GESTIONE dei RIFIUTI: DISCARICHE e SALUTE - a cura del Dr. Giovanni Vantaggi - Isde Umbria
Tra inceneritori e discariche: il futuro della gestione dei rifiuti in altotevere - Città di Castello - sabato 12 novembre 2022
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Micropolis: Incenerire, questo è il problema! di Anna Rita Guarducci

MARCO MONTANUCCI - GESTIONE DEI RIFIUTI: BASTA INCOMPENTENZA! - SABATO 2 APRILE 2022

Il video
Gestione dei Rifiuti: Basta incompentenza! - Sabato 2 aprile 2022 - ore 16
CTS rifiuti, tra presenze inopportune, possibili conflitti di interesse, impedimento alla valutazione sanitaria e smaccata ideologizzazione.
La Giunta Regionale dell’Umbria ha prodotto un
COMUNICATO STAMPA – RIFIUTI: non basta dichiararsi ambientalisti per esserlo!
UmbriaLeft: il piano dei rifiuti in Umbria. Il termovalorizzatore - Domenica 23 gennaio 2022 - il Video
UmbriaLeft: il piano dei rifiuti in Umbria. Il termovalorizzatore - Domenica 23 gennaio 2021 Con il nostro consigliere #MarcoMontanucci Presidente #ComitatoInceneritoriZero e membro del direttivo @Cru_Rz #RifiutiZeroUmbria
il video
UmbriaLeft: il piano dei rifiuti in Umbria. Il termovalorizzatore
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CronacheUmbre: L’inceneritore che non serve all’Umbria
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Discariche abusive, l’Italia ne ha regolarizzate 48: risparmiati 20 milioni di sanzioni

Negli ultimi tre anni sono stati messe in sicurezza 55 discariche abusive, tra le quali si contano anche sette dossier ancora al vaglio della Commissione europea: tre sono state proposte a dicembre per la successiva espunzione dalla sanzione e quattro in questi giorni. Di queste, 48 provengono dal procedimento Sanzionatorio: Abruzzo (12 siti), Campania (7), Calabria (8) poi Sicilia (6), Lazio (4), Veneto (2), Puglia (1) e Toscana (1). Le operazioni di bonifica, o messa in sicurezza hanno consentito all'Italia di risparmiare oltre 20 milioni di euro ogni anno sulle sanzioni imposte dall'Ue.
Sono alcuni dei dati contenuti nella settima relazione semestrale sullo stato delle discariche abusive italiane, presentata nel corso di una conferenza stampa dal commissario unico alle bonifiche, il generale dell'Arma dei Carabinieri Giuseppe Vadalà. Nel rapporto si sottolinea che sono stati bonificati "più della metà degli 81 siti abusivi affidati al commissario quattro anni fa, con l'obiettivo di mettere in sicurezza i rimanenti 26 entro dicembre 2023". “È di questi giorni - ha aggiunto - l’affidamento voluto dalla Presidenza del Consiglio di ulteriori 4 siti di un altro contenzioso (causa 498-17) per i quali ci stiamo attivando, prima che vada in sanzione. Questo assegnamento ci spinge a fare ancora meglio, ma è anche evidenza che si è sul sentiero giusto e che stiamo operando in maniera efficace, corretta e veloce”.
Nel 2014 la Corte di Giustizia Europea, allo scadere delle tempistiche di cui alla procedura di infrazione sanzionava l'Italia con una multa di 80 milioni di euro (40 milioni subito più 40 milioni per ogni semestre di ritardo) con l’accordo che tale multa sarebbe stata ridotta di € 200.000 per ogni discarica bonificata e quindi espunta dalla sanzione. L’Italia, dal 2014 al 2017, ha pagato alla UE circa 200 milioni di euro. Ad oggi, su 81 discariche consegnate il 24 marzo 2017 nelle mani del Commissario di Governo per la bonifica dei siti inquinati più della metà (51) sono state portate fuori dalla procedura di infrazione, permettendo all’Italia di risparmiare 20 milioni e 400mila euro ogni anno. La sanzione europea iniziata, nel 2014, con € 42.000.000 oggi si è ridotta a € 6.600.000 - calcolando anche i tre dossier al vaglio della Commissione UE - e portando così un risparmio economico per l’erario e soprattutto restituendo zone più salubri alle collettività.
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Le microplastiche sono il problema ambientale più pressante del nostro secolo

C’è ormai un ciclo globale delle microplastiche, così come c’è il ciclo del carbonio. Una ‘plastificazione’ del pianeta con le particelle che passano dall’atmosfera ai suoli e alle acque. Tanto che l’inquinamento da materie plastiche è diventato il problema ambientale più pressante del 21° secolo. Lo sostiene un team di ricercatori in un nuovo studio pubblicato su PNAS, che si concentra sulla dimensione atmosferica delle microplastiche.
La ricerca combina delle osservazioni sul campo, che hanno rilevato la presenza e la concentrazione di microplastiche in diversi ambienti degli Stati Uniti occidentali, e un modello di trasporto atmosferico. La domanda che si sono posti gli studiosi è semplice: da dove vengono le micro particelle di plastica che viaggiano in atmosfera?
“Utilizzando la nostra migliore stima delle fonti di plastica e dei percorsi di trasporto elaborati dal nostro modello, la maggior parte dei continenti sono importatori netti di plastica dall’ambiente marino”, si legge nell’articolo, che individua il traffico stradale come un altro importante fattore da considerare. Questo sottolinea “il ruolo cumulativo dell’inquinamento nella quantità di plastica presente in atmosfera”. Con gravi conseguenze per la salute umana, a partire da seri disturbi dell’apparato respiratorio. Per Natalie Mahowald della Cornell University, parte del team di ricerca, “quello che stiamo vedendo in questo momento è l’accumulo di plastica mal gestita che sta aumentando. Alcune persone pensano che aumenterà di dieci volte” ogni decennio.
Praticamente nessuno dei campioni di microplastiche prelevate proveniva da quella che può sembrare la fonte più ovvia, cioè le discariche di plastica nelle città. Al contrario, il grosso delle microplastiche arriva dal traffico stradale e dagli oceani, attraverso i venti. “In modo simile ai cicli biogeochimici globali, la plastica ora si muove a spirale intorno al globo con tempi di residenza atmosferici, oceanici, criosferici e terrestri distinti”.
In base ai dati in loro possesso, i ricercatori stimano che le strade siano il fattore dominante per l’inquinamento da microplastiche negli Stati Uniti occidentali. Il traffico è legato a circa l’85% delle microplastiche presenti nell’aria, che derivano da particelle di pneumatici e pastiglie dei freni. Gli oceani sono la fonte di circa il 10% della plastica trasportata per via aerea, seguiti dal suolo nel 5% dei casi.
fonte: www.rinnovabili.it
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IL C.S.S. È UNA SCORCIATOIA PERICOLOSA CHE NON RISOLVE I PROBLEMI DELLE DISCARICHE
SÌ – ALLA PREVENZIONE DEI RIFIUTI.
SÌ AD ORGANIZZARE UNA RACCOLTA DIFFERENZIATA “VERA”: OGGI TROPPI SCARTI FINISCONO IN DISCARICA.
SÌ – ALLE “FABBRICHE DI MATERIALI”: OGGI NON SI RECUPERA QUASI NULLA NEGLI IMPIANTI DI SELEZIONE DEI RIFIUTI RESIDUI.
SÌ – AL COMPOSTAGGIO PER RIDARE FERTILITÀ ALLE NOSTRE TERRE: OGGI I RIFIUTI ORGANICI-UMIDI ALIMENTANO IL BUSINESS DELL’ ENERGIA GARANTITO DAGLI INCENTIVI STATALI.
SI – ALL’AVVIO DI ECODISTRETTI, SECONDO I PRINCIPI DELL’ECONOMIA CIRCOLARE E DELLA GIUSTIZIA AMBIENTALE.
FUORI I FURBETTI DALLA GESTIONE DEL CICLO DEI RIFIUTI!

LA GIUNTA TESEI SI RIMANGIA LE PROMESSE ELETTORALI IN MATERIA AMBIENTALE!
L’assessore regionale Morroni per preservare le discariche ormai esauste rilancia gli impianti (TRE) per la produzione di C.S.S. (= i rifiuti si fanno il lifting e vengono rinominati ‘combustibile’) e ricomincia il giochino della contrapposizione tra territori; è vecchio come il cucco ma evidentemente funziona ancora: DIVIDI E GOVERNA! “È oggettivo l’apporto positivo che l’eventuale produzione di CSS combustibile può determinare nell’abbattimento delle quantità di rifiuti da smaltire in discarica”.
Caro Assessore, dalla discarica di Borgogiglione ringraziamo del gentile pensiero ma non siamo d’accordo. E vogliamo illustrarle le nostre ragioni.
Ai cittadini conviene far valere il principio, riconosciuto ormai in tutta Europa: – RIFIUTO, – PAGO;
ma per i nostri Gestori prevale “la logica dell’impresa”: + RIFIUTI, + GUADAGNO!
Regione e Comuni da che parte stanno? Preferiscono buttare milioni di euro in impianti di dubbia utilità ed efficienza piuttosto che sostenere piani economici e salutari per la prevenzione e per la riduzione dei rifiuti.
-Quanto è costato il famigerato “bioreattore” a Borgogiglione e quanto poi hanno dovuto pagare i cittadini per i lavori di messa in sicurezza della discarica? – Quanto è costata la ristrutturazione dell’impianto di compostaggio di Pietramelina, che adesso si è deciso di chiudere e riconvertire ad impianto di stabilizzazione dell’organico-umido da ributtare in discarica? – E quanto sono costati alle casse regionali i biodigestori di Casone (Foligno) e di Belladanza (Città di Castello) e chi ne verifica la funzionalità anno per anno?
Le cifre pubblicate dall’Autorità d’ambito (AURI, Delibera Consiliare n.23, 21/12/2020) sono impietose: quest’anno è previsto l’arrivo nelle discariche di 219.200 t. rispetto alle 195.500 del 2020. I Rifiuti Urbani Residui (non differenziati) però saranno solo 140 mila!
Non funzionano le politiche di prevenzione dei rifiuti all’origine, la RD non ha ancora raggiunto gli obiettivi fissati, non si recupera quasi nulla negli impianti di selezione dei rifiuti residui e, beffa insopportabile, METÀ DEI RIFIUTI che finiscono in discarica sono SCARTI delle raccolte differenziate (vetro, plastica, ingombranti…), degli impianti di biodigestione/compostaggio e/o i rifiuti speciali scartati dalle aziende che lavorano i recuperi.
Solo a Borgogiglione si prevedono 25mila tonnellate di scarti!
Danni enormi all’ambiente e al portafoglio dei cittadini ma le discariche sono la classica “gallina dalle uova d’oro“, a cui nessuno degli amministratori interessati vuole tirare il collo!
Caro Assessore, è davvero convinto che con la produzione del CSS si determinerà una sensibile riduzione dei rifiuti in discarica? Nei documenti regionali si calcola una riduzione limitata a 58 mila t. annue circa; il resto finirà nelle discariche all’infinito! Chi e dove brucerà questo cosiddetto combustibile? E dove troverà i 20 milioni previsti per gli impianti? E le tonnellate aggiuntive di ceneri e polveri? Con le altre associazioni/comitati umbri le avevamo inviato un documento propositivo per un nuovo Piano dei rifiuti… L’ha letto?
In conclusione: perché Regione e Comuni non provano (1) ad avviare una buona raccolta “porta a porta”, riducendo la quantità di scarti; (2) a trattare i rifiuti residui in impianti virtuosi (le cosiddette “fabbriche dei materiali”) tecnologicamente in grado di chiudere il ciclo dei rifiuti sul serio e a freddo;
(3) ad avviare percorsi concreti di economia circolare nei territori?
Questa sarebbe una politica innovativa e nell’interesse dei cittadini… Ma richiede coraggio!
fonte: http://osservatorioborgogiglione.it/
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La Gran Bretagna "verde" esporta i rifiuti di plastica nei paesi poveri
Dal 1 gennaio 2021 Bruxelles li vieta verso paesi non Ocse. Ma la Brexit consente a Londra norme meno stringenti verso le discariche rappresentate dai paesi in via di sviluppo. E il flusso non si ferma, anzi
LONDRA - Il governo di Boris Johnson si dice orgogliosamente ambientalista, ha annunciato negli ultimi mesi decine di miliardi stanziati per la prossima "rivoluzione industriale verde" del Regno Unito e la stessa fidanzata del primo ministro, Carrie Symonds, è da sempre un'attivista contro il cambiamento climatico, oltre che animalista. Ora, però, si scopre che Londra, dopo la Brexit dello scorso 31 dicembre, continua a mandare centinaia di tonnellate di rifiuti di plastica ai Paesi in via di sviluppo nel mondo.

Una pratica che ha scatenato polemiche e indignazione negli ultimi anni, soprattutto dopo la diffusione di mari e terre del sud-est asiatico inondate di bottiglie, buste, giocattoli, contenitori di plastica, di cui una buona parte sinora è scaricata dai ricchi Paesi occidentali a quelli più poveri. Non a caso, l'Ue ha vietato dal 1 gennaio 2021 l'esportazione di rifiuti di plastica indifferenziati al paesi non Ocse. Invece, come riferisce il Guardian, a oggi lo stesso non ha fatto il Regno Unito che dunque, anche grazie alla scappatoia regolamentare legata alla Brexit, continuerà a mandare plastica indifferenziata soprattutto in Asia anche quest'anno, perlomeno nei primi mesi. Ciò nonostante il manifesto del partito di Johnson lo escludesse e lo stesso primo ministro abbia promesso di non eludere gli standard ambientali sinora condivisi con l'Ue.

Il Regno Unito è il secondo produttore di plastica al mondo ed esporta circa due terzi dei suoi rifiuti di plastica. Solo nel settembre 2020, Londra ne ha inviato 7133 tonnellate a Paesi non Ocse, come Malesia, Pakistan, Vietnam, Turchia e Indonesia, l'anno scorso uno degli stati che si è "ribellati" a questa pratica, rimandando gli stock verso il Canale della Manica. Il Ministero dell'Ambiente britannico però sottolinea il suo impegno a mettere al bando questa pratica nel corso del 2020, anche se sinora non è stato preciso sulle tempistiche.
Nel frattempo, il governo di Boris Johnson è stato criticato da vari addetti ai lavori. Sam Chetan-Welsh di Greenpeace Uk ha detto sempre al quotidiano britannico che "questa non è leadership ma non rispettare i principi basilari della questione". Per Tim Grabiel invece, legale dell'Environmental Investigation Agency, "tutti i 27 Paesi dell'Ue si sono adeguati a queste regole contro l'esportazione della plastica, speriamo che anche Londra decida di fare lo stesso...". Il prossimo autunno, il Regno Unito organizzerà insieme all'Italia e ospiterà a Glasgow, in Scozia, la cruciale Conferenza del Clima dell'Onu "Cop26".
fonte: gazzettadimantova.gelocal.it
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Ambiente: più di 105 milioni per bonificare i “siti orfani”, abbandonati e dimenticati
In Italia esistono centinaia di siti inquinati e dimenticati: discariche, fabbriche dismesse, fiumi e suoli contaminati, per i quali non è mai stata prevista alcuna bonifica.
Si tratta dei “siti orfani”, luoghi devastati dall’essere umano anche quaranta o cinquanta anni fa e per i quali non si è mai trovato un responsabile che dovesse farsi carico della loro bonifica e che formalmente non risultano di competenza e interesse né nazionale né regionale. Luoghi completamente dimenticati, il cui impatto interessa però tutta la collettività.
Per questi territori, il Ministero dell’Ambiente ha adottato un decreto con il quale ha stanziato oltre 105 milioni di euro perché possano essere finalmente bonificati.
“Ci siamo inventati una nuova categoria giuridica – aggiunge Costa –, fatto approvare una legge e oggi, dopo tanti anni, la Repubblica italiana riconosce che ci sono tanti luoghi abbandonati da bonificare: i siti orfani. Ho firmato questo decreto dopo aver negoziato con le Regioni e attribuendo loro la competenza di individuare questi siti. E abbiamo fornito le risorse economiche per risolvere questo problema”, ha spiegato il Ministro Sergio Costa.
I fondi saranno ripartiti tra i vari territori e ogni Regione riceverà tra i 2 e i 13milioni di euro, che dovranno essere utilizzati per individuare e bonificare i siti orfani nell’arco dei prossimi cinque anni, attraverso interventi di risanamento e riqualificazione.
fonte: www.greenme.it
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Per l’agro-fotovoltaico un potenziale enorme in Europa. L’Italia sarà della partita?
Il dibattito su quanta potenza FV installare e dove in Italia non si è mai spento e la questione si ripropone con forza con con il flop del fotovoltaico nelle procedure d’asta del decreto Fer-1, dovuto anche al divieto di fare FV incentivato su aree agricole.
Anche se la conversione in legge del decreto Semplificazioni ha ammorbidito il divieto, sancendo la possibilità di realizzare impianti fotovoltaici incentivati almeno su ex cave e discariche, anche se aree classificate come agricole, la partita resta ancora tutta da giocare, come si è visto.
E tra i possibili sviluppi del fotovoltaico sui terreni agricoli, secondo un documento appena pubblicato da SolarPower Europe (SPE), c’è l’agro-fotovoltaico, agricultural photovoltaic (Agri-PV).
Il potenziale tecnico degli impianti Agri-PV in Europa, si legge nello studio, è amplissimo: si parla di oltre 700 GW se si sviluppassero progetti di questo tipo su appena l’1% dei suoli arabili europei.
La stessa Enea ha proposto di utilizzare una parte dei finanziamenti del Recovery Fund per realizzare un parco “agri-voltaico”, con cui testare le possibili integrazioni virtuose tra attività agricole e produzione energetica. Ad esempio, i possibili abbinamenti tra colture e tecnologie FV per ottimizzare il rendimento sia dei terreni che dei pannelli solari.
Intanto in Sardegna ci sono in ballo due progetti recentemente proposti da Progetika, per complessivi 60 MW di agro-fotovoltaico.
Anche la tecnologia sta cercando soluzioni per le nuove frontiere del fotovoltaico in agricoltura, con moduli bifacciali, strutture verticali per il montaggio dei pannelli, inseguitori monoassiali.
I vantaggi di abbinare agricoltura e fotovoltaico sono numerosi, come dimostrano diverse ricerche condotte negli Stati Uniti e in Germania.
In particolare, SolarPower Europe parla di “sinergie” tra colture agricole e pannelli fotovoltaici, che si possono tradurre in:
riduzione dei consumi idrici grazie all’ombreggiamento dei moduli;
minore degradazione dei suoli e conseguente miglioramento delle rese agricole;
risoluzione del “conflitto” tra differenti usi dei terreni (per coltivare o per produrre energia);
possibilità di far pascolare il bestiame e far circolare i trattori sotto le fila di pannelli o tra le fila di pannelli, secondo le modalità di installazione con strutture orizzontali o verticali, avendo cura di mantanere un’adeguata distanza tra le fila e un’adeguata altezza dal livello del suolo.
Per promuovere gli investimenti nel settore, SolarPower Europe suggerisce di definire schemi di supporto per gli impianti agro-fotovoltaici, ad esempio tramite aste dedicate – gli incentivi devono essere superiori a quelli concessi agli impianti FV standard, perché il fotovoltaico agricolo è sicuramente più costoso – prestiti agevolati agli agricoltori, obiettivi specifici per questa tecnologia nei piani nazionali al 2030, fissazione di criteri di qualità con cui valutare i progetti che concorrono agli incentivi.
fonte: https://www.qualenergia.it
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Discariche, il recepimento italiano della direttiva Ue tra «errori e refusi»

Appena varato e già da rifare: appare davvero paradossale la vicenda che vede protagonista il decreto legislativo 121/2020 che, recependo la direttiva UE 850/2018, ha assemblato in un’unica norma le disposizioni in materia di discariche contenute precedentemente in due decreti (D.lgs. 36/2003 e DM 27 settembre 2010).
Entrato in vigore il 29 settembre, il decreto è stato infatti passato al vaglio da Assoambiente – l’Associazione nazionale delle imprese di igiene urbana, riciclo, recupero e smaltimento di rifiuti urbani e speciali ed attività di bonifica – che lancia oggi l’allarme: «Nella riscrittura del testo nuove disposizioni, non coordinate tra loro, e diversi refusi (tra cui il riferimento errato alla tabella 5a) mettono ora a serio rischio il proseguimento del conferimento dei rifiuti in discarica soprattutto per i rifiuti urbani e per i rifiuti non pericolosi».
«In particolare – spiegano le imprese di settore – nelle disposizioni relative ai criteri di ammissibilità dei rifiuti nelle discariche per non pericolosi si rimanda a valori limite per l’accesso all’impianto che si riferiscono ad altra tipologia di rifiuti: invece di richiamare la tabella 5 si fa riferimento alla tabella 5a che interessa invece i rifiuti pericolosi stabili e non reattivi. L’errato richiamo alla tabella 5a non prevede peraltro le deroghe (contenute nella tabella 5) per il parametro DOC (carbonio organico disciolto), già previsto nel DM 27 settembre 2010».
Che fare, dunque? Al fine di «evitare importanti criticità nello smaltimento in discarica dei rifiuti che attualmente non trovano altri sbocchi», Assoambiente chiede «un urgente intervento da parte del ministero dell’Ambiente sul nuovo decreto, sia a livello normativo (con la correzione di alcuni refusi e di disposizioni non coordinate tra loro), sia a livello di indirizzo verso le Regioni al fine di definire eventuali ordinanze volte a superare le criticità evidenziate».
Di certo non si tratta di una buona partenza, soprattutto alla luce delle stringenti necessità in termini di investimenti e politica industriale che necessita l’economia circolare italiana, messe in luce proprio da Assoambiente e dal laboratorio Ref ricerche nei giorni scorsi: non solo nel nostro Paese continua ad aumentare la produzione di rifiuti mentre dimuiscono gli impianti per gestirla, ma normative confuse e contraddittorie continuano a pesare sul regolare funzionamento di quelli (sempre meno) già esistenti e autorizzati ad operare. A tutto vantaggio dell’illegalità.
fonte: www.greenreport.it
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