Produttori di imballaggi per bevande Usa: il deposito migliora il riciclo, pronti a collaborare
Afghanistan, Iraq e Libia: in guerra perde pure l’ambiente
Un nuovo materiale per estrarre idrogeno dall’acqua marina
La nostra casa americana, tutta circolare
Materiali di scarto trasformati in ...
Benvenuti al Plastic Bag Store, dove anche anche il pane è di plastica
Lo scorso autunno era in un angolo di Times Square, a New York, dove avrebbe dovuto aprire, in una prima versione che includeva uno spettacolo di marionette dal vivo, il 18 marzo 2020. A installazione già pronta, dopo la prova generale, aveva dovuto chiudere per poi riaprire a ottobre. Nel frattempo lo spettacolo era diventato un film, commissionato con le restrizioni Covid in mente, dal Center for the Art of Performance della UCLA che oggi ha contribuito a portare l’intera installazione a Los Angeles.
La trasformazione da spettacolo dal vivo a progetto cinematografico ha reso più economico far girare l’installazione che a febbraio è già stata in Australia e altre tappe verranno annunciate nei prossimi mesi. Per Frohardt è un sogno che si avvera perché l’artista di base a Brooklyn a questo progetto ci stava pensando da quasi dieci anni.
Ce lo racconta in questa intervista in cui ci spiega l’idea dietro il suo lavoro, parla del suo rapporto con i rifiuti e ci dice che ci vuole un po’ di umorismo per mettere le cose in prospettiva.
Raccontaci come nasce l’idea del Plastic Bag Store.
L’idea mi è venuta anni fa osservando come al supermercato ti imbustano qualsiasi cosa, spesso con doppia busta: una busta, all’interno di un’altra busta, contiene cose già impacchettate in scatole con all’interno altre buste. È talmente sciocco che ho pensato che sarebbe stato divertente rendere l’idea in modo ancora più ridicolo, creando un alimentari che vendesse solo imballaggi. Via via che pensavo al progetto e iniziavo a realizzare i prodotti per il negozio, un po’ alla volta mi sono interessata al problema dell’inquinamento da plastica. Ho iniziato a leggere e ho scoperto che tutta la plastica che sia mai stata prodotta dall’uomo esiste ancora in qualche forma su questa terra, perché non si biodegrada, ma si fotodegrada e basta. È una cosa che il cervello fa fatica a processare: l’idea che il contenitore in cui conservavi il caffé nel 1997 è ancora da qualche parte là fuori è tragica ma anche interessante da un punto di vista narrativo. È affascinante pensare che gli oggetti che usiamo oggi resteranno in circolazione e qualcuno potrebbe trovarli in futuro, senza avere idea di cosa fossero e come li usassimo. Così ho iniziato a lavorare con le marionette per sviluppare una narrazione e l’alimentari di plastica è diventato una specie di teatro di marionette immersivo, in cui raccontiamo una storia piuttosto elaborata che si svolge nell’antichità, nel presente e nel futuro e che è un po’ sulla plastica come artefatto, ma anche sull’essere parte della lunga storia umana. Di certo non voglio fare la predica a nessuno, ma offrire un contesto, mettere le cose in prospettiva, dire che facciamo parte di un pianeta, sulla vasta scala del tempo.
L’apertura del Plastic Bag Store doveva inizialmente avvenire a marzo 2020, ma poi c’è stata la pandemia…
Abbiamo dovuto chiudere subito dopo la prova generale, ma per fortuna il proprietario dello spazio ci ha consentito di restare e siamo stati lì per tutto il lockdown: è stato strano ritrovarci con l’installazione nella Times Square della pandemia, mentre lavoravamo a una storia in cui un personaggio dell’era post-atomica trova tracce di un negozio di alimentari del passato. Nel frattempo avevamo pensato di trasformare lo spettacolo in un film, senza sapere se saremmo mai riusciti a mostrarlo davanti a un pubblico. Ma poi in autunno i contagi erano in calo e abbiamo deciso di mostrare il film in un modo simile a quello in cui era stato inizialmente concepito lo spettacolo, usando lo spazio in modo immersivo.
Avevi già in mente Times Square quando hai concepito l’idea o la scelta della location è venuta dopo?
L’idea iniziale risale a parecchio tempo fa, forse era il 2012. E da subito avevo pensato a Time Square, un posto con cui tutti i newyorchesi hanno un rapporto di amore/odio, anzi, forse odio e basta. Anche se, dopo averci portato il Plastic Bag Store, ora mi piace di più [ride]. Volevo che fosse in un postaccio perché il Plastic Bag Store è una cosa disgustosa, volevo che si mimetizzasse, che i turisti ci incappassero per caso. Ma al tempo non avevo né le risorse né le connessioni per realizzare una cosa del genere a Times Square. Negli anni ho cercato di farlo succedere; ma a un certo punto lo avrei fatto dovunque. Poi però sono stata contatta dalla Times Square Arts e… è stato perfetto!
The Plastic Bag Store avrebbe dovuto aprire nello stesso momento in cui era previsto che a New York City entrasse in vigore il divieto di utilizzo delle buste di plastica. È stata una coincidenza?
In parte sì, avevamo intenzione comunque di aprire l’installazione in primavera. Ma sapevamo che presto sarebbe entrato in vigore questo divieto e così poi abbiamo fatto in modo di aprire nella stessa settimana.
Da dove arriva il materiale? Come te lo sei procurato?
Sono sempre in cerca, quindi trovo sempre cose, poi ho avuto amici che conservavano alcune cose per me e ho raccolto altro materiale nel mio palazzo. E poi c’è un centro di riciclaggio di fronte al mio studio dove la gente porta sacchi di bottiglie. Con loro ho fatto accordi per alcune cose specifiche: a un certo punto per esempio mi servivano bottiglioni da due litri e cercarli nella spazzatura uno ad uno sarebbe stato un po’ lungo… [ride]

In passato hai lavorato molto con il cartone e ora hai fatto tutto in plastica. Due materiali diversi, ma l’approccio è simile?
Per anni ho lavorato solo in cartone, facendo installazioni e film. Ho sempre amato le limitazioni imposte dal materiale: mi interessava vedere fino a che punto si poteva arrivare con solo cartone e colla a caldo, cosa se ne poteva tirare fuori. È una cosa che ho sempre trovato molto liberatoria. Al contrario, l’idea che si possa fare qualsiasi cosa con qualsiasi cosa la trovo un po’ paralizzante. Per me le restrizioni sui materiali sono stimolanti. Quindi la sfida di realizzare cose da sacchetti e altri rifiuti in plastica che andavo via via accumulando mi entusiasmava. A livello artistico e artigianale è stato un lavoro che mi ha dato molta soddisfazione.
Nei tuoi lavori usi spesso materiale di scarto e i rifiuti entrano in diversi modi nel tuo lavoro anche a livello contenutistico. Da dove viene questo interesse o questa fascinazione?
Viene dal fatto che fossi un’artista povera e usavo tutto ciò che potevo procurarmi gratuitamente. L’ho scoperto a San Francisco: facevo installazioni con un gruppo chiamato il The Cardboard Institute of Technology. Ci siamo accorti che potevamo raccogliere scatoloni di cartone dalla spazzatura, farci la nostra installazione e una volta finita, ripiegare i cartoni e portarli al centro di riciclaggio dove ce li pagavano. Poi credo di essere sempre stata interessata ai detriti. Sono cresciuta in un posto dove c’erano un sacco di centri commerciali, si comprava tanto e si faceva tanta spazzatura. E poi anche vivere a New York City significa essere sempre circondati da spazzatura. Se inizi a farci caso ti accorgi che è ovunque.

Quindi consideri i rifiuti una risorsa…
Decisamente sì e sono anche una cosa a cui ho sempre accesso. Non saprei immaginare di fare i lavori che faccio con materiali diversi, soprattutto perché tendo a creare cose che sono… tanta roba. Non so di quale materiale che non fosse totalmente gratuito potrei mai fare un intero negozio di alimentari… [ride]
In un tuo precedente lavoro i rifiuti tornano nella forma di un Dumpster Monster, il mostro del cassonetto. Chi è?
È un personaggio che inizialmente appariva nel sogno del protagonista del mio lavoro The Pigeoning, ma lì era molto piccolo, era una marionetta. Ma poi mi è venuta voglia di farne uno in scala reale: è un grosso pupazzo gonfiabile che vive dentro un cassonetto e si gonfia ed esplode dal cassonetto e bisogna prenderlo a bastonate per rimetterlo dentro. [ride] Lo stiamo portando in tour con il Plastic Bag Store, lo mettiamo in strada di fronte al negozio.

Prima dicevi che non vuoi fare la predica a nessuno, ma Plastic Bag Store e altri tuoi lavori sembrano avere un messaggio.
È sempre complicato fare un lavoro che parla di qualcosa, perché non credo sia compito mio dire alla gente cosa fare, che decisioni prendere. Di sicuro non voglio far sentire in colpa nessuno. La plastica è così radicata nelle nostre vite che è incredibilmente impegnativo essere plastic free o anche solo limitarne il consumo. Ed è anche un privilegio: ci sono tutti questi prodotti riutilizzabili e in materiali alternativi alla plastica. Sono adorabili, ma spesso costosi. Spesso l’opzione più economica è l’opzione usa e getta. Spero che questo cambi in futuro, ma per ora è così. Quindi non ho intenzione di puntare il dito. In parte è inevitabile che la gente si senta un po’ a disagio nel Plastic Bag Store, ma voglio anche intrattenerla. Quando veniamo bombardati di immagini tragiche di tutte le cose orribili che stanno accadendo come l’inquinamento da plastica, la perdita di fauna selvatica, gli oceani, tendiamo a distogliere lo sguardo, perché è troppo, ci sentiamo impotenti. Il mio è un modo indiretto di affrontare il discorso attraverso l’umorismo, è una sorta di presa in giro di noi stessi che spero produca un maggiore coinvolgimento. Non sono nella posizione di pretendere purezza: per esempio noi facciamo del nostro meglio per rendere la produzione di The Plastic Bag Store il più ecologica possibile, ma prendiamo aerei per andare da un posto all’altro, trasportiamo parecchio materiale, insomma non siamo certo senza peccato.

In che modo pensi che l’arte possa contribuire alla conversazione sul cambiamento di sistema?
Per cambiare le menti prima devi cambiare i cuori, la gente ha bisogno di sentire le cose prima di razionalizzarle in pensiero. Ed è qui che l’arte può entrare in gioco: toccare gli animi, entrare in connessione con le persone a livello emotivo, visivo, spirituale, qualunque sia il livello da cui poi si arriva alle idee. L’usa e getta e tutta questa plastica monouso sembra siano sempre stati parte della nostra vita, ma in realtà sono cose molto recenti. Certamente riusciremo a transitare verso un modello diverso, ma deve avvenire un cambiamento culturale che renda il passaggio naturale, che renda queste cose fuori moda e culturalmente indesiderabili, come fumare al ristorante… [ride] Se la gente non comprerà più queste cose, smetteranno di venderle. Detto questo, io sono solo un’artista. Tutto quel che possiamo fare è alimentare la fiamma della divulgazione pubblica, continuare ad aggiungere materiale all’idea e pezzi alla conversazione.
Dicevi che la plastica monouso è una cosa recente, ma nel film che è parte dell’installazione costruisci la buffa storia di un personaggio dell’antichità che inventa il business dell’acqua in vaso. Come mai hai voluto ambientare questa cosa nel passato?
Solo perché, messa in un altro contesto temporale, appare totalmente ridicola. Creare dei vasi usa e getta per contenere acqua che poi viene trasportata su navi attraverso i mari è così sciocco quando lo racconti in forma di favola ambientata nell’antichità, ma poi pensi: oh, è esattamente quello che facciamo! [ride]

Cosa speri che il pubblico porti con sé del Plastic Bag Store?
Beh, spero niente perché non è in vendita [ride]. Che la gente capisca che la plastica è male sarebbe la risposta ovvia, ma vorrei andare un po’ oltre. Si tratta di capire il contesto in cui siamo, comprendere dove siamo nel percorso della storia umana ed essere consapevoli della longevità di alcune delle decisioni che prendiamo oggi. E poi magari la prossima volta che entri in un supermercato ti sembrerà di essere nel Plastic Bag Store e forse questo produrrà un cambiamento nella tua mente.
Se tra mille anni qualcuno dovesse trovare il Plastic Bag Store cosa penserebbe?
Spero che non succeda. Spero che avrò riciclato ogni singolo pezzo dell’installazione e lo avrò trasformato in qualcosa di irriconoscibile. O magari sarà in un museo, ma non in un museo di indecifrabili reliquie come quello che i visitatori attraversano nel Plastic Bag Store, un museo d’arte! [ride]
fonte: economiacircolare.com
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Produttori di plastica USA spingono per il riciclo
I produttori nordamericani di materie plastiche aderenti all'American Chemistry Council (ACC), federazione dell'industria chimica statunitense, hanno presentato al Congresso una proposta articolata in cinque punti (originale scaricabile QUI) per favorire l'economia circolare e il riciclo di rifiuti plastici post-consumo, da implementare all'interno di una strategia nazionale.
Al primo punto c'è l'utilizzo di almeno il 30% di plastica riciclata negli imballaggi, da attuarsi entro il 2030, attraverso l'introduzione di uno standard nazionale sulle plastiche rigenerate; si stima che, ogni anno, circa 6 milioni di tonnellate di plastica riciclata potrebbero trovare così una seconda vita nel settore del packaging.
Si chiede quindi un quadro normativo che favorisca il "riciclo avanzato" (ovvero il riciclo chimico nelle diverse declinazioni) senza pregiudicare lo sviluppo di quello meccanico.
Al terzo punto del programma c'è l'avvio di un piano organico, su scala nazionale, per il riciclo della plastica che metta insieme le competenze della filiera industriale e degli enti locali sotto l'egida dell'Agenzia per la protezione dell'ambiente (EPA) e del Dipartimento dell'energia (DOE).
La National Academy of Sciences dovrebbe elaborare uno studio per comparare gli impatti delle diverse materie prime e gli utilizzi finali così da fornire strumenti che possano guidare le politiche future, su una base scientifica.
Ultima delle cinque proposte avanzate da ACC è l'implementazione di un sistema di responsabilità estesa dell'industria del packaging per favorire l'accesso al riciclo, alla raccolta e al riutilizzo di tutti i materiali da imballaggio, compresa la plastica.
"È tempo di accelerare l'economia circolare per gli imballaggi in plastica - sottolinea Joshua Baca, vicepresidente Plastics di ACC -. Abbiamo bisogno che il Congresso attui una strategia nazionale globale che catturi il valore della plastica post-consumo impegnando l'intera filiera, dai produttori di plastiche ai proprietari di marca fino a coinvolgere tutti gli americani". “Stiamo proponendo un nuovo modo di approcciare i rifiuti di plastica, che porterà a un'economia circolare nella quale questo materiale sarà riutilizzato di routine", conclude.
fonte: www.polimerica.it
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Solvay smette di usare i Pfas negli Usa (ma non in Italia)
Partiamo con ordine dalla decisione di Solvay di cessare l’utilizzo dei Pfas negli Stati Uniti sostituendoli con nuove tecnologie dopo che lo Stato del New Jersey, per un vasto inquinamento da Pfas causato dallo stabilimento di West Deptford, aveva portato in giudizio l’azienda, chiedendo bonifiche e danni.
Da qui la decisione della multinazionale di sostituire dal 1° luglio i Pfas nelle sue fabbriche degli Stati Uniti. Una analoga scelta non sembra aver varcato l’oceano, visto che in Italia la Solvay continua ad usarli. Le polemiche, invece, quelle sì che sono approdate in Italia, in particolare in Piemonte a Spinetta Marengo dove lo stabilimento Solvay è al centro di numerosi timori e proteste della popolazione. L’ex assessore Claudio Lombardi sul Piccolo, il giornale della provincia di Alessandria, si domanda: “È un comportamento coerente, etico sospendere la produzione di Pfas negli Stati Uniti sostituendoli con prodotti ‘più sostenibili’ e non farlo negli altri stabilimenti, in particolare in quello di Spinetta Marengo?”.
Continua Lombardi: “Nel comunicato stampa, Solvay annuncia di avere messo a punto prodotti basati su nuove tecnologie che permettono di abbandonare l’impiego dei Pfas nei processi di polimerizzazione delle sostanze fluorurate. Inoltre, e questa è notizia altrettanto importante, Solvay ha rinunciato all’impiego dei Pfas in tutti i siti di produzione degli Stati Uniti dal 1° luglio 2021”.
Che sia stata una decisione obbligata dall’azione dello Stato del New Jersey non sfugge a Lombardi che chiosa: “Ben diversamente si sono comportate le pubbliche amministrazioni piemontesi, a partire dal Comune di Alessandria per arrivare alla Provincia, che il 12 maggio ha autorizzato Solvay a produrre il Pfas denominato cC6O4 e non ha mai fatto sospendere quella del Pfas denominato Adv”.
Lombardi conclude, pungolando la Solvay: “Esistono paesi abitati da cittadini per i quali ci si deve comportare in modo ‘sostenibile’ e altri che non ne hanno diritto? Ritengo che agli alessandrini, e in particolare agli spinettesi, sulla base di queste notizie sia dovuta l’immediata sospensione della produzione dei Pfas nello stabilimento locale”.
C’è da ricordare che negli Stati Uniti, il caso del New Jersey non è l’unico che interessa la Solvay. A inizio anno L’Environmental Working Group ha chiesto all’Agenzia per la protezione ambientale, di imporre multe civili e penali alla multinazionale per un totale di 434 milioni di dollari per molteplici violazioni del Toxic Substances Control Act. Per 8 anni – questa l’accusa di Ewg – Solvay non ha mai tirato fuori queste prove, nonostante dimostrassero che la sua nuova sostanza chimica PFAS era tossica tanto quanto il composto fluorurato che avrebbe dovuto sostituire.
fonte: ilsalvagente.it
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Eolico offshore, gli USA vogliono 19 GW galleggianti nel Pacifico

Dopo le acque al largo di Martha’s Vineyard, gli Stati Uniti spostano lo sguardo sulla costa del Pacifico e precisamente sulla bassa California. È qui che l’amministrazione Biden vuole puntare per potenziare il comparto dell’eolico offshore. Un percorso che il nuovo presidente ha appena iniziato, dando luce verde ai primi progetti della nazione localizzati sul versante atlantico.
Nei prossimi quattro anni, Washington punta ad approvare 16 progetti di eolico offshore che dovrebbero generare complessivamente 19 GW. I piani sul boom americano dell’energia dal vento sono al vaglio dell’ufficio Ocean Energy Management del Dipartimento dell’Interno.
Per vedere le prime turbine non bisognerà aspettare così tanto. La Casa Bianca ha annunciato di aver già identificato due aree al largo della costa della California per lo sviluppo eolico offshore. Le prime aste per l’assegnazione dei lotti potrebbero tenersi tra un anno, attorno alla metà del 2022.
“Think big, think bold”, ripete come uno slogan Gina McCarthy, la consigliera nazionale per il clima di Biden. Pensare in grande, pensare in modo audace descrive piuttosto da vicino la galoppata degli Stati Uniti nel campo dell’energia dal vento. Nei piani di Biden, al 2030 l’America deve avere almeno 30 GW di capacità installata di eolico. I progetti sulla costa occidentale mettono la nazione sulla buona strada per centrare l’obiettivo. Sull’audacia, va rilevato che l’Amministrazione punta sull’eolico galleggiante, tecnologia emergente dall’enorme potenziale e ancora largamente non sfruttato.
La sostituzione delle tradizionali fondamenta fisse con piattaforme flottanti permette agli aerogeneratori offshore di raggiungere nuove profondità. Di conseguenza apre le porte dello sviluppo eolico in mare a quei paesi con fondali troppo alti.
Sulla costa orientale, Washington ha da poco dato l’ok al progetto Vineyard Wind da 800 MW, a cui presto si potrebbero unire South Fork (132 MW) e Ocean Wind (1,1 GW). Nel 2016, il Department of Energy statunitense ha stimato che il potenziale dell’eolico offshore americano si aggira intorno ai 2.000 GW complessivi.
fonte: www.rinnovabili.it
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Eolico: pale 100% riciclabili, una svolta è possibile

L’eolico è una delle fonti rinnovabili più utilizzate e mature. Eppure questa tecnologia è costretta ancora a fare i conti con materiali non altrettanto in linea con le prospettive di tutela del Pianeta. Un panorama che potrebbe cambiare nel prossimo futuro, con il possibile arrivo di pale eoliche 100% riciclabili.
Quello di cui stiamo parlando è un progetto che vede coinvolti il Danish Technological Institute, la Aarhus Universitet (Università di Aarhus), la Olin Corporation e la Vestas Wind Systems. Società ed enti di ricerca hanno deciso di collaborare per sostenere il progetto CETEC (Circular Economy for Thermosets Epoxy Composites), che nel caso specifico punta a rendere l’energia eolica 100% sostenibile anche dal punto di vista degli impianti.
Come sottolineato dagli esperti, allo stato attuale la componente riciclabile degli impianti eolici è limitata all’85-90%. In buona sostanza sono inclusi tutti i vari componenti, a esclusione delle pale, realizzate con materiali compositi termoindurenti.
Si tratta perlopiù di pale eoliche in fibra di vetro, alla quale sono aggiunti ulteriori materiali per rinforzarne la struttura. Pur garantendo le necessarie prestazioni in termini di resistenza e leggerezza, queste sostanze limitano le piena riciclabilità della struttura.
È al contrario fondamentale puntare alla piena economia circolare anche per quanto riguarda l’eolico. A sottolinearlo è Allan Korsgaard Poulsen, a capo della divisione Sostenibilità e materiali avanzati di Vestas Innovation and Concepts:
Con l’incrementare degli impegni a livello globale in merito al futuro a zero emissioni, è assolutamente cruciale assicurare che l’industria eolica possa avere una sostenibilità di scale, il che include da parte di Vestas la possibilità di centrare i nostri ambiziosi obiettivi di produrre turbine zero-rifiuti entro il 2040.
Eolico, nuove tecnologie per la piena sostenibilità
Grazie a una nuova tecnologia sviluppata dalla DreamWind, anche i materiali compositi di cui sono composte le pale eoliche potrebbero diventare riciclabili. Come spiegato dai ricercatori della Aarhus Universitet, il processo prevede la separazione della fibra di vetro dalla resina epossidica, operando poi un’ulteriore decostruzione del materiale fino a ridurlo in blocchi molecolari. Come ha dichiarato il Prof. Troels Skrydstrup, si tratterebbe di blocchi:
Facilmente lavorabili e utilizzabili per la produzione di nuova resina epossidica, della medesima qualità dell’originale.
Fonte: Renewables Now
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Energia blu, un aquilone subacqueo per catturare le correnti

Un sistema per sfruttare “l’energia blu” piccolo, versatile e conveniente. Erano queste le caratteristiche cercate dall’ARPA-E, agenzia del Dipartimento statunitense dell’energia attraverso il programma SHARKS. L’iniziativa, lanciata a settembre 2020, si proponeva di sostenere con un fondo da 38 milioni di dollari la realizzazione di nuove turbine idrocinetiche. Apparecchi innovativi per design e funzionamento con cui produrre energia pulita in mari e fiumi.
“Grandi barriere tecniche e ambientali rendono gli attuali sistemi […] estremamente costosi”, spiega ARPA-E. “Questo programma mira a utilizzare le metodologie di co-progettazione e ‘progettazione per il funzionamento’ al fine di sviluppare turbine radicalmente nuove per applicazioni di marea e fluviali, che abbiano drastiche riduzioni di LCOE (costo dell’energia livellato)”. Sia su scala di micro-rete e che su quella industriale.
Nonostante la parole turbina capeggi in bella vista sui documenti ufficiali dell’iniziativa, l’agenzia sta finanziando tecnologie differenti dai tradizionali impianti idrocinetici. Compreso il nuovo aquilone subacqueo, realizzato dall’Istituto di ricerca SRI.
Il prototipo, inspirato alle mante, è stato disegnato per “agitarsi” nelle correnti di marea e in quelle fluviali. Il cuore del sistema è un aquilone in schiuma e fibra di vetro. Un cavo estendibile lo ancora ad un generatore dotato anche di motore elettrico, a sua volta piantato nel fondale. La forza della corrente trascina l’aquilone in direzione del flusso mentre lo svolgimento del cavo produce energia elettrica che potrebbe essere immagazzinata in una batteria o immessa direttamente nella rete municipale. Una volta che l’aquilone raggiunge l’estensione massima del cavo, si richiude per offrire un profilo più snello alla corrente mentre il motore riavvolge il filo.
Sebbene il processo di recupero richieda un po’ di energia, i progettisti assicurano che l’importo sia molto molto inferiore a quello generato dal sistema. Secondo un rapporto su IEEE Spectrum, SRI mira a generare una potenza media di circa 20 kW per aquilone.
Rispetto ad altri sistemi di sfruttamento dell’energia blu, in particolare quella delle maree, la macchina Manta è notevolmente più economica e più facile da installare. Inoltre il sistema può essere semplicemente riavvolto qualora vi sia la possibilità di interferire con le attività umane o la fauna marina nelle vicinanze.
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Limitare la parte atmosferica del ciclo della plastica
Le particelle e fibre di microplastica generate dalla disintegrazione di rifiuti gestiti male sono oggigiorno così diffuse che hanno un ciclo planetario analogo ai cicli biogeochimici. Nella modellazione della parte atmosferica del ciclo della plastica dimostriamo che la maggior parte delle plastiche atmosferiche derivano dalla produzione retaggio dell'accumulo continuato nell'ambiente di plastiche provenienti da rifiuti. Le strade sono dominanti nelle fonti di microplastiche negli Stati Uniti occidentali, seguite dalle emissioni marine, dall'agricoltura e da polvere generate sottovento rispetto a centri abitati. Al tasso attuale di aumento della produzione delle plastiche (circa 4% l'anno) capire le fonti e le conseguenze delle microplastiche nell'atmosfera dovrebbe essere una priorità. Nell'abstract raccontano che i loro risultati suggeriscono che le microplastiche in atmosfera nella parte occidentale degli Stati Uniti derivano primariamente da fonti secondarie di ri - emissione, incluse le strade (84%), l'oceano (11%) e polvere da suoli agricoli (5%).
https://www.pnas.org/content/118/16/e2020719118
Rete Nazionale Rifiuti Zero
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Gli imballaggi non sono a rischio Covid-19
É altamente improbabile che la sindrome virale Covid-19 si trasmetta attraverso alimenti o imballaggi alimentari: è quanto si legge in una dichiarazione congiunta diffusa dalla Food and Drug Administration statunitense (FDA) e dalla autorità USA per il controllo e la prevenzione delle malattie (U.S. Centers for Disease Control and Prevention).
Ad un anno dalla pandemia - affermano gli esperti americani - non è emersa alcuna prova che possa ricondurre la diffusione di SARS-CoV-2 (il virus che provoca la malattia) ad alimenti o ai packaging che li contengono. Una posizione che si basa - si legge nella nota - sulle informazioni scientifiche affidabili ad oggi disponibili e supportate dal consenso scientifico internazionale.
Covid-19 - spiegano le autorità statunitensi - è una malattia respiratoria che si diffonde da persona a persona, a differenza dei virus di origine alimentare o gastrointestinali, come i norovirus e l'epatite A che possono trasmettersi attraverso cibo contaminato. 
Sebbene vi siano relativamente poche segnalazioni di virus rilevati su alimenti e imballaggi, la maggior parte degli studi si concentra principalmente sulla rilevazione dell'impronta genetica, piuttosto che sull'effettiva trasmissione, con conseguente infezione umana. Dato che il numero di particelle virali che possono depositarsi toccando una superficie è molto piccolo e la quantità necessaria per infettarsi tramite inalazione è molto alta, le probabilità di infezione toccando la superficie dell'imballaggio alimentare o mangiando cibo sono considerate estremamente basse.
Viene citato, a questo proposito, anche il parere della Commissione internazionale sulle specifiche microbiologiche per gli alimenti (ICMSF): "Nonostante i miliardi di pasti e di confezioni alimentari manipolati dall'inizio della pandemia, ad oggi non c'è stata qualsiasi prova che il cibo, l'imballaggio degli alimenti o la manipolazione degli alimenti sia una fonte o una via di trasmissione importante per SARS-CoV-2 con conseguente Covid-19". Inoltre, nessuna trasmissione è stata attribuita a prodotti alimentari o imballaggi attraverso sistemi di sorveglianza nazionali e internazionali.
fonte: www.polimerica.it
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La battaglia per il diritto alla riparazione di Rich Benoit, il “dottor Frankenstein delle auto Tesla”
Si definisce il “dottor Frankenstein delle automobili Tesla” ma la sua storia somiglia più a quella di Davide contro Golia. Fino al 2016 Rich Benoit non si considerava un esperto di auto. Da sempre appassionato di riparazioni in genere, in passato si era divertito a rimettere a posto una vecchia Chevrolet, ma niente di più. Oggi ha un canale YouTube con oltre un milione di iscritti sul quale documenta le sue avventure di meccanico autodidatta. La sua passione sono le Tesla e scoprirne tutti i segreti nonostante i tentativi dell’azienda di tenerli tali, è la sua missione.
Il prezzo dell’amore per Tesla
L’amore per questi veicoli elettrici scocca quando un amico gli fa provare una Model S e, al primo colpo di pedale, Benoit decide che deve averne una. Il prezzo, tuttavia, è esorbitante. “Circa 100.000 dollari per un modello nuovo, e 70 per uno usato – racconta Benoit in uno dei video in cui riepiloga la sua esperienza con la prima riparazione di una Tesla – molto di più di quanto non fossi disposto a spendere per una macchina che guido per quattro miglia fino alla stazione del treno”. Così Benoit si mette alla ricerca di una Tesla usata da sistemare, finché non ne trova una danneggiata da un allagamento che compra per 14.000 dollari. La battezza Dolores e nei successivi sei mesi si dedica a smontarla pezzo per pezzo finché, dopo circa 500 ore di lavoro nel garage di casa, riesce a rimetterla in strada.
Nel corso del processo, Benoit si accorge che Tesla fa di tutto per scoraggiare i proprietari delle sue auto da tentativi di riparazione fai da te. “Non puoi entrare in un negozio e chiedere pezzi di ricambio perché non puoi comprare pezzi dalla Tesla per un veicolo di recupero. Non vogliono che la gente si improvvisi a fare riparazioni sulle loro auto, solo le officine certificate possono farlo”, spiega ancora Benoit nel video. Tesla è famosa per non condividere con i propri clienti nessuna informazione che possa aiutare il proprietario di una delle sue auto a risolvere piccoli e grandi problemi di funzionamento. L’intero sistema è chiuso e i dati che vengono continuamente comunicati da ogni veicolo all’azienda non sono disponibili al proprietario del veicolo stesso.
La spiegazione ufficiale è che il sistema è molto complesso e che interventi non autorizzati potrebbero creare fattori di rischio. La segretezza di Tesla, tuttavia, non è servita a scoraggiare Benoit che, con tanto lavoro e perseveranza, è riuscito a rimettere in sesto Dolores e, nel farlo, si è scoperto un ottimo raccontatore di storie ed è diventato una celebrità di YouTube. Negli anni, Rich Repair ha creato anche un gruppo Facebook per la vendita di pezzi di ricambio per Tesla, più di recente, ha aperto un’officina indipendente specializzata in veicoli elettrici e, di fatto, Benoit è personalmente responsabile per aver creato un mercato di pezzi di ricambio Tesla e la possibilità di allungare la vita di automobili che altrimenti sarebbero molto probabilmente state condannate allo sfasciacarrozze.
La celebrità viene riparando
Il suo stile leggero e scanzonato, il senso dell’umorismo e l’autoironia, il suo approccio da autodidatta e un certo grado di improvvisazione, hanno fatto di Benoit, noto anche come Rich Repairs, una star di Internet e un punto di riferimento per una comunità di appassionati di automobili e riparazioni fai da te. Tra i suoi followers, l’amore per carrozzerie fiammanti e motori potenti è sicuramente più diffuso dell’amore per l’ambiente, ma, inevitabilmente, Benoit è diventato portavoce di una battaglia fondamentale per un futuro basato sulla circolarità, quella per il diritto alla riparazione.
Cittadino dello stato del Massachusetts, lo youtuber ha contribuito alla mobilitazione che, alle elezioni di novembre, ha portato all’approvazione in quello stato di una nuova legge che obbliga i produttori di veicoli equipaggiati con sistemi telematici a rendere le proprie piattaforme standardizzate e aperte, accessibili ai proprietari e a qualsiasi officina. “Voglio assicurarmi che la prossima generazione di meccanici che riparano [veicoli elettrici] possa aprire una porta aperta – ha commentato Benoit a Vice – Voglio assicurarmi che diventi sempre più facile“.
Non sorprende che Tesla non veda di buon occhio Benoit e i suoi video. L’azienda ha provato più volte a scoraggiare i suoi tentativi creandogli una serie di impedimenti e invitandolo invece a comprare un veicolo nuovo. La legge del Massachusetts, tuttavia, è un primo importante segnale nella direzione della tutela dei diritti del consumatore e contro i monopoli delle aziende produttrici. Molti paesi, compresa l’Europa, stanno ora creando legislazioni simili. Secondo stime dell’istituto di ricerca Wood Mackenzie, entro il 2050 ci saranno 700 milioni di veicoli elettrici nel mondo.
Una buona notizia per l’ambiente, ma solo se quei veicoli non rischiano di fare la fine dei milioni di telefoni cellulari che ogni anno vengono buttati perché impossibili da riparare. Affinché il passaggio all’elettrico sia un successo è indispensabile che le aziende aprano i propri sistemi e consentano ai consumatori e alle officine indipendenti di mettere le mani su quei veicoli. Rich Benoit ce la sta mettendo tutta perché questo diventi la norma.
fonte: economiacircolare.com/
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