichi, inclusa una revisione dei tempi di rimozione del combustibile fuso a 50-100 anni o più, con la costruzione di edifici di contenimento sicuri per il lungo termine. Una volta rinforzato, il sistema di contenimento primario (il vessel) dovrebbe essere usato come barriera primaria. Il corpo del reattore dovrebbe diventare una barriera secondaria per il medio-lungo termine, mentre si lavora allo sviluppo della tecnologia robotica che potrebbe operare senza esporre il personale ad alti rischi.
Infine per prevenire l'ulteriore aumento di contaminazione radioattiva delle acque, il raffreddamento dei detriti di combustibile nucleare dovrebbe passare dall'acqua al raffreddamento ad aria, e il sito di Fukushima Daiichi dovrebbe essere isolato dalle acque sotterranee - diventando una "dry island" - con la costruzione di un profondo fossato.
fonte: www.greencity.it
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Solo auto elettriche in vendita dal 2030, svolta in Giappone

Soltanto auto elettriche in vendita dal 2030. Accadrà in Giappone, come annunciato nelle ultime ore dall’emittente statale NHK. Una svolta epocale in direzione della mobilità sostenibile per il Paese nipponico, nel quale da quella data sarà vietata la vendita di veicoli alimentati a benzina o diesel.
Il piano è stato presentato, seppure non ancora definitivamente approvato. Questo apre ancora uno spiraglio per le vetture a combustione interna, le quali potrebbero riuscire a strappare ancora qualche anno di “vita”. Nei fatti il destino sembra segnato, con il Giappone pronto a guardare in maniera decisa alle auto elettriche.
Pur in ritardo rispetto ad alcuni altri Stati, anche europei, il Giappone si conferma tra i protagonisti della mobilità sostenibile. Non a caso quasi tutti i maggiori marchi nipponici hanno inserito tra le loro fila diversi modelli 100% elettrici. Tra queste Toyota, Hyundai, Honda, ma anche quella Nissan che con la Leaf è stata a lungo protagonista del mercato mondiale delle zero emissioni.
Solo auto elettriche dal 2030, l’accoglienza in Giappone
Entusiasta l’accoglienza della popolazione all’annuncio da parte dell’emittente televisiva. A pesare sul crescente sostegno dei giapponesi alle auto elettriche anche gli elevati livelli di inquinamento nelle grandi città del Paese. Poco gradita è stata tuttavia la possibilità che i veicoli ibridi possano restare sul mercato giapponese oltre la data prefissata.
L’abbandono della vendita di veicoli alimentati a benzina o diesel non dovrebbe essere radicale. Se è vero che verrà vietato l’acquisto di auto a combustione termica esclusiva, un certo periodo di tolleranza verrà accordato alle vetture ibride. Di fatto il pieno passaggio alla mobilità elettrica dovrebbe avvenire intorno al 2035.
Fonte: Electrek
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Il Giappone avrà la prima filiera dell’idrogeno al mondo nel 2030

Il Giappone fissa al 2030 la data in cui sarà operativa la sua prima filiera dell’idrogeno. L’annuncio del piano che contribuirà a ridurre le emissioni di carbonio del paese è stato dato ieri dal ministro all’Industria Hiroshi Kajiyama. Per raggiungere questo obiettivo, Tokyo si impegna ad accelerare alcuni processi già in atto. Su tutti, gli sviluppi tecnologici necessari a rendere l’idrogeno commercialmente conveniente.
Il perno del piano giapponese è il trasporto via mare di ingenti quantità di idrogeno liquido. Il paese nipponico su questo fronte è all’avanguardia. Lo scorso dicembre è stata varata la prima nave commerciale al mondo per il trasporto dell’idrogeno sotto forma liquida. La Suiso Frontier – questo il nome dell’imbarcazione – è frutto della partnership tra Kawasaki Heavy Industries, un vasto conglomerato industriale giapponese attivo nel settore nautico, aerospaziale e ferroviario, insieme a Iwatani Corporation, Shell Japan e J-Power.
Secondo quanto annunciato da Kajiyama, dopo questi mesi di rodaggio la Suiso Frontier entrerà in funzione a inizio 2021 con il primo carico dall’Australia. Sarà il primo embrione di una filiera dell’idrogeno vera e propria. In linea con gli impegni presi con la strategia nazionale sull’idrogeno del 2017, il governo intende continuare a supportare questo processo tramite una voce apposita del budget statale. Per l’anno fiscale 2021 il ministro ha annunciato un aumento del 20%, che porta l’ammontare a circa 800 milioni di dollari. Denaro destinato sia alla ricerca e allo sviluppo tecnologico, sia alla creazione delle infrastrutture nazionali necessarie per l’importazione e la distribuzione di questo vettore energetico.
Con questo sforzo ulteriore, il Giappone punta a raggiungere il suo obiettivo strategico di diventare la prima “società a idrogeno” al mondo. Vale a dire: sfruttare questo vettore in modo trasversale e integrato, dai trasporti alla produzione di energia, al riscaldamento. Il piano coinvolge anche le principali aziende nazionali. Non a caso, sempre il 14 ottobre Toyota Motor e altre 8 compagnie hanno annunciato che entro dicembre formeranno una nuova rete nazionale che ha lo scopo di promuovere la creazione di filiere dell’idrogeno (e quindi accelerare l’emergere di un mercato specifico) e di alleanze globali.
Punto chiave per la riuscita della strategia è l’abbattimento dei costi. Attualmente, i prezzi al dettaglio battono sui 100 yen/Nm3 (circa 80 centesimo di euro). La strategia nazionale giapponese per l’idrogeno punta a scendere fino a 30 yen/Nm3 al 2030 (0,24 euro). E a 20 yen/Nm3 (16 centesimi) nel lungo periodo. Già nel breve-medio periodo, suggeriscono però gli analisti, il successo del piano giapponese si potrà misurare con un singolo indicatore. Ovvero l’adozione (o meno) dell’idrogeno a livello commerciale nella produzione di energia. Questo perché le centrali ne dovrebbero consumare quantità ingenti. Lo slittamento del comparto verso l’idrogeno potrebbe quindi accelerare la fattibilità della diffusione dell’idrogeno anche in altri settori.
fonte: www.rinnovabili.it
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Fukushima, il governo verso il rilascio di acqua radioattiva in mare

Il governo giapponese è pronto a riversare in mare l'acqua contaminata utilizzata per raffreddare gli impianti danneggiati nella catastrofe nucleare di Fukushima. Lo anticipano i media nipponici, spiegando che una decisione potrebbe esser presa entro fine mese, malgrado continui l'aspro dibattito sulle controversie di tale scelta per l'ambiente. Già all'inizio dell'anno una sottocommissione governativa aveva giudicato il rilascio della acqua nell'oceano, o la sua evaporazione nell'atmosfera, come 'opzioni realistiche'.
Diversamente, le associazioni locali dei pescatori e i residenti hanno sempre espresso la loro disapprovazione, temendo un crollo della domanda di prodotti marini della regione e per le ripercussioni ambientali sull'intera area geografica. Secondo le fonti citate dal giornale Yomiuri, il governo di Tokyo è pronto a istituire un comitato di esperti per confrontarsi con le municipalità della prefettura e discutere il piano con le attività produttive locali. L'eventuale immissione dell'acqua radioattiva in mare avrebbe bisogno dell'approvazione dell'Autorità nazionale di regolamentazione del nucleare (Nra), e la realizzazione di strutture adeguate per il trasporto, che richiederebbero almeno due anni di lavori.
L'acqua che serve a raffreddare gli impianti è filtrata usando un sistema avanzato di trattamento dei liquidi (Alps), capace di estrarre 62 dei 63 elementi radioattivi presenti, tranne il trizio, un isotopo radioattivo dell'idrogeno. Secondo i calcoli del gestore dell'impianto, la Tokyo Electric Power (Tepco) - con un aumento giornaliero di 170 tonnellate di liquido trattato, lo spazio per lo stoccaggio all'interno delle cisterne dovrebbe esaurirsi entro l'estate del 2022.
In base ai dati della prefettura attualmente sono presenti 1.044 serbatoi che contengono 1,23 milioni di tonnellate di liquido. Lo scorso febbraio, durante una visita alla centrale di Fukushima, il direttore dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), Rafael Grossi, aveva ammesso che il rilascio dell'acqua nell'Oceano Pacifico sarebbe in linea con gli standard internazionali dell'industria nucleare. Il premier giapponese Yoshihide Suga, nel corso di una sua recente visita all'impianto, ha detto che il governo intende prendere una decisione in tempi rapidi. L'incidente del marzo 2011, innescato dal terremoto di magnitudo 9 e il successivo tsunami, provocò il surriscaldamento del combustibile nucleare, seguito dalla fusione del nocciolo, a cui si accompagnarono le esplosioni di idrogeno e le successive emissioni di radiazioni.
fonte: www.ansa.it
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Buste di plastica: il Giappone annuncia una tassa

Buste di plastica: anche il Giappone segue l’esempio di altre nazioni mondiali, annunciando una tassa per disincentivarne l’uso. È questa l’ultima iniziativa del Sol Levante, nazione dove il ricorso a confezioni monouso in plastica è estremamente diffuso. Così come riferisce CNN, nei negozi del Paese è infatti addirittura possibile trovare singoli frutti imbustati, da un’unica banana fino a un paio di ciliegie.
Di circa i 540 miliardi di sacchetti di plastica usati ogni anno a livello mondiale, ben 30 miliardi sono giapponesi. Per capire l’entità del fenomeno, basti pensare come il Giappone abbia il doppio della popolazione del Regno Unito, ma produca ben 17 volte i sacchetti consumati sul suolo britannico.
Per far fronte a questa forte richiesta, tuttavia dannosa per l’ambiente, le autorità hanno finalmente optato per una tassazione. Dal primo luglio, tutti i negozi hanno l’obbligo di imporre il pagamento dei sacchetti di plastica quando richiesti dai clienti, incentivando al contempo il ricorso a soluzioni riutilizzabili.
La tassa in questione è tra i 3 e i 5 centesimi di euro per ogni singola busta, quindi simile a quanto già previsto in altri Paesi del mondo. Non si tratta di una misura drastica, tuttavia: diverse nazioni, tra cui l’Italia, hanno da tempo vietato il ricorso a sacchetti di plastica non riciclabili e biodegradabili, incentivando invece l’uso di soluzioni in stoffa o riutilizzabili.
Buste in Giappone: la diffusione
Sebbene il Giappone veda una produzione di rifiuti pro-capite inferiore rispetto a tutti gli altri Paesi industrializzati, è la nazione che al mondo ricorre al quantitativo più elevato di plastica. Questo materiale è scelto per ragioni di igiene e sicurezza, soprattutto in campo alimentare. Il progressivo cambiamento demografico della popolazione, con l’aumento sensibile di single, ha però spinto i produttori a soluzioni monouso forse evitabili. Nei negozi è possibile trovare anche singole ciliegie avvolte in contenitori e pellicole di plastica, un eccesso di igiene che ha però conseguenze decisamente negative sull’ambiente.
In ogni caso, il Giappone ha di recente raggiunto il traguardo dell’84% nel recupero di tutta la plastica prodotta nel Paese. Greenpeace, tuttavia, sottolinea come in realtà il materiale raccolto non venga impiegato per la creazione di nuove confezioni, bensì smaltito nei termovalorizzatori per la produzione di energia. L’export rimane comunque ancora elevatissimo: 75.000 tonnellate di plastica sono state portate in Cina nel 2017 e, a partire dal 2018, la quota è stata suddivisa tra Taiwan, Malesia, Thailandia e molte altre nazioni.
Fonte: CNN
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Dal Giappone la batteria polimerica più economica di quelle al litio
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Idrogeno solare, a Fukushima l’impianto più grande del mondo

Taglio del nastro per il Fukushima Hydrogen Energy Research Field (FH2R), il più grande impianto di produzione idrogeno solare mai realizzato al mondo. L’annuncio arriva da Toshiba che, assieme all’organizzazione di ricerca NEDO, a Tohoku Electric Power e a Iwatani, sta portando avanti il progetto da febbraio 2018.
L’iniziativa, come dice il nome stesso, ha come oggetto l’avvio della produzione di idrogeno nella prefettura di Fukushima, e più precisamente nella città di Namie. Ad alimentare l’impianto non sarà solo la rete nazionale, ma anche la vicina centrale fotovoltaica. L’obiettivo dell’iniziativa è infatti dimostrare di poter realizzare una struttura in grado di sfruttare i picchi di produzione rinnovabile (e, in un sistema integrato, l’eccesso di offerta in rete) per sintetizzare idrogeno a basso costo.
A livello impiantistico non si tratta di una novità. Paesi come Olanda, Australia e Germania hanno già intrapreso iniziative simili. Tuttavia, la taglia della centrale – 10 MW – ha fatto per ora meritare alla Toshiba il record mondiale.
Come funziona l’FH2R?
Nel dettaglio FH2R utilizza 20 MW di moduli fotovoltaici, installati su un sito di 180.000 metri quadrati, assieme all’elettricità della rete per far funzionare un’unità di elettrolisi da10 MW. “Ha la capacità di produrre, immagazzinare e fornire fino a 1.200 Nm 3 di idrogeno all’ora (funzionamento a potenza nominale)”, spiega la società giapponese in una nota stampa.
L’idrogeno solare viene prodotto e immagazzinato in base alla domanda del vettore e alle previsioni di offerta. “La sfida più importante nell’attuale fase di test è quella di utilizzare il sistema di gestione dell’energia a idrogeno per ottenere la combinazione ottimale di produzione e stoccaggio, regolando il bilanciamento della domanda della rete elettrica, senza l’uso di batterie di accumulo”, ha aggiunto Toshiba.
Per riuscire nell’intento, i test identificheranno la tecnologia di controllo del funzionamento ottimale in grado di combinare la risposta alla domanda della rete con quella del vettore.
Il gas prodotto sarà, quindi utilizzato per rifornire mezzi di trasporto, utenti domestici e industriali nella prefettura di Fukushima, nell’area metropolitana di Tokyo e in altre regioni.
fonte: www.rinnovabili.it
Marine litter: il Giappone vuole affrontare il problema
Il Giappone punta sugli accumuli domestici per migliorare la sicurezza della rete
Il governo giapponese ha stanziato dei fondi per incentivare i proprietari di impianti fotovoltaici a installare sistemi di accumulo dell'energia, in modo da creare reti elettriche di backup capaci di intervenire in situazioni di emergenza.
I recenti uragani che hanno colpito il Giappone hanno provocato ingentissimi danni all'infrastruttura elettrica, lasciando al buio quasi 1,4 milioni di clienti. E il cambiamento climatico in atto non farà che rendere ancora più frequenti gli eventi disastrosi di questo tipo. Un aiuto significativo potrebbe arrivare dai 2,3 milioni di tetti solari presenti nel paese, qualora dotati di sistemi di accumulo in grado di sopperire ai deficit della rete.
Si tratta di impianti che attualmente vendono energia alla rete, attraverso una remunerazione feed-in-tariff con contratti di lunga durata. Questi contratti sono ora in scadenza: entro fine 2019 si libereranno 2 GW e nei prossimi dieci anni altri 9 GW non avranno più incentivi. Una volta terminato l'incentivo per l'immissione in rete, l'autoconsumo di elettricità - con la possibilità di conservare il surplus per le emergenze - rappresenta per i proprietari un'opzione economicamente molto più vantaggiosa rispetto alla vendita.
I primi fondi stanziati dal Governo, pari a 7,5 miliardi di yen (69 milioni di dollari), incentivano l'acquisto di tutti quei dispositivi, in primis batterie di accumulo e veicoli elettrici, che servono a formare la base per le cosiddette centrali elettriche virtuali. Dal punto di vista tecnico, si tratta di sfida ambiziosa ma assolutamente praticabile. Già oggi, Itochu Corporation e Moixa Energy Holdings Ltd. gestiscono una capacità di stoccaggio di 100 megawattora distribuita tra 10.000 edifici giapponesi; si tratta probabilmente del più grande parco di batterie intelligenti a livello mondiale.
I piani del Giappone si inseriscono in una più complessiva strategia nazionale, che mira a potenziare la produzione di energia pulita portandola almeno al 22-24% del totale entro il 2030 (attualmente è al 16%). Il sistema energetico del paese si trova oggi in una situazione di grande difficoltà, essendo dipendente per il 33% dal carbone e dovendo fronteggiare una forte resistenza pubblica al riavvio dei reattori nucleari dopo il disastro di Fukushima del 2011.
Finora, la sicurezza degli impianti nucleari ha drenato la gran parte degli investimenti pubblici dedicati al sistema elettrico. L'attenzione e le risorse che ora il governo sta immettendo nella generazione distribuita dimostrano la chiara intenzione di modificare strategia, per una rete elettrica più resiliente e all'altezza delle sfide future.
Riferimenti
• In wake of typhoons, Japan turns to residential energy storage
l'articolo su renewableenergyworld.com
fonte:www.nextville.it
La rinascita di Fukushima: diventerà un hub di energia rinnovabile
Prima visione nazionale di FUKUSHIMA Il coperchio sul sole con l'ex primo ministro giapponese Naoto Kan - 1/11
Con il produttore cinematografico Tachibana presenteranno in PRIMA VISIONE ITALIANA alle 20,45 presso l'auditorium Paccagnini di Castano, il film IL COPERCHIO SUL SOLE che narra i primi cinque giorni del disastro alla centrale nucleare di Fukushima: cosa accadde in centrale con l'esplosione di tre reattori nucleari, cosa accadde tra gli sfollati, e cosa accadde negli uffici del primo ministro con le tante menzogne diffuse dalla corporation nucleare.
Ecoistituto della Valle del Ticino
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