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Ricarica o riconsegna, in casa o in negozio… Ecco i 4 modelli di sistemi di riuso

Dai singoli prodotti venduti senza imballaggi – riso, pasta, cereali, frutta secca, detersivi ma anche dentifrici e cosmetici – ai sistemi di riuso che si diffondono in Europa, Usa, Giappone. Dal coinvolgimento della grande distribuzione fino alle start up. I sistemi di riuso, per ridurre gli imballaggi e riutilizzare quelli necessari, non sono più esperienze di nicchia ma avanguardie di un modo diverso di pensare i prodotti, i modelli di business e di consumo



Startup, progetti pilota, joint-venture tra piccole realtà innovative e grandi marchi interessati a sperimentare nuovi sistemi. A livello mondiale negli ultimi anni i progetti di riuso del packaging si sono moltiplicati e continuano ad aumentare ed evolversi in direzioni a volte molto diverse. Per mettere ordine tra le diverse opzioni disponibili, la Fondazione Ellen MacArthur (EMAF) ha ideato una classificazione che divide i sistemi di riuso dei contenitori in quattro tipologie, in base a dove si svolge la ricarica o a dove avviene la riconsegna dell’imballaggio vuoto.

Alcuni esempi non certamente esaustivi rispetto alla varietà di iniziative che crescono di settimana in settimana si possono trovare nel rapporto Upstream Innovation: a guide to packaging solutions della Emaf, un database di casi studio consultabile anche online. Ma vediamo nel dettaglio quali sono le caratteristiche delle quattro diverse tipologie di sistemi.



1. Refill at home: la ricarica a casa tua

Si parla di sistemi “refill at home” quando il riempimento avviene a casa, usando ricariche spesso in formula concentrata confezionate da quello che viene definito “parent packaging” (letteralmente un ‘imballaggio genitore’) che si può acquistare online o in negozi fisici. In questo modello, il contenitore è di proprietà dell’utente: è lui a occuparsi del lavaggio e della eventuale igienizzazione. Sono un esempio di questa modalità i diversi prodotti del settore della detergenza per la casa e la cura del corpo che sono stati sviluppati da diverse startup negli ultimi 3-4 anni e più recentemente da multinazionali, come nel caso della linea Cif Refill di Unilever che impiega capsule di prodotto concentrato da sciogliere poi in acqua, oppure ricariche come nel caso dei deodoranti solidi della linea di Humankind. Per l’igiene dei denti ci sono gli esempi della statunitense Bite Toothpaste Bits e della britannica PÄRLA che hanno sviluppato delle pastiglie da usare al posto del dentifricio che possono essere acquistate online come sottoscrizione. In entrambi i casi si riceve un primo vasetto in vetro con la quantità di tavolette che coprono quattro mesi e successivamente le sole tavolette in confezione compostabile tramite servizio postale. Tra le diverse aziende che commercializzano detergenti concentrati con il servizio in abbonamento e con vendita online abbiamo tra le altre: Everdrop, Splosh e Blueland. Quest’ultima, ad esempio, vende contenitori riutilizzabili e tablet da sciogliere in acqua per ottenere detersivi e sapone per le mani: ogni compressa pesa due grammi e permette di ottenere più di mezzo litro di detergente. Lo stesso modello è adottato anche da Replenish, che però ha optato per una formula di concentrato liquido con ricariche che pesano poco più di 100 grammi sufficienti per realizzare sei flaconi di prodotto che vengono agganciate al flacone riutilizzabile con spruzzatore.
Alcuni dei grandi marchi che hanno sviluppato questi prodotti aderiscono anche ad altri modelli di riuso (li vedremo a seguire), che rendono gli stessi prodotti disponibili in negozi fisici (refill on the go) e/o distribuiti da piattaforme online come Loop. Questa piattaforma ha infatti come modello preponderante il “return from home”, ma ha integrato il business con i negozi fisici dei suoi partner del settore retail.

Questo dato fa capire quanto ampio sia il potenziale dei sistemi di riuso nello stimolare la collaborazione tra il mondo produttivo e distributivo tradizionale, nel liberare innovazione in nuovi modelli più circolari di erogazione dei prodotti, e nel contaminare positivamente tutti gli stakeholder per diventare parte del cambiamento verso una maggiore sostenibilità dei consumi.

2. Refill on the go: la ricarica la fai “in trasferta”

Con il sistema “refill on the go” è sempre l’utente a occuparsi del riempimento dei suoi contenitori, ma la ricarica avviene fuori casa, per esempio attraverso erogatori installati nei punti vendita. Qui gli esempi ispirati dalla filosofia Zero Waste sono molti anche in Italia, trattasi di negozi di prodotti sfusi legati sia a catene come Negozio leggero, sia negozi indipendenti che fanno capo alla rete dello sfuso o che sono mappati da Sfusitalia.it. Ma è in Francia che si registra un grande fermento con associazioni multi-stakeholder come la storica Réseau Consigne e Réseau Vrac che da un lustro promuove i modelli di vendita sfusa che sono entrati a pieno titolo nella legislazione francese in quanto tutti gli emendamenti proposti da Réseau Vrac sono stati adottati dall’Assemblea nazionale come parte del disegno di legge sul clima e la resilienza.

Nella grande distribuzione generalista, esperienze molto interessanti si trovano principalmente in Gran Bretagna. Il marchio della grande distribuzione Waitrose ha avviato nel 2019 la sperimentazione Unpacked affiancando ai prodotti confezionati alternative sfuse, sia nel caso di freschi e gastronomia da asporto, sia per vino, birra e detergenti, con prezzi inferiori del 15%. Il progetto è iniziato in un supermercato di Oxford e, secondo quanto riportato sul sito web di Waitrose, coinvolge altri tre punti vendita. I risultati sono stati definiti da subito “fenomenali” dall’insegna: le performance di vendita dei prodotti sfusi registrate nei primi mesi di avvio del progetto sono state maggiori del 68% rispetto agli stessi prodotti confezionati. Dati più aggiornati vedono le vendite di prodotti ricaricabili cresciute in media del 9% in quattro dei suoi negozi Unpacked negli ultimi sei mesi, con le vendite relative a ortofrutta surgelata aumentate di oltre il 50%, le vendite di detergenti cresciuti del 24% mentre per legumi, pasta e cereali la crescita arriva a quasi l’8%.



Nel 2019 anche un’altra insegna britannica, Marks and Spencer, ha avviato il servizio Fill Your Own nel supermercato Hedge End e lo ha poi esteso ad altri due punti vendita. A un anno dall’avvio del progetto, l’azienda ha reso noto che oltre il 30% dei prodotti offerti in versione sfusa stavano vendendo più di quelli imballati. M&S ha appena annunciato l’intenzione di estendere l’iniziativa ad altri otto punti vendita sparsi nel Regno Unito visto il successo del pilota che consentirà ai clienti di acquistare sfuse più di 60 referenze di generi alimentari tra cui pasta, riso, cereali, noci, prodotti da forno e frutta congelata. La mossa supporta l’obiettivo dell’insegna di evitare l’impiego di oltre 300.000 unità di imballaggi monouso nei prossimi 12 mesi.

A questi si aggiunge un terzo progetto in ambito GDO, quello di Asda, che ha avviato una sperimentazione a Leeds a ottobre 2020 con l’obiettivo di capire meglio le tendenze di acquisto di prodotti sfusi ed estendere poi la nuova offerta ad altri punti vendita. Allo scopo di coinvolgere il maggior numero possibile di clienti Asda sta collaborando con diversi marchi che commercializza per trovare più opzioni di acquisto da implementare allo stesso tempo sempre basate sul concetto di ricarica e riuso, interagendo con i suoi clienti in diverse parti del Regno Unito. Sono quattro le nuove aperture previste di negozi che offrono le stesse opportunità di acquisto sfuso del punto vendita di Leeds nei prossimi mesi. In particolare aprirà a York in ottobre con 18 postazioni che offriranno oltre 70 prodotti di marca e a marchio proprio acquistabili con contenitori ricaricabili sia nel settore alimentare che della detergenza. Da quest’anno Asda ha inserito in tutti i suoi punti vendita sacchetti riutilizzabili per l’ortofrutta.

Sempre il modello “refill on the go” comprende progetti di refill avviati anche da insegne di profumerie, come The Body Shop o L’Occitane. Interessanti sono i modelli di joint-venture tra multinazionali e marchi della grande distribuzione, che ospitano erogatori per la ricarica di prodotti sfusi. È il caso degli shampoo Unilever venduti alla spina nei supermercati Walmart in Messico, dei detersivi Henkel nei supermercati Rossmann in Repubblica Ceca oppure dei detergenti We love Nature (Henkel) nei supermercati Kaufland in Germania.

In Francia l’azienda cosmetica CoZie (Cosmétique Objectif Zéro Impact Environnemental ) ha sviluppato un sistema specifico denominato la Dozeuse per erogare prodotti cosmetici sfusi come creme, detergenti e altri prodotti per il viso che consente di acquistare piccole quantità di prodotto.

I diversi prodotti all’interno della macchina erogatrice sono contenuti in sacche sottovuoto che garantiscono una conservazione ottimale impedendo che il prodotto entri in contatto con la macchina, nel rispetto dei più rigorosi standard igienici e di tracciabilità per i prodotti cosmetici.

Con il primo acquisto viene aggiunto al prezzo del prodotto 1,5 euro che corrisponde al prezzo del flaconcino in vetro. Lo stesso importo viene detratto dall’acquisto successivo quando si riporta il contenitore vuoto nei negozi che vendono cosmetici CoZie. I contenitori vengono recuperati e lavati centralmente da CoZie che provvede a ridistribuirli ai punti vendita. Fino ad ora CoZie ha utilizzato le sue macchine solamente per i propri prodotti ma sta integrando la sua offerta con marchi esterni per altri prodotti come shampoo e gel doccia.

Indubbiamente CoZie ha il merito di avere aperto la strada alla vendita sfusa nel settore della cosmetica ed è probabile che altri marchi e prodotti del settore introducano prossimamente una tecnologia simile all’interno dei punti vendita.



Tra le joint venture che hanno coinvolto start up e grandi marchi di prodotti di consumo non si può non citare in termini di innovazione i casi studio delle start up Algramo e Miwa che continuano a perfezionare e implementare il proprio modello di business.

Algramo

Algramo è stata fondata nel 2013 in Cile da José Manuel Moller, con l’obiettivo di abbattere la cosiddetta “tassa sulla povertà” generata dall’alta incidenza del costo degli imballaggi sul prezzo dei prodotti. In alcuni anni erogatori di prodotti di vario tipo, dal riso ai detersivi, sono stati installati in oltre 2000 piccoli supermercati di quartiere. Nel 2018 ha preso il via la partnership con Unilever: accanto agli erogatori alla spina presenti nei negozi fisici, è nato anche un servizio di ricarica a domicilio che avviene prenotando tramite app il passaggio di stazioni di refill itineranti montate su un furgoncino e tre ruote. Ricarica e pagamento avvengono entrambi tramite l’app Algramo che si interfaccia con l’etichetta Rfid di cui il flacone è provvisto. Nel tempo la gamma dei prodotti e le partnership si sono ampliate e oggi tra le collaborazioni ci sono anche quelle con i marchi Colgate e Nestlè.


Miwa

Anche Miwa basa il suo funzionamento sull’internet delle cose: è un sistema di dispenser modulari da cui è possibili rifornirsi attraverso appositi contenitori riutilizzabili provvisti di un’etichetta Rfid che comunica con l’erogatore e la cassa del negozio: non c’è pertanto bisogno di pesare il contenuto o scansionare ulteriormente l’etichetta. L’app consente di pagare, ma fornisce anche informazioni sui prodotti acquistati. Creato nel 2014 nella Repubblica ceca, il sistema oggi è operativo a Praga e in diverse località della Svizzera. A maggio 2020 ha infatti preso il via la partnership con Nestlé, per la commercializzazione di cibo per animali e caffè solubile nei suoi punti vendita elvetici attraverso i dispenser del sistema Miwa. Partito come progetto pilota da tre negozi Nestlè, oggi è attivo in 15 punti vendita. Nestlé sta ora valutando la fattibilità di sfruttare la tecnologia degli erogatori per altre categorie di prodotti, oltre a testare la fattibilità operativa delle soluzioni nei supermercati più grandi lungo la sua catena di approvvigionamento. Miwa fornisce ai produttori (offerta B2B) i suoi contenitori intelligenti riutilizzabili che vengono riempiti per erogare merci sfuse come riso o detersivo per bucato e i moduli o scaffali intelligenti dotati di valvole di rilevamento a controllo elettronico con interfaccia utente. Ai clienti B2C viene offerto un imballaggio riutilizzabile e app corrispondente che collega tutti i moduli del sistema consentendo un riutilizzo in autonomia. Secondo la start up sulla base di una valutazione del ciclo di vita (LCA), la loro soluzione è progettata per ridurre l’impronta ambientale fino al 71% rispetto ai modelli di consumo lineare, utilizzando solo il 10% di materiali di imballaggio rispetto all’impiego monouso e con un 62% in meno di impronta di carbonio.



Tazze e bicchieri da passeggio

Abbiamo poi tutto il settore dei contenitori riutilizzabili dai bicchieri, alle tazze ai contenitori di varie forme e dimensioni che all’estero stanno vivendo un proprio boom negli ultimi 3 anni a partire dai sistemi di tazze riutilizzabili da passeggio (on the go). Ecco qualche iniziativa per rendere l’idea tra quelle attive in Europa che rendono possibile a singoli, aziende e istituzione varie l’utilizzo di tazze riutilizzabili anche in occasioni di eventi. Alcune sono partite con il sistema refill on the go in cui la proprietà del contenitore appartiene al cliente ma integrando anche altre formule a seconda dei clienti se singoli, aziende e istituzioni o organizzatori di eventi.

La catena indipendente di caffetterie Boston Tea Party è stata l’unica nel suo genere a interrompere definitivamente nel 2018 l’utilizzo di monouso e a servire le sue bevande calde e fredde in contenitori riutilizzabili nelle sue 23 caffetterie. I clienti portando la loro tazza ricevono 25 pence di sconto sul prezzo della bevanda e quando la dimenticano possono prenderne una a fronte di una cauzione che recuperano riportandola.

Segue menzione di alcune tra le iniziative in corso che possono includere sia il modello “refill on the go” in cui l’utente rimane proprietario del contenitore che il “return on the go” anche nella modalità del PaaS (Product as a service) dove una società terza gestisce le tazze per conto del rivenditore di bevande che paga una fee per ogni utilizzo della tazza. Nel Regno Unito: CupClub; in Germania: Freiburg Cup, ReCup, CupforCup, FairCup. Seguono altri esempi come : BillieCup (Belgio), Muuse (Singapore), Vessel (California).

Sempre in UK la piattaforma Loop che viene descritta nella sezione dedicata al modello “return from home” ha lanciato un progetto pilota in collaborazione con McDonald per testare l’impiego di tazze riutilizzabili in 6 punti vendita selezionati del Regno Unito allo scopo di ridurre i 2,5 miliardi di tazze di caffè monouso che finiscono in discarica ogni anno. I sei esercizi sono stati selezionati per la loro vicinanza al centro di lavaggio che serve la piattaforma Loop ma l’idea è quella di estenderlo a tutti i 1.300 ristoranti del gruppo del Regno Unito, e si spera anche ai 36.000 a livello globale. Per ovviare al fatto che i clienti dimenticano la propria tazza o non vogliono portarla in borsa dopo l’uso presso i caffè partecipanti della catena si otterrà uno sconto di 20 centesimi su ogni caffè, tè o cioccolata calda chiedendo una tazza riutilizzabile.

I clienti pagano un deposito di 1 sterlina che ricevono indietro, in contanti o come credito su un’app quando restituiscono la tazza. Quest’ultima può essere restituita immediatamente dopo la consumazione oppure in un momento successivo. I punti di consegna che verranno presto implementati includono anche postazioni ospitate nei supermercati della catena Tesco il partner della Gdo di Loop nel Regno Unito.

In Italia

Nel settore dei contenitori intelligenti l’apripista per l’Italia è stato Pcup, un bicchiere termico in silicone praticamente indistruttibile che è stato adottato in diversi eventi sparsi nella penisola. Il bicchiere realizzato in Italia contiene un chip sul fondo che consente di associare il bicchiere all’account dell’applicazione appoggiandolo sul telefono. Una volta che il bicchiere viene interfacciato con l’account è possibile ordinare le bevande da consumare per sé e altri utilizzando il credito caricato sull’app senza code alla cassa e ad accedere ad altre funzioni personalizzabili. I dati raccolti attraverso il bicchiere permettono di quantificare l’usa e getta risparmiato all’ambiente ma anche di acquisire informazioni interessanti per pianificare e progettare servizi mirati alle diverse tipologie di utilizzo tra eventi e applicazioni a locali della movida, ad esempio, ottimizzando i costi e prevenendo sprechi di ogni tipo.

Contenitori da asporto

Nel settore dei contenitori per cibo da asporto – non ancora affollato come il settore delle tazze – ci sono operatori della ristorazione pionieri come Just Salad che iniziò già nel 2006 a mettere a disposizione dei clienti un’alternativa riutilizzabile per l’asporto nei suoi ristoranti a New York. Recentemente ha sviluppato un programma di ordinazione online che prevede un servizio di consegna con ciotole riutilizzabili sia nella formula “return from home” che “return on the go”, che viene spiegata nella seconda parte dell’articolo.

Nella formula “Return on the go” il cliente è tenuto a riportare la ciotola entro due settimane dall’ordine per non incorrere nell’addebito di una piccola fee per ogni giorno in più che passa dal 14° giorno.

Tra le new entry che meritano una speciale menzione abbiamo ShareWare una piattaforma appena lanciata a Vancouver che offre a singoli e aziende la possibilità di aderire tramite un’app per potere usufruire di un servizio di noleggio di contenitori riutilizzabili – sia per cibo che bevande da asporto – che vengono poi recuperati, igienizzati e rimessi in circolazione. L’aspetto interessante del modello di ShareWare sta nel servizio di wash-as-a-service che mettono a disposizione di altre aziende con sede a Vancouver che sono alla ricerca di un partner di lavaggio su scala commerciale per i loro contenitori.

ReCIRCLE è nata nel 2016 in Svizzera come prima impresa sociale specializzata nella fornitura di contenitori riutilizzabili per piatti e bevande da asporto a ristoranti, campus universitari, aziende ed altri soggetti. Al momento è operativa e consolidata in Svizzera e Germania ma con l’ambizione di esportare il modello in altri paesi con alcune iniziative in fase di definizione o in partenza in Estonia, Danimarca, Germania, Paesi Bassi e Italia.

Il sistema basato sul modello product as a service vede gli utilizzatori del servizio pagare una commissione sull’utilizzo dei contenitori scegliendo la tipologia di contratto più congeniale alla loro attività. Anche ReCIRCLE sta passando per una parte dei suoi contenitori a una gestione digitale del deposito tramite la ReCIRCLE APP che permette altre funzioni come accedere alla lista di locali che aderiscono al sistema o aderire a programmi di fidelizzazione.

Per quanto riguarda l’Italia l’iniziativa in collaborazione con ReCIRCLE prevede la creazione di circuiti di riutilizzo dei contenitori in alcune attività di ristorazione (NoPla Take Away) e nei bar (NoPla Drink). Il progetto parte a Milano dove coinvolgerà una quarantina di ristoratori e una ventina di bar.

Per citare qualche caso studio europeo – partendo dalla Germania e Olanda dove c’è particolare fermento – non c’è che l’imbarazzo della scelta. In Germania opera Rebowl, in Olanda abbiamo Ozarka ora in partnership con Deliverzero, PackBack, Swap-box in fase di lancio ad Amsterdam e Deliveroo operativo anche in Belgio.

Come nel caso delle tazze da passeggio queste iniziative che coinvolgono i contenitori da asporto possono operare sia nella formula “refill on the go” che “return from home” .

3. Return from home: il vuoto si ritira a domicilio

Nel caso in cui la ricarica dei contenitori non venga effettuata direttamente dagli utenti, ma siano le aziende a riempirli (soprattutto se serve l’igienizzazione), le alternative sono due, e qui arriviamo al terzo e al quarto modello applicabile ai sistemi di riuso e ricarica degli imballaggi: “return from home” e “return on the go”. In entrambi i casi i contenitori non sono di proprietà degli utenti e vengono caricati di una cauzione che viene riaccreditata ad avvenuta restituzione dei contenitori. Nei sistemi che seguono il modello “return from home”, il contenitore vuoto viene ritirato a domicilio da un’impresa incaricata, per esempio in occasione della consegna di nuovi prodotti, e in molti casi attraverso servizi in abbonamento che consentono una fidelizzazione del cliente e un’ottimizzazione delle operazioni di ritiro e sanificazione degli imballaggi.




Il progetto Loop basa il suo funzionamento su entrambi i modelli dal momento che i clienti della piattaforma possono non muoversi da casa (return from home) oppure rendere i contenitori vuoti presso i punti vendita che fanno parte della rete attraverso apposite reverse vending machine posizionate allo scopo (return on the go). Nonostante sia passato poco più di un anno dal suo lancio nei primi Paesi il sistema, che coinvolge grandi marchi leader dei prodotti di largo consumo, ha già fatto scuola nel suo genere. Si tratta di una piattaforma che permette di acquistare sul proprio shop online più di 500 prodotti dei marchi più noti a livello globale: quando il prodotto è finito, l’imballaggio viene ritirato a casa dell’utente, può essere portato in un punto UPS oppure presso negozi fisici. I contenitori vengono successivamente igienizzati, ricaricato e messi nuovamente in commercio.

Una parte importante del progetto ha riguardato la completa riprogettazione degli imballaggi avvenuta in collaborazione con i diversi marchi. Se l’imballaggio primario dei prodotti è stato ripensato per poter essere sottoposto a numerosi cicli di riuso anche l’imballaggio secondario che contiene i prodotti acquistati ha cambiato pelle: a casa dei destinatari non arriva più una scatola in cartone da smaltire ma una box riutilizzabile, da usare per la restituzione dei contenitori vuoti. L’utente paga una quota di deposito per i contenitori che viene riaccreditata quando vengono restituiti: il credito può essere gestito facilmente tramite app e utilizzato per nuovi acquisti.

Creato dalla società di riciclo Terracycle, Loop ha avviato i primi progetti pilota di commercializzazione di prodotti in imballaggi riutilizzabili nel periodo dello scoppio della pandemia, tra marzo e aprile 2020, a Parigi e New York. Ad oggi sono attive partnership con più di 30 marchi, sia di prodotti di largo consumo come Pantene, Purina, Tide, sia di insegne della grande distribuzione tra cui Tesco in UK, Kroger e Walgreens in USA , Aeon in Giappone e Carrefour in alcune aree della Francia. Il lancio in Canada, Germania e Australia è previsto a metà del 2021, mentre già da ottobre 2020 è stato avviato, a partire dalla Francia, lo sviluppo del progetto con postazioni Loop nei negozi fisici. Anche in Giappone sono 19 i punti vendita dell’insegna Aeon ad ospitare una postazione Loop.



Un esempio che arriva dal Regno Unito è il servizio Club Zero sviluppato dal rivenditore online Abel & Cole che permette ai suoi clienti di acquistare alimenti secchi come cereali, legumi, cioccolato, riso e pasta in semplici contenitori riutilizzabili low cost senza addebito di deposito. I contenitori sono stati disegnati con in mente la funzionalità nel trasporto evitando così che i clienti siano tentati di trattenerli. I contenitori vuoti vengono riconsegnati all’interno di una box riutilizzabile quando ricevono una nuova consegna.

Anche il progetto olandese Pieter Pot, ricalca il modello “return from home”. Si tratta di un circuito che commercializza prodotti alimentari secchi in barattoli e bottiglie di vetro, permettendo agli utenti di riconsegnare quelli vuoti alla consegna dell’ordine successivo: il consumatore paga un deposito che viene riaccreditato una volta che restituisce i vuoti. Al momento il sistema, attivo in alcune zone dei Paesi Bassi, ha 3.000 utenti sta riscuotendo parecchio interesse al punto che conta una lista di attesa di altri 30.000.

4. Return on the go: usa il contenuto e riporta il contenitore

Nel modello “return on the go”, come accennato, i consumatori acquistano un prodotto in un contenitore riutilizzabile che non rimane in loro proprietà ma va restituito presso punti vendita (possono essere più di uno e parte di una rete) o altri luoghi di raccolta anche tramite reverse vending machine (RVM) o distributori automatici inversi.

Qualora assoggettati ad una cauzione, la medesima viene riaccreditata una volta che i contenitori vengono restituiti. I contenitori usati vengono raccolti igienizzati e redistribuiti nei punti vendita al dettaglio o dove avviene la somministrazione dei prodotti che veicolano.

Sono comunque diverse le iniziative “ibride” anche tra quelle accennate in precedenza che non possono essere inserite in una sola categoria in quando permettono più modalità nella resa e gestione dei contenitori che può essere decisa dall’operatore. È sicuramente il caso delle tazze da passeggio che per comodità sono state raccolte nella sezione “refill on the go”.

Esempi nel servizio ristorazione sono Dabbadrop nel Regno Unito e Belgio, Reusabol a Barcellona, Relevo e Vytal che sono attivi in diverse città della in Germania. Quest’ultimo non offre solamente tazze e contenitori nei formati classici per piatti pronti e prodotti di gastronomia ma anche contenitori adatti per l’asporto di pizze e sushi.

Al sistema esistente prima della pandemia si è affiancato un nuovo servizio che prevede anche la consegna e ritiro dei contenitori: Vytal, Reusable Packaging-as-a-Service. Dalla scorsa estate è in essere una collaborazione con Rewe (seconda catena della GDO tedesca per fatturato) per rendere disponibile il riutilizzo dei contenitori nelle postazioni salad bar a libero servizio dell’insegna. Vytal ha posizionato allo scopo delle reverse vending machine (RVM) nei sei punti vendita che partecipano al pilota per ritirare i contenitori puliti e rendere quelli usati da igienizzare con una procedura digitale gestita tramite un’App e la scannerizzazione del QR code che include il pagamento alla cassa. Un’ultima collaborazione raggiunta con Gorillas, un servizio consegna spesa a casa in bici, permette l’impiego dei contenitori riutilizzabili per alcune referenze vendute sfuse dal rivenditore nel negozio fisico.

Un altro esempio per questo modello ancora nella ristorazione è il sistema statunitense OZZI, pensato per garantire un ciclo chiuso per i contenitori per i pasti fuori casa, con macchine per il deposito dei contenitori vuoti e un sistema per il riaccredito della cauzione pagata dal consumatore. Il sistema è pensato sia per ristoranti con pasti da asporto, sia per luoghi pubblici come college, università, mense aziendali, ospedali.



Altri esempi di riutilizzo dei contenitori che ricalcano il vecchio vuoto a rendere delle bottiglie del latte arrivano dalla Germania dove tradizionalmente esiste un sistema di vuoto a rendere di vasetti in vetro utilizzati per gli yogurt da alcune importanti aziende lattiero-casearie in Germania. Recentemente alcune aziende come Bananeira, Unverpackt für Alle e Fairfood hanno aderito al sistema (e all’infrastruttura esistente di recupero e riutilizzo di questi contenitori) impiegandoli per loro prodotti che non richiedono refrigerazione, venduti principalmente nei negozi biologici. I consumatori possono restituire i contenitori vuoti grazie a una rete di distributori automatici inversi (reverse vending machine) presenti nei supermercati, in modo che possano essere riconsegnati ai produttori che li utilizzano e che sono responsabili dell’igienizzazione prima della ricarica.




fonte: economiacircolare.com


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Cinque consigli per un’estate plastic free

Si sa che durante le vacanze tendiamo a lasciarci andare. Lo facciamo anche per ciò che riguarda gli sprechi. Ma l'attenzione per l'ambiente non può concedersi ferie. Dalle borracce ai prodotti sfusi, ecco una serie di pratici suggerimenti per portare con sè alcune pratiche circolari. Da far circolare



L’inquinamento da plastica è uno dei più gravi problemi ambientali che affligge il Pianeta. Nel Belpaese spesso ce ne accorgiamo soprattutto d’estate quando andiamo al mare e vediamo le nuove specie alloctone che invadono le spiagge: frammenti di buste, confezioni, pacchetti di ogni colore e forma.

Pensate che in base ai dati raccolti e analizzati dal sito Our World in Data, specializzato in ricerche che mostrano come stanno cambiando le condizioni di vita nel mondo, è stato calcolato che dal 1950 ad oggi sono stati prodotti circa 8.300 milioni di tonnellate di plastica, 5.800 milioni di queste non sono più in uso, ma solo il 9% è stato riciclato, mentre il restante 91% è stato bruciato o disperso nell’ambiente. La plastica oramai si trova ovunque dalle profonde fosse marine, alle vette più alte della terra fino ai ghiacciai: se l’andamento della sua produzione proseguirà nella maniera attuale si stima che potrebbe raggiungere i 34 miliardi di tonnellate nel 2050 e di queste almeno 12 tonnellate andrebbero a incrementare la massa dei rifiuti sparsi in tutti gli ambienti.

Numeri che sono prova di come l’inquinamento da plastica è una responsabilità collettiva dell’umanità e che trae origine sia dalla cattiva gestione dei rifiuti sia dall’abuso nell’utilizzo di prodotti monouso realizzati con questo materiale che, nonostante sia stato creato per semplificare le nostre vite, si è trasformato in un problema da risolvere se si vuole garantire la sopravvivenza degli ecosistemi della Terra.

Cosa può fare ciascuno per ridurre la plastica monouso

Quello che ogni persona può sicuramente fare è porre in essere comportamenti nelle scelte di vita quotidiana che portino a ridurre drasticamente l’utilizzo di prodotti usa e getta di plastica, condotte che se per molti sono ormai diventate uno stile di vita nella routine giornaliera possono però trovare degli ostacoli nel periodo vacanziero: ammettiamolo, le vacanze sono il regno indiscusso dei prodotti monouso e del packaging superfluo.

Ecco quindi, qualche semplice consiglio per rendere il periodo più spensierato dell’anno plastic free, perché il rispetto per l’ambiente non può avere giorni di ferie.

La borraccia sempre con voi

Prima regola non cedere alla tentazione di pensare di acquistare l’acqua dove capita magari ricorrendo alle obsolete bottigliette di plastica, ma portate sempre con voi la borraccia. Oramai in commercio se ne trovano di diversi formati adatti sia per adulti che per bambini, tante poi le fantasie in grado di venire incontro ai gusti estetici di ogni persona. Inoltre, riempirla non sarà un problema neanche in vacanza con le app che segnalano i vari punti dove poterla ricaricare. Grazie, ad esempio, alla piattaforma Refill Now è possibile scoprire facilmente i punti d’acqua pubblici o privati (bar, ristoranti, hotel) nei quali poter riempire la borraccia. Simile anche l’app Fontanelle d’Italia nella quale sono già indicate 35mila fontanelle lungo tutto lo stivale per dissetarsi e fare “scorta”, una piattaforma quest’ultima dove è possibile anche dare il proprio contributo segnalando eventuali nuove fontanelle non ancora individuate.

Quindi non ci sono scuse per essere veramente green e trendy, che sia per un viaggio lungo, un’escursione o semplicemente per una passeggiata portate con voi la vostra fidata alleata nella tutela dell’ambiente.

Sapone e shampoo solido

Per la beauty routine abbandonate anche in vacanza le tradizionali confezioni di shampoo e bagnoschiuma e optate per soluzioni ecofriendly come le saponette e lo shampoo solido, quest’ultimo oramai disponibile anche nella formula due in uno con balsamo incluso. Una scelta che vi consentirà di eliminare i flaconi in plastica e di avere più spazio in valigia evitando, allo stesso tempo, il rischio che il prodotto liquido si possa rovesciare inondando gli indumenti. Sia le saponette che gli shampoo solidi hanno la stessa capacità lavante dei detergenti liquidi, diverse le profumazioni e le proprietà che dipendono dai componenti naturali utilizzati per la loro produzione, sono plastic free nel packaging e in aereo possono essere trasportati anche nel bagaglio a mano senza avere problemi con i “liquidi”. Se avete ancora dubbi sul loro utilizzo, sappiate che durano molto più a lungo dei flaconi di bagnoschiuma e shampoo, generando quindi un risparmio economico non trascurabile.

Inoltre, per chi avesse scelto per il meritato riposo di prendere una casa in affitto vi sveliamo che esiste anche il sapone solido per lavare i piatti, quindi perché continuare con i vecchi flaconi che poi magari troverete tra qualche anno come rifiuto sulla vostra amata spiaggia? Un’ottima soluzione da utilizzare naturalmente anche quando si torna nella propria abitazione.

Per i pasti non dimenticate a casa le buone regole

Durante le vacanze accade più frequentemente di concedersi pranzi e cene fuori in ristoranti e pizzerie o semplicemente nei sempre più numerosi food truck presenti sulle vie e piazze di ogni città o luogo di villeggiatura. Anche in queste occasioni è possibile fare la differenza per l’ambiente, ad esempio chiedendo che le bevande portate al tavolo siano in brocca o in bottiglie di vetro.

Se invece volete optare per del buon cibo di strada, basta dire “no grazie” a forchette e coltelli di plastica che spesso lo accompagnano, l’alternativa può essere quella di portare con voi delle posate da casa o acquistarne di pieghevoli prima di partire. E per i piatti? Sarà sufficiente avere un porta vivande riutilizzabile da riempire con ogni prelibatezza che vogliate assaggiare. Una soluzione ideale anche nel caso di una gita o di un bel picnic plastic free.

Tovaglioli di stoffa multiuso

I tovaglioli di stoffa in vacanza possono trasformarsi in un vero strumento multiuso che vi potrà essere di aiuto in numerose occasioni. Innanzitutto, è indispensabile per pulire mani e bocca dopo un lauto pasto, ma non solo. È possibile utilizzare questi tovaglioli anche per avvolgere panini, pizza o altre cibarie da riporre nello zaino per un pranzo al sacco e che “magicamente” si potranno trasformare, al momento del pasto, anche in un’utile tovaglietta.

Una volta tornati a casa o in albergo si potrà poi lavarli e utilizzarli ancora infinite volte consentendo di dire addio a prodotti per il confezionamento che se non correttamente smaltiti finiranno per andare a incrementare i cumuli di rifiuti sparsi nell’ambiente.

Prodotti sfusi una scelta di gusto

Se poi avete necessità di fare la spesa preferite i prodotti sfusi venduti nei mercati locali, una scelta che vi permetterà di evitare inutili imballaggi di plastica e che vi darà la possibilità di scoprire sia dei buonissimi prodotti a Km0 sia di conoscere la gente del posto.

E naturalmente per gli acquisti non dimenticate la shopper riutilizzabile da tenere sempre in borsa o nello zaino pronta per essere utilizzata.

Ora avete tutti gli strumenti per non mandare in vacanza il vostro impegno a tutela del Pianeta.

fonte: economiacircolare.com


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Greenpeace Italia: rischio di recepimento al ribasso della Direttiva sulla plastica monouso

La sostituzione con articoli monouso in plastica compostabile non sarebbe coerente con la disciplina comunitaria



Secondo il rapporto “Dalla riduzione del monouso in plastica alla riduzione del monouso: indicazioni per il recepimento della direttiva SUP in Italia” di Greenpeace Italia, «Non stiamo andando nella giusta direzione, in Italia, per risolvere il problema della plastica. Se il recepimento della direttiva europea sulle plastiche monouso (SUP) avvenisse secondo i criteri attualmente previsti nella legge di delegazione europea 2019-2020, rischiamo di violare le indicazioni comunitarie. Risulta al momento permesso l’utilizzo di articoli monouso in plastica compostabile in alternativa agli articoli monouso in plastica per i quali la SUP prevede il divieto di immissione sul mercato (stovigliame). La direttiva vieta, però, di ricorrere a tali materiali».

Il rapporto redatto dall’ingegner Paolo Azzurro, consulente tecnico in materia di rifiuti ed economia circolare, per conto di Greenpeace Italia, esamina le azioni intraprese finora dal nostro Paese e quelle già adottate da altri Paesi nel quadro delineato dalle politiche europee.

Secondo Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace Italia, «Se verrà confermato il forte sbilanciamento verso la sostituzione del monouso in plastica con alternative in materiale compostabile sembra difficile che tale recepimento sia accettabile dagli organi comunitari competenti. La maggior parte delle norme finora adottate in Italia, ha promosso e incentivato la sostituzione dei prodotti monouso realizzati in plastica tradizionale con prodotti monouso realizzati in bioplastica compostabile, anche laddove sarebbe stato possibile adottare misure in grado di superare il ricorso all’usa e getta».

Greenpeace evidenzia che «Limitare i danni delle plastiche sull’ambiente non vuol dire sostituire i materiali, spostando così gli impatti su altri comparti ambientali e lasciando inalterato il modello dell’usa e getta. Bisogna ridurre il ricorso al monouso, costruendo le condizioni economiche, fiscali e regolamentari per la diffusione e il consolidamento di modelli di business e di consumo basati sull’utilizzo di prodotti durevoli, riutilizzabili, sostenendo la vendita di prodotti sfusi».

Il rapporto fa notare che altri Paesi, a partire dalla Francia, «Hanno già adottato numerose misure volte a ridurre il consumo di prodotti in plastica monouso promuovendo la diffusione di prodotti e imballaggi riutilizzabili, inclusi bicchieri e tazze per bevande, contenitori per alimenti per il consumo sul posto e da asporto. Lo stesso per le bottiglie per bevande, settore nel quale l’Italia vanta il triste primato di primo paese in Europa (e il terzo nel mondo) per consumo di acqua minerale in bottiglia».

Azzurro evidenzia che «Il recepimento della Direttiva SUP in Italia dovrebbe darsi il chiaro obiettivo di favorire, promuovere e stimolare l’adozione di modelli, comportamenti e prassi operative che diano assoluta priorità ad azioni di prevenzione (eliminazione, riutilizzo) rispetto a quelle volte alla sostituzione dei prodotti in plastica monouso con altri prodotti monouso, ferma restando ovviamente l’esigenza di garantire le misure necessarie per salvaguardare la salute di operatori e consumatori».

Greenpeace sottolinea che «Il recepimento della Direttiva SUP entro il prossimo 3 luglio e gli investimenti sull’economia circolare previsti nel PNRR impatteranno profondamente sulla capacità del Paese di accelerare la transizione verso un modello economico circolare. Non sarà sufficiente, tuttavia, potenziare le infrastrutture di raccolta, trattamento e riciclo dei rifiuti. Servono interventi a monte della filiera, in grado di ridurre drasticamente il consumo di risorse naturali, la pressione esercitata dalle attività umane sugli ecosistemi e la produzione di rifiuti».

Ungherese è convinto che «Il modello economico lineare può essere rotto dall’economia circolare, una delle direttrici alla base delle strategie europee e parte del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Tuttavia, l’interpretazione all’italiana di tale paradigma, contenuta nelle bozze redatte dal Governo circolate finora, sembra partire dall’assunto che il riciclo sia una pratica da perpetuare all’infinito. Partendo da questa errata convinzione il PNRR destina molte risorse alla costruzione di nuovi impianti di riciclo che, sebbene siano necessari in alcune aree del Paese, da soli non risolvono il problema di un sistema che produce valanghe di rifiuti. Al contrario serve applicare una vera economia circolare che implichi condivisione, prestito, riutilizzo, riparazione, ricondizionamento, prevenzione dei rifiuti e, solo alla fine, il riciclo. Insomma, si tratta di un nuovo modello di produzione e consumo che ha un unico grande obiettivo: far durare, il più a lungo possibile, i materiali naturali e avviarli a riciclo solo quando non è più possibile utilizzarli per essere trasformati, auspicabilmente, negli oggetti di partenza. Una strategia che cozza col crescente ricorso ad applicazioni usa e getta di cui la plastica ne è l’esempio più eclatante. Decine di imballaggi, flaconi, bottiglie e contenitori entrano quotidianamente nelle nostre vite e, stando ai numeri ufficiali, il sistema di recupero è in grado di riciclarne sono una parte, inferiore al 50%».

Per questo, Greenpeace Italia ha presentato 5 proposte concrete per uscire dall’usa e getta: «Incentivando col PNRR meccanismi come il riuso e la ricarica è immediatamente possibile ridurre i rifiuti prodotti con misure ad hoc sulla frazione monouso, e non solo, con: 

1. l’introduzione di regimi di fiscalità agevolata per le aziende che ricorrono a sistemi basati sullo sfuso e sulla ricarica in modo da portare la quantità di beni venduti con tali modalità al 50 per cento entro il 2030. 

2. l’introduzione di meccanismi rigorosi di responsabilità estesa del produttore per quei manufatti che oggi non hanno una seconda vita. 

3. l’inserimento di obiettivi vincolati sulla riduzione dei consumi a monte, adottando alcuni dei recenti provvedimenti francesi che prevedono, entro il 2030, di ridurre del 50% l’immesso al consumo delle bottiglie in plastica, imballaggio di cui l’Italia è il maggiore utilizzatore, per quel che riguarda le acque minerali, nell’intero continente europeo. 

4. evitando ulteriori rinvii per la Plastic Tax e destinando i proventi alle aziende che utilizzano nuovi modelli di business basati sullo sfuso e sulla ricarica. Si potrebbe inoltre allargare il raggio d’azione dell’imposta che prescinda dal tipo di materiale e includa tutte le applicazioni monouso. 

5. l’impiego di risorse da destinare al tessile, uno dei settori chiave per il Made in Italy, comparto in cui il riciclo oggi è una chimera.

Le linee guida europee per il PNRR chiedono agli stati membri di sviluppare degli hub di riciclo per le fibre tessili: è quindi un’occasione persa non sfruttare le competenze già presenti nei principali distretti tessili nazionali e l’approccio delle aziende del Consorzio Italiano Detox. A Draghi e Cingolani suggeriamo di destinare delle risorse a tali interventi, così riusciremo a disegnare un futuro sostenibile con meno rifiuti e meno inquinamento».

fonte: www.greenreport.it

 

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Aldi sperimenta il packaging-free

Riso e pasta sfusi, in sacchetti di carta gratuiti, in fase di test presso un punto vendita in Inghilterra.


















La catena della grande distribuzione Aldi sta sperimentando nel punto vendita di Ulverston, in Inghilterra, la distribuzione di alimenti secchi sfusi - riso e pasta - con l'obiettivo di ridurre il consumo di imballaggi in plastica. L'obiettivo - afferma la catena in una nota - è di rimuovere dagli scaffali 21 milioni di packaging, equivalenti a 130 tonnellate di plastica.

Utilizzando un apposito erogatore (Refill station) e sacchetti di carta forniti gratuitamente nel punto vendita, il consumatore può scegliere tra diversi tipi di riso e pasta e acquistarli nel peso che desidera, come oggi avviene per i prodotti ortofrutticoli.

Aldi ha annunciato l'anno sorso di voler dimezzare i volumi di imballaggi in plastica entro il 2025, rimuovendo circa 74mila tonnellate di materiale. Tra gli obiettivi del piano anche l'utilizzo di imballaggi riciclabili, compostabili e riutilizzabili per i prodotti a proprio marchio entro il 2022 e di tutti quelli a scaffale entro il 2025.

fonte: www.polimerica.it



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Elisa Catalini racconta la sua Ecobottega: da sfuso e riuso, alle consegne a domicilio

MONTEGIORGIO - Elisa Catalini è una giovane commerciante che, a maggio di due anni fa, ha dato vita ad un' attività che era caduta in disuso: la spesa sfusa e il riciclo. E oggi si trova di fronte al paradosso di un commercio all'antica che incontra il progresso dell'online










In un mondo che sta andando verso un futuro imprevedibile c’è chi sceglie di ancorarsi sempre più alla genuinità del passato pur adattandosi alle esigenze del presente.
Elisa Catalini, titolare di Amati Ecobottega, piccolo negozio nell’entroterra fermano, precisamente Montegiorgio, in attesa di avere il suo catalogo online (pronto per il nuovo anno) presenta il catalogo natalizio con servizio “prenota e ritira”, ormai imprescindibile in questa realtà pandemica che ci ha catapultati tutti nell’era digitale.
I prodotti a km zero, per la cura della casa o della persona, sono così in grado di percorrere strade di ogni genere per raggiungere i clienti a domicilio: una filiera corta e controllata, di piccoli produttori e agricoltori locali di cui Elisa conosce e tramanda le storie, piene di sacrifici e buona volontà. Una sorta di mediazione tra loro e i consumatori che hanno l’opportunità di conoscere ciò che acquistano.

Quello che propongo è un modo di fare la spesa come una volta ; spiega la giovane titolare di bottega. Entrare in un piccolo negozio ci permette di scambiare opinioni e consigli e ricreare quei valori e rapporti che il progresso in qualche modo sta distruggendo. Ma questo particolare momento non consente sempre e a tutti di poter uscire in libertà, così ho deciso che siano comunque i prodotti a mantenere queste relazioni con la nostra terra, le nostre abitudini. Puntare sui sapori e sulla qualità ci permette di godere di quella serenità che solo le cose buone e genuine sanno procurare. La mia filosofia è semplice, sottolinea,  scelgo il biologico per l’attenzione alla salute, con prodotti derivanti da coltivazioni senza uso di fertilizzanti chimici. Vendo ‘sfuso’ per diminuire gli sprechi acquistando solo il necessario e per ridurre l’inquinamento eliminando gli imballi superflui. Acquisto e vendo a Km0 per sostenere il nostro territorio, valorizzando le economie locali con il vantaggio di acquistare prodotti freschi e di stagione.

Nella ecobottega Amati si trova, infatti, un assortimento di prodotti che spazia dai generi alimentari sfusi (pasta, cereali, legumi, frutta secca, semi, spezie, tè, infusi, caffè, biscotti di forni selezionati, biscotti senza glutine, senza zucchero e solo con farine integrali) ai ‘Vegan Food’ (prodotti senza ingredienti di origini animale) e alimenti ‘gluten free’ o altri alimenti per chi soffre di intolleranze alimentari. Ma non solo. Nella bottega di Montegiorgio è possibile acquistare anche cosmetici naturali e biologici a km0 come pure ecodetergenti alla spina (dai prodotti per il bucato a quelli per la pulizia della casa e l’igiene personale).
Basta scegliere la quantità desiderata. Una spesa “sfusa” che permette quindi il riciclo e il riuso.

AmaTi ecobottega” da maggio 2018 è un luogo dove si può scegliere sia la qualità che la quantità usando propri contenitori per risparmiare rispettando l’ambiente. Un’attività nata dalla passione di Elisa Catalini per le cose buone, naturali e per il nostro territorio, con l’intento di essere un punto di riferimento per chi è alla ricerca di cibo sano e per chi è rispettoso dell’ambiente. Un sistema di acquisto consapevole che propone, oltre al confezionato, una gamma di prodotti sfusi, stoccati in appositi dispenser e contenitori per offrire la libertà di scegliere le quantità di cui si ha bisogno incentivando il riciclo e il riuso
E per Natale tante idee regalo a partire da soli 2,50 €: cesti, Xmas Box, shopper e packaging rigorosamente biodegradabile. Fare un regalo senza rischi è possibile grazie alla consegna a domicilio scegliendo i prodotti dal catalogo natalizio dove trovare anche tanti consigli sul miglior utilizzo dei prodotti e gustose ricette.
“Regalare prodotti sani, di qualità, utili ed ecosostenibili significa donare rispetto, condivisione e un momento di gioia a chi li riceverà.”. Sorride Elisa Catalini pronta a rispondere alle esigenze di questo tempo con la genuinità di quel passato che è decisamente ancora attuale.
AmaTi Ecobottega è a Piane di Montegiorgio (FM) in Via Faleriense Est, 31 Email: info@amatiecobottega.it  Telefono/whatsapp: "tel://3395099281"



fonte: www.cronachefermane.it


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Spreco alimentare, un fenomeno più grande di quanto pensavamo. Ma i negozi di prossimità potrebbero aiutare a ridurlo


















Lo spreco alimentare, che nel 2005 la FAO ha stimato interessare tra il 30 e il 40% di tutto il cibo prodotto, potrebbe avere dimensioni molto più ampie, addirittura doppie rispetto a tale stima. Uno studio condotto dai ricercatori dell’Università olandese di Wageningen, e pubblicato su PLoS One, prova infatti a rivalutare il fenomeno tenendo presente fattori che, all’epoca, non erano stati considerati come determinanti: Tra i nuovi elementi ci sono i comportamenti dei consumatori, che possono essere molto diverso in situazioni economiche differenti.

I ricercatori hanno messo in relazione la produzione alimentare, i guadagni e il consumo di calorie (sempre in base a dati della FAO e della Banca mondiale). Hanno scoperto che la quantità di cibo sprecata cresce con il reddito, a partire da una spesa media di 6,70 dollari pro capite al giorno. Inizialmente l’aumento è molto vistoso, mentre quando il reddito sale la tendenza al rialzo è meno evidente. Se si traduce tutto questo in calorie si vede come in media, a livello mondiale, si passi dalle 214 kcal (pro capite al giorno) sprecate indicate dalla FAO nel 2015 a ben 527 kcal.

La realtà, naturalmente, è diversa da paese a paese: gli Stati Uniti sono i peggiori, mentre i più virtuosi sono diversi stati africani e asiatici. Questo conferma indirettamente la relazione tra ricchezza e spreco.

Per arginare il fenomeno, gli autori indicano come priorità sia la riduzione dello spreco nei paesi più ricchi, sia la prevenzione nei paesi emergenti e in via di sviluppo, che rischiano di raggiungere quelli più sviluppati anche a livello di cibo gettato. Inoltre, i ricercatori ricordano che è stato messo in piedi un grande database, aggiornato via via che giungono nuovi dati, per poter seguire il fenomeno in modo più accurato.
Mercati e negozi di prossimità possono aiutare a ridurre lo spreco alimentare

Negli stessi giorni, una possibile soluzione per i paesi più ricchi è stata proposta indirettamente da uno studio uscito su Manufacturing & Service Operations Management, relativo agli Stati Uniti. secondo una ricercatrice della Cornell University, in alcune zone, l’aumento del numero di negozi di prossimità sarebbe collegato a un calo significativo dello spreco, che potrebbe sfiorare il 10%.

Anche in questo caso, l’autrice ha tenuto conto di dati economici, demografici e industriali, e ha concluso che quando la quantità di negozi scende al di sotto di un livello considerato ottimale, lo spreco si impenna. Non bisogna però eccedere in senso opposto, perché anche un numero troppo grande di punti vendita può favorire lo spreco, per la presenza di negozi che non riescono a vendere tutto a causa della concorrenza.

Così, per esempio, in alcune zone di Chicago basterebbe aprire pochi punti vendita (3-4 ogni 10 km quadrati) per avere un calo del 6-9% dello spreco e del 4% della spesa pro capite, con un abbattimento delle emissioni pari a quello che si avrebbe convertendo 20 mila automobili a combustibili fossili in auto elettriche. L’ideale sarebbe arrivare a 200 ogni 10 km quadrati, contro attuali.

Al contrario, in alcune zone di Manhattan lo spreco è già molto basso perché ci sono molti negozi e la densità è vicina a quella ideale. Questo aiuta i consumatori a comprare in modo graduale, più fedele alle esigenze quotidiane, e a non accumulare alimenti che possono scadere tropo presto. Ovviamente, avere vicino a casa un negozio significa anche ridurre molto la propria impronta ambientale associata ai trasporti, soprattutto quando si va a fare la spesa a piedi.

fonte: www.ilfattoalimentare.it

La spesa sfusa a domicilio, senza imballi e vuoti a rendere per ridurre il consumo di plastica


















ZeroWaste è la parola d’ordine del momento non solo dei più convinti ambientalisti. Anche di Tom Dean e Caterina Rossi Cairo fondatori di portaNatura che hanno come obiettivo di risparmiare oltre 11mila confezioni di plastica e 5.500 confezioni di uova all’anno. E non solo. La loro azienda fondata nel 2009 a Novi Ligure, sulle verdi colline del Gavi, in Piemonte, che consegna spesa sfusa biologica davanti alla porta di casa con meno imballaggio possibile si impegna a riutilizzare le scatole di cartone con cui avviene il trasporto fino a cinque volte. Un servizio nuovo in Italia che vuole diminuire sempre di più l’uso di packaging e plastica e un impegno a favore della sostenibilità raddoppiato a partire da gennaio 2020.
Alla base la conversione all’agricoltura biologica e biodinamica
Alla base della loro scelta di vita la conversione della fattoria Cascina del Melo all’agricoltura biologica e biodinamica. Stesso destino anche per La Raia, l’azienda agricola della famiglia di Caterina. Ma qual è di preciso l’attività della realtà piemontese e come si differenzia dagli altri? Tramite e-commerce, dal sito portaNatura, nella sezione “ZeroWaste” (https://portanatura.it/category/zero-waste-products/)si scelgono i prodotti sfusi che verranno consegnati a Milano, Torino, Genova, Alessandria, Novi Ligure in speciali barattoli di vetro che contribuiscono a conservare al meglio le qualità del prodotto. Alla successiva spesa il cliente riconsegna i barattoli vuoti e riceve quelli pieni. Ogni barattolo viene igienizzato e preparato per una nuova “missione”, senza sprechi e rifiuti. E quali ‘articoli’ si possono avere? Lo sfuso biologico di portaNatura riguarda per ora 70 generi alimentari, che si aggiungono agli oltre 100 tipi di frutta e verdura biologica da sempre consegnati sfusi, senza vaschette di plastica o cellophane. Da diverse qualità di pasta e riso, ai legumi, alle lenticchie, alla quinoa, frutta secca, zucchero, muesli, avena, succo di mele, zuppe miste, uova, farine.
L’offerta è costituita da riso, pasta, legumi, uova, cereali
L’offerta iniziale di 70 prodotti, destinata ad aumentare nel tempo, comprende: riso Baldo, riso Basmati, riso Rosa Marchetti, molti tipi di pasta, farro, miglio, avena, diverse tipologie di farina, lenticchie, piselli, fagioli, ceci, semi misti, brodo, frutta secca, zucchero, muesli, quinoa, succo di mele, uova e zuppe mix. E da dove arrivano le ‘materie prime’ di portaNatura? Provengono dai produttori e contadini attivi nelle zone limitrofe che collaborano a inviare le loro coltivazioni biologiche certificate. Alcuni nomi: le Cascine Belvedere di Bianzé(VC), le Cascine Orsine, fondate da Giulia Maria Crespi, ex presidente FAI e pioniera dell’agricoltura biodinamica, da Claudio Olivero di Monasterolo di Savigliano(CN) che alleva con cereali, semi di lino e canapa le sue galline, dalla cooperativa Iris Bio di Calvatore(CR), da Paola e Carlo Del Cerreto di Pisa, agriturismo e azienda agricola. In futuro l’azienda, che ha un fatturato in crescita, intende allargare le collaborazioni ad altri produttori locali.
Un passo concreto per contribuire alla strategia europea per la lotta all’inquinamento da plastica
La proposta Zero Waste di portaNatura vuole essere un nuovo passo concreto e quotidiano per praticare concretamente la strategia europea per la lotta all’inquinamento da plastica.Secondo il Rapporto 2019 dell’Agenzia europea per l’ambiente la domanda di plastica sta infatti continuando a crescere rapidamente in tutto il mondo: il consumo di plastica nel 2017 si è attestato a 53 milioni di tonnellate nei 28 Stati membri dell’Ue(ultimi dati disponibili), mentre nel 2010 era di 46 milioni di tonnellate; la produzione mondiale di plastica nel 2017 è cresciuta di 13 milioni di tonnellate aggiuntive rispetto all’anno precedente, arrivando a 348 milioni di tonnellate; solo il 31% dei rifiuti plastici viene recuperato e riciclato in Europa, e solo il 6% della domanda di plastica è coperta da materiale ottenuto dal riciclo. Fortunatamente anche il movimento Zero Waste sta crescendo, in Italia e nel mondo, in particolare tra le generazione Millennials, stimolato anche dai Fridays for Future del 2019. Zero Waste è l’arte di vivere senza creare spazzatura. L’obiettivo è non inviare niente alla discarica, riducendo ciò di cui si ha bisogno, riutilizzando il più possibile, riciclando e compostando il poco che resta.

fonte: https://www.corriere.it

La partita della plastica, in Europa e in Italia: da chi punta sul riciclo a chi lavora per la riduzione a monte

Mentre 100 partner pubblici e privati della filiera della plastica europea sottoscrivono la “Circular Plastics Alliance” puntando sul mercato della plastica riciclata, in Italia si discute la bozza di Decreto legge che potrebbe agevolare le botteghe di prodotti sfusi e alla spina. Due approcci diversi per affrontare il problema della plastica e della produzione di rifiuti


“Rendere la plastica più circolare ridurrà l’inquinamento della plastica”. L’Unione europea ha una strategia per non liberarsi dalla plastica: renderla riciclabile. Mentre scriviamo, un centinaio di partner pubblici e privati che rappresentano l’intera filiera della plastica stanno firmando la dichiarazione della “Circular Plastics Alliance”, un’alleanza -proposta già nel dicembre 2018 dalla Commissione europea- che si sta finalmente impegnando per promuovere “azioni volontarie per il buon funzionamento del mercato dell’Unione europea nel settore della plastica riciclata”.
L’obiettivo -fissato dalla Commissione europea nella sua strategia per la plastica del 2018- è arrivare entro il 2025 a 10 milioni di tonnellate di plastica riciclata utilizzata ogni anno per fabbricare nuovi prodotti in Europa, con un aumento del mercato della plastica riciclata di oltre il 150%. “Grazie al riciclaggio efficiente ripuliremo il Pianeta e combatteremo i cambiamenti climatici sostituendo i combustibili fossili con i rifiuti di plastica nel ciclo di produzione”, ha dichiarato oggi Frans Timmermans, primo vicepresidente responsabile per lo Sviluppo sostenibile.
Al momento -è la stessa Unione a dirlo- “il potenziale di riciclaggio dei rifiuti di plastica (in Europa) è ancora ampiamente inutilizzato”: degli oltre 27 milioni di tonnellate di rifiuti plastici raccolti ogni anno in Europa, meno di un terzo è inviato agli impianti di riciclaggio. Nel 2016 in Europa sono stati venduti meno di 4 milioni di tonnellate di plastica riciclata, appena l’8% del mercato dell’intera Unione.
Mentre in Europa la (ancora) fiorente industria della plastica propone “una transizione verso l’eliminazione totale dei rifiuti di plastica in natura e l’abbandono della messa in discarica” che passi da una migliore progettazione dei prodotti, dall’aumento della raccolta, la selezione e il riciclaggio dei rifiuti, dalla creazione di un “programma di ricerca e sviluppo per la plastica circolare”, e da un migliore sistema di monitoraggio dei rifiuti, in Italia c’è anche chi si sta ponendo il problema di ridurre la plastica -e i rifiuti in generale- a monte.
Pierpaolo Corradini, insieme alla moglie, ha aperto da tre anni a Pisa la bottega dello sfuso “Bio al sacco”. “‘Sfuso, biologico e a filiera corta’ è lo slogan del nostro negozio”, racconta. “Quando è possibile mettiamo in pratica questi tre concetti, rifornendoci dal forno e dal campo più vicino”. Per altri prodotti -come le spezie o la quinoa, che non cresce bene in Italia- “Bio al sacco” si rivolge invece a fornitori equosolidali.
La recente bozza di Decreto legge “Misure urgenti per il contrasto dei cambiamenti climatici e la promozione dell’economia verde”, dopo la qualità dell’aria e la tutela degli ecosistemi, dedica un terzo capitolo all’economia circolare, dove compaiono anche i prodotti sfusi e alla spina.
L’articolo 11, “al fine di ridurre la produzione di imballaggi per i beni alimentari e prodotti detergenti, per gli anni 2020, 2021 e 2022” riconosce un contributo “pari al 20 per cento del costo di acquisto di prodotti sfusi e alla spina, privi di imballaggi primari o secondari”. Per gli “esercenti di attività commerciali che acquistano i beni”, il contributo sarebbe sotto forma di credito d’imposta (fino a un massimo di 10mila euro a beneficiario); per gli acquirenti sarebbe invece corrisposto con uno sconto sul prezzo di vendita. E la bozza del Decreto -poi parzialmente arenata- prevederebbe anche un contributo “pari al 20 per cento del costo di acquisto delle attrezzature per l’erogazione di prodotti sfusi e alla spina” per sostenere l’apertura di nuove botteghe o l’allargamento di quelle esistenti. 
Secondo Pierpaolo la bozza del Decreto “è una proposta ancora vaga” per essere giudicata seriamente, ma la “Rete botteghe sfuse” -di cui “Bio al sacco” fa parte con altre 23 realtà in tutta Italia- l’ha accolta con interesse. “Dovremo vedere le evoluzioni e capire bene come funzionerà. La bozza sembra riservare sconti ai venditori dei prodotti sfusi e ai consumatori. Ma noi botteghe dello sfuso siamo nel mezzo: siamo acquirenti (dai produttori, ndr) o venditori (ai consumatori finali, ndr)?”, osserva.
Nessuno li ha interpellati nella fase di stesura del testo, ma la “Rete botteghe sfuse” si sta organizzando anche per avere un maggiore peso politico. “Nel 2017 eravamo in quattro negozi; piano piano abbiamo proposto ad altri di entrare a far parte della rete e stiamo crescendo”, dice Pierpaolo. La loro caratteristica fondamentale è l’indipendenza: nella rete non c’è nessun franchising. “Siamo piccoli e tutti con nomi diversi: una piccola distribuzione organizzata”. Chi aderisce vende almeno il 70% di prodotti sfusi, da almeno due anni.
Un primo risultato lo stanno ottenendo relazionandosi in modo unitario con i fornitori che hanno in comune, per esempio per chiedere una riduzione degli imballaggi in plastica che avvolgono i prodotti che arrivano nelle loro botteghe. “Tra i primi produttori si sono resi disponibili a una conversione ecologica ci sono la pasticceria Manzi di Lecco, che ora fa le confezioni in carta; Biolù di Lucca, che ritira le taniche dei cosmetici e detersivi; o Gusto Vivo di Faenza (Ravenna), che è passato dalla plastica alla carta o alle pellicole di mais”. E in quest’ultimo caso, i contatti per trovare nuovi materiali meno impattanti sono venuti proprio dalla rete.
Un gruppo che si attiverà all’unisono anche in occasione della prossima settimana europea per la riduzione dei rifiuti, dal 16 al 24 novembre.

fonte: https://altreconomia.it