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Macrorifiuti galleggianti dall'Europa all'oceano

 









Pubblicato uno studio, con la collaborazione di ISPRA, su Nature Sustainability –rivista del gruppo Nature, che rivela come ogni anno, dai fiumi europei finiscano in mare più di 600 milioni di macrorifiuti galleggianti (maggiori di 2,5 cm); otto oggetti su dieci sono di plastica, incluso monouso, ed il 40% degli oggetti arriva al mare già frammentato. I macrorifiuti galleggianti, vengono considerati dallo studio come indicatori pertinenti sia dei quantitativi di rifiuti che finiscono a mare sia delle politiche di riduzione rifiuti.

Lo studio evidenzia come le economie europee ad alto reddito, sono tra le principali contributrici al flusso dei rifiuti di plastica che dai fiumi finiscono in mare, nonostante dovrebbero avere un appropriato sistema di gestione dei rifiuti che dovrebbe limitarne la dispersione in natura.

Il monitoraggio realizzato da numerosi enti di ricerca su 42 fiumi in 11 paesi Europei fornisce il più grande database di immissioni di macrorifiuti galleggianti fluviali nei mari.

Gran parte dei rifiuti raggiunge il mare attraverso numerosi piccoli fiumi, torrenti e deflussi superficiali, con bacini inferiori ai 100 km2, che passano per aree densamente popolate.

Nei fiumi più grandi, infatti, l’elevata frammentazione causata da barriere artificiali e la presenza di vegetazione lungo le sponde riduce il deflusso degli oggetti, molti dei quali giungono al mare già frammentati in particelle più piccole.

L’esperienza ISPRA sulla tematica dei rifiuti fluviali ha fatto si che, all’interno dei monitoraggi sulla Strategia Marina, avrà inizio a partire da ottobre 2021 un monitoraggio sistematico dei rifiuti galleggianti su 12 fiumi italiani con informazioni riguardo il loro flusso fino al mare.

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Ulteriori informazioni

fonte: www.isprambiente.gov.it


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L’oceano un pozzo di rifiuti, sul fondo 14mln di tonnellate di pezzi di plastica

Lo studio dell’agenzia australiana Csiro, il numero di frammenti di microplastica sul fondo del mare era più elevato nelle aree dove c’era anche una maggiore quantità di rifiuti galleggianti









L’oceano come un pozzo di microplastica. Ci sono infatti almeno 14 milioni di tonnellate di pezzi di plastica di larghezza inferiore a 5 millimetri sul fondo dell’oceano. E’ questo il risultato di uno studio dell’agenzia australiana Csiro – pubblicata sulla rivista Frontiers in marine science – che ha analizzato sedimenti oceanici fino a 3 chilometri di profondità (prelevati in sei siti remoti, a circa 380 km dalla costa meridionale del Paese nella Great australian bight).

I ricercatori hanno esaminato 51 campioni e hanno scoperto che, dopo aver escluso il peso dell’acqua, ogni grammo di sedimento conteneva una media di 1,26 pezzi di microplastica. Le microplastiche hanno un diametro di 5 millimetri o meno, e sono per lo più il risultato di oggetti in plastica più grandi che si rompono in pezzi sempre più piccoli. Inoltre il numero di frammenti sul fondo del mare era più elevato nelle aree dove c’era anche una maggiore quantità di rifiuti galleggianti.

“L’inquinamento da plastica che finisce nell’oceano si deteriora e si decompone, finendo a ridursi in microplastiche – rileva Justine Barrett dell’Oceans and atmosphere del Csiro che ha guidato lo studio – la nostra ricerca fornisce la prima stima globale della quantità di microplastica presente sul fondo marino”.

L’analisi sulla microplastica, trovata in una posizione così remota e a tale profondità – viene spiegato da Denise Hardesty, ricercatrice del Csiro e coautrice della ricerca – offre un’indicazione “sull’ubiquità della plastica: non importa dove ti trovi nel mondo. Questo significa che in acqua si trova ovunque. E ci fa riflettere sul mondo in cui viviamo e sull’impatto delle nostre abitudini di consumo su quello che è considerato un luogo incontaminato. La nostra ricerca ha scoperto che l’oceano profondo è un pozzo di microplastiche”.

La ricercatrice lancia poi un messaggio facendo presente che non è possibile stabilire da quanti anni questi piccoli pezzi di plastica si trovano sul fondo degli oceani né il tipo di oggetto di cui una volta facevano parte: “Dobbiamo assicurarci che il grande mare blu non sia un grande bidone della spazzatura. Questa è un’ulteriore prova che dobbiamo fermare tutto questo alla fonte”. E infatti lo studio, dagli esami al microscopio ha suggerito che una volta queste microplastiche erano quasi certamente prodotti di consumo.

Ma per Hardesty il vero punto è che “tutti possiamo contribuire a ridurre la plastica che finisce nei nostri oceani evitando la plastica monouso, sostenendo le industrie australiane di riciclaggio e rifiuti, e smaltendo i nostri rifiuti con attenzione. Il governo, l’industria e la comunità devono lavorare insieme per ridurre in modo significativo la quantità di rifiuti lungo le nostre spiagge e nei nostri oceani”.

I campioni usati per la ricerca facevano parte di una raccolta accessoria a un’indagine di base sulla geologia e l’ecologia delle profondità marine finanziate dal Csiro e dal Great australian bight deepwater marine programme, un programma di ricerca guidato dallo stesso Csiro e sponsorizzato da Chevron Australia.

fonte: www.rinnovabili.it

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Se la plastica riciclata in Europa, giace in fondo all’oceano

Dove finisce la plastica raccolta con la differenziata? Circa la metà viene esportata per il riuso fuori dall’UE. Parte di questa – come emerge da un’analisi sui detriti plastici oceanici – va dritta in fondo al mare. Migliaia di tonnellate e danni incalcolabili ogni anno

















Due notizie: una buona ed una cattiva. Quella buona (e nota da tempo), è che l’Europa ricicla più e meglio di chiunque altro. La cattiva è che una parte dei rifiuti frutto della raccolta differenziata del vecchio continente, si libbra nelle acque oceaniche del Sud-est asiatico. A rivelarlo è uno studio della National University of Ireland (Galway), appena pubblicato sulla rivista scientifica Environment International. I risultati del lavoro – avvertono gli autori – non devono diminuire l’impegno dei singoli nelle buone pratiche del riciclo, ma serviranno a stimolare le istituzioni europee a meglio vigilare sull’intera filiera.

“A finire in mare circa il 7% della plastica riciclata in UE”

Se è vero che l’Europa è ormai leader mondiale nella quota di rifiuti destinati al riciclo (il 46% degli scarti urbani totali e addirittura il 67% del packaging), allo stesso tempo circa la metà della plastica raccolta nei cassonetti europei viene esportata al di fuori dei suoi confini. Che significa? Piatti, contenitori, buste e sacchetti, una volta svuotato il cestino, viaggiano per migliaia di chilometri. Meta: Paesi del Sud-est asiatico dotati di sistemi di gestione dei rifiuti meno sviluppati, che li reimpiegano come materie prime.
Nulla di male fin qui, se non fosse che parte di questa plastica frutto dell’opera di certosina differenziazione compiuta dai cittadini europei, una volta entrata in Cina, India, Viet Nam e Thailandia, finisce dritta in mare. Lo ha scoperto per la prima volta uno studio irlandese sull’origine delle microplastiche nelle acque globali. Incrociando le banche dati del commercio internazionale con i database locali dei sistemi di gestione dei rifiuti, i ricercatori hanno ricostruito ‘la sorte’ che attende la plastica UE, dal momento in cui la gettiamo nel cassonetto. Il dato che emerge ha sorpreso perfino loro: addirittura il 7% di tutta quella ‘riciclata’ in Europa finirebbe in fondo al mare.

Le ombre sull’intera filiera del riciclo 

“Abbiamo individuato un’ulteriore componente che genera detriti plastici marini – sottolinea George Bishop, lead-author dello studio – una via mai documentata prima, i cui impatti ambientali e sociali già stanno colpendo l’ecosistema marino e le comunità costiere”. Chili e chili di plastica che invece di ricevere una seconda vita e diventare nuovi prodotti, vengono dispersi tra Oceano Indiano e Pacifico. Quanti? Gli studiosi di Galway stimano un range piuttosto ampio (dalle 32 alle 180 mila tonnellate), ma la cifra più probabile si aggira attorno alle 80. E non è tutto.
“Il nostro studio suggerisce che la ‘reale’ porzione dei rifiuti destinati al riciclo si discosti in alcuni casi anche significativamente da quella che viene comunicata dalle amministrazioni locali e nazionali in Europa”, spiega David Styles, esperto di Life Cycle Assessment, e coautore dello studio. Stando alle conclusioni del lavoro infatti, circa il 31% di tutta la plastica differenziata in UE ed esportata per il riciclo in altri Paesi, non viene riciclata per niente. Nella migliore delle ipotesi, giace nelle discariche di Cina ed India; nella peggiore, fa compagnia a pesci e molluschi. Un’immagine impietosa che getta ombre sulla catena di gestione del riciclo europea.
Attenzione però: quella del riciclaggio continua ad essere la strada migliore per trattare i rifiuti e per questa ragione – si legge nello studio – “i dati che emergono non devono in alcun modo scoraggiare i cittadini a fare la differenziata”. Gli scienziati al contrario ribadiscono l’importanza della transizione verso un’economia circolare più attenta alla sostenibilità del processo produttivo. Per farlo, secondo Piet Lens, professore di Nuove Tecnologie Energetiche a Galway, le amministrazioni locali europee così come le loro aziende di gestione dei rifiuti “dovranno rispondere dell’intera filiera del riciclo, dal cassonetto alla seconda vita del prodotto”. Insomma, continuiamo a fare la raccolta differenziata, in attesa però di una presa di coscienza seria dei decisori politici.
fonte: www.rinnovabili.it


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Plastica negli anfipodi della Fossa della Marianne. Scoperta una nuova specie: è stata chiamata Eurythenes plasticus (VIDEO)

Il Wwf chiede un trattato globale per fermare l'inquinamento da plastica e salvare il mare






















Lo studio “New species of Eurythenes from hadal depths of the Mariana Trench, Pacific Ocean (Crustacea: Amphipoda)”, pubblicato su Zootaxa da un team di ricercatori della School of Natural and Environmental Sciences della Newcastle University, illustra la scoperta di una specie di anfipode nuova per la scienza nella Fossa delle Marianne, uno dei luoghi più profondi, remoti e inaccessibili della Terra. Ma il team di scienziati che ha fatto la scoperta, che ha battezzato informalmente la nuova specie “hopper”, ma gli ha dato il nome scientifico di Eurythenes plasticus per evidenziare la plastica (polietilene tereftalato) che è stata trovata nel corpo di questi animali marini di profondità.
La ricerca è stata sostenuta dal Wwf e il direttore del programma marino del Wwf Deutschland, Heike Vesper, ha sottolineato che «La specie appena scoperta, Eurythenes plasticus, ci mostra quanto siano davvero profonde le conseguenze della nostra inadeguata gestione dei rifiuti di plastica. Esistono specie che vivono nei luoghi più profondi e remoti della Terra che hanno già ingerito plastica prima ancora di essere conosciute dall’umanità. La plastica è nell’aria che respiriamo, nell’acqua che beviamo e ora anche negli animali che vivono lontano dalla civiltà umana».
Alan Jamieson, che ha guidato la missione scientifica dell’università di Newcastle nella Fossa delle Marianne, ha spiegato che «Abbiamo deciso di dargli il nome di Eurythenes plasticus poiché volevamo sottolineare il fatto che dobbiamo agire immediatamente per fermare il diluvio di rifiuti di plastica nei nostri oceani».
Il Wwf ricorda che «Le esportazioni di rifiuti di plastica finiscono spesso nel sud-est asiatico, dove la gestione dei rifiuti è spesso insufficiente o inesistente. Data che la maggior parte dei rifiuti di plastica non può essere riciclata, spesso viene bruciata o scaricata nelle discariche. Da lì si fa strada nei fiumi e, infine, nell’oceano. Una volta in acqua, i rifiuti di plastica si spezzettano in microplastiche che vengono spesso ingerite dagli animali marini».
Ogni anno nei mari e degli oceani del mondo finiscono circa 8 milioni di tonnellate di plastica (mezzo milione di tonnellate nel piccolo Mediterraneo), l’equivalente di un camion di plastica al minuto, e, per contrastare questo problema devastante, il Wwf sta conducendo una campagna internazionale per chiedere un trattato globale giuridicamente vincolante per ridurre i rifiuti di plastica, migliorare la gestione dei rifiuti e porre fine all’inquinamento marino della plastica. Della campagna fa parte anche una petizione, già firmata da 1,6 milioni di persone in tutto il mondo, per chiedere ai governi di impegnarsi a lavorare per un trattato internazionale legalmente vincolante.
Sempre per quanto riguarda gli oceani, a 5 anni dall’adozione degli obiettivi dell’Agenda delle Nazioni Unite, il nuovo report “Improving internationa ocean governance for life below water” del Wwf EU lancia l’allarme sul fallimento del raggiungimento dell’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile 14, quello sulla conservazione e uso sostenibile dei nostri oceani. Il Panda italiano spiega che «Il segnale è in particolare rivolto ai decision maker europei e ai paesi del mondo che hanno sottoscritto gli Obiettivi per lo sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. L’analisi mostra che tre dei quattro target dell’Obiettivo 14, da raggiungere entro il 2020, non saranno realizzati alla fine di quest’anno, mentre il quarto sarà conseguito solo parzialmente. Complessivamente i dieci target dell’Obiettivo 14 mirano a garantire la resilienza degli oceani attraverso una protezione efficace dei suoi ecosistemi e la tutela del loro importante ruolo di assorbitori di carbonio, funzioni strettamente connesse con la nostra sussistenza e le nostre economie».
Il report del Wwf evidenzia che «Per 2 dei 6 target legati alla conservazione e all’uso sostenibile delle risorse marine, ci sono progressi in atto. Allo stesso tempo la mancanza di un monitoraggio e di un’accurata rendicontazione rimangono le problematiche centrali per valutare il successo nel raggiungimento dei 10 target dell’Obiettivo 14 e in generale dell’Agenda al 2030. È stato ampiamente dimostrato come l’Obiettivo 14 sia strettamente connesso con tutti gli altri obiettivi, tanto che il 38% di tutti i 169 target sarà raggiungibile solo una volta che i target dell’Obiettivo 14 saranno stati realizzati. Questo è particolarmente importante per il raggiungimento dell’Obiettivo 1 (Sconfiggere la povertà), dell’Obiettivo 2 (Sconfiggere la fame) e del 13 (Lotta contro il cambiamento climatico). Nonostante l’attenzione all’ambiente marino stia aumentando all’interno dell’Agenda 2030, le volontà politiche e i finanziamenti rimangono insufficienti».
Isabella Pratesi, direttore conservazione del Wwf Italia, conclude: «Il Wwf è stato capace di attivare processi virtuosi che negli anni hanno portato al raggiungimento di risultati concreti nella tutela degli oceani e nella salvaguardia degli ecosistemi marini. E’ giunta l’ora che anche i policy marker e i membri del Parlamento Europeo promuovano progressi efficaci e dimostrabili allo scopo di raggiungere una sostenibilità globale, proteggere gli ecosistemi naturali, tutelare il benessere delle persone e la sicurezza alimentare legata alle risorse in un clima in veloce cambiamento. Per fare ciò, dobbiamo guardare oltre i singoli Obiettivi di sviluppo sostenibile e i loro target e considerare queste problematiche con un approccio trasversale e interconnesso. A cominciare dal problema della sovrapesca – e della pesca illegale – su cui è importante impegnarsi per eliminarle, con un piano di tutela degli ecosistemi marini che sia realmente efficace».



Videogallery

  • Diese neue Spezies ist mit Plastik kontaminiert | Eurythenes plasticus

  • fonte. www.greenreport.it

Plastic tax, Italia Viva vuole il rinvio. L’esperto: “È utile, in mare tanti imballaggi. Tassa sulle imprese? Lo è se pensano solo al loro mercato”

Franco Borgogno da anni studia l'inquinamento da plastiche in mare: "Serve un'alleanza per abbandonare il monouso. Un bicchiere usato per un minuto rimarrà in fondo all'oceano per secoli. La politica e la ricerca aiutino le aziende a convertire la produzione. Importante andare avanti con le leggi". La misura deve entrare in vigore a luglio, ma i renziani vogliono posticiparla al 2021





“La maggior parte degli oggetti che troviamo in mare sono superflui, si tratta di confezioni e packaging. Dobbiamo smettere di produrli e consumarli”. Franco Borgogno, giornalista, tutor al Master di giornalismo ‘Giorgio Bocca‘ all’Università di Torino e ricercatore dell’European Research Institute, dal 2015 racconta e collabora allo studio della presenza delle microplastiche e macroplastiche nell’oceano globale. Nel mare che circonda le isole Svalbard, nell’Artico profondo, ha partecipato a novembre alla campagna oceanografica HighNorth, coordinata dall’Istituto Idrografico della Marina italiana. Nel suo libro ‘Un mare di plastica‘ ha raccontato il viaggio effettuato nel Passaggio a Nord Ovest nel 2016, per raccogliere dati sulle microplastiche nell’estremo mare Artico. La sua esperienza racconta che la plastic tax “può aiutare” a tutelare l’ambiente e soprattutto a eliminare l’utilizzo del monouso. La tassa green introdotto con la manovra del governo giallorosso dovrebbe entrare in vigore a luglio, dopo essere stata già depotenziata per via dell’ostruzionismo di Italia Viva. Ora, passato lo scoglio delle elezioni in Emilia Romagna – dove sono presenti la maggior parte delle imprese del settore – sono di nuovo i renziani a mettersi di traverso. Questa settimana si voterà infatti l’emendamento al Milleproroghe che rinvia l’entrata in vigore della plastic tax al primo gennaio 2021. “È importante andare avanti con le leggi”, sottolinea però Borgogno, spiegando che a suo avviso la misura green diventa “un aggravio solo se le imprese del settore puntano esclusivamente a mantenere la quota di mercato e non a tutelare l’interesse della società”.

Il peso delle plastiche in mare supererà quello dei pesci nel 2050, un’immagine che rende l’idea del problema?


Se l’uso e il consumo di plastica continuerà come adesso, non è che vedremo il mare pieno di bottiglie ma aumenterà la densità delle microplastiche, quelle con un diametro inferiore ai 5mm, praticamente invisibili ad occhio nudo. La plastica non ha colpa: è un bene fondamentale, per esempio in campo medico. Il problema è l’uso insensato che ne facciamo: un bicchiere di plastica viene usato per pochi minuti ma rimarrà in fondo al mare per secoli e negli abissi non potrà iniziare la degradazione per mancanza di luce, ossigeno e per le basse temperature. La plastica ha una lunga vita e dobbiamo utilizzarla al meglio, considerando che la ricerca offre alternative. È un materiale prezioso e non è adatto al monouso.

A novembre ha partecipato a una spedizione oceanografica per studiare la presenza delle plastiche nell’Artico. Cosa ha scoperto?

Le plastiche galleggianti sono solo una piccola parte di ciò che troviamo in tutto l’oceano globale, fino ai fondali. Sempre nell’ambito del progetto pluriennale HighNorth, l’anno scorso siamo arrivati all’estremo dell’Artico, in zone mai campionate prima. La calotta polare è diventato un grande magazzino di plastica e abbiamo trovato e documentato 156 macroplastiche, frammenti o interi oggetti anche di grandi dimensioni, un numero enorme per quei luoghi remoti e isolati. È stata una scoperta inedita fino a quel momento, anche se non sorprendente conoscendo le correnti oceaniche, che ci racconta come lo scioglimento dei ghiacci stia liberando anche una gran quantità di plastica accumulata nei decenni passati.

Non solo Artico, le microplastiche e macroplastiche non sono lontane da noi, cosa succede nel Mar Mediterraneo?

È un bacino di mare circondato da paesi densamente popolati che negli ultimi 70 anni hanno fatto largo uso di plastica. Nel Mediterraneo troviamo la maggiore concentrazione di microplastiche al mondo, da 2 a 10 chilogrammi per chilometro quadrato, più alta anche delle cosiddette ‘isole di plastica’ del Pacifico dove le microplastiche raggiungono gli 850-900 grammi per chilometro quadrato. Se non le vediamo o non riusciamo a fotografarle non vuol dire che non ci siano, sono pezzettini piccolissimi che sono ovunque nei nostri mari, laghi, fiumi e oceani, che percorrono le acque della terra.

La plastic tax può essere utile?

Tutto ciò che contribuisce a ridurre l’utilizzo di plastica non necessaria è utile. La plastic tax può aiutare. Dobbiamo utilizzarne meno, ciò non significa ridurre il numero di oggetti ma abbandonare e sostituire il monouso con le alternative riutilizzabili.

È un aggravio per le imprese del settore oppure una misura per arginare il problema?
Non si tratta di eliminare i posti di lavoro ma di convertire la produzione. Lo spauracchio dei posti di lavoro si supera producendo in un altro modo perché certi prodotti hanno conseguenze gravi per la società. Si tratta di un aggravio solo se le imprese del settore puntano esclusivamente a mantenere la quota di mercato e non a tutelare l’interesse della società. L’obiettivo della plastic tax non deve essere mettere in pericolo i posti di lavoro, bensì favorire una transizione ecologica. Non è che fatta la tassa sia risolto il problema: la politica e la ricerca devono aiutare le aziende a trovare soluzioni alternative al monouso. Non è semplice ma è necessario perché la vita sulla terra dipende direttamente dalla salute del mare, che ci permette di respirare, bere, mangiare e lavorare. Non si tratta di essere buoni con gli orsi polari, parliamo della nostra casa e della nostra esistenza. È un nostro interesse concreto. La maggior parte degli oggetti che troviamo in mare sono superflui, si tratta di confezioni e packaging. Dobbiamo smettere di produrli e consumarli, è necessario cambiare il design industriale, non basta il riciclo.

Come potrebbe essere migliorata?

È necessario favorire la ricerca e l’innovazione, trovare un’alleanza col mondo produttivo. La chiave è un’economia circolare dove i prodotti e i materiali non diventano mai rifiuti, ma cambiano la loro funzione. La politica ha un ruolo fondamentale per offrire soluzioni. Nel frattempo è possibile usare tutte strategie possibili per diminuire il nostro impatto sull’ambiente, come la plastic tax o il riciclo.

La Finlandia ha tassato la plastica dal 1997, in Norvegia si paga sugli imballaggi a perdere e in Gran Bretagna nel 2022 entrerà in vigore una tassa sulla plastica monouso. Arriviamo in ritardo?

Tutti i Paesi del nostro continente seguono le indicazioni dell’Unione Europea, se non ci avesse spinto non avremmo fatto queste scelte. È importante andare avanti con le leggi, prendendo ispirazione dalle buone pratiche degli altri Paesi e adattandole al nostro contesto.

Intanto i nostri supermercati sono ancora pieni di imballaggi di plastica, la distribuzione con lo sfuso è ancora limitata, cosa non sta funzionando?

Se compro un’arancia sbucciata in una scatoletta di plastica le aziende continueranno a produrla e a venderla. Se compro solo l’arancia, smetteranno e me la venderanno sfusa. Le confezioni vengono prodotte perché continuiamo a comprarle. La prima soluzione è fare scelte sostenibili, non comprare prodotti con troppi imballaggi. Nel caso dell’arancia, la compro e la sbuccio da solo. Il nostro ruolo come consumatori e consumatrici è centrale, così come le leggi e l’impegno delle aziende.

Il bicchiere di plastica dove beviamo per pochi minuti durerà più di noi?

Una persona in cinquant’anni invecchia, invece la plastica rimane potenzialmente intatta. Sulle spiagge italiane si trovano oggetti di plastica prodotti 50 anni fa. Lo scorso inverno ho trovato su una spiaggia dell’Adriatico un flacone prodotto tra il 1967 e il 1971. Era ancora integro e solido. Il bicchiere che usiamo per pochi minuti ci mette svariate decine di anni a degradarsi, dura molto di più della nostra vita.

Cosa possiamo fare, quali azioni potrebbero fare la differenza?

Durante la giornata possiamo fare la differenza con le nostre scelte. Ad esempio, usando la borraccia: significa risparmiare centinaia di bottiglie l’anno. Portare la borsa di tela al mercato, rifiutare le cannucce, evitare gli oggetti che userò solo per un minuto e che ci metteranno più della mia vita a degradarsi. Usiamo molte migliaia di oggetti monouso durante le nostre esistenze, un’enorme montagna, che resterà sulla terra dieci volte la durata delle nostre vite, il tutto moltiplicato per la popolazione della terra e per le generazioni. Le nostre scelte hanno un peso che ricadrà e muoverà i produttori e la politica. I comportamenti individuali sono l’interruttore del cambiamento.

fonte: www.ilfattoquotidiano.it

Marine litter: il Giappone vuole affrontare il problema

Organizzata e supervisionata dalla Tara Ocean Foundation, un’indagine sfrutterà le infrastrutture di ricerca della Japanese Association for Marine Biology (JAMBIO) per valutare il fenomeno del marine litter nei mari e nelle coste giapponesi.



















Ogni anno, circa 8 milioni di tonnellate di rifiuti in plastica finiscono negli oceani. Il problema ha suscitato particolare attenzione in Giappone, che ha annunciato l’avvio nella prossima primavera di un’indagine volta alla misurazione e allo studio del fenomeno del marine litter. Organizzata dagli scienziati giapponesi insieme alla Tara Ocean Foundation, l’indagine durerà due anni e sarà condotta da diverse strutture di ricerca marina situate in tutto il Giappone, dall’isola settentrionale dell’Hokkaido al sud-ovest del Kyushu.

Appoggiandosi sulle strutture costiere della Japanese Association for Marine Biology (JAMBIO)i ricercatori raccoglieranno campioni per l’analisi delle microplastiche e misureranno il loro impatto sulla vita marina, lavorando al contempo per sensibilizzare la popolazione sul problema del marine litter. La Tara Ocean Foundation l’anno scorso ha già prodotto uno studio molto approfondito sull’inquinamento da plastica nei fiumi europei, notando che il 100% dei campioni raccolti conteneva plastica e microplastiche. 

Questi risultati, piuttosto allarmanti, ci hanno portato a preparare un progetto qui in Giappone“, ha dichiarato il direttore esecutivo di Tara Ocean Foundation, Romain Trouble, durante la conferenza stampa a Tokyo. L’obiettivo, ha specificato Trouble, non è quello di puntare il dito verso una particolare regione, ma piuttosto di capire cosa  rappresenti l’inquinamento da plastica nel dettaglio e quali ne siano le cause specifiche”.
Inoltre, il progetto sarà anche l’occasione per dialogare sul fenomeno del marine litter con le comunità locali, inclusa l’industria della pesca, gli studenti e i Comuni, per comprendere quale ruolo ciascuno può svolgere nel consumo, nella selezione e nel riciclaggio dei rifiuti. Per il momento, il governo giapponese si è impegnato a ridurre il quantitativo di rifiuti di plastica del paese del 25% entro il 2030, cominciando con il divieto di utilizzo dei sacchetti di plastica nei supermercati entro la fine del 2020.

fonte: www.rinnovabili.it

10 RIVERS 1 OCEAN - My Great Pacific Garbage Patch: la mia avventura sull'"isola di plastica"


Ad agosto ho navigato a remi attraverso il Great Pacific Garbage Patch e quello che ho imparato sulla crisi ecologica prodotta dalla plastica l’ho sintetizzato in questo video. . Last August I rowed the Great Pacific Garbage Patch and all I learned about the ecological crisis produced by plastic is summarized in this video.




alex bellini
https://www.10rivers1ocean.com

Microplastiche in Antartide, nessun oceano è ormai libero

I dati raccolti durante la Volvo Ocean Race mostrano che le microplastiche hanno raggiunto ormai i luoghi più remoti del pianeta





















Forse non si eccede in retorica nel dire che  le microplastiche hanno ormai colonizzato quasi ogni parte del mondo. Almeno guardando i risultati della raccolta di campioni realizzata durante la Volvo Ocean Race, gara di vela intorno al mondo che si tiene ogni tre anni. Come la regata, il programma scientifico è finanziato dalla celebre casa automobilistica svedese. L’obiettivo è mappare, durante il percorso a tappe, la salute dei mari del mondo. Gli esperti hanno presentato i risultati al summit oceanico di Hong Kong, mostrando di aver trovato microparticelle di plastica nell’Oceano Antartico, nei pressi dell’Antartide Ice Exclusion Zone.
Rispetto agli altri territori, in ogni caso, il numero di microplastiche è inferiore:  sono state reperite mediamente 4 particelle per metro cubo. Oltre un milione per chilometro quadro sono state invece rinvenute nell’Oceano Atlantico meridionale, a ovest di Città del Capo, in Sud Africa. E nella terza tappa della gara, gli esperti ne hanno censite un milione e mezzo ad est del Sudafrica. Anche in Australia, nelle acque vicino a Melbourne, sono state trovate un milione di microplastiche per chilometro quadrato di oceano.


Queste minuscole particelle, inferiori ai 5 millimetri, sono frammenti che spesso derivano dalladisintegrazione di oggetti più grandi, ad esempio sacchetti o bottiglie monouso. La raccolta dei campioni è stata curata dal team “Turn the Tide on Plastic”, durante la competizione mondiale. Il Dr. Sören Gutekunst, esperto dell’istituto tedesco Geomar che ha presentato i risultati durante il summit, sostiene che «queste nuove informazioni confermano i risultati che avevamo precedentemente raccolto nelle acque europee, e mostrano che nell’oceano vi sono costantemente alti livelli di microplastiche».
Oltre all’inquinamento, i frammenti possono entrare nella catena alimentare degli animali e dell’uomo, con potenziali rischi per la salute.

fonte: www.rinnovabili.it

Fukushima: il Giappone rilascerà l’acqua radioattiva nell’oceano?


















Cosa fare del milione di tonnellate di acqua radioattiva contenuta nei serbatoi della centrale nucleare di Fukushima Daiichi? Se lo chiede il Governo giapponese alle prese con una difficile scelta che divide nettamente esperti e cittadini. A sei anni dall’incidente che nel 2011 provocò la fusione dei noccioli dei tre reattori, la situazione generale è ben lontana dall’aver trovato un punto fermo.

I lavori della TEPCO (Tokyo Electric Power Co.) per rimuovere le barre di uranio esausto procedono in maniera estremamente lenta. Le prime immagini del combustibile fuso nel terzo reattore sono state ottenute solo a luglio di quest’anno. I funzionari sperano ora di riuscire a persuadere una comunità piuttosto scettica che l’impianto sia passato dalla modalità di “crisi post-disastro” a una fase molto meno pericolosa, quale quella della pulizia. “Fino a ieri non sapevamo esattamente dove fosse il carburante, o come sarebbe apparso”, ha spiegato Takahiro Kimoto, direttore generale della divisione nucleare della Tepco. “Ora che l’abbiamo visto, possiamo fare progetti per recuperarlo”.

La stessa immagine del sito sta cambiando. Oggi qui lavorano 7000 persone impegnate a costruire nuovi serbatoi di stoccaggio dell’acqua, a recuperare i detriti radioattivi e a erigere enormi impalcature introno ai reattori distrutti. Come hanno potuto appurare i media stranieri, nel tour organizzato dal Giappone il mese scorso, il sito ospita oggi un nuovo ed elegante edificio amministrativo, una caffetteria e persino un minimarket. L’accesso all’impianto è più facile di quanto non fosse un anno fa, quando i visitatori dovevano coprirsi con speciali indumenti protettivi. Ma dietro questo nuovo e ricercato aspetto, la maggior parte dei problemi rimane aperta.

Primo fra tutti, il destino dell’acqua radioattiva contenuta nelle 900 vasche dell’impianto. Alcuni esperti hanno consigliato il Governo di rilasciarla lentamente nell’Oceano Pacifico. I trattamenti effettuati ha rimosso tutti i contaminanti ad eccezione del trizio, che secondo gli scienziati è sicuro se rilasciato in piccole quantità. Al contrario, se lasciata stoccata nella centrale, un nuovo terremoto o tsunami potrebbe danneggiare le vasche e far fuoriuscire il contenuto in maniera incontrollata. I pescatori locali, ancora in profonda crisi dopo l’incidente, temono tuttavia che i consumatori non acquisteranno pesce catturato nella regione se Tokyo dovesse decidere di liberarsi nell’oceano dell’acqua radioattiva.

Ad aggravare il problema c’è il fatto che la quantità di acqua radioattiva, a Fukushima, cresce di 150 tonnellate al giorno.  I reattori sono danneggiati irreparabilmente, ma per evitare il surriscaldamento deve essere costantemente pompata al loro interno acqua per il raffreddamento. Il fluido contaminato esce quindi dalle camere di contenimento e si raccoglie a livello dei basamenti dove si mescola con le falde acquifere, aumentando il volume totale.

fonte: www.rinnovabill.it