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Aldi sperimenta il packaging-free

Riso e pasta sfusi, in sacchetti di carta gratuiti, in fase di test presso un punto vendita in Inghilterra.


















La catena della grande distribuzione Aldi sta sperimentando nel punto vendita di Ulverston, in Inghilterra, la distribuzione di alimenti secchi sfusi - riso e pasta - con l'obiettivo di ridurre il consumo di imballaggi in plastica. L'obiettivo - afferma la catena in una nota - è di rimuovere dagli scaffali 21 milioni di packaging, equivalenti a 130 tonnellate di plastica.

Utilizzando un apposito erogatore (Refill station) e sacchetti di carta forniti gratuitamente nel punto vendita, il consumatore può scegliere tra diversi tipi di riso e pasta e acquistarli nel peso che desidera, come oggi avviene per i prodotti ortofrutticoli.

Aldi ha annunciato l'anno sorso di voler dimezzare i volumi di imballaggi in plastica entro il 2025, rimuovendo circa 74mila tonnellate di materiale. Tra gli obiettivi del piano anche l'utilizzo di imballaggi riciclabili, compostabili e riutilizzabili per i prodotti a proprio marchio entro il 2022 e di tutti quelli a scaffale entro il 2025.

fonte: www.polimerica.it



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Tesco elimina un miliardo di pack in plastica

Raggiunto l'anno scorso l'obiettivo di ridurre la quantità di imballaggi, articoli monouso e gadget dai propri punti vendita.










La catena britannica di supermercati Tesco ha annunciato di aver raggiunto l'obiettivo di eliminare dai propri punti punti vendita un miliardo di imballi in plastica nel corso del 2020, parte del programma per la sostenibilità ambientale articolato sulle 4R: "rimuovere dove possibile, ridurre dove non si può, riutilizzare di più e riciclare ciò che resta", che ha già portato alla riduzione di 3.480 tonnellate annue di plastica monouso dal suo lancio nel 2019.

In particolare, fa sapere il colosso della GDO inglese, sono stati tolti dagli scaffali: film termoretrabili per confezioni multiple (multipack) per un totale di 66 milioni di unità; chiusure supplementari di vasetti di yogurt e panna fresca, confezioni di insalate da asporto e salviette per neonati (100 milioni di pezzi); involucri di plastica di biglietti di auguri (44 milioni); sacchetti per prodotti sfusi quali ortofrutta e prodotti da forno; vassoi di plastica per affettati (24 milioni); ornamenti natalizi e relativi imballaggi (20 milioni), oltre ad alcuni gadget abbinati a prodotti da forno.

Il programma proseguirà anche quest'anno e riguarderà non solo prodotti a proprio marchio, ma anche di marca, coinvolgendo nel progetto l'intera filiera. L'anno scorso Tesco ha incontrato 1.500 fornitori per spiegare loro che gli imballaggi sono una parte fondamentale del processo decisionale nella scelta dei prodotti destinati ai punti vendita, chiarendo che si riserva il diritto di non tenere più a scaffale quelli che utilizzano una quantità eccessiva di imballo o materiali difficili da riciclare (leggi articolo).


fonte: www.polimerica.it


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Pieno o vuoto? Lo spreco dell’imballaggio esagerato: attenti alle confezioni alimentari “furbette”! Inviateci le vostre foto



A chi non è capitata la delusione di aprire un sacchetto di snack o di cereali e scoprire che era pieno solo a metà? Si tratta di confezioni alimentari sproporzionate rispetto al reale contenuto, realizzate al solo scopo di attirare l’attenzione del consumatore e spingerlo all’acquisto. Si tratta di una strategia adottata da diverse aziende e contro cui si è schierata la Ong Foodwatch, gruppo di tutela per i diritti dei consumatori.
Imballaggi “pieni di niente”, come li definisce la Ong che, oltre a illudere il consumatore sul reale contenuto, sono contrari ai principi di sostenibilità ambientale tanto acclamati dai produttori del settore alimentare.

Gli stratagemmi per nascondere il contenuto al momento dell’acquisto sono davvero innumerevoli: etichette applicate nella zona giusta, confezioni opache, finestrelle trasparenti il cui posizionamento è studiato alla perfezione.
Contro queste confezioni la Ong ha avviato una campagna, abbinata a una petizione, per chiedere alle aziende produttrici di ridurre al minimo la quantità di vuoto.
Se in taluni casi uno spazio vuoto all’interno degli imballaggi alimentari è giustificato, per meglio proteggere il cibo o per consentirne una più lunga conservazione, per 7 diversi prodotti individuati dal Foodwatch è del tutto inutile e il “sovraincarto” che ne deriva è destinato soprattutto ad attirare lo sguardo del consumatore.
Si tratta di prodotti presenti sugli scaffali dei supermarket francesi (e segnalati dai consumatori nel corso di sondaggi specifici condotti dalla Ong) ma non è un mistero che prodotti del tutto simili si trovino in vendita anche in Italia.
La scelta dei prodotti non è tuttavia casuale: Foodwatch segnala che per ogni prodotto evidenziato esiste almeno un’alternativa equivalente che non presenta spazi vuoti all’interno della confezione.
Tra i maggiori brand segnalati dall’associazione ambientalista spiccano Barilla, Carrefour, Lipton. Vediamoli nel dettaglio:

Cereali e quinoa di Barilla: confezione vuota (vide) per il 60%
Barilla aveva abituato i consumatori a grandi confezioni di pasta. Tuttavia, la busta di questo prodotto sembra piuttosto vuota e la confezione di cartone è decisamente sovradimensionata.

Barilla aveva abituato i consumatori a grandi confezioni di pasta. Tuttavia, la busta di questo prodotto sembra piuttosto vuota e la confezione di cartone è decisamente sovradimensionata


Carrefour Crunchy Cereali: confezione vuota per il 50%

Le confezioni di cereali rappresentano un classico prodotto “pieno di vuoto”. Se lo spazio vuoto nel sacco viene spesso utilizzato per “proteggere” meglio i cereali, l’azienda troverà difficile giustificare questa situazione: esiste infatti un prodotto del tutto simile del marchio 
distributore che è riempito fino in cima.


Erbe aromatiche al basilico Monoprix: confezione vuota per il 35%

Tutto sta nel sapiente posizionamento dell’etichetta e nell’opacità del tappo! Il distributore riempie meno il contenitore e vende meno prodotto rispetto ai concorrenti. Il prezzo al chilo è però più alto se confrontato con prodotti simili.

Tabulé biologico di Léa Nature: confezione vuota per il 58%

La quantità di imballaggio vuota è veramente esagerata se si considera che oltretutto 
parliamo di un alimento biologico!


Tè verde di ibisco alla pesca biologico Lipton: vuoto al 43%

Tè biologico in una bellissima confezione di cartone… ma che Lipton ha chiaramente “dimenticato” di riempire! Tuttavia, le scatole da tè riempite fino in cima non sono rare 
sugli scaffali.


Bistecca di soia di Sojasun: confezione vuota per il 34%

Non lasciarti ingannare dalla finestra che ti fa vedere il prodotto all’interno: questa confezione è vuota per un terzo. Capovolgendola potrai facilmente far “sparire” le due 
bistecche di soia che contiene.



Salmone E.Leclerc a cubetti: confezione vuota per il 68%

Per l’aperitivo lasciatevi tentare da questi cubetti di salmone… ma non dovrebbero esserci troppi ospiti intorno al tavolo! Perché se la taglia del prodotto sembra promettere una quantità generosa, non è questo il caso… un “overpack” destinato sicuramente a essere “di taglia” sullo scaffale!

A questo punto aspettiamo di pubblicare le vostre foto. Sicuramente anche a voi sarà capitato qualche prodotto con un imballaggio esagerato.

* Nota bene: Le percentuali di vuoti mostrate sono stime calcolate dalle misurazioni effettuate da Foodwatch. I risultati ottenuti sono stati arrotondati per difetto.

fonte: www.ilfattoalimentare.it

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Ecco come gestiamo gli imballaggi in plastica in Italia, una volta divenuti rifiuti

Nel 2019 sono 2.083.880 le tonnellate impiegate, il 43,39% è stato avviato a riciclo e il 48,63% a recupero energetico




















Nel 2019 sono oltre 1.370.000 le tonnellate di plastica raccolte in modo differenziato. Si tratta del 13% in più rispetto al 2018. Ma il bilancio 2019 per il Consorzio nazionale per la raccolta, il riciclo e il recupero della plastica si chiude con disavanzo pari a circa 13 milioni di euro. Un’ulteriore testimonianza di come una corretta gestione rifiuti e il loro recupero porti sempre vantaggi ambientali e possa migliorare la competitività economica del sistema-Paese – a maggior ragione per uno come l’Italia, manifatturiero ma storicamente povero di materie prime –, ma al contempo è fuorviante pensare che tutte le frazioni di rifiuti possano essere “risorse” economiche. Al contrario, è sempre vero che tenere pulite le proprie città costa.
Ad esempio – come spiega proprio Corepla nel bilancio 2019 appena presentato – i costi totali sono aumentati di 102 milioni di euro circa rispetto al 2018 in quanto a fronte della crescita della raccolta, al contempo sono aumentate “le difficoltà a riciclare alcune tipologie di imballaggi e i costi legati alla gestione del plasmix”, ovvero le plastiche miste difficili (quando non impossibili) da riciclare.
Tornando alla raccolta, in media ognuno di noi differenziato 22,8 kg all’anno. Le quantità conferite alla raccolta differenziata nel 2019 sono risultate essere composte per il 91% da imballaggi in plastica e per il restante 9% dalle frazioni estranee o neutre contenute nella raccolta mono materiale.
«Un risultato mai raggiunto prima – ha dichiarato il Presidente di Corepla Antonello Ciotti – per gli oltre 7.000 Comuni che hanno avviato il servizio di raccolta. Con una media di circa 23 kg /abitante anno di RD il sistema italiano del riciclo degli imballaggi in plastica è tra i primi in Europa. Siamo certi che lavorando così assiduamente nell’attività di sensibilizzazione di tutti gli attori e nello sviluppo di nuove tecnologie riusciremo a vincere la sfida dell’economia circolare, e saremo pronti a contribuire al raggiungimento degli ‘sfidanti’ obiettivi che la EU pone per il 2025 per il nostro Paese».
Anche perché, appunto, oltre alla raccolta differenziata c’è di più: il recupero di materia e, in subordine, quello di energia. Nel merito non è facile tratteggiare lo stato dell’arte in Italia, a maggior ragione nell’ultimo anno in quanto, come riporta il bilancio del consorzio, dal 2019 Corepla «rendiconta i flussi quantitativi di sola sua pertinenza, decurtando i volumi di competenza dei Sistemi autonomi; questo crea una discontinuità nel confronto con gli anni precedenti».
L’immesso al consumo di imballaggi in plastica nel corso dell’ultimo anno – pari a 2.083.880 tonnellate –, si riferisce ai volumi risultanti dalle dichiarazioni Cac (contributo ambientale Conai) che si assumono essere equivalenti all’immesso al consumo di pertinenza Corepla; un dato in flessione rispetto al 2018, quando le tonnellate immesse al consumo furono 2.292.000 tonnellate.
Come sono state gestite? Nel 2019 la raccolta differenziata gestita dal Consorzio è stata pari a 1.378.384 tonnellate, con un aumento dell’13% rispetto al 2018 e «lo scorso anno  sono state  riciclate 617.292 tonnellate di rifiuti di imballaggio in plastica, prevalentemente provenienti da raccolta differenziata urbana (sono incluse le quantità  provenienti dalle piattaforme da superfici private e dai Consorzi autonomi)», spiega Corepla, che ha inoltre «avviato a recupero energetico 445.812 tonnellate che sono state utilizzate per produrre energia al posto di combustibili fossili. Il materiale avviato da Corepla a recupero è stato destinato per il 75% a cementifici (41% in Italia e 34% all’estero) e per il restante 25% a termovalorizzazione». Dunque della differenziata raccolta da Corepla il 44,78% è stato avviato a riciclo, il 32,34% a recupero energetico.
Queste le cifre della gestione consortile. Ampliando il campo d’osservazione alla voce “riciclo totale” si arriva a 904.292 tonnellate rispetto a un immesso al consumo come detto pari a 2.083.880 tonnellate (43,39%), mentre il recupero energetico arriva a 1.013.322 (48,63%). Ecco dunque che «dei 2.084 milioni di tonnellate di imballaggi in plastica immesse sul mercato e di pertinenza Corepla nel 2019, il sistema Italia è riuscito quindi a recuperarne 1.917.614, che corrisponde al 92%».
Numeri che riportano alla luce, nel Rapporto di sostenibilità Corepla, il problema di quegli imballaggi che sono tecnicamente difficili o impossibili da riciclare meccanicamente, per esempio quelli costituiti da più polimeri intrinsecamente legati fra loro, oppure ancora dei «residui derivanti dalla selezione dei rifiuti di imballaggio in plastica per i quali – attualmente – non esiste possibilità di riciclo meccanico o potrebbe esistere solamente a costi non sostenibili per motivi tecnologici o rese molto basse». Queste frazioni ad oggi vengono bruciate per ricavarne energia, mentre il ricorso alla discarica «è dovuto, principalmente, alla mancanza di impianti di termovalorizzazione e/o di cementifici in alcune aree del Paese o alla impossibilità di accesso in quanto già saturati da altri rifiuti indifferenziati».
Per migliorare il quadro della situazione sono indispensabili interventi per ridurre gli imballaggi immessi al consumo dove possibile e a livello di ecodesign, per rendere più riciclabili gli imballaggi necessari, entrambi interventi che ovviamente non possono essere messi in campo quando i rifiuti sono già stati prodotti e non resta che gestirli. A questo punto della filiera altre innovazioni tecnologiche possono provare a intervenire, come ad esempio il riciclo chimico e la gassificazione, entrambi punti focali della collaborazione instaurata tra Corepla e Eni.
In tutto questo, la “soluzione” del plastic-free che posto trova? «Non esistono materiali giusti o sbagliati – risponde Corepla – esistono imballaggi più o meno adatti in base allo scopo e alla situazione […] Il vero problema è la dispersione degli imballaggi nell’ambiente, a causa della non corretta gestione, nella fase di fine vita, indipendentemente dal materiale di cui sono fatti Anche i così detti imballaggi biodegradabili e compostabili non si degradano nell’ambiente: è comunque indispensabile che vengano raccolti e gestiti da un circuito che li avvii in impianti in grado di valorizzarli».
fonte: www.greenreport.it


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Quanto inquina la plastica? Nel 2030 tanto quanto 295 centrali a carbone. L’articolo di Valori.it

L’analisi di quanto saranno le emissioni di gas serra dovute alla plastica in un rapporto prodotto dal Center for International Environmental Law, studio legale americano. Ne parla Rosy Battaglia in un articolo di Valori.





La plastica contribuisce in maniera drammatica al cambiamento climatico e dispersa nell’ambiente continua a produrre gas serra. Solo nel 2019 la sua produzione, l’incenerimento e lo smaltimento, aggiungeranno in atmosfera più di 850 milioni di tonnellate di CO2. Una quantità enorme, pari all’inquinamento di 189 nuovi impianti a carbone da 500 megawatt.

Se la produzione e l’uso di plastica continueranno a crescere del 3,8% all’anno, come previsto dal World Economic Forum, entro il 2030 le emissioni potrebbero raggiungere 1,34 gigatoni (cioè miliardi di tonnellate) di CO2 in soli 12 mesi. Pari a quelle che potrebbero essere rilasciate da almeno 295 impianti a carbone da 500 megawatt. Entro il 2050, la produzione e lo smaltimento di plastica potrebbero generare, così, 56 gigatoni di anidride carbonica, pari al 14% dell’intero bilancio di carbonio rimanente della terra. Una minaccia che potrebbe ostacolare il controllo della temperatura planetaria sotto gli 1,5 °C.

Lo scenario è stato elaborato dal rapporto «Plastic & Climate: The Hidden Costs of a Plastic Planet» prodotto dal Center for International Environmental Law (CIEL), studio legale di interesse pubblico americano. La novità del rapporto Plastic & Climate, che elabora i dati provenienti da fonti pubbliche e dalle aziende del settore, è quella di valutare per la prima volta l’impatto climatico della plastica, utilizzando la medesima modalità di calcolo delle emissioni di gas serra usata dal quinto rapporto dell’ IPCC — Intergovernmental Panel on Climate Change. Stime prudenti, ribadiscono gli autori, a causa delle limitazioni nella disponibilità dei dati ufficiali forniti dal National Emissions Inventory (NEI), l’inventario delle emissioni e dall’Environmental Protection Agency (EPA), l’agenzia per la protezione dell’ambiente americana.
Proiezione delle emissioni del ciclo della plastica. (Fonte: report Plastic & Climate, 2019, CIEL)

Gli esperti di CIEL hanno analizzato e raccolto, in ogni caso, informazioni sull’intero ciclo di vita dei prodotti plastici provenienti da database pubblici: dall’estrazione dei combustibili fossili, alla loro raffinazione e produzione, fino allo smaltimento in discarica, negli inceneritori, al riciclo e alla dispersione nell’ambiente, nei fiumi e negli oceani. Proprio questi ultimi assorbono una quantità significativa dei gas serra prodotti sul pianeta: fino al 40% di tutta l’anidride carbonica, prodotta dall’uomo fin dall’inizio dell’era industriale.

Il rapporto Plastic & Climate documenta come l’enorme quantità di plastica e microplastica, dispersa in mare e sottoposta alle radiazioni solari, secondo lo studio dell’International Pacific Research Center, University of Hawaii at Manoa, emetta a sua volta metano ed etilene. Limitando la naturale capacità degli oceani di assorbire e catturare l’anidride carbonica. Il polietilene, che è il polimero sintetico più prodotto e scartato a livello globale, è anche il più prolifico emettitore di entrambi i gas.

Solo negli Stati Uniti nel 2015 le emissioni da estrazione e produzione di combustibili fossili, in gran parte gas da fracking, attribuite alla produzione di plastica, sono state almeno 9,5-10,5 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti (CO2e) all’anno. Al di fuori degli Stati Uniti, dove è il petrolio la materia prima principale per la produzione di plastica, sono invece circa 108 milioni di tonnellate di CO2e all’anno dovute principalmente 
all’estrazione e alla raffinazione. 

Proiezione della domanda di plastica per continenti (Fonte: report Plastic & Climate, 2019, CIEL)

Nel 2015, 24 stabilimenti di produzione di etilene negli USA hanno prodotto 17,5 milioni di tonnellate di CO2e, emettendo una quantità di anidride carbonica pari a quella emessa da 3,8 milioni di veicoli passeggeri. Nel mondo, sempre nel 2015, le emissioni da cracking a produzione di etilene sono state tra le 184,3-213,0 milioni di tonnellate di CO2e, equivalenti a quelle emesse da 45 milioni di auto circolanti in un anno.

“End of life is not end of impact”. L’impatto della plastica non termina con la fine del suo utilizzo. I curatori di Plastic & Climate lo scrivono chiaro. La plastica continua ad inquinare a lungo, dopo che la sua “vita” utile è finita. La soluzione non può essere certo lo smaltimento in discarica: le ricadute ambientali sono ormai note. Secondo i calcoli degli esperti, solo il riciclo, se sostituisce la plastica vergine, potrebbe essere un processo vantaggioso sotto il profilo delle emissioni di gas serra. Viene, invece, preferito l’incenerimento, il processo di smaltimento più gravoso per l’ambiente e per il 
surriscaldamento globale.


Solo negli USA nel 2015 sono state stimate 5,9 milioni di tonnellate di CO2e, mentre le emissioni globali derivanti dall’incenerimento di questo particolare tipo di rifiuti di plastica hanno totalizzato 16 milioni di tonnellate di CO2e. Se in Europa è stata definitivamente varata la messa al bando definitiva dei prodotti di plastica monouso, l’espansione delle industrie petrolchimiche verso la produzione di materiali plastici è invece in aumento in tutto il pianeta. Almeno per il prossimo decennio, si conferma il trend previsto dal World Economic Forum, e quanto aveva denunciato da Valori un anno fa.

Proprio negli Stati Uniti, le multinazionali del petrolio stanno vivendo un nuovo Eldorado. È in atto, infatti, un fortissimo sviluppo legato al basso costo del gas naturale e alla sua estrazione tramite fratturazione idraulica (fracking), sia sulla Costa del Golfo che nella valle del fiume Ohio. Come documentano i legali di CIEL, sono oltre 300 i progetti di petrolchimici in costruzione, destinati principalmente alla produzione di additivi e plastiche.

Nella Pennsylvania occidentale è previsto un nuovo impianto della Shell, di produzione di gas naturale, per materie plastiche, attraverso lo “steam cracking”. Impianto che potrebbe emettere fino a 2,25 milioni di tonnellate di gas serra ogni anno. Lungo la costa del Golfo del Texas è, invece, in via di installazione, nella raffineria di Baytown delle ExxonMobil, una nuova linea di produzione di etilene che ne rilascerà fino a 1,4 milioni di tonnellate. Secondo Plastic & Climate solo le emissioni annuali di queste due nuove strutture equivarrebbero mettere in strada 800mila nuove auto.

 

Secondo il rapporto Plastic & Climate, se la crescita della produzione di plastica e dell’incenerimento continuerà come previsto dal Wef, le emissioni cumulative di gas serra entro il 2050 saranno superiori a 56 gigatoni di CO2e, il 10-13% del bilancio totale di carbonio residuo.

Non restano molte alternative per salvare il pianeta, l’ambiente e la salute dei cittadini. Ben vengano, quindi, i divieti nazionali e globali, a partire da quelli che colpiscono l’usa e getta, come accaduto in Europa. Ma secondi i giuristi e le ONG americani, la raccomandazione più efficace è semplice: ridurre immediatamente la produzione e l’uso della plastica. Fermare l’espansione della produzione petrolchimica e lasciare i combustibili fossili sotto terra.


Rosy Battaglia – Valori

fonte: www.ilfattoalimentare.it

Consigli per la riduzione dei rifiuti



















Un breve video realizzato dal nostro ufficio comunicazione sulle buone pratiche per la riduzione dei rifiuti. Si tratta di un elenco di semplici azioni quotidiane che possono contribuire a un minore impatto ambientale dei nostri rifiuti.



Serveco

Dalla Cina un messaggio “in una scatola” riutilizzabile per un nuovo e-commerce

I rifiuti da imballaggio derivanti dalla crescita del commercio online stanno diventando un flusso importante nel rifiuto urbano che richiede politiche di prevenzione alla pari di altri rifiuti generati dal consumo di cibo e bevande da asporto. Finalmente arriva dalla Cina un importante segnale da parte del suo più importante operatore del commercio online con l’adozione di un imballaggio riutilizzabile.  


























JD.com (abbreviazione di JingDong ) è il più grande rivenditore online B2C in Cina e al terzo posto nella classifica mondiale come volume di affari. I suoi oltre 300 milioni di clienti attivi acquistano in media 26 articoli all’anno. JD.com, che fornisce un servizio simile a quello di Amazon, ha investito molto nella logistica e nelle infrastrutture per garantire che le merci vengano consegnate lo stesso giorno se ordinate entro le ore 11:00. Il 90% degli ordini che riceve viene mediamente consegnato entro 24 ore.
I piani di espansione internazionale del gigante cinese dell’e-commerce passano anche dall’Europa con un avvio delle operazioni in Germania, Regno Unito e Francia, dove l’azienda ha investito due miliardi in due anni per l’allestimento di una nuova rete logistica europea.
JD Logistics ha presentato lo scorso anno la Green Stream Initiative  che ha l’obiettivo di promuovere l’uso di materiali di imballaggio sostenibili e ridurre l’impatto ambientale dell’intera catena di fornitura. Un progetto dell’iniziativa che è stato appena lanciato permette ora ai clienti di JD di scegliere una spedizione con imballaggi riutilizzabili. Si tratta di scatole di colore verde  destinate a spedizioni in cui è richiesto un imballaggio di piccola o media dimensione che possono essere riutilizzate sino a 10 volte.
Secondo JD, il programma può fare risparmiare 32,5 milioni di RMB (circa 4.680.400 milioni di dollari) all’anno, qualora il 10% degli ordini totale utilizzasse le nuove confezioni.
Grazie all’adozione di queste scatole JD prevede di ridurre l’uso di imballaggi di 10 miliardi di pezzi entro il 2020. Tra gli altri impegni assunti con la Green Stream Initiative c’è l’obiettivo di riciclare l’80% dei materiali di imballaggio, sostituire il 50% degli imballaggi di plastica con materiali biodegradabili e avere il 100% degli imballaggi composto da materiali riciclabili o riutilizzabili.
Il servizio viene offerto gratuitamente, e l’opzione riutilizzabile può essere selezionata in fase di ordinazione. Chi sceglie questa opzione può restituire l’imballaggio al momento della consegna. I clienti che scelgono la “scatola verde” riutilizzabile vengono premiati con i punti fedeltà “Jingdou” che valgono come buoni per tutti i prodotti presenti sul catalogo di di JD . Le scatole riutilizzabili  vengono ora impiegate per la spedizione di prodotti come gioielli, cellulari, orologi, cosmetici e prodotti per la cura della pelle, ad eccezione del cibo fresco.
Il servizio, che ha preso il via a Pechino, Shanghai, Guangzhou e Shenzhen, si espanderà a Chengdu e in altre cinque città entro la fine di questo mese. Entro la fine del 2018, JD fornirà questa opzione riutilizzabile in 20 città.
La divisione JD Logistics ha introdotto all’inizio di quest’anno a Shanghai una flotta di furgoni ad idrogeno per rendere zero carbon il percorso finale della consegna ai clienti. All’inizio di giugno, la società ha invece presentato una flotta di 50 veicoli a propulsione solare operativi a Pechino.
Visto le similitudini esistenti tra il modello di commercio online di JD e Amazon la richiesta che dovrebbe partire da tutti i governi nazionali e locali in cui quest’ultimo opera è quella di seguire l’esempio del competitor cinese in arrivo sul mercato europeo nei prossimi anni. La città di San Francisco, come viene raccontato in questo video di The Story of Stuff Project deve gestire ogni giorno 100 tonnellate di imballaggi di cartone in più grazie al commercio online.
Tuttavia il precursore di un sistema riutilizzabile parla finlandese e si tratta di RePack vincitore di numerosi premi e ora tra i 10 finalisti di Launch Circular Innovators. In un precedente post abbiamo spiegato come funziona il sistema di RePack al quale hanno aderito oltre 36 rivenditori online in Finlandia e perché l’imballaggio del futuro non può che essere riutilizzabile.
STILI DI VITA E DI CONSUMO INSOSTENIBILIserve azione da parte dei governi locali e nazionali

Secondo i dati del Conai la produzione di imballaggi in Italia ha avuto nel 2016 una crescita del 3,2% rispetto al 2015 e l’impiego di imballaggi è cresciuto del 4,4% .
Nel 2016 il peso degli imballaggi immessi al consumo ha raggiunto i 12,6 milioni di tonnellate con una crescita del 2,2% rispetto al 2015.
Uno studio di GEO -Green Economy Observatory- dello IEFE-Università Bocconi presentato qualche tempo fa ha stimato quanti rifiuti da imballaggio potrebbero essere prodotti al 2030. Il modello utilizzato dallo studio ha quantificato in 4 milioni di tonnellate la quantità di rifiuti che sarebbe possibile evitare grazie a politiche di riduzione e innovazione tecnologica. Quest’importante riduzione viene però minimizzata da un aumento nella produzione di rifiuti – che vale più del doppio– dovuto alle modalità di consumo e stili di vita . Tra i fattori che contribuiscono all’aumento degli imballaggi c’è un crescente ricorso agli acquisti online e la riduzione della dimensione dei nuclei famigliari che favorisce un maggior consumo di cibo pronto all’uso e monoporzioni a maggiore impatto di packaging. L’approfondimento sul tema dello scorso anno, drammaticamente attuale, visto lo stato di paralisi degli impianti nazionali, l’emergenza dietro all’angolo(non solamente per la capitale) si trova a questo link e negli articoli correlati segnalati a fine pagine.

fonte: https://comunivirtuosi.org

Riciclo: come ridurre i sacchetti di plastica o di carta















I sacchetti di plastica o di carta sono ormai elementi onnipresenti nella quotidianità di ognuno: comodi e veloci da usare, possono essere impiegati nei più svariati modi, dal trasporto della spesa alla conservazione degli alimenti. Eppure il loro uso può avere un impatto molto importante sull’ambiente: quelli di plastica solo raramente sono biodegradabili, tanto da richiedere centinaia d’anni per la loro decomposizione in natura, mentre quelli di carta possono contribuire alla deforestazione se non provenienti dal riciclo. Ma quali sono i consigli per ridurne la dipendenza a livello domestico?

Naturalmente, il primo passo per limitare il proprio impatto ambientale è scegliere solo sacchetti provenienti da produttori certificati. Per quelli di plastica, si preferiscano gli esemplari dal maggior grado di biodegradabilità, così come impongono le leggi vigenti. Per quelli di carta, invece, si preferiscano prodotti provenienti dalla filiera del riciclo. Di seguito, qualche consiglio.

Sacchetti di plastica



I sacchetti di plastica sono pressoché ovunque all’interno delle abitazioni: si tratti di contenitori per alimenti, di imballaggi per i più svariati oggetti o di confezioni, vengono accumulati a ritmi incredibili. Per ridurne il ricorso, si deve agire principalmente su due fronti: quello della spesa e quello della conservazione dei cibi.

Per quanto riguarda la spesa, è innanzitutto necessario sottolineare come negli ultimi anni la legge si sia fatta ben più stringente. I negozi non possono più fornire ai clienti le classiche buste di plastica non biodegradabili, incentivando invece l’acquisto di alternative riciclabili nonché il riuso dei vecchie buste. Ancora, esistono precise disposizioni anche per i sacchetti trasparenti dedicati a frutta e verdura: devono avere una componente altamente riciclabile ed è stabilito un costo esiguo, solitamente di pochi centesimi, per disincentivare gli acquirenti dallo spreco.
Queste misure, tuttavia, potrebbero non essere sufficienti: molto si può fare cambiando la propria attitudine alla spesa. Ad esempio scegliendo buste in cotoneo in lino, da portare direttamente da casa, oppure i comodissimi carrellini dove adagiare anche i prodotti più pesanti, trasportandoli in agilità. Per le buste di frutta e verdura, tuttavia, potrebbero esservi limitazioni all’uso di alternative domestiche, per questioni igieniche. In ogni caso, dopo l’uso i sacchetti di plastica devono essere riutilizzati o correttamente smaltiti, quindi mai abbandonati nell’ambiente: sono tra le prime cause di inquinamento e dannosissimi per la fauna e la flora, soprattutto marina.

Sul fronte delle buste per la conservazione dei cibi, ad esempio quelle da freezer, il primo fattore da valutare è la sicurezza alimentare. In caso altre tipologie di contenitore non garantissero l’adeguata protezione degli alimenti, determinando una proliferazione di batteri e funghi molto pericolosa, il sacchetto deve essere preferito. In commercio comunque vi sono moltissimi contenitori in plastica rigida riciclabile, oppure anche in metallo, con tanto di coperchio con valvola per il sottovuoto: questa alternativa, oltre a garantire numerosi riutilizzi, è certamente più sostenibile. Per il frigorifero, invece, potrebbe bastare una classica ciotola di vetro o di ceramica, sigillata con un coperchio in misura.

Sacchetti di carta



I sacchetti di carta rappresentano un’alternativa molto comoda, e certamente più amica dell’ambiente, rispetto alla controparte in plastica. Eppure spesso vengono impiegati senza troppo criterio, contribuendo allo spreco di risorse forestali, con un dispendio di acqua, energia e suolo molto elevato.
Innanzitutto è bene sapere che, in assenza di aree umide o bagnate, questi sacchetti possono essere riutilizzati più e più volte per il trasporto del cibo. Quando questa possibilità non è più assicurata, possono essere ideali per molti altri scopi: possono essere scelti per la raccolta dei bisogno fisiologici del cane – dove le amministrazioni comunali permettono il ricorso a questi materiali – oppure riadattati a numerosi utilizzi per la casa. Possono essere tagliati ai lati per ottenere un grande rettangolo, da posizionare sulla base delle gabbiette di canarini e piccoli animali domestici, così come sul pavimento sotto le ciotole del cane o del gatto, assorbendo acqua e proteggendo le piastrelle da sporco e detriti. Ancora, sono utili per la loro capacità assorbente quando si rovescia inavvertitamente dell’acqua, ma anche per operazioni in giardino e nell’orto: molte varietà, se specificato dai produttori, possono essere inserite nel compost. Attenzione, però, ai sacchetti destinati ad alimenti oleosi: solitamente incorporano uno strato interno speciale, o sono stati trattati con prodotti chimici, quindi non possono essere smaltiti nel normale contenitore della carta.

In alternativa, si possono impiegare sacche di cotone o di lino, quindi contenitori rigidi sia di plastica che di metallo, data la loro durata nel tempo.

fonte: www.greenstyle.it