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La Cina dal 1° gennaio vieta l'importazione di rifiuti. Ma adesso dove finiranno?

Finora il Paese gestiva quasi la metà dei rifiuti solidi globali provenienti da tutto il mondo. Ora deve occuparsi delle sue oltre 200mila tonnellate di rifiuti. Timori per nuovi mercati, non sempre regolamentati, nel sud est asiatico e in Turchia









Fra un paio di settimane finirà un'era, quella della Cina "pattumiera" del mondo, e inizierà ufficialmente un nuovo e complicato futuro per i rifiuti solidi di tutto il Pianeta. Dal primo gennaio 2021 la Cina vieterà infatti tutte le importazioni di rifiuti solidi da altri Paesi, sarà vietato anche lo scarico, il deposito e lo smaltimento in territorio cinese di rifiuti esteri. Un cambiamento epocale per una nazione che dagli anni Ottanta si occupa di smaltire e riciclare gli scarti del globo. Da ormai tre anni, le politiche "green" cinesi, hanno iniziato un percorso chiaro, prima con il divieto di importazione di 24 tipi di rifiuti solidi, tra cui carta non differenziata e tessuti, e poi con plastica e altri materiali. Fino al 2017 la Cina aveva lavorato quasi la metà dei prodotti riciclati di tutto il mondo, circa 45 milioni di tonnellate all'anno tra metallo, plastica e carta. Poi queste cifre sono iniziate a scendere vertiginosamente: 22,63 milioni di tonnellate nel 2018, 13,48 milioni nel 2019 e quest'anno, fino a novembre, appena 7,18 milioni, con un calo anno del 41%.
Dal prossimo anno scatterà il divieto totale, che potrà essere per i vari paesi del mondo un'opportunità per iniziare a ripensare come ridurre drasticamente certe produzioni e scarti di materiali, ma che potrebbe anche diventare un boomerang per la gestione dei rifiuti globale. Diversi paesi asiatici infatti - ha sottolineato un recente report di Greenpeace - dalla Malesia al Vietnam alla Thailandia sino all'Indonesia, hanno iniziato ad occuparsi dei rifiuti esteri, molti dei quali provenienti dall'Europa, con sistemi di smaltimento non sempre cristallini.

E questo è un problema: per esempio nella battaglia legata alla gestione della plastica, materiale di cui appena il 9% viene completamente riciclato e recuperato al mondo, il fatto che tonnellate di nuovi rifiuti plastici da Europa a Stati Uniti possano finire nei Paesi del Sud est asiatico preoccupa per la salute del Pianeta, avverte Greenpeace. Proprio questi paesi, tra l'altro, ospitano la maggior parte dei 10 fiumi più inquinati e più dannosi per il trasporto della plastica fino al mare e ai suoi fragili ecosistemi.

Anche l'Italia, sostiene un report di Greenpeace, non è esente da questi meccanismi, dato che siamo all'undicesimo posto tra i principali esportatori di rifiuti plastici al mondo. Nel 2018 abbiamo spedito all'estero 197mila tonnellate, per un giro di affari di 58,9 milioni di euro e lo scorso anno abbiamo esportato per esempio almeno 1300 tonnellate di plastica proprio in Malesia.

Nella Cina fra i paesi più impattanti al mondo a livello di emissioni climalteranti e che oggi promette un forte impegno a favore dell'ambiente, cresce dunque la consapevolezza della questione ecologica, tanto che nonostante molte economie locali siano basate proprio sull'import dei rifiuti, il nuovo divieto viene salutato quasi ovunque come positivo per il futuro green del Paese, una "vittoria" come l'ha definita Qiu Qiwen, responsabile del dipartimento dei rifiuti solidi e chimici del Ministero dell'Ecologia e dell'Ambiente (MEE).

Per le associazioni ambientalisti cinesi, come Greenpeace Asia, è "un'opportunità per tutti i Paesi per ridurre la produzione di rifiuti. Questo veto aumenta la pressione sui paesi esportatori di rifiuti affinché riflettano su come produrne meno, che è la vera soluzione alla crisi che stiamo affrontando".

A preoccupare però resta il fatto legato a chi sarà ora, con l'entrata in vigore del divieto totale, ad occuparsi delle enormi quantità di rifiuti plastici, di metallo e di carta, provenienti da tutto il mondo. Rapporti degli ambientalisti indicavano che già dopo i primi blocchi cinesi "la maggior parte della plastica è andata a paesi e regioni meno regolamentati su queste materie e nel sud-est asiatico che, in particolare, non ha restrizioni adeguate per impedire importazioni eccessive, o capacità reali di trattare tutta quella spazzatura".

Si stima addirittura che negli ultimi decenni la Cina sia occupata di quasi il 95% della plastica usata dell'Unione Europea e il 70% di quella degli Stati Uniti: è dunque ovvio che oggi, nonostante la produzione globale di scarti di plastica sia in calo, buona parte di questo materiale debba trovare nuovi mercati per l'export.

Tonnellate di plastica sono dirette ora sia nel sud est asiatico sia in Medio Oriente e Turchia, ma non sempre legalmente. A fine novembre, proprio in Italia, nel porto di Cagliari, sono stati posti sotto sequestro due container carichi di rifiuti plastici: venivano spediti in Turchia come materiale ex novo per l'industria della plastica, ma in realtà si trattava di rifiuti plastici provenienti da operazioni di trattamento. Secondo i carabinieri del Noe dopo il primo blocco cinese è in atto proprio una intensificazione di queste esportazioni di rifiuti plastici dall'Italia verso Stati dell'Europa orientale e dell'Asia.


Un problema, quello della gestione dei rifiuti esteri, che per la Cina dal 1° gennaio in poi non sarà più affar suo. Nel paese è infatti cresciuta in maniera esponenziale la produzione di scarti interni e ora la Cina si occuperà esclusivamente dei suoi rifiuti solidi: si parla di circa 215 milioni di tonnellate l'anno, che poi finiscono tra inceneritori e discariche. Per China Business News solo tra il 20 e il 30% dei rifiuti di plastica cinesi vengono poi realmente riciclati, ma per ovviare a queste carenze già dal 2019 la Cina ha concentrato nuove risorse economiche, oltre 15 miliardi di euro, per una gestione più efficace dei propri rifiuti. Undici città e cinque aree metropolitane sono state selezionate per avviare programmi di rifiuti zero, di riciclaggio e riduzione degli scarti.

Politiche che si affiancano, oltre alle promesse sulle emissioni zero entro il 2060, a iniziative legate per esempio a sacchetti non biodegradabili vietati da gennaio nelle grandi città, oppure vari veti per materiali non riciclabili. I cinesi hanno dunque deciso di concludere un'era per avviarne un'altra, più green e rispettosa dell'ambiente dicono, passando ora la palla agli altri Paesi, chiamati a una minore riduzione globale di rifiuti.

fonte: www.greenandblue.it

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Agro fotovoltaico: in Cina l’impianto più grande al mondo

Il gruppo Baofeng e la divisione Solar di Huawei stanno portando avanti un gigantesco progetto fotovoltaico a “copertura” di una piantagione di bacche di Goji




L’impianto di agro fotovoltaico più grande al mondo? Quello che sorgerà in Cina, nel Binhe New District, sulla sponda orientale del fiume Giallo. Qui il gruppo Baofeng sta lavorando dal 2014 per ridar vita ad un ampio appezzamento di terreno arido e desolato nella provincia di Ningxia. Oggi su 107 chilometri quadrati di deserto, si estende un manto rosso e blu, simbolo della perfetta integrazione tra tecnologia moderna e agricoltura tradizionale. Il rosso è quello delle bacche di Goji, ingrediente della cucina e medicina asiatica, che dal 2016 rimpiazza l’erba medica originariamente piantata per migliorare il suolo; il blu appartiene, invece, ai nuovi pannelli di agro fotovoltaico che sovrastano la piantagione.

Il progetto, frutto dell’intesa tra il gruppo Baofeng e la divisione Solar di Huawei, ha già installato 640 MW di fotovoltaico a 2,9 metri dal suolo, con l’obiettivo di portare la capacità finale a ben 1 GW. Tutti i moduli integrano la tecnologia di tracciamento automatico monoasse che consente loro di muoversi rispetto alla posizione del sole, aumentando la produzione di energia di oltre il 20% rispetto alle centrali fotovoltaiche tradizionali.

L’impianto agro fotovoltaico fa dell’innovazione la sua caratteristica distintiva: oltre ai 13.000 inverter di stringa intelligenti firmati Huawei, è stato dotato di un sistema wireless a banda larga, di droni per l’ispezione aerea e di un programma per realizzare diagnosi in remoto, individuare rapidamente e accuratamente eventuali guasti e persino anticiparli.

Ovviamente l’aspetto più interessante è rappresentato dai vantaggi ottenibili dall’incursione dell’energia solare in agricoltura. Secondo quanto riferito da Huawei al quotidiano pv-magazine.com, la centrale fotovoltaica è in grado di ridurre efficacemente l’evaporazione dell’umidità del terreno, in una misura compresa tra il 30 e il 40 per pento; le prime stime sostengono che la copertura vegetale sia presumibilmente aumentata dell’85 per cento, migliorando in modo significativo il clima regionale.

fonte: www.rinnovabili.it

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Bus a zero emissioni, sarà un 2020 col botto

Ogni mille e-bus in strada si evita ogni giorno il consumo di 500 barili di gasolio, calcola BloombergNEF, mentre mille auto elettriche fanno risparmiare solo 15 barili di greggio. In Italia Milano è la città all’avanguardia, ma Torino annuncia nuovi acquisti















I bus elettrici sono ormai una realtà con dentro tanta Cina e un po’ d’Italia. Sulle strade dell’Impero di Mezzo, infatti, a fine 2018 circolava il 99% dei bus elettrici del mondo. Pechino ha iniziato nel 2009 a investire con generosi sussidi statali e locali e schemi di finanziamento, creando una filiera manifatturiera e dimostrando che la trazione elettrica può sostituire quella diesel (che spinge il 99% degli autobus).
I sussidi sono stati ridotti, ma secondo gli analisti della società di consulenza Navigant, a consuntivo le vendite 2019 di e-bus in Cina arriveranno a quota 163mila unità, con il resto del mondo fermo poco sopra le 4mila. A livello globale si parla di quasi 770mila bus elettrici su strada nel 2019, e per ogni tre diesel nuovi se ne compra uno a zero emissioni. Per gli analisti, nel 2019 gli e-bus in esercizio sono circa l’8% del totale su strada, ma si prevede che nel 2030 quasi un autobus su tre sarà elettrico. Da qui a 10 anni la Cina continuerà a dominare (74% delle vendite), ma la crescita maggiore avverrà altrove, Europa e Nord America in testa (14%), spinta da maturazione tecnologica e politiche ambientali.
Cosa comporta la diffusione di e-bus per la qualità dell’aria e il clima? Ogni mille e-bus in strada si evita ogni giorno il consumo di 500 barili di gasolio, calcola BloombergNEF, mentre mille auto elettriche fanno risparmiare solo 15 barili di greggio. Giù emissioni e costi del combustibile quindi, e per gli analisti l’alimentazione elettrica conviene anche in scenari di petrolio basso, sui 40 dollari/barile. Un e-bus naturalmente costa più di uno diesel; ma a fronte di maggiori costi in conto capitale e infrastrutturale, per le reti di ricarica sono dimezzati i costi della manutenzione, secondo stime del governo Usa e della Columbia University. Un costo totale di proprietà (Tco) più basso, quindi, anche se pesa quello delle batterie, che sottoposte a intensi cicli di ricarica si esauriscono prima (cicli più impattanti se ad alta potenza e veloci durante il servizio, meno se di notte in rimessa).
Fa ben sperare il loro costo decrescente, passato dai 1.000 dollari per kiloWattora del 2010 ai circa 200 dollari/kWh del 2019, con una previsione da 100 dollari/kWh verso il 2030. Shenzhen è la città leader globale per la diffusione di e-bus, oltre che la sede del gigante BYD, il principale produttore mondiale di mezzi elettrici. Poi c’è il Cile, con la capitale Santiago seconda solo alle città cinesi. Merito di Enel X, la divisione prodotti innovativi del gruppo elettrico pubblico: collaborando con BYD Chile e l’azienda cilena per il trasporto pubblico Metbus, a fine 2019 avrà in servizio oltre 400 bus elettrici ricaricabili in 9 elettro-terminal, maturando sul campo una solida e robusta esperienza e una competenza specifica. Per capire quanto Santiago del Cile sia avanti, basti pensare che nel 2019 a New York City c’erano solo 10 bus elettrici in servizio, con la Metropolitan Transit Authority che ha annunciato di volerne su strada altri 500 tra 2020 e 2024.
E in Italia? A Milano Atm da quest’anno non acquisterà più autobus diesel, e ha un piano che porterà al 2030 a una flotta bus interamente elettrica. Nei primi mesi del 2019 si è conclusa la fornitura di 25 e-bus, che diventeranno 200 entro il 2020; nel luglio scorso è stata assegnata una gara per ulteriori 250. A Torino circolano 50 e-bus Gtt di varie taglie, tra i quali venti BYD da 12 metri. La sindaca Chiara Appendino ha annunciato a breve «una gara per i bus elettrici. Il Comune non comprerà più diesel», ha detto. Intanto, sotto la Mole si testano anche i minibus elettrici a guida autonoma Olli 2, stampati in 3D. A Bologna Tper ha pubblicato un bando di gara per l’acquisto di due e-bus, con l’opzione di altri 18 per un totale di 20. Poi ci sono le sperimentazioni di Cremona, Genova, Ancona, i piani di Palermo, Messina, Padova e di tante altre città. E ci sono anche i 2,2 miliardi del ministero delle Infrastrutture e Trasporti destinati alle Regioni per l’acquisto di nuovi bus ecologici.
fonte: www.lastampa.it

Indagine della BEI sul Clima: il 94% degli italiani intende smettere di utilizzare le bottiglie di plastica e il 66% lo ha già fatto

La Banca europea per gli investimenti (BEI) ha lanciato la seconda edizione dell’Indagine sul Clima, condotta in partenariato con la BVA. L’indagine è un indicatore di come i cittadini percepiscono il fenomeno dei cambiamenti climatici nell’Unione europea, negli Stati Uniti d’America e in Cina
















La Banca europea per gli investimenti (BEI) ha lanciato la seconda edizione dell’Indagine sul Clima, condotta in partenariato con la BVA, una società di consulenza specializzata in ricerche di mercato. L’indagine è un indicatore di come i cittadini percepiscono il fenomeno dei cambiamenti climatici nell’Unione europea, negli Stati Uniti d’America e in Cina. La seconda serie di risultati fa luce sulle azioni che i singoli cittadini contano di fare per contrastare i cambiamenti climatici.
Paragonati al resto d’Europa, gli italiani dicono nel complesso di essere disposti a fare di più per adeguare il loro stile di vita nel segno della prevenzione ai cambiamenti climatici. L’indagine valuta le seguenti quattro categorie di azioni:
Prodotti alimentari. La sostenibilità in materia alimentare è al centro dell’impegno dei cittadini italiani. Il 93% cerca attivamente di comprare più prodotti locali e stagionali e il 48% lo fa già sistematicamente. Gli italiani si dicono anche pronti a modificare la loro alimentazione: il 73% ha ridotto il consumo di carne rossa. Vi è in ogni caso una discrepanza tra le fasce di età più giovani e quelle più anziane: rispetto ai più giovani, gli italiani più anziani si impegnano di più ad acquistare unicamente prodotti alimentari locali. 
Rifiuti. Il 97% degli italiani non usa più prodotti in plastica, o almeno ne ha ridotto il consumo. Più in particolare, il 94% degli italiani dice di avere l’intenzione di smettere di comprare le bottiglie di plastica, il 96% ha intenzione di comprare meno prodotti imballati con la plastica. Le donne, rispetto agli uomini, sembrano essere più propense a limitare il consumo della plastica: il 65% delle italiane dice di aver smesso di utilizzare i sacchetti di plastica per la spesa rispetto al 55% degli uomini.
Trasporti. Quando si tratta di optare per mezzi di trasporto più ecocompatibili, il 69% degli italiani dice di scegliere di camminare oppure di prendere la bicicletta per gli spostamenti giornalieri. Solo il 54% sceglie di usare i trasporti pubblici, percentuale che è inferiore alla media europea (64%). 
Vacanze. Il 77% degli italiani dice di trovarsi d’accordo con l’idea di fare meno viaggi in aereo per combattere i cambiamenti climatici, percentuale che è superiore di due punti rispetto alla media europea (75%). Per il 30% degli italiani si tratta già di una pratica consueta.  Analogamente, l’86% dei cittadini italiani dice che opterebbe per il treno, invece dell’aereo, per delle percorrenze pari o inferiori a cinque ore.  
Abitazione. Il 38% degli italiani dice di aver ridotto l’uso dei condizionatori, come pratica rispettosa dell’ambiente, mentre coloro che si dicono disposti a non accenderli più nell’anno nuovo raggiungono il 75%, ovvero una percentuale quasi doppia. Inoltre, il 60% della popolazione intende passare a un fornitore di energia verde, mentre il 22% sostiene di averlo già fatto. 
Marchi e società. Il 79% dei giovani italiani tra i 15 e i 29 anni dice di aver partecipato, o parteciperà, a manifestazioni a favore del clima, cifra che scende al 69% per la fascia di età compresa tra i 30 e i 64 anni. Inoltre, il 54% degli italiani intende investire in fondi verdi, e l’11% dice di averlo già fatto.
Anche i cittadini di altre parti del mondo si dimostrano disposti ad agire fattivamente contro i cambiamenti climatici nel 2020. Sul tema del ridurre il consumo della plastica il consenso è chiaro: l’81% degli americani, il 93% degli europei e il 98% dei cinesi dicono di aver l’intenzione di comprare meno prodotti di plastica. In ogni caso, per quanto riguarda l’abitazione, gli atteggiamenti non sono uniformi: oltre il 94% degli intervistati cinesi intende passare a un fornitore di energia verde, mentre solo il 70% degli europei e il 64% degli americani ha in conto di farlo. Un andamento analogo emerge nella propensione a investire in fondi verdi: oltre l’86% della popolazione in Cina è ben disposta a farlo nel 2020, mentre quella degli Stati Uniti lo è per il 56% e quella europea per il 52%. 
La Vicepresidente della BEI Emma Navarro, responsabile dell’azione per il clima e dell’ambiente, ha affermato: Mi entusiasma vedere quanto i cittadini europei si impegnino nella nostra lotta comune contro i cambiamenti climatici. Le azioni individuali positive per il clima creano quelle tendenze economiche e sociali nelle nostre società che saranno d’aiuto nel risolvere la problematica dei cambiamenti climatici. La Banca europea per gli investimenti è decisamente impegnata a fornire i mezzi che consentono ai cittadini di portare avanti questa lotta che è la realizzazione di un futuro più sostenibile. Rincuora vedere come le persone si facciano paladine di questa causa e la rendano parte integrante della loro vita: in questa lotta ce la faremo solo se decidiamo di batterci insieme.” 

Stati generali della carta da macero: 'In crisi uno dei principali cardini dell’economia circolare italiana'

Si sono svolti il 22 gennaio a Bologna gli Stati generali della carta da macero organizzati da Unirima, Unione Nazionale Imprese Recupero e Riciclo Maceri. On line la nota stampa
















Il settore del riciclo della carta è in crisi. Tra mercati saturi, esportazioni bloccate e carenza impiantistica (cartiere), il comparto rischia la paralisi completa. In Italia ogni anno si producono circa 6,6 milioni di tonnellate di carta da macero, oltre la metà di tale materia prima secondaria proviene dalle raccolte differenziate di carta e cartone delle attività commerciali, artigianali ed industriali, sono quindi rifiuti speciali, mentre il resto, pari a circa 3,5 milioni di tonnellate, proviene dai rifiuti urbani. Una parte della carta da macero prodotta è destinata alle cartiere italiane (circa 4,8 milioni di tonnellate) mentre il resto viene esportato. Da circa 15 anni, dunque, il nostro Paese è un esportatore netto di quei quantitativi di carta da macero che nel sistema economico nazionale rappresentano un “surplus” rispetto al fabbisogno interno delle cartiere.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a un notevole incremento delle quantità di carta proveniente dalle raccolte differenziate (sia “speciali” che “urbani”), in linea con i target delle direttive europee, a cui non ha fatto seguito un pari incremento della capacità delle cartiere nazionali. Questo surplus, arrivato a circa 1,9 milioni di tonnellate nel 2018, è stato finora assorbito principalmente dalla Cina e da altri paesi asiatici. Ma il blocco delle importazioni da parte del governo cinese, connesso anche la guerra con gli Stati Uniti nonché all’incremento del loro sistema interno di raccolta, hanno di fatto portato al calo drastico delle nostre esportazioni di carta da macero. Basti pensare che, se negli anni 2015 e 2016 venivano esportate in Cina oltre un milione di tonnellate di carta da macero, nel 2019 le esportazioni sono scese sotto le 250.000 tonnellate. Inoltre, gran parte del materiale americano che veniva utilizzato nel mercato cinese, è stato dirottato su altri mercati causandone la completa saturazione.
La crisi del settore, però, interessa non solo l’Italia ma tutta l’Europa che ha un surplus di produzione di carta da macero rispetto alla capacità delle cartiere europee pari a circa 8 milioni di tonnellate. «Tutte le criticità segnalate – dichiara Fabio Montinaro, componente Consiglio Direttivo di Unirima - sono ancor più gravi se contestualizzate nei territori del mezzogiorno e delle isole, dove, a fronte di incrementi sempre più importanti nelle percentuali di raccolta differenziata, non sempre corrispondono livelli di qualità accettabili. A ciò si aggiunga la cronica penuria infrastrutturale e la maggiore distanza dai mercati di riferimento del settore rispetto al centro-nord».
L’assenza di uno sbocco sul mercato per la carta da macero ha causato un crollo netto dei prezzi, nel 2019 molte tipologie di carta da macero non trovano più una negoziazione o la trovano a valori residuali. Nel caso del cartone, ad esempio, il prezzo da gennaio a dicembre 2019 è sceso dell’88%, toccando il minimo da sempre.
Inoltre il Contributo Ambientale Conai (CAC), che nel 2014 era sceso a 4,00 € a tonnellata ed è rimasto tale fino al 2017, a causa di tale situazione dal 1 gennaio 2020 è passato a 35,00 € a tonnellata con un incremento del 40% rispetto al 2019 e del 250% rispetto al 2018.
«La filiera della carta – commenta il Vicepresidente di Unirima Pio Savoriti – e nello specifico la nostra attività di raccolta e recupero, sono sempre state una eccellenza. Siamo ormai da anni degli ottimi raccoglitori e recuperatori, in termini di quantità e soprattutto di qualità: la produzione di materia prima seconda "nostrana" ammonta a circa 13 ton/min. L’Italia ne ricicla circa 10 ton/min e attualmente c'è un surplus di 3 ton/min che in 1 anno fa oltre 1,5 milioni di tonnellate: abbiamo quindi bisogno di nuove cartiere e di export, in poche parole di sbocchi. Ne va delle tasche degli Italiani e delle imprese ma soprattutto dell'ambiente».
Unirima sta da mesi ponendo all’attenzione delle istituzioni e dell’opinione pubblica tale grave situazione del nostro comparto industriale, in ultimo il comunicato stampa del 25 novembre scorso. Cosa c’è da fare a medio lungo-termine lo abbiamo già scritto nel nostro Rapporto 2019 pubblicato a luglio con le nostre proposte di policy per una reale circular economy. Ma intanto il nostro comparto rischia adesso di essere schiacciato sia per la perdita di importanti quote di mercato, a causa dei sempre più frequenti casi di assimilazione di rifiuti speciali ai rifiuti urbani (spostamento della gestione dei flussi di rifiuti speciali con costi a carico del produttore verso gli urbani che ricevono i corrispettivi dei consorzi di filiera del Conai), sia per il rischio, sempre più concreto, di blocco totale degli impianti per mancanza di sbocco al materiale in uscita, a cui si aggiungono bilanci pesantemente intaccati con imprese che hanno già chiuso o sono sul punto di farlo con la conseguente perdita di migliaia posti di lavoro. Nel frattempo, la politica tace, malgrado tre audizioni parlamentari durante le quali abbiamo ampiamente esposto la problematica che sta impattando pesantemente sul nostro settore.
Se la politica industriale vuole veramente puntare sull’economia circolare e sulla sostenibilità dovrebbe supportare con più decisione il settore industriale del recupero di materia dai rifiuti. Spiega Giuliano Tarallo, Presidente di UnirimaL'industria italiana ed europea del recupero/riciclo non può più sopportare tali condizioni di mercato per un terzo anno consecutivo a cui si aggiungono barriere normative ed aumento dei costi di gestione connessi all’ eccesso di burocrazia. Nel breve termine, in attesa dell’incremento delle capacità annunciate dal settore cartiere, visto lo sviluppo notevole delle raccolte differenziate finalizzate al raggiungimento degli obiettivi di riciclo fissati dalle nuove direttive europee, urgono interventi urgenti e rapidi volti a favorire l’export e fermare l'applicazione di restrizioni commerciali per ripristinare un accesso libero ed equo ai mercati internazionali necessario per bilanciare domanda e offerta. Chiediamo inoltre un controllo ed una maggiore attenzione verso fenomeni di assimilazione di dubbia legittimità.

Cina: continua la guerra alla plastica monouso

I sacchetti di plastica saranno vietati in tutte le principali città della Cina entro la fine del 2020 e banditi in tutte le città del paese entro il 2022. Inoltre, entro il 2025 la Cina vuole ridurre del 30% il consumo di articoli in plastica monouso nel settore della ristorazione.


















Le Nazioni Unite hanno identificato la plastica monouso come una delle maggiori sfide ambientali del mondo. Vaste quantità di rifiuti di plastica non trattati vengono ogni giorno sepolte in discarica o scaricate nei fiumi. Di fronte a questo scenario, anche la Cina sta intensificando le sue politiche di restrizioni nei confronti della produzione, della vendita e dell’uso di prodotti in plastica monouso, il cui smaltimento rappresenta uno dei maggiori problemi ambientali del paese.

La Commissione Nazionale per lo Sviluppo e le Riforme e il Ministero dell’Ecologia e dell’Ambiente cinese, fautore della nuova politica sulla plastica monouso, hanno dichiarato domenica scorsa che i sacchetti di plastica saranno vietati in tutte le principali città della Cina entro la fine del 2020 e banditi in tutte le città del paese entro il 2022. I grandi mercati che vendono prodotti freschi saranno però esenti dal divieto fino al 2025

Entro la fine del 2020, l’industria della ristorazione non potrà più utilizzare cannucce monouso. Altri prodotti, come le posate di plastica nei ristoranti da asporto e gli imballaggi, verranno eliminati gradualmente, facendo in modo che, entro il 2025, le città di tutta la Cina riducano del 30% il consumo di articoli in plastica monouso nel settore della ristorazione. Alcune regioni e specifici settori produttivi dovranno inoltre affrontare delle restrizioni nella produzione di prodotti in plastica, sebbene non sia ancora chiaro quali siano le aree geografiche interessate.

La Cina ha anche ribadito l’obiettivo dello 0% nell’importazione dei rifiuti entro il 2020, con particolare attenzione verso i rifiuti di plastica per uso medico. Si tratta di un cambiamento radicale, iniziato già nel 2017, e grazie al quale il paese ha ridotto l’importazione dei rifiuti solidi dall’estero del 47% nel corso del 2018. In tutto questo, la Cina sta già aumentando i tassi di riciclaggio e sta costruendo dozzine di centri per “l’uso completo delle risorse”, come riporta Reuters, garantendo così che un maggior numero di prodotti entri nei processi di riciclo e riuso come parte integrante della sua guerra ai rifiuti.

fonte: www.rinnovabili.it

2020 anno decisivo per il clima

Europa, Usa e Cina giocano ora le loro carte nelle politiche climatiche-energetiche dei prossimi anni.















1997 Protocollo di Kyoto, 2015 Accordo di Parigi, due tappe importanti della diplomazia del clima.
Ed eccoci nel 2020, un anno di svolta che potrà determinare una decisa accelerazione delle politiche di riduzione o, al contrario, una frammentazione globale degli impegni e un calo inevitabile della spinta necessaria.
Da un lato, infatti, ci sono Stati che definiranno obbiettivi più ambiziosi rispetto a quelli presentati a Parigi. Al momento sono 116 paesi, fra cui quelli europei, che stanno rivisitando i propri impegni.
La UE, come è noto, nel corso dell’anno porterà dal 40% al 50-55% il target di riduzione delle emissioni rispetto al 1990. Non solo, ma ha lanciato l’ambizioso Green Deal da 1.000 miliardi e si propone di divenire “carbon neutral” al 2050.
Con questo recente cambio di passo, la UE si candida a riconquistare la leadership della battaglia climatica, lanciando a tutti i paesi un messaggio molto forte. Quello di un Continente avanzato che punta a far funzionare le proprie industrie pesanti – chimica, acciaio, cemento – oltre alla miriade di altre imprese, a gestire i trasporti, a climatizzare gli edifici, a rilanciare l’agroecologia, abbandonando quasi totalmente i combustibili fossili.
Una sfida che comporterà un gigantesco riorientamento degli investimenti, un forte impulso all’innovazione, una rivisitazione socialmente e ambientalmente efficace della fiscalità.
Questo scossone imporrà di fatto un ripensamento del modello economico per come lo conosciamo e favorirà un cambiamento degli stili di vita.
Dall’altra parte dell’oceano, c’è invece l’incognita pesante degli Usa.
Il 3 novembre si svolgeranno le elezioni presidenziali il cui esito potrebbe comportare notevoli conseguenze, al contrario di quanto successo nel primo mandato molto “chiacchiere e distintivo”.
A livello internazionale il negazionismo climatico di Trump non ha infatti portato a clamorose defezioni dagli Accordi di Parigi (si temeva ad esempio sulla tenuta della tiepida Russia). Mentre sul fronte interno sono stati adottati, è vero, provvedimenti molto negativi, ma le loro ricadute si vedranno/vedrebbero soprattutto sul medio e lungo termine e possono quindi essere ribaltati.
Cosa è successo in realtà in questi anni negli Usa? È stata decisa la chiusura di 26.000 MW a carbone (vedi grafico), gli investimenti in solare ed eolico hanno visto un forte balzo in avanti e molte città e Stati hanno adottato obbiettivi sempre più ambiziosi.
California, Hawaii, Maine, Nevada, Washington, Colorado e Porto Rico hanno approvato o stanno definendo piani per generare elettricità “carbon neutral” tra il 2040 e 2050 e sono un centinaio le città che si sono date l’obbiettivo “100% green electricity”.
La rielezione di Trump comporterebbe una battuta di arresto sul fronte interno e ripercussioni anche a livello internazionale.
Abbiamo parlato di Europa e Stati Uniti, e poi c’è la Cina.
Tra i “36 stratagemmi”, un trattato di strategie da usare in guerra come in politica scritto durante la dinastia Ming, ce n’è uno 反客为主 che recita “mutarsi da ospite in padrone di casa”. Vengono descritte le modalità per affrontare una sfida, in questo caso quella climatica, passando gradualmente da interlocutore distaccato ad attore sempre più impegnato fino a interpretare il ruolo di leader.
L’attuale fase è proprio quella intermedia, di un paese che ha rapidamente assunto un ruolo di rilievo in tecnologie strategiche come il solare e la mobilità elettrica ma che, per la volontà dei governi locali di creare nuova occupazione, costruisce nuove centrali a carbone inutili considerando che un 50% degli attuali impianti già lavora in perdita (grafico in basso).
Se l’Europa dovrà cercare di gestire in maniera non traumatica il passaggio all’auto elettrica, per la Cina la principale criticità della transizione climatica riguarderà proprio il destino delle sue mille centrali a carbone.
Ed è in questo delicato momento di scelte strategiche che, nel mese di settembre, si terrà in Germania un importante incontro tra UE e Cina con la partecipazione dello stesso Xi Jinping.
È probabile che si rinsaldino i rapporti della diplomazia climatica tra queste due aree destinate a giocare un ruolo decisivo nell’ipotesi di una riconferma di Trump.
Una sua seconda presidenza ostacolerebbe l’accelerazione necessaria per rispettare gli impegni Parigi. Anche se va sottolineato che il treno della transizione si è ormai messo in moto, con sole e vento competitivi in paesi che ospitano due terzi della popolazione mondiale, e con la finanza internazionale che inizia seriamente a riorientare i propri investimenti. Tanto che… non è nemmeno escluso un suo improvviso ripensamento…
Se gli Usa eleggessero un nuovo presidente, la lotta climatica diventerebbe certamente una priorità mondiale con una più concreta possibilità di stare sotto i 2 °C.
Ma si dovrebbe cambiare decisamente marcia. Dalla firma dell’Accordo di Parigi a oggi le emissioni di COsono cresciute del 4%, mentre per non superare 1,5 °C nel decennio che si apre dovremo ridurle di una percentuale quasi doppia ogni anno.
fonte: www.qualenergia.it

Politiche ambientali cinesi: clima ed economia si muovo nella stessa direzione?

“È come navigare contro corrente, ma non abbiamo altra scelta se non andare avanti”. Questo è quando afferma Xu Bijiu, direttore generale dell’ufficio del Ministero dell’Ecologia e dell’Ambiente cinese, che ribadisce gli impegni climatici della Cina e annuncia la nascita di un Fondo per l’economia “verde” entro il 2020.



















La Cina manterrà i suoi obiettivi climatici e non smetterà di perseguirli, nonostante la sua economia stia rallentando a vista d’occhio. Questo è quanto  ha dichiarato a Reuters Xu Bijiu, direttore generale dell’ufficio del Ministero dell’Ecologia e dell’Ambiente, facendo soprattutto riferimento alle politiche ambientali cinesi e alla guida anti-inquinamento pubblicata l’anno scorso, in cui il governo di Pechino ha definito alcuni dei principali obiettivi climatici da raggiungere entro il 2020.“È come navigare contro corrente”, ha affermato Xu, “ma non abbiamo altra scelta se non andare avanti”.

La crescita del prodotto interno lordo (PIL) della Cina è rallentata al 6,0% su base annua nel terzo trimestre, registrando così il più debole incremento mai rilevato da anni. Le ragioni di questa decelerata sono specialmente due: da una parte, la guerra commerciale del gigante asiatico contro gli Stati Uniti e i suoi dazi e, dall’altra, le nuove politiche ambientali cinesi che, nonostante la loro poca incisività, hanno comunque duramente colpito alcune delle più grandi aree industriali del paese, come quelle della provincia di Henan.

Nonostante questo, Xu ha affermato che “l’ambiente e l’economia non sono opposti, ma possono muoversi nella stessa direzione, sottolineando che, nonostante la scarsa crescita registrata nel 2019, il PIL è comunque passato da 59 miliardi di miliardi di yuan nel 2013 (pari a 8,43 miliardi di miliardi di dollari), a 90 miliardi di miliardi di yuan nel 2018, mentre l’inquinamento atmosferico ha registrato una lieve riduzione proprio nel medesimo arco di tempo.
A proposito della qualità dell’aria, che continua ad essere un problema di grande rilevanza soprattutto nelle zone meridionali del paese, il Ministero dell’Ecologia e dell’Ambiente cinese ha affermato che è intenzione di Pechino incrementare i controlli e, specie nelle aree che registrano una qualità dell’aria peggiore, rafforzare le misure di assistenza per la popolazione

Xu ha infine sottolineato che, in merito alle politiche ambientali cinesi, il governo promuoverà delle misure fiscali preferenziali rivolte soprattutto a quelle imprese private che incontrano difficoltà negli investimenti, aggiungendo che nel 2020 verrà lanciato un Fondo nazionale per lo sviluppo verde.

fonte: www.rinnovabili.it