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Cucilo tu stesso! All'interno della rivoluzione della moda a zero rifiuti

 

Nel blocco, migliaia di persone hanno iniziato a farsi i vestiti per la prima volta - un movimento nato dalla creatività e dal consumo consapevole

My foot si libra nervosamente sul pedale della macchina da cucire. Mi sto facendo

Fabiana: “Con Serendipity offro il mio contributo per un mondo plastic free”

Il coraggio e l'entusiasmo di una giovane che ha mollato una vita e un lavoro sicuri per dare il proprio contributo alla riduzione dell'impatto ambientale dei nostri consumi. Ecco la storia di Fabiana, fondatrice di un negozio di prodotti plastic free, ecologici e alla spina.




«Mollare il lavoro a tempo indeterminato non è stata una scelta facile: mi occupavo della parte digital in azienda, l’ambiente era giovane, ma nella mia testa c’erano altri progetti, altri sogni. Avevo in mente di creare uno spazio virtuale in cui potessi parlare di prodotti che non fossero legati a un consumo compulsivo e immediato, ma che fossero un risultato di scelte consapevoli, che non danneggiassero il pianeta».

È così che Fabiana Cakilli, 32 anni, brianzola DOC, mi racconta di Serendipity, un progetto che nasce all’esigenza di fare qualcosa di concreto per contrastare l’inquinamento da plastica usa e getta, un problema a dir poco dilagante. Un’idea carica di sfida e di coraggio che racchiude e racconta un mondo bello e buono. In pratica si tratta di un e-commerce di prodotti 100% plastic free, che vende alternative alla plastica monouso nella vita quotidiana. Ci facciamo raccontare meglio da lei la storia e la filosofia del suo progetto.

Com’è nato tutto?

Il mio sogno era quello di realizzare uno spazio in cui la gente potesse conoscere prodotti nuovi, organici, ma senza packaging e soprattutto potesse acquistarli, ricevendoli in un pacco senza imballaggi in plastica o incarti superflui. Rimuginavo su queste idee da mesi, ma non avevo ancora realizzato che avrei potuto mettere in piedi tutto. Mi sembrava troppo grande come progetto e gestirlo da sola mi spaventava un po’. Ma davvero il supporto (morale e concreto, nel montare scaffali e altre attività) della mia famiglia è stato fondamentale, senza di esso non avrei mosso un passo.

La famosa goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la visione di alcuni documentari su Netflix, in particolare “A Plastic Ocean”: tantissimi animali marini e uccelli che morivano per colpa del comportamento dell’uomo. Sono rimasta scioccata quando ho visto come le tartarughe soffocavano a causa dei sacchetti di plastica o come interi ecosistemi venivano distrutti dall’accumulo di rifiuti su spiagge un tempo paradisiache. Non potevo accettare tutto questo, non potevo continuare ad andare per la mia strada senza far niente. Non sarebbe bastato cambiare abitudini di consumo come singolo e renderle più sostenibili per il pianeta. Dovevo fare di più. Un anno dopo, la consapevolezza di quello che potevo creare ha raggiunto il suo apice e ho trovato il coraggio di mollare il lavoro sicuro e gettarmi in quest’avventura.

Com’è strutturato Serendipity?

Il progetto e lo shop Serendipity nascono per il bisogno di condividere con gli altri una strada più sostenibile, seguendo la serendipità: imbattersi in qualcosa che non si sta cercando, ma che si rivela la scelta giusta, il destino da inseguire. Nel negozio online si possono trovare prodotti alternativi alla plastica usa e getta per vari ambiti: bagno, cucina, viaggi, pulizie, bambini, regali ed in ogni categoria è possibile trovare il sostituto naturale e plastic free all’accessorio che usiamo nel quotidiano. Shampoo solido, dentifricio in crema in barattoli di vetro o in pastiglia, detersivo solido per i piatti, spugne in luffa, cannucce di bambù e di metallo.



Come l’ecologia e questo progetto hanno cambiato la tua vita?

Il progetto Serendipity mi ha permesso di credere nuovamente in me stessa, negli altri e nelle capacità che ognuno di noi ha di cambiare realmente la propria strada e le proprie abitudini. Sembra che quando si impara qualcosa, la si interiorizza per sempre e non si possa mettere in discussione, ma è così che cominciamo ad appassire. L’ideale sarebbe metterci in gioco su qualsiasi argomento, farci domande (anche scomode), informarci su quello che non conosciamo a fondo e non abbatterci se non troviamo risposte o se falliamo nel cambiare qualcosa. Non c’è un vero fallimento, è tutto un percorso di sperimentazione, di mattoncini da impilare, e se qualcuno di questi cade pazienza, ci si costruisce intorno oppure si inizia da un’altra parte.

In che modo la tua community familiare e social ti hanno aiutata in questo percorso?

Cerco di ritrasmettere l’entusiasmo e la positività che loro trasmettono per creare davvero un ambiente di cambiamento ottimista e senza colpevolizzazioni. Tutti possono fare la differenza nel proprio piccolo e l’energia che ci mettono è davvero contagiosa. Si cambia con l’esempio delle altre persone, senza terrorizzare nessuno. Si cambia tutti insieme, si cade e ci si rialza, sempre cercando di comprendere che ognuno ha un livello di consapevolezza diverso. In quest’ultimo anno ho notato che sempre più persone si sentono coinvolte in questo clima di cambiamento di abitudini e cercano davvero di apportare delle modifiche importanti ai propri consumi.



Che suggerimenti daresti per chi vuole avvicinarsi al plastic free nel quotidiano?

Il primo passo è sempre quello della consapevolezza di voler cambiare abitudini piano piano, perché ci si è informati da fonti attendibili e si è arrivati alla conclusione che si può agire concretamente. Se sono arrivati sui miei canali, allora hanno già sviluppato un interesse verso questo universo eco-compatibile e sicuramente sono pronti a fare il salto. Ognuno può fare la differenza, ogni persona può avviare dei cambiamenti nella propria routine quotidiana e farà la differenza per il mondo. In senso pratico, si può quindi iniziare a usare la saponetta al posto del sapone liquido; oppure cominciare a rifiutare le borse della spesa al supermercato perché se ne ha una riutilizzabile con sé. Si può cominciare a bere da una borraccia e poi passare a usare cannucce di metallo o bambù al posto di quelle monouso. La trasformazione graduale è importante e non si è mai soli in questo percorso. Tramite il blog e l’account Instagram di Serendipity si sta creando uno scambio importante tra le persone con cui ci si confronta e si dialoga attorno all’adozione di prodotti plastic free. Ci si dà consigli e cerco di offrire ogni giorno nuovi spunti per cambiare abitudini o meglio per tornare a quelle dei nostri nonni, che la plastica usa e getta non sapevano nemmeno cosa fosse. Il mio shop permette a tutti di accedere a questa tipologia di prodotti (sia per la possibilità di riceverli a casa sia per i prezzi accessibili) e, piano piano, di diminuire il proprio impatto.

Progetti futuri?

Per ora ci sono progetti di divulgazione e sensibilizzazione sui canali social e sul blog dello shop, con il coinvolgimento di esperti e green influencer. A settembre dovremmo riuscire a organizzare una pulizia spiagge o sul territorio di Milano con alcune associazioni. E poi chissà, tutto cambia velocemente: sono contenta che Serendipity faccia parte di questa piccola rivoluzione gentile. Stiamo andando nella giusta direzione e anche se la strada è lunga sono sicura che ne usciremo tutti migliori… e anche il Pianeta ringrazierà!

fonte: www.italiachecambia.org


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Sfusi e Riusi: il negozio alla spina che dà lavoro alle persone fragili

Non solo un negozio sfuso che si impegna nella riduzione degli sprechi, ma anche un progetto che coinvolge detenuti, donne vittime di violenza e persone con disabilità. Vi parliamo oggi di Sfusi e Riusi, piccola attività che si trova nel comune di Chiusa di Pesio, in provincia di Cuneo.



In questi anni vi abbiamo raccontato dei sempre più numerosi punti vendita che decidono di rinunciare agli imballaggi superflui e dannosi, promuovendo il riuso in tutte le sue sfumature. Li chiamiamo negozi sfusi o negozi alla spina proprio perché si impegnano a promuovere prodotti locali e spese più “essenziali”, mostrandoci che è possibile acquistare solo ciò di cui abbiamo effettivamente bisogno. Così facendo, queste piccole e sempre più numerose realtà incentivano azioni a breve termine finalizzate a un cambiamento a lungo termine. Il negozio di cui vi parliamo oggi è il progetto Sfusi e Riusi, che nasce nel piccolo paese di Chiusa di Pesio, in provincia di Cuneo.


Il punto vendita nasce in un’area di proprietà comunale e al suo interno trovano spazio alimenti dalla filiera garantita, prodotti agricoli locali, del commercio equosolidale e artigianato, oltre che una vasta gamma di detersivi, detergenti e saponi alla spina. Grazie alla collaborazione tra il Comune e alcune organizzazioni del territorio, come l’associazione culturale Equazione e le cooperative sociali Proposta 80 e Fiordaliso, il progetto vuole contribuire non solo alla tutela dell’ambiente in una logica di riduzione degli sprechi, ma anche alla promozione del benessere delle persone attraverso iniziative dal forte impatto sociale.

I prodotti che si trovano all’interno di Sfusi e Riusi sono realizzati da una cooperativa che fornisce lavoro ai detenuti, ma sono coinvolte nel progetto anche donne vittime di violenza accolte dalla cooperativa Fiordaliso; inoltre una ricca selezione di manufatti è realizzata dagli ospiti del Centro Mauro di Chiusa di Pesio, gestito da Proposta 80, che da più di trent’anni si occupa del sostegno a persone diversamente abili, offrendo loro un supporto assistenziale, un’occupazione lavorativa e migliori condizioni economiche, sociali e professionali.




«Quando abbiamo letto il bando Ri-attivare proposto dalla Fondazione CRC, abbiamo pensato immediatamente a Equazione, l’associazione attiva da quasi diciotto anni sul nostro territorio, con lo scopo di diffondere pratiche commerciali eque, il consumo critico e la sostenibilità energetica/ambientale», ha spiegato Daniela Giordanengo, assessora alla comunicazione e alla cultura.

Lo spazio, appena inaugurato, sarà gestito dai volontari dell’associazione Equazione e il progetto prevede lo svolgimento di laboratori didattici e momenti formativi per giovani e adulti. Inoltre, per mantenere uno stile di vita orientato alla sostenibilità, le consegne della spesa verranno effettuate a domicilio in bicicletta.




Come ha raccontato Gianni Dalmasso, presidente di Equazione, «attraverso il nostro operato speriamo di incuriosire sempre più persone sui temi che sono all’origine e motivazione del nostro esistere, oltre che del progetto stesso. Auspichiamo di attirare molti giovani, particolarmente sensibili ai temi della giustizia sociale e della sostenibilità ambientale, in modo che diventino parte attiva della nostra azione di volontariato».

fonte: www.italiachecambia.org


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Da Torino una proposta per rendere la Food Bag obbligatoria nei ristoranti

Il Festival del Giornalismo Alimentare, che ogni anno si svolge nella città di Torino, ha avviato una raccolta firme, in concomitanza con la giornata nazionale contro gli sprechi, finalizzata a rendere obbligatoria negli esercizi di ristorazione di tutt’Italia la food bag per portare a casa il cibo avanzato e far sì che la lotta agli sprechi alimentari diventi una pratica concreta e sempre più diffusa.




Si chiama “Food bag obbligatoria al ristorante” la petizione per combattere gli sprechi alimentari e far sì che una nuova sensibilità diventi un’abitudine consolidata, come proposta che punti a fare leva sul valore del cibo e sul costo ambientale, sociale ed economico degli sprechi.

Lanciata in occasione del Festival del Giornalismo Alimentare di Torino, la petizione si pone l’obietto di stimolare una proposta di legge del Parlamento per introdurre in tutta la ristorazione l’obbligo di consegnare ai clienti una “food bag” fatta con materiali sostenibili, adeguati al contatto con gli alimenti e al trasporto e che mostri, stampato, un decalogo per la corretta conservazione del cibo.

«Come Festival del Giornalismo Alimentare pensiamo che dovremmo tutti convincerci di quanto sia utile la doggy bag, il sacchetto con il quale il ristorante consente al cliente di portare a caso il cibo avanzato a tavola. Lo spreco di cibo nei ristoranti è altissimo: supera il 30 per cento dei pasti ordinati».






Nel 2014 una sentenza della Corte di Cassazione aveva sancito il diritto dei clienti dei ristoranti, delle pizzerie e delle tavole calde, di fornire il cibo avanzato a casa. Da allora, però, questa abitudine non ha fatto molti passi avanti, considerato che circa il 70 per cento dei ristoratori confessa che i loro clienti non sembrano interessati alla cosiddetta doggy bag.


«C’è ancora troppa timidezza, pudore, e talvolta perfino vergogna, nell’uso della doggy bag. Pensate il 25 per cento degli italiani la considera “volgare, da maleducati e da poveracci». Proprio per questo la proposta mira all’obbligo per gli esercenti di adottare questa buona pratica, per superare il tradizionale imbarazzo del cliente (soprattutto del frequentatore dei ristoranti stellati).





Come affermato sul sito del Festival, «il nostro compito non è quello di stilare il progetto di legge, compito dei ministeri competenti e degli enti sanitari. Quello che dobbiamo fare è lanciare una proposta che la politica dovrà prendere in carico per legiferare in modo accurato». La petizione è infatti rivolta al Ministro delle Politiche Agricole, Alimentari e Forestali, al Ministro della Salute e al Presidente della Commissione Agricoltura della Camera dei deputati affinchè i decisori politici si facciano promotori di un’esperienza virtuosa che in altri stati, come nel caso della Francia, è diventata legge.

La petizione vuole infatti sostenere una vera e propria proposta di legge, sotto forma di emendamento alla “Legge Gadda” del 2016 contro gli sprechi e mira a rendere obbligatoria la consegna della Food bag in ogni esercizio e in ogni manifestazione dove vengano somministrati cibi e bevande (consegnando anche un contenitore per vino e bevande non gasate).

«Un progetto di sensibilizzazione con relative bag era già stato lanciato in occasione di Terra Madre 2016. Un altro progetto è stato lanciato nel 2019 da Fipe (Federazione pubblici esercizi) e Comieco (Consorzio per il riciclo carta e cartone) che hanno stretto un accordo in base al quale, dopo una prima fase sperimentale su 1.000 esercizi pubblici, saranno 30mila i ristoranti che avranno la doggy bag. Altre iniziative si sono svolte in favore della food bag in diversi Comuni, a partire comprese città come Milano e Modena».


fonte: www.italiachecambia.org

Plastic tax, Italia Viva vuole il rinvio. L’esperto: “È utile, in mare tanti imballaggi. Tassa sulle imprese? Lo è se pensano solo al loro mercato”

Franco Borgogno da anni studia l'inquinamento da plastiche in mare: "Serve un'alleanza per abbandonare il monouso. Un bicchiere usato per un minuto rimarrà in fondo all'oceano per secoli. La politica e la ricerca aiutino le aziende a convertire la produzione. Importante andare avanti con le leggi". La misura deve entrare in vigore a luglio, ma i renziani vogliono posticiparla al 2021





“La maggior parte degli oggetti che troviamo in mare sono superflui, si tratta di confezioni e packaging. Dobbiamo smettere di produrli e consumarli”. Franco Borgogno, giornalista, tutor al Master di giornalismo ‘Giorgio Bocca‘ all’Università di Torino e ricercatore dell’European Research Institute, dal 2015 racconta e collabora allo studio della presenza delle microplastiche e macroplastiche nell’oceano globale. Nel mare che circonda le isole Svalbard, nell’Artico profondo, ha partecipato a novembre alla campagna oceanografica HighNorth, coordinata dall’Istituto Idrografico della Marina italiana. Nel suo libro ‘Un mare di plastica‘ ha raccontato il viaggio effettuato nel Passaggio a Nord Ovest nel 2016, per raccogliere dati sulle microplastiche nell’estremo mare Artico. La sua esperienza racconta che la plastic tax “può aiutare” a tutelare l’ambiente e soprattutto a eliminare l’utilizzo del monouso. La tassa green introdotto con la manovra del governo giallorosso dovrebbe entrare in vigore a luglio, dopo essere stata già depotenziata per via dell’ostruzionismo di Italia Viva. Ora, passato lo scoglio delle elezioni in Emilia Romagna – dove sono presenti la maggior parte delle imprese del settore – sono di nuovo i renziani a mettersi di traverso. Questa settimana si voterà infatti l’emendamento al Milleproroghe che rinvia l’entrata in vigore della plastic tax al primo gennaio 2021. “È importante andare avanti con le leggi”, sottolinea però Borgogno, spiegando che a suo avviso la misura green diventa “un aggravio solo se le imprese del settore puntano esclusivamente a mantenere la quota di mercato e non a tutelare l’interesse della società”.

Il peso delle plastiche in mare supererà quello dei pesci nel 2050, un’immagine che rende l’idea del problema?


Se l’uso e il consumo di plastica continuerà come adesso, non è che vedremo il mare pieno di bottiglie ma aumenterà la densità delle microplastiche, quelle con un diametro inferiore ai 5mm, praticamente invisibili ad occhio nudo. La plastica non ha colpa: è un bene fondamentale, per esempio in campo medico. Il problema è l’uso insensato che ne facciamo: un bicchiere di plastica viene usato per pochi minuti ma rimarrà in fondo al mare per secoli e negli abissi non potrà iniziare la degradazione per mancanza di luce, ossigeno e per le basse temperature. La plastica ha una lunga vita e dobbiamo utilizzarla al meglio, considerando che la ricerca offre alternative. È un materiale prezioso e non è adatto al monouso.

A novembre ha partecipato a una spedizione oceanografica per studiare la presenza delle plastiche nell’Artico. Cosa ha scoperto?

Le plastiche galleggianti sono solo una piccola parte di ciò che troviamo in tutto l’oceano globale, fino ai fondali. Sempre nell’ambito del progetto pluriennale HighNorth, l’anno scorso siamo arrivati all’estremo dell’Artico, in zone mai campionate prima. La calotta polare è diventato un grande magazzino di plastica e abbiamo trovato e documentato 156 macroplastiche, frammenti o interi oggetti anche di grandi dimensioni, un numero enorme per quei luoghi remoti e isolati. È stata una scoperta inedita fino a quel momento, anche se non sorprendente conoscendo le correnti oceaniche, che ci racconta come lo scioglimento dei ghiacci stia liberando anche una gran quantità di plastica accumulata nei decenni passati.

Non solo Artico, le microplastiche e macroplastiche non sono lontane da noi, cosa succede nel Mar Mediterraneo?

È un bacino di mare circondato da paesi densamente popolati che negli ultimi 70 anni hanno fatto largo uso di plastica. Nel Mediterraneo troviamo la maggiore concentrazione di microplastiche al mondo, da 2 a 10 chilogrammi per chilometro quadrato, più alta anche delle cosiddette ‘isole di plastica’ del Pacifico dove le microplastiche raggiungono gli 850-900 grammi per chilometro quadrato. Se non le vediamo o non riusciamo a fotografarle non vuol dire che non ci siano, sono pezzettini piccolissimi che sono ovunque nei nostri mari, laghi, fiumi e oceani, che percorrono le acque della terra.

La plastic tax può essere utile?

Tutto ciò che contribuisce a ridurre l’utilizzo di plastica non necessaria è utile. La plastic tax può aiutare. Dobbiamo utilizzarne meno, ciò non significa ridurre il numero di oggetti ma abbandonare e sostituire il monouso con le alternative riutilizzabili.

È un aggravio per le imprese del settore oppure una misura per arginare il problema?
Non si tratta di eliminare i posti di lavoro ma di convertire la produzione. Lo spauracchio dei posti di lavoro si supera producendo in un altro modo perché certi prodotti hanno conseguenze gravi per la società. Si tratta di un aggravio solo se le imprese del settore puntano esclusivamente a mantenere la quota di mercato e non a tutelare l’interesse della società. L’obiettivo della plastic tax non deve essere mettere in pericolo i posti di lavoro, bensì favorire una transizione ecologica. Non è che fatta la tassa sia risolto il problema: la politica e la ricerca devono aiutare le aziende a trovare soluzioni alternative al monouso. Non è semplice ma è necessario perché la vita sulla terra dipende direttamente dalla salute del mare, che ci permette di respirare, bere, mangiare e lavorare. Non si tratta di essere buoni con gli orsi polari, parliamo della nostra casa e della nostra esistenza. È un nostro interesse concreto. La maggior parte degli oggetti che troviamo in mare sono superflui, si tratta di confezioni e packaging. Dobbiamo smettere di produrli e consumarli, è necessario cambiare il design industriale, non basta il riciclo.

Come potrebbe essere migliorata?

È necessario favorire la ricerca e l’innovazione, trovare un’alleanza col mondo produttivo. La chiave è un’economia circolare dove i prodotti e i materiali non diventano mai rifiuti, ma cambiano la loro funzione. La politica ha un ruolo fondamentale per offrire soluzioni. Nel frattempo è possibile usare tutte strategie possibili per diminuire il nostro impatto sull’ambiente, come la plastic tax o il riciclo.

La Finlandia ha tassato la plastica dal 1997, in Norvegia si paga sugli imballaggi a perdere e in Gran Bretagna nel 2022 entrerà in vigore una tassa sulla plastica monouso. Arriviamo in ritardo?

Tutti i Paesi del nostro continente seguono le indicazioni dell’Unione Europea, se non ci avesse spinto non avremmo fatto queste scelte. È importante andare avanti con le leggi, prendendo ispirazione dalle buone pratiche degli altri Paesi e adattandole al nostro contesto.

Intanto i nostri supermercati sono ancora pieni di imballaggi di plastica, la distribuzione con lo sfuso è ancora limitata, cosa non sta funzionando?

Se compro un’arancia sbucciata in una scatoletta di plastica le aziende continueranno a produrla e a venderla. Se compro solo l’arancia, smetteranno e me la venderanno sfusa. Le confezioni vengono prodotte perché continuiamo a comprarle. La prima soluzione è fare scelte sostenibili, non comprare prodotti con troppi imballaggi. Nel caso dell’arancia, la compro e la sbuccio da solo. Il nostro ruolo come consumatori e consumatrici è centrale, così come le leggi e l’impegno delle aziende.

Il bicchiere di plastica dove beviamo per pochi minuti durerà più di noi?

Una persona in cinquant’anni invecchia, invece la plastica rimane potenzialmente intatta. Sulle spiagge italiane si trovano oggetti di plastica prodotti 50 anni fa. Lo scorso inverno ho trovato su una spiaggia dell’Adriatico un flacone prodotto tra il 1967 e il 1971. Era ancora integro e solido. Il bicchiere che usiamo per pochi minuti ci mette svariate decine di anni a degradarsi, dura molto di più della nostra vita.

Cosa possiamo fare, quali azioni potrebbero fare la differenza?

Durante la giornata possiamo fare la differenza con le nostre scelte. Ad esempio, usando la borraccia: significa risparmiare centinaia di bottiglie l’anno. Portare la borsa di tela al mercato, rifiutare le cannucce, evitare gli oggetti che userò solo per un minuto e che ci metteranno più della mia vita a degradarsi. Usiamo molte migliaia di oggetti monouso durante le nostre esistenze, un’enorme montagna, che resterà sulla terra dieci volte la durata delle nostre vite, il tutto moltiplicato per la popolazione della terra e per le generazioni. Le nostre scelte hanno un peso che ricadrà e muoverà i produttori e la politica. I comportamenti individuali sono l’interruttore del cambiamento.

fonte: www.ilfattoquotidiano.it

Il baratto dei giocattoli per promuovere riuso e condivisione

Il baratto dei giocattoli è uno strumento ideale per promuovere tra i bambini il concetto di riuso e di condivisione verso chi ha bisogno. Nasce da questo presupposto l’iniziativa “Ce l’ho ce l’ho mi manca” la cui sesta edizione si terrà a Roma domenica 1 dicembre. Un evento dove il consumismo lascia il passo alla generosità (con buona pace degli inventori del black friday!).



Da una scorsa edizione dell’iniziativa 

Promuovere tra i bambini un pensiero etico, nel quale il baratto di giocattoli possa riflettere nuove pratiche di sostenibilità e di solidarietà verso chi è meno fortunato. È questo l’obiettivo della sesta edizione della manifestazione “Ce l’ho ce l’ho mi manca”, prevista domenica 1 dicembre 2019, dalle ore 10:00 alle ore 19:00 negli spazi del terzo piano di Eataly a Roma (in Piazzale 12 Ottobre 1492, a pochi passi dalla Piramide Cestia).


Una giornata gratuita, organizzata dal magazine online Family Welcome, per sensibilizzare i più piccoli e le loro famiglie al “non spreco” ed alla riduzione dei rifiuti, attraverso il riuso a fini solidali dei giocattoli non più utilizzati.


Un evento dove il consumismo lascia per una volta il passo alla generosità dimostrando che così a vincere siamo un po’ tutti.


Promuovendo la buona pratica del riuso si allunga la vita dei giocattoli che non diventano né rifiuti da smaltire né oggetto di ulteriore consumo di risorse naturali. Si può così aiutare l’ambiente e i bambini in difficoltà destinatari delle donazioni dei giocattoli non scambiati: i minori migranti, in fuga da guerra e povertà o quelli che vivono in condizioni di disagio socio-economico nei quartieri più svantaggiati delle grandi città.


Le centinaia e centinaia di giochi scambiati e donati e le migliaia di famiglie romane che hanno preso parte alle prime cinque edizioni sono la dimostrazione che il “ “Ce l’ho ce l’ho mi manca” è un momento che va ben oltre al giocattolo in sé.


Rappresenta una situazione ludica di crescita e di consapevolezza rivolto soprattutto ai bambini, impegnati in prima persona, a ragionare in modo critico su questioni sociali di grande importanza. Lo scambio dei giochi, tra i più piccini, costituisce infatti un insegnamento verso il consumo eticamente sostenibile. Così come la donazione, rivolta ai più grandi, promuove il senso di solidarietà verso i coetanei che si trovano in difficoltà.





La scoperta che donare può essere più bello di ricevere e che nel farlo si può anche tutelare l’ambiente è il messaggio che ci si può portare a casa.
Le buone regole del baratto


Ad accogliere bambini e famiglie all’ingresso della manifestazione, ci saranno i volontari di Save the Children – l’Organizzazione internazionale che dal 1919 lotta per salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro. Poi i Clowndottori e Cantastorie dell’Associazione no-profit di medici, La Banda Faclò, nata nel 2015 in seno alla Carovana dei Sorrisi per promuovere la terapia del sorriso, la forza della fantasia e la creatività come aiuto ai bambini malati e persone in situazione di disagio.


A tutti questi professionisti del sorriso si consegnano i giocattoli ricevendo in cambio monete simboliche per un valore il più possibile equivalente al materiale che è stato messo a disposizione per il baratto.


Con questi gettoni i bambini possono scegliere autonomamente altri giochi, “come nuovi”, all’interno dell’area dedicata al baratto.


Al termine, i giocattoli che non dovessero conoscere nuovi “proprietari” saranno donati ai Punti Luce e Spazi Mamme di Save the Children in Italia e all’Associazione La Banda Faclò, che li distribuirà in ospedali pediatrici e case famiglia.


La Banda Faclò


Baratto, Family Friendly Market, Laboratori per bambini


L’evento si articola in 3 aree tematiche:


1) BARATTO: uno spazio unicamente dedicato allo scambio dei giochi tra i bambini.


2) INTRATTENIMENTO: laboratori gratuiti didattici per bambini organizzati per temi e fasce d’età dai 3 ai 12 anni.


L’argomento dei laboratori organizzati da Musement, la piattaforma digitale leader nella ricerca e nella prenotazione di tour e attrazioni in tutto il mondo, riguarda una serie di appuntamenti focalizzati sulle diverse città dove il portale offre imperdibili esperienze. Occhi puntati su Londra e Parigi dove Musement è particolarmente attiva: i bambini possono cimentarsi nella costruzione di modellini del London Eye e della Torre Eiffel in cartone riciclato per vivere insieme il piacere di un’avventura. Un momento di stimolo per i piccoli che si spera possa avere in futuro risonanza nella loro quotidianità. Anche per questo ai bambini viene regalata una borraccia ecologica da utilizzare per i prossimi viaggi e le avventure alla scoperta del mondo.


Si legano al piacere della sperimentazione e della trasformazione, invece, i laboratori pensati da Treatwell, la piattaforma di prenotazione online per i trattamenti di bellezza e benessere leader in Europa. Un’esperienza coinvolgente che vede i bambini come piccoli erboristi, impegnati attorno a un tavolo con oli e pozioni, nella preparazione di regali per le loro mamme: creme e scrub a base di ingredienti alimentari e completamente naturali. Contemporaneamente le mamme si concedono un momento di relax grazie alla manicure offerta dai saloni che fanno parte del network.


3) XMAS MARKET: area espositiva dedicata a prodotti e servizi a misura di famiglia con bambini.

fonte: www.italiachecambia.org

Sfusitalia: è nata la mappa dei negozi di prodotti sfusi

Dove sono i negozi di prodotti sfusi? Quanti ce ne sono in città? E cosa vendono? Da queste domande e per rispondere all'esigenza personale e condivisa da molti di fare con semplicità la spesa in modo più consapevole, è nata Sfusitalia, una mappa online creata dalla giovane romana Ottavia Belli.





Con la crisi climatica che diventa sempre più evidente e l’inquinamento da plastica che assume dimensioni insostenibili, è quanto mai urgente la necessità di un cambiamento dei nostri stili di vita, che non può che passare da un ripensamento del nostro modo di fare la spesa quotidiana.

Da dove iniziare, quindi? Ad esempio preferendo alla GDO la “piccola distribuzione disorganizzata” (come ha fatto da anni l’ “ex consumatrice perfetta” Elena Tioli) e limitando drasticamente gli imballaggi di prodotti alimentari e di uso domestico optando per l’acquisto di prodotti sfusi. In tutto il Paese è già presente una moltitudine di punti vendita che hanno scelto di seguire questa direzione e oggi individuare questi negozi è davvero semplice.

Da un’esigenza personale della giovane romana Ottavia Belli è nata infatti Sfusitalia, una mappa online dei negozi che vendono prodotti sfusi e alla spina. Per sapere come funziona e come ha preso vita questo strumento la abbiamo intervistata.



Che cos’è Sfusitalia e come è nata l’idea?
Sfusitalia è il motore di ricerca di negozi che vendono prodotti sfusi, uno strumento per facilitare la ricerca e stimolare l’acquisto di beni privi di imballaggio. Una mappa on line e facilmente consultabile nata dalla mia difficoltà personale nel trovare un negozio sfuso vicino a me.

Conclusa la triennale in Cooperazione Internazionale e Sviluppo a dicembre 2018 mi sono dedicata a questo progetto con il desiderio di contribuire – nel mio piccolo – al grande e apparentemente insormontabile problema dei rifiuti. L’idea è nata perché tutte le persone a cui racconto delle mie abitudini quotidiane mi pongono sempre le stesse domande: Dove sono questi negozi? Quanti ce ne sono in città? Cosa vendono? Non trovando un sito dedicato al solo tema dei prodotti sfusi, ho deciso di crearlo io.

Come hai fatto questa mappatura?
La mappa è stata realizzata tramite le informazioni presenti online e la mia ricerca personale. Il giorno del lancio del sito erano presenti poco più di 150 negozi, oggi sono il doppio: abbiamo infatti appena raggiunto la quota di 300 negozi mappati! Ciò è stato possibile anche grazie alle segnalazioni dei cittadini che, tramite un apposito form del sito, hanno aggiunto i negozi alla mappa. Le informazioni vengono puntualmente controllate e verificate da Sfusitalia prima di essere visibili sul sfusitalia per poter dare un servizio preciso.



Come funziona?
Il sito è stato creato per essere più intuitivo e semplice possibile. Dopo aver inserito il proprio indirizzo nella casella di inserimento, la mappa individua il negozio più vicino nel raggio di uno, due, tre chilometri. Una volta localizzato, è possibile avere maggiori dettagli sulla tipologia di prodotti sfusi in vendita cliccando sull’icona che aprirà una finestra informativa: nome, indirizzo, sito internet e categoria dei prodotti sono le informazioni che possono essere trovate sulla scheda di ogni negozio.

Quanto sono diffusi i negozi di prodotti alla spina a Roma e in Italia?
Nelle grandi città come Roma, Torino e Milano vi è una maggior presenza di negozi di prodotti sfusi rispetto alle realtà più piccole. Roma ne conta più di 50, Torino circa 20 e Milano oltre 10. È possibile trovare gli sfusi anche in città meno dense come Lugano, Vicenza, Brescia, Rimini, l’Aquila, Matera, Reggio Calabria, Cagliari e tante altre. La cultura dello sfuso è decisamente più diffusa al nord e al centro rispetto alle regioni del sud Italia, credo sia un gap che si potrà colmare con l’educazione all’ambiente.

Quali sono i prodotti che possiamo acquistare sfusi?
Con il desiderio di cercare, ormai è possibile comprare ogni tipologia di prodotto privo di imballaggio. Troviamo generi alimentari come pasta, farina e semi, saponi per la casa, per i pavimenti, per la lavatrice e la lavastoviglie, ma anche prodotti per il corpo come shampoo, balsamo, dentifricio e molto altro ancora. Sfusitalia.it mette in risalto i negozi dividendoli per categorie di prodotti in vendita al fine di assicurare una spesa sfusa completa, premiando allo stesso tempo anche chi vende solo una o due tipologie (spesso per la casa).

Oltre ai negozi dediti principalmente agli sfusi, esistono anche attività come tabaccherie, farmacia, lavanderie che hanno deciso di vendere prodotti alla spina, generalmente prodotti per la casa o per la persona. In questo modo è stato possibile allargare in modo capillare la diffusione di prodotti alla spina.



Quali sono i vantaggi nell’acquistare prodotti sfusi?
I vantaggi dei prodotti sfusi sono ambientali, economici, sociali e soprattutto immediati. La maggior parte del cibo e dei prodotti che usiamo quotidianamente sono confezionati. L’insalata in busta o le zucchine nella vaschetta, costano fino a 10 volte il prodotto sfuso. Un litro di sapone per i pavimenti biodegradabile e sfuso viene circa 1 € mentre lo stesso prodotto comprato al supermercato costa quasi il 100% in più. Comprando questo tipo di prodotto si accresce la qualità, si risparmia il costo dell’imballaggio e si ha la possibilità di comprare esattamente la quantità necessaria evitando sprechi.

Scegliendo di acquistare prodotti sfusi riduciamo drasticamente la quantità di rifiuti plastici prodotti e inevitabilmente miglioriamo il contesto sociale nel quale viviamo, pensate che bello scendere di casa e non sentire la puzza dei cassonetti!

Credi che negli ultimi tempi ci sia una maggiore consapevolezza nei consumatori e attenzione verso alcuni valori (ambientali, sociali)?
Gli effetti dell’inquinamento si stanno facendo sentire nella quotidianità delle persone ed è quindi inevitabile che i cittadini inizino ad aprire gli occhi. È un po’ come una malattia: quando si sentono i sintomi si prova a rimediare ad anni di visite evitate. Oltre alle risposte politiche di cui abbiamo bisogno a livello globale e alle quali la maggior parte della gente invoca è arrivato il momento di contribuire con piccoli gesti quotidiani e penso che Sfusitalia.it sia la dimostrazione che per fare la differenza non servano gesti eclatanti.

Vorrei riportarvi una poesia di Edward Everett Hale che ha ispirato questo mio percorso.

“Io sono soltanto uno.
Ma comunque sono uno.
Non posso fare tutto, ma comunque posso fare qualcosa,
e il fatto che non posso fare tutto non mi fermerà dal fare quel poco che posso fare”.

fonte: http://www.italiachecambia.org

Nasce la mappa per fare la spesa senza supermercato

Dopo il successo del suo libro “Vivere senza supermercato”, Elena Tioli lancia una nuova iniziativa per supportare la costruzione di un’economia sostenibile, basata su relazioni di fiducia tra produttori e consumatori e su scelte di acquisto responsabili. Si tratta di una mappa della Piccola Distribuzione Disorganizzata: chiunque può segnalare sulla mappa le realtà attive nel proprio territorio e contribuire alla crescita di una comunità nazionale impegnata nel diffondere la possibilità del consumo critico e solidale.


















C’era una volta una consumista ossessiva, insoddisfatta cronica, fumatrice, dipendente a tempo indeterminato. Sembra l’inizio di una favola, e invece è la realtà di Elena Tioli. Meno di un lustro fa, Elena ha detto basta e ha cambiato la sua vita, iniziando dal lavoro e dalla spesa. Dal 2015 non è più entrata in un supermercato e, col tempo, ha acquisito una nuova coscienza nelle sue scelte d’acquisto, guadagnandone in salute, tempo e relazioni.

Una favola il cui lieto fine sembrava dovesse essere la pubblicazione di “Vivere senza supermercato”, il libro nel quale condivide non soltanto le tappe del suo percorso personale, ma anche una grande quantità di informazioni e conoscenze pratiche, utili a chi potrebbe decidere di percorrere la sua strada, in direzione contraria a quella comune. E invece no. Perché la favola si arricchisce ora di un nuovo episodio.

Da qualche tempo, infatti, Elena ha pubblicato sul sito del suo libro una mappa della Piccola Distribuzione Disorganizzata  – come giocosamente la chiama lei – ossia una mappa delle realtà che, nel settore alimentare, operano fuori dalla Grande Distribuzione Organizzata e che rispondono a requisiti minimi di sostenibilità ecologica e sociale.

Nata più o meno come un omaggio a quelle attività che, a cominciare da quelle del suo quartiere a Roma, le avevano consentito di vivere senza supermercato all’inizio della sua avventura, la mappa si è poi allargata; prima all’intero Municipio del quale il suo quartiere fa parte, e poi all’intera città di Roma. È lei stessa a rivelare che: “Mai avrei pensato che una simile idea potesse piacere tanto e che moltissime persone fossero così felici di farne parte.” E così, entusiasmo dopo entusiasmo, la mappatura è continuata fino a spingersi un po’ dappertutto in Italia.

In questa mappa è presente “l’Italia dei piccoli produttori, dei negozi che vendono senza imballaggi, degli agricoltori che si prendono cura della terra, dei mercati a chilometro zero, delle aziende familiari e delle filiere corte, delle botteghe e dei negozi di quartiere, dei gruppi di acquisto solidale”, spiega lei stessa sul sito. “L’Italia che, quando mette mano al portafogli, si ferma per un attimo a chiedersi se quei soldi finiranno a una delle multinazionali che stanno divorando il pianeta o a chi il pianeta sta provando a salvarlo”.
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Come tutte le mappature nate su base volontaria, la mappa dell’Italia senza supermercato è tutt’altro che un lavoro compiuto ed esaustivo. Va invece considerato un work in progress, al quale chiunque può dare un contributo. Basta collegarsi al sito ed inserire una realtà di propria conoscenza che abbia almeno qualcuna di queste caratteristiche: filiera corta, chilometro zero, GAS-Gruppi di Acquisto Solidali, gli alveari, mercati contadini, artigiani, biologico (anche se non certificato), assenza o sostenibilità degli imballaggi (es. cassette, sfuso, buste in tela), produttori che rispettano la stagionalità.

Elena ci tiene a precisare che sulla mappa nessuno fa pubblicità a pagamento e che nessuno garantisce per nessuno: “Ci fidiamo di chi inserisce un’azienda, un gruppo, un negozio, perché pensiamo sia normale che ciascuno si assuma le proprie responsabilità e che sia bello costruire qualcosa di utile insieme”. Ciò non toglie che, qualora sulla mappa vengano inserite realtà non in linea con i principi sopra espressi, basterà segnalarle e verranno rimosse.

Insomma, un’iniziativa che ha lo scopo di fornire un nuovo strumento per creare una comunità nazionale sempre più grande, impegnata nel diffondere la possibilità del consumo critico e solidale, basata su relazioni di fiducia fra produttori responsabili e consumatori consapevoli. “Per favorire un’economia virtuosa, etica e sostenibile, in cui oltre al guadagno personale si pensa al bene comune”. E se poi, come nelle favole più belle, questa diventerà una mappa del tesoro per tanti altri, starà a voi raccontarcelo.

fonte: www.italiachecambia.org

Sfreedo: la spesa su WhatsApp per ridurre gli sprechi

Ridurre lo spreco alimentare, mangiare sano e al giusto prezzo. Sono questi i vantaggi offerti da Sfreedo, un servizio semplice, diretto e gratuito che permette di risparmiare dal 20% sino al 100% su prodotti alimentari freschi di giornata o prossimi alla scadenza e impedire che cibo buono e di qualità finisca in discarica.




Sfreedo è un’iniziativa nata a Caserta nel 2015 che ha come obiettivo ridurre lo spreco alimentare e mettere in collegamento diretto tra loro consumatori consapevoli e negozianti che si ritrovano sugli scaffali alimenti prossimi alla scadenza e che, nonostante siano perfettamente integri e commestibili, sarebbero costretti – per legge – a conferire in discarica. Sfreedo, che oggi è presente nelle città di Caserta e Napoli, accelera la vendita di prodotti alimentari prossimi alla scadenza e permette di ridistribuire a prezzi molto scontati cibi integri e di qualità.

La parola “sfreedo” in gergo locale significa “ciò che avanza”, “gli avanzi” ed è un servizio semplice, diretto e gratuito che permette ai consumatori di risparmiare sino al 100%. Negozianti e cittadini si iscrivono gratuitamente al WhatsApp di Sfreedo e, sempre attraverso WhatsApp, i commercianti aderenti al servizio informano in tempo reale tutti gli iscritti – chiamati “sfreeders” – della disponibilità di cibi di cui è necessario sollecitare la vendita affinché non vadano al macero. A loro volta, gli utenti interessati ad uno o più prodotti ottimi ma in scadenza, li prenotano e si recano allo “Sfreedo Point” per concludere l’acquisto (ma per chi lo desidera, è disponibile anche un servizio di consegna a domicilio).

I prodotti disponibili su Sfreedo sono i più vari: frutta e verdura fresca e di stagione, carne, pesce e salumi, mozzarelle di bufala, prodotti da forno e pasticceria, panettoni e pandori, nonché pizza al taglio e pasti già pronti grazie all’adesione di alcuni ristoranti e gastronomie. Gli alimenti che possono essere offerti su Sfreedo devono avere una scadenza a massimo 30 giorni e un prezzo che sia almeno di un 20% inferiore rispetto al prezzo di vendita regolare – il risparmio economico, di conseguenza, va dal 20% fino al 100%. In tre anni di attività Sfreedo ha coinvolto decine di punti vendita e dato vita ad una comunità di oltre 14.000 sfreeders, salvando dalla discarica circa 80 tonnellate di ottimo cibo.



“L’idea di Sfreedo nasce dall’esigenza personale di non voler pagare a prezzo pieno un prodotto di prossima scadenza, come un qualsiasi prodotto con scadenza più a lungo termine”, ha spiegato alla stampa Michele Bellocchi, fondatore di Sfreedo. “Ragionando intorno a questo dettaglio ne è venuto fuori che, di conseguenza, un esercente avrebbe potuto “liberarsi” più velocemente di un prodotto con scadenza a breve termine se fosse stato disposto a ridurne il prezzo (oltre alle classiche offerte a cui siamo già abituati). Le reazioni da parte di esercenti e consumatori sono state di assoluto entusiasmo, oltre ogni più rosea aspettativa, al punto che non è stato distribuito alcun volantino per pubblicizzare l’iniziativa. Ci ha pensato il passaparola a fare tutto: solo nel primo mese di test gli esercenti erano 12, di cui due ristoranti, e i consumatori 450, utilizzando semplicemente il gruppo Facebook“.

Tramite l’iscrizione gratuita al servizio, la comunità degli sfreeders viene informata quotidianamente dei prodotti scontati in scadenza e disponibili presso i vari “Sfreedo Point” di Caserta e di Napoli. Il servizio Sfreedo, semplice, diretto e gratuito permette ai consumatori di ricevere in tempo reale notifiche dai negozi sui prodotti in Sfreedo, risparmiare portando a casa ottimi cibi e di confrontarsi con una community attenta alla spesa e sensibile al consumo consapevole. I vantaggi per gli esercenti, invece, sono la sensibile riduzione degli stock a magazzino, il recupero del capitale investito, ad esempio, in un eccessivo approvvigionamento, l’acquisizione di nuovi clienti, la riduzione dei rifiuti derivanti dallo smaltimento di imballaggi di vario tipo.



La mission di Sfreedo è accelerare la vendita di alimenti per ridurne lo spreco, tuttavia può capitare che qualche alimento resti invenduto e, in tal caso, per scongiurare la discarica, viene devoluto a titolo gratuitoalle associazioni onlus aderenti al circuito Sfreedo. “In Italia e nel mondo esistono già sistemi per combattere lo spreco alimentare”, ha dichiarato Michele Bellocchi, “ma che fine fanno i prodotti che non vengono venduti nemmeno a prezzo scontato? La nostra rete di valore affonda le radici nell’etica, nell’economia civile, un modello di sviluppo inclusivo, partecipato e collaborativo fondato sulle sinergie. Abbiamo scelto di lavorare con alcune persone e organizzazioni meravigliose, non solo per la grande professionalità e conoscenza dei diversi contesti, ma anche perché si occupano di curare e migliorare la nostra società. Ad oggi abbiamo salvato ben 80 tonnellate di cibo e il nostro traguardo è quello di aumentare gli utenti della nostra community, che ad oggi sono più di 14.000, e continuare la lotta allo spreco alimentare”.

fonte: http://www.italiachecambia.org

Ricongiungersi ai territori

Gruppi di acquisto solidale, Csa, orti comunitari e altre forme di consumo critico hanno bisogno di pensarsi come gruppi di co-produttori. Dall’autodeterminazione alimentare all’autogoverno territoriale per uscire dal dominio del mercato


















L’unica sovranità interessante, quella alimentare


Come noto, la prima possibilità che un individuo ha a disposizione per prendere nelle proprie mani la sua vita è quella di scegliere come cibarsi; di come riappropriarsi dei mezzi della propria auto-riproduzione. Chiamiamola autodeterminazione alimentare o principio della sovranità alimentare che – secondo la dichiarazione di Nyelni, nel Mali del 2007, fatta propria dalla Fao – riguarda “il diritto delle persone a un cibo culturalmente appropriato e sano, prodotto con mezzi sostenibili che rispettano l’ambiente e il diritto a definire i propri sistemi agricoli e alimentari. La sovranità alimentare pone al centro dei sistemi e delle politiche alimentari le aspirazioni e i bisogni di coloro che producono, distribuiscono e consumano cibi, anziché le richieste delle aziende e dei mercati”.
Nelle “società opulente” le possibilità di scelta alimentare sono parecchie(e l’apparato industriale agro-alimentare-farmaceutico lo sa benissimo!). Possiamo seguire le suggestioni che vengono dal piacere del palato. Possiamo seguire le pulsioni psico-gastronomiche che compensano le carenze affettive. Possiamo seguire precetti medico-salutisti. Possiamo conformare le nostre abitudini alimentare a principi etici (veganesimo).
I movimenti consumeristici, in generale, mirano a sviluppare la capacità critica delle persone e a creare strumenti per aumentare le loro possibilità di scelta a tutti i livelli: individuale e familiare (informazione, auto e co-produzione, ecc.), amicale e di prossimità (gruppi di acquisto collettivi, orti sociali condivisi, ecc.), comunitario (Comunity Supported Agriculture, Patti città-campagna, menù delle mense, ecc.), pubblico istituzionale (Food Policy).
Tutte le esperienze che tendono alla autodeterminazione alimentare si scontrano inevitabilmente con numerosi ostacoli e condizionamenti esogeni: economici (la necessità di raggiungere una redditività minima degli operatori in un contesto di costi di produzione sempre più elevati e di concorrenza in dumping), limitate possibilità di accesso a terreni fertili e a materie prime di qualità (inquinamenti, consumo di suolo, privatizzazione delle sementi, ecc.),organizzativi (servizi e mezzi di movimentazione, conservazione, trasformazione… in mano a oligopoli), normativi (standard per la commercializzazione, regolamenti di igiene, appalti di fornitura, sistemi fiscali, ecc.), psicologici (mentalità comune plasmata dalla pubblicità, dal discreditamento del biologico contadino a favore degli Ogm o, comunque, del biologico industriale certificato, ecc.). Per evitare tali blocchi esterni, l’unica strada è riuscire a superare la separazione tra le figure del consumatore finale e del produttore. Va ricomposta l’intera filiera dall’approvvigionamento delle materie prime, alla coltivazione, alla raccolta, alla trasformazione, al confezionamento, alla distribuzione … fino alla utilizzazione finale e oltre: riuso delle eccedenze e degli scarti.
Autogoverno territoriale
Ha detto Alberto Magnaghi nell’ultimo convegno della Società dei Territorialisti: “Le interrelazioni fra soggetti e temi differenti costituiscono le condizioni dellautogoverno territoriale e della democrazia di comunità: si tratta di costruire relazioni (funzionali e coprogettuali) fra le comunità di produttori di beni alimentari bioecologici e le comunità urbane di autorigenerazione delle periferie, di cohousing e di auto valorizzazione dei beni comuni urbani; costruire obiettivi comuni per la gestione di patti e di scambi città-campagna, città-collina, entroterra costieri, montagna; fra neoagricoltori, biodistretti rurali e abitanti urbani sulla autoproduzione di cibo e servizi eco sistemici; fra attori dei contratti di fiume (di lago, di paesaggio), per l’autogoverno delle reti ecologiche, gli equilibri idraulici, la fruizione delle riviere fluviali urbane e rurali; fra le comunità eco museali e gli osservatori del paesaggio per la conoscenza attiva dei patrimoni territoriali come imput per i soggetti promotori di sistemi produttivi locali, fondati sulla messa in valore delle peculiarità dei patrimoni stessi, e così via”. (A. Magnaghi, Relazione introduttiva a La democrazia dei luoghi e forme di autogoverno comunitario, Castel del Monte 15/17 Novembre 2018).
Il percorso da seguire potrebbe essere sintetizzato in uno slogan: dai gruppi di acquisto ai gruppi di coproduzione; dai “patti” tra consumatori e produttori all’ “alleanza” tra abitanti, cittadini e rurali (agricittadini). La logica del “patto” presenta qualche antipatia perché è di natura contrattuale/commerciale tra soggetti che rimangono separati se non contrapposti nei rispettivi interessi immediati (attenti a non fregarsi a vicenda!). La logica dell’alleanza, invece, è fusionale, interdipendente, simbiotica, fiduciari, donativa: io mi impegno a magiare ciò che tu produci e tu produci ciò che io mangio; tu mi liberi dalla costrizione di dover andare a comprare ciò di cui ho bisogno al supermercato, io ti libero dal giogo che ti obbliga a conferire la tua produzione a intermediatori “terzi”, al mercato all’ingrosso. Insieme usciamo dalla logica di mercato in cui la domanda e l’offerta vengono inesorabilmente determinate dal prezzo e non dal buono, dall’utile, dall’equo, dal sostenibile. Finalmente, si ricompone la separazione tra produzione e consumo; la scissione alienante tra attività lavorativa etero diretta e riproduzione della vita.
Ma come si può immaginare di realizzare tale alleanza? La risposta sta nel riconoscimento dell’esistenza di un comune interesse, di una cointeressenza nella costruzione di un livello superiore d’azione che solo può farci raggiungere un benessere collettivo, un buon vivere e una buona vita. Ricordiamoci sempre che “nessuno si salva da solo”! Pensiamoci come una comunità scelta, aperta, inclusiva, solidale, propositiva, capace di creare reti orizzontali non gerarchiche (che non “irretiscano” e burocratizzino le relazioni umane spontanee e dirette che solo le associazioni volontarie di cittadini sanno garantire), ma al contrario che connettano quelle esperienze accumunate dagli stessi valori di fondo: imprese che operano secondo modelli cooperativistici e mutualistici, fondazioni di comunità, gruppi di finanza etica, di coworking e open source, cohousing ed ecovillaggi, ecc. ecc. Insomma, tutto il grande e largo mondo dell’economia eco-solidale (SSE, Social end Solidarity Economy, nel linguaggio internazionale adottato dalle agenzie Onu). Comprendendo in questo mondo anche i gruppi, i comitati, le associazioni, i movimenti che si battono per la salute e la salubrità degli habitat naturali, contro le distruzioni ambientali e la giustizia sociale.
Agire localmente
Le vecchie categorie del produttore e del consumatore si ritrovano unite in un progetto integrato e multiattoriale di comunità fondate sulla qualità delle vite e dei lavori. I consumatori critici e i produttori consapevoli alzano il loro punto di vista su un orizzonte allargato che consente una visione d’insieme. Assieme elaborano un progetto complessivo multifattoriale di comunità territoriale. Creano quella “calda e civile coralità produttiva” evocata da Giacomo Becattini. Assieme rivendicano un governo e una gestione del patrimonio territoriale locale fondato sulla cura dei luoghi e sulla rifunzionalizzazione dei sistemi primari che supportano i servizi ecosistemici. Assieme immaginano una “ergonomia del territorio”, un assetto idro-geo-morfologico funzionale alla rigenerazione e al potenziamento dei cicli biologici e della biodiversità.
In tal modo le funzioni urbane e quelle agricole si andranno ad intrecciare, cosicché i loro abitanti saranno chiamati ad una cooperazione multisettoriale. Gli assetti organizzativi del territorio (infrastrutture, piattaforme, servizi, ecc.) verranno via-via ri-funzionalizzati partendo dallo scopo primario di garantire a tutti gli abitanti la autonomia e la autodeterminazione alimentare della comunità. Poiché si sa che le grandi trasformazioni si attuano a piccoli passi, questo processo di trasformazione globale non può che partire restituendo all’azione locale la centralità del processo. Come dice Sergio De La Pierre va riconosciuto “il valore universale del locale”.
Man mano che crescerà la consapevolezza e il desiderio di una tale pianificazione dal basso della domanda alimentare commisurata alle possibilità reali produttive del territorio, si creeranno istituti di autogoverno (cooperative di produzione e consumo, cooperative e fondazioni di comunità, politiche urbane per lo sviluppo agricolo e rurale, Food Policy Council, ecc.), vere “palestre di democrazia”, come le chiama Francesca Forno.
Paolo Cacciari
*Testo dell’intervento all’incontro promosso da Aequos e Des-Varese a Saronno il 25 novembre 2018, “Lezioni di futuro. I Gas nell’economia solidale: storia e prospettive”
fonte: comune-info.net