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ScartiAMO, la moda recuperata di Taivé



Mondo sociale – Nasce “scartiAMO”, una collezione di moda realizzata con materiali di recupero. A realizzarla sono le donne della

Green jobs, crescono le prospettive occupazionali. Ecco i profili più richiesti

Crescono del 50% le richieste di professionisti green. I numeri di Hunters Group, società di ricerca e selezione di personale qualificato



Nel 2018 c’erano 3 milioni e 100mila circa nel settore green&blue economy, con un tasso di crescita del 20% in meno di 2 anni. Oggi, i lavoratori verdi rappresentano il 15% degli occupati complessivi. Lo rivela Hunters Group, società di ricerca e selezione di personale qualificato. La domanda di green jobs è in costante forte crescita: 520.000 risorse solo nel 2019. Le retribuzioni per questi professionisti sono molto interessanti: si collocano tra i 40.000 e i 60.000 euro. Nella maggior parte dei casi operano all’interno di contesti aziendali di medie e grandi dimensioni, in Italia e all’estero. La ricerca di questi profili è particolarmente concentrata nelle regioni del centro-nord Italia, in particolare Lombardia ed Emilia-Romagna.

Profili più ricercati

Quali sono i profili Blue & Green ad oggi più ricercati? Tra questi si trovano: bioarchitetto, informatico ambientale, mobility manager, E.G.E (esperto gestione energia), installatore di reti elettriche smart, installatore di impianti di condizionamento, avvocato specializzato in tematiche green.

Grandi opportunità professionali

“La Blue Economy – dichiara Davide Boati, Executive Director di Hunters, brand di Hunters Group, società di ricerca e selezione di personale qualificato – può essere considerata un’evoluzione della green economy e ha un obiettivo preciso: arrivare a zero emissioni di CO2. Questo si traduce anche in un aumento del 50% di richieste, da parte delle aziende, di professionisti che abbiano notevoli competenze tecniche, ma che dimostrino anche grande attenzione alla sostenibilità. Non per tutti questi profili esistono al momento scuole di formazione specifiche, ma da una nostra analisi emerge un quadro molto chiaro: tra pochi anni vi sarà uno sviluppo sempre maggiore di queste nuove tipologie di profili che, già in questo momento, hanno grandi opportunità professionali”. “I green jobs in Italia - aggiunge - sono caratterizzati da un elevato livello dei titoli di studio richiesti: in un caso su tre (35,2%) si richiede un livello d’istruzione universitario. Dai professionisti verdi le imprese si aspettano non solo formazione più elevata, ma anche un’esperienza specifica in quell’ambito. Resta sempre molto complesso il processo di reperimento e di on-boarding di queste figure per circa il 40% delle aziende che lamentano difficoltà ad identificare ed assumere profilo giusto”.

fonte: www.e-gazette.it


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A Milano apre il primo negozio in cui si paga con il baratto, per dare nuova importanza agli oggetti usati che non vogliamo più e per incoraggiare un processo di economia circolare

Non si usano i soldi, ma per comprare si usano oggetti che non utilizziamo più, dai vestiti, all’arredo, all’attrezzatura sportiva, un modo per rinnovare i propri acquisti a costo zero e zero impatti ambientale, scambiando ciò che per noi è diventato ingombrante, con qualcosa che ci serve o ci piace.



Il progetto è nato da un bando del comune di Milano, e dall’unione di Swapush, un’azienda che tramite la propria APP e sito internet organizza eventi di scambi e shopping a costo zero, e la social street di Benedetto Marcello, l’obiettivo è quello di favorire l’economica circolare e il rispetto dell’ambiente, grazie alla riduzione dei consumi di materiali e alla riduzione di emissioni rispetto alla produzione di nuovi oggetti,

Il primo negozio del baratto, di chiama SwappaMi e aprirà le porte il 1 luglio in corso Buenos Aires, nella corte interna al civico 23, mentre una settimana dopo aprirà il secondo punto baratto, sempre a Milano in Ripa di Porta Ticinese 93,

Il funzionamento del negozio è molto semplice, si può portare tutto quello che non si usa (vestiti, arredi per la casa, libri, strumenti musicali, etc) e ad ogni oggetto verranno attribuiti dei punti, chiamati “Pillole”, una specie di moneta virtuale con cui poi si potrà trovare e comprare quello che più piace, sia in negozio che direttamente sulla loro App online.

La storia di questo primo negozio di baratto è la storia di Serena, la fondatrice di Swapush, e dell’idea che le è venuta 21 anni fa, nel 2000, quando è rimasta colpita da un mercatino di baratto organizzato da un’associazione studentesca, da allora ha iniziato ad organizzare degli eventi di baratto che via via tramite la diffusione dell’idea hanno iniziato a coinvolgere sempre più persone,

nel 2017, la passione di Serena diventa un’app, Swapush, attraverso cui si può fare tutto virtualmente, e adesso si è anche trasformata in un negozio fisico,

i numeri dell’App dimostrano in grande interesse delle persone per la possibilità di dare vita ai propri vecchi oggetti e scambiarli con qualcosa di diverso, infatti sono stati organizzati 215 eventi a cui hanno partecipato più di 21mila persone

insomma un’idea green, che entra in pieno nell’idea di economia circolare, il cui unico imperativo è che i soldi sono aboliti!

fonte: www.positizie.it



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Con il progetto BeviMI, tre università di Milano si alleano per promuovere l’acqua del rubinetto














Tre università milanesi si alleano per promuove il consumo di acqua del rubinetto e combattere la plastica. È il progetto BeviMi, presentato in occasione della Giornata Mondiale dell’Acqua del 22 marzo da Politecnico di Milano, Università degli Studi di Milano e Università di Milano-Bicocca in collaborazione con il Comitato italiano contratto mondiale acqua (Cicma), che ha ideato e proposto l’iniziativa che, tra studenti, docenti e personale universitario, coinvolgerà potenzialmente 150 mila persone.

Il progetto, cofinanziato dalla Fondazione Cariplo nell’ambito di “Plastic Challenge – Sfida alle plastiche monouso”, punta a sostenere gli Obiettivi di sviluppo sostenibile (Sdg) dell’Onu promuovendo consumi responsabili e riducendo l’impatto ambientale nell’ambiente universitario, monitorando allo stesso tempo gli effetti degli interventi realizzati. L’iniziativa, inoltre, è stata proposta come progetto pilota replicabile in qualsiasi università italiana, ma anche scuole, enti pubblici e aziende.

In particolare, il progetto si propone di valorizzare i distributori d’acqua già presenti nelle università partecipanti per ridurre il ricorso a bottigliette di plastica. Per farlo, dal prossimo anno accademico (ad emergenza Covid-19 superata, si spera), sarà disponibile un’applicazione per smartphone attraverso cui ogni studente potrà misurare il proprio contributo alla riduzione CO2 e plastica prodotta, diventando così consapevole dell’impatto ambientale evitato.

Parallelamente, per promuovere il riciclo “bottle to bottle” delle bottiglie di Pet, nelle università saranno installati degli eco-compattatori, che saranno messi a disposizione da Coripet, il consorzio volontario per il riciclo del Pet. Inoltre, le università attiveranno un monitoraggio del consumo di acqua di rete, della riduzione del consumo di plastica e del riciclo, oltre a uno studio sull’impatto ambientale dei diversi materiali usati per la realizzazione delle borracce.

fonte: www.ilfattoalimentare.it


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ConservaMi: L'attrezzeria del Gimbellino a Milano





 

fonte: www.ilgiorno.it


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Forestami: stato dell’arte del progetto di forestazione urbana del Milanese

 

I risultati raggiunti, i prossimi passi e le future attività del Progetto che permetterà di piantare 3 Milioni di alberi entro il 2030 nell’area della Città Metropolitana di Milano.


Perfino il polmone verde più grande e importante del mondo è in crisi: le foreste dell’Amazzonia sono sempre meno in grado di riassorbire l’anidride carbonica dell’atmosfera. Il problema della deforestazione dell’Amazzonia è uno dei più chiari segnali di come non sia più possibile demandare a zone remote del Pianeta la responsabilità di neutralizzare gli effetti dell’inquinamento urbano. Ecco perché è importante, fin da ora, dotare le nostre città di aree verdi che rendano le città e il Pianeta intero più vivibili per tutti.

Stiamo parlando della forestazione urbana, azione che fa da motore al Progetto Forestami, promosso da Città Metropolitana di Milano, Comune di Milano e Regione Lombardia, affiancati da altre importanti istituzioni. Il Progetto ha l’obiettivo di realizzare aree verdi sempre più numerose e rigogliose nel territorio della Città Metropolitana di Milano, col fine ultimo di migliorare il benessere degli abitanti.

La promessa finale del Progetto è quella di piantare 3 milioni di alberi entro il 2030. I risultati raggiunti, da Novembre 2020 ad oggi, sono già molto soddisfacenti: 281.160 piante già messe a dimora e 633.826 euro di donazioni, raccolte grazie al contributo di privati ed aziende partner, tramite la piattaforma di crowdfunding di Intesa Sanpaolo For Funding e attraverso gli sportelli bancomat del Gruppo Intesa Sanpaolo, destinate alla piantumazione dei prossimi alberi. I mesi di Marzo e Aprile 2021 sono ricchi di attività per il Progetto Forestami e prevedono infatti:
La messa a terra di 18.410 alberi e arbusti dislocati su 13 ettari di territorio urbano
La partenza della nuova campagna di comunicazione del Progetto, che mira a diffondere la conoscenza dei benefici della forestazione urbana;
La pubblicazione degli importanti risultati dello studio che sta alla base del Progetto. Si tratta di una ricerca scientifica condotta, tra il 2018 e il 2020, dal Politecnico di Milano, focalizzata sull’analisi del territorio della Città Metropolitana di Milano, sotto l’aspetto del verde urbano. L’analisi, che ha evidenziato la percentuale di occupazione delle chiome arboree e la rilevanza dei vuoti urbani, ha dato stimolo alla partenza del Progetto e ora è consultabile da tutti in una sezione dedicata del sito, corredata da mappe georeferenziate.

Per il biennio 2021-2023, l’area del Progetto Forestami dedicata alla ricerca sarà impegnata nello studio scientifico dell’impatto delle nuove piantumazioni sulla salute fisica e psichica dei cittadini.

fonte: www.nonsoloambiente.it


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CorrieredellaSera - SensoCivico: Il cibo che serve (Roma) - Recup (Milano)



Sensocivico - CorrieredellaSera



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Ricerca. Con la mobilità elettrica nel 2030 l’inquinamento delle città crollerà dell’89%

Uno studio considera la dispersione in atmosfera e al suolo degli inquinanti e l'impatto delle emissioni a Torino, Milano, Bologna, Roma e Palermo nel 2025 e nel 2030


 

Con un ricambio del parco circolante di veicoli privati e della logistica verso una mobilità fatta da mezzi elettrici per il 2030, si avrebbe una riduzione dell'inquinamento fino all'89% in meno e dei costi sociali che si pagano in termini di salute fino a 3 miliardi di euro. Lo afferma il rapporto “Più mobilità elettrica: scenari futuri e qualità dell'aria nelle città italiane”, realizzato dall'Istituto sull'inquinamento atmosferico del Cnr in collaborazione con Motus-E, l'associazione italiana per lo sviluppo della mobilità elettrica in Italia.

Cinque città a confronto

Lo studio prende in considerazione la dispersione in atmosfera e al suolo degli inquinanti e l'impatto delle emissioni in cinque città: Torino, Milano, Bologna, Roma e Palermo. L'analisi guarda a due scenari: uno al 2025 e uno al 2030, con riferimento all'attuale parco circolante di veicoli privati e della logistica.
Nello scenario di ricambio del parco mezzi, "la penetrazione di una percentuale di veicoli elettrici gioca un ruolo fondamentale nella riduzione delle concentrazioni degli inquinanti locali, in particolare di NO2 (biossido di azoto)": si passerebbe da un minimo del 47% a Bologna a un massimo del 62% a Roma nello scenario al 2025; e dal 74% a Palermo fino all'89% nella Capitale, nello scenario al 2030. Impatto ridotto, ma comunque importante per il PM10. Se si osservano i risultati dello scenario 2025 la percentuale di riduzione parte da un minimo del 28% (caso Bologna) fino ad un massimo del 38% (caso Palermo); per lo scenario 2030 l'abbattimento non è così determinante come per NO2, la riduzione varia tra 34% e 46%.

fonte: www.e-gazette.it

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Milano: installati i primi charger hi-tech per la ricarica wireless dei bus elettrici

 

Entra nel vivo il piano Full Electric di Atm, che sta contribuendo a condurre Milano verso una mobilità sempre più sostenibile. In questi giorni infatti sono in fase di installazione i primi charger hi-tech in viale Zara. Sono postazioni evolute ad alto contenuto tecnologico che, attraverso un comando Wi-Fi, attivano il pantografo che carica in pochi minuti i bus elettrici. Nelle prossime settimane i primi e-bus a testare la nuova tecnologia saranno quelli delle linee 51, 60 e 82.
Entro il 2021 saranno 14 questi sistemi di ricarica rapida in città: sei in Viale Zara, quattro in piazza IV Novembre, quattro in piazza Bottini a Lambrate. La posa di queste strutture innovative in città è indispensabile per consentire la necessaria autonomia e durata del servizio giornaliero a tutti i bus elettrici che progressivamente entreranno nella flotta Atm, sostituendo quelli tradizionali.
OLa ricarica avviene in modo semplice: il bus si posiziona sotto il pantografo che, attraverso il comando Wi-Fi, si connette al mezzo per effettuare il "rifornimento" in 5/8 minuti. Tali ricariche rapide, unitamente alla possibilità dei mezzi di essere ricaricati di notte nei depositi con le tradizionali colonnine, garantiscono ai bus autonomia pari a 200 chilometri, vale a dire la distanza percorsa in media al giorno. Un singolo charger ha una potenza istantanea pari a 200 kW e può ricaricare velocemente più autobus durante il giorno.
Per il posizionamento in strada i charger sono stati studiati anche nell'aspetto grafico, a rappresentare la sostenibilità e l'impatto zero: le strutture sono allestite con decorazioni di alberi verdi, simbolo d'eccellenza della tutela dell'ambiente e dell'aria.
Realizzate anche 75 nuove strutture "plug-in" al deposito di Sarca, il secondo dei quattro depositi Atm dedicati al progetto Full Electric: 50 sono già installate, le altre 25 saranno operative entro l'estate 2021. Queste nuove colonnine sono dotate di un sistema di ricarica intelligente «balancer» che permette di regolare la potenza a seconda del tempo a disposizione per la ricarica, del numero di bus e del residuo di batteria. Queste postazioni vanno così ad aggiungersi alle 67 del deposito di San Donato, per un totale di 142 colonnine complessivamente.
Attualmente sono 85 i bus elettrici in servizio sulle strade milanesi, sulle linee 45, 54, 84 e 88. Entro il 2021, come da cronoprogramma, Atm avrà in dotazione nella sua flotta 170 bus elettrici a impatto zero, che si aggiungono ai 153 bus ibridi e ai 3 bus a idrogeno.
Un piano imponente che vede l'impegno di Atm non solo nel rinnovo della flotta con mezzi completamente elettrici, ma improntato alla sostenibilità a 360° per ambire a diventare una Zero Emission Transport Company, abbattendo progressivamente le emissioni dirette e indirette di CO2 e con un approccio orientato al consumo responsabile delle risorse. Infatti, anche l'energia utilizzata è certificata e proviene da fonti rinnovabili al 100%.

fonte: www.greencity.it


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La falegnameria dell’accoglienza

In Cascina Cuccagna a Milano nasce l’idea di una falegnameria sociale per crescere e costruire relazioni, per imparare a incontrarsi. La cooperativa Comunità progetto, ha lanciato una campagna di crowdfunding civico con il Comune per realizzare un laboratorio di lavorazione del legno: uno spazio dove i ragazzi stranieri soli possano formarsi, lavorare, incontrare il quartiere. E diventare indipendenti



L'obiettivo è creare nel giardino di Cascina Cuccagna, centro culturale nel quartiere Molise-Calvariate di Milano, una falegnameria sociale e un laboratorio dove ragazzi minori stranieri non accompagnati tra i 16 e i 21 anni abbiano l’opportunità di formarsi e lavorare.

Per questo la cooperativa sociale Comunità progetto – che si occupa di accoglienza di ragazzi migranti arrivati in Italia senza famiglia- ha lanciato sulla piattaforma Produzioni dal basso una campagna di crowdfunding civico in collaborazione con il Comune di Milano.

Partita lo scorso 24 febbraio, il suo obiettivo è raccogliere 25mila euro entro il prossimo 24 aprile. Se si arriverà a ottenere tutto l’importo, il Comune aggiungerà i rimanenti 37mila euro necessari per completare la realizzazione del progetto.

La “Falegnameria Cuccagna” è pensata come uno spazio in cui i 16 ragazzi accolti dalla cooperativa, sotto la guida di falegnami esperti e degli educatori di Comunità progetto, possano imparare a produrre arredi su misura, riparare e restaurare mobili, e a tenere corsi di falegnameria, riciclo e riuso creativo del legno.

L’idea, infatti, è aiutarli a realizzarsi pienamente attraverso il lavoro in un percorso che vuole consolidare le loro competenze relazionali e sviluppare la loro autonomia.

I primi esperimenti sono già partiti: dal 2020 Comunità progetto ha aperto una sua sede presso la Cascina Cuccagna, di cui è socia, dove è nata una collaborazione tra un gruppo di ragazzi migranti e il falegname Matteo Maggi che nel giardino ha il suo laboratorio.



“Lavoriamo con ragazzi migranti in condizione di semi autonomia che vivono in appartamenti nel quartiere da noi gestiti.

Li aiutiamo a diventare autonomi dallo studio dell’italiano e l’iscrizione a scuola, quando possibile, fino all’attivazione di stage e tirocini”, spiega ad Altreconomia Michele Batà, educatore della cooperativa.

“Non hanno molto tempo a disposizione per diventare indipendenti prima della maggiore età ed è importante che si rafforzino acquisendo competenze professionali che potranno utilizzare nella loro futura vita professionale. La falegnameria è un modo per prepararsi al mondo del lavoro”.

Le donazioni del crowdfunding, che finora hanno superato gli 11mila euro, serviranno a realizzare la struttura per ospitare le attività della falegnameria: 40 metri quadrati in grado di accogliere sei postazioni da lavoro interne.

L’edificio, predisposto per l’installazione di pannelli fotovoltaici, sarà poggiato su un telaio di acciaio. Il tetto e le pareti esterne saranno rivestite di alluminio. “Oltre a Matteo Maggi, saranno coinvolte anche altre figure professionali legate alla lavorazione del legno e al loro riuso.

Nel laboratorio pensiamo infatti di utilizzare materiali e legno di scarto per sensibilizzare sulla sostenibilità ambientale”, spiega Batà. “I prodotti realizzati, come sedie o portachiavi, saranno venduti e il ricavato reinvestito nei progetti di accoglienza e inclusione della cooperativa.

Quando il progetto si sarà stabilizzato, pensiamo di inserire i ragazzi in stage in cui possano applicare quanto imparato”, prosegue. “Ma la falegnameria vuole essere anche un luogo aperto al quartiere dove creare occasioni di scambio, con le giuste misure di sicurezza”, continua. “Uno spazio in cui imparare e incontrarsi”.

fonte : Altreconomia.it


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Economia circolare del cibo a Milano: fare rete è il modello vincente

 


Il Comune di Milano ha sviluppato un modello di riciclo degli scarti che permette di differenziare fino a quasi il 60% dei rifiuti.

Un approccio all’economia circolare del cibo significa ridurre il nostro impatto sull’ambiente e contribuire al tempo stesso alla lotta contro la malnutrizione. Si tratta del Goal 2 dei SDGs che intende porre fine alla fame, garantire la sicurezza alimentare, migliorare la nutrizione e promuovere un'agricoltura sostenibile.

Diventa necessario ridurre lo spreco, recuperare gli scarti e minimizzare l’impatto ambientale dell’intera industria. Il momento particolare che stiamo attraversando a causa della pandemia è un’occasione per ripensare l’intero ecosistema produttivo, rivalutando l’economia circolare e la bioeconomia in armonia con i fondamenti del Green New Deal, il programma lanciato dall’Unione Europea per raggiungere la neutralità delle emissioni inquinanti entro il 2050.

Parlando in numeri, secondo Ispra nel 2018 abbiamo prodotto 14,5 milioni di tonnellate di rifiuti alimentari o derivanti dal packaging, cifre che si ripercuotono inevitabilmente sullo smaltimento dei rifiuti. Sebbene nelle piccole città la gestione dei rifiuti e della raccolta differenziata si è rivelata un modello ben riuscito, è anche vero che Milano si colloca al primo posto delle città al di sopra del milione di abitanti con il 58,8% di raccolta differenziata porta a porta e al secondo posto tra le città sopra ai 200 mila abitanti, dietro Venezia con 59,5%. In termini di produzione di rifiuti urbani pro capite con 502,1 kg/ab/anno il Comune di Milano è al di sotto della media del Nord Italia al di sotto dei valori delle altre grandi città. Un modello cittadino di economia circolare possibile, dunque.

Come si legge nel report del Comune di Milano con la Fondazione Cariplo e Novamont dal titolo “Economia circolare del cibo a Milano”, è stato realizzato un sistema industriale le cui dimensioni economiche sono cresciute negli anni grazie ad una rete di consorzi dedicati al miglioramento della raccolta, selezione e riciclo dei flussi di rifiuti differenziati. Fondazione Cariplo ha infatti sottoscritto il Protocollo lombardo per lo sviluppo sostenibile e ha firmato un Accordo Quadro specificatamente dedicato all’ambiente.

Dal 2014 Milano e Fondazione Cariplo hanno avviato un’agenda sul tema del cibo coinvolgendo tutti gli attori interessati, dai cittadini, agli Enti pubblici, associazioni, imprese e Università. Un progetto a cui ha preso parte la stessa Cariplo Factory, con l’iniziativa Food Policy Hot Pot, volta a sviluppare l’innovazione all’interno del sistema alimentare della città e alimentare il virtuosismo di Milano, prima città italiana a dotarsi di una policy legata al cibo.

Non è l’unica iniziativa: Cariplo Factory partecipa anche al progetto Food Trails. Ben undici città oltre Milano come Copenaghen, Varsavia, Birmingham, Bordeaux, Bergamo, Funchal, Groningen, Grenoble, Salonicco e Tirana, le Università di Cardiff, Wageningen e Roskilde e cinque player del sistema alimentare e di innovazione scendono in campo per evidenziare azioni concrete per supportare lo sviluppo e il consolidamento di politiche alimentari utili e praticabili. Il progetto europeo approvato nell’ambito del programma Horizon 2020 intende individuare eventuali ostacoli amministrativi alla replicabilità e trasferibilità delle politiche, permettendo successivamente di estendere queste conoscenze ad una rete più ampia di città. In ogni città vengono istituiti dei Living Labs per coordinare l’attuazione delle iniziative di innovazione del sistema alimentare, favorire la condivisione di idee tra istituzioni e l’ecosistema di attori della città e attrarre opportunità finanziarie che contribuiscano alla sostenibilità di tali sistemi a lungo termine.

Perché il riciclo sia un modello vincente è fondamentale che gli scarti possano essere riutilizzati anche da realtà che oggi non solo non se ne occupano ma neanche immaginano di poter diventare attori del processo. È qui che entra in gioco Open Innovation, uno spazio per le startup che intendono dare un contributo importante per migliorare la filiera del cibo in Italia ad esempio attraverso soluzioni e idee innovative che abilitino il controllo della qualità del cibo, o che ne migliorino la tracciabilità lungo l’intera catena del valore, o ancora che aiutino o migliorano il recupero delle eccedenze alimentari. Già nel 2018 Cariplo Factory ha attivato, insieme a Intesa Sanpaolo Innovation Center, il Circular Economy Lab (CE Lab), primo laboratorio per la circular economy in Italia che collega le imprese con le startup innovative.

fonte: www.nonsoloambiente.it/


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IKEA di San Giuliano inaugura il primo Circular Hub d’Italia

Con un progetto pilota l’attuale “Angolo delle occasioni” si trasforma in un vero e proprio “laboratorio della circolarità” per ispirare e guidare la maggioranza delle persone a compiere scelte più sostenibili nella vita di tutti i giorni



L’ambizione di IKEA è diventare entro il 2030 un’Azienda circolare in ogni suo aspetto e con un impatto positivo sulle Persone e sul Pianeta: la sfida è produrre e utilizzare i prodotti in maniera sostenibile, dando una seconda vita a quelli già usati e sviluppando soluzioni per un futuro più pulito e più green.

Per questo nello store IKEA di San Giuliano prende vita il primo Circular Hub d’Italia: con un progetto pilota l’attuale “Angolo delle occasioni” si trasforma in un vero e proprio “laboratorio della circolarità” per ispirare e guidare la maggioranza delle persone a compiere scelte più sostenibili nella vita di tutti i giorni.

L’obiettivo è prolungare la vita dei prodotti – mobili di seconda mano, prodotti che si danneggiano durante la movimentazione, resi dei clienti, prodotti dell’esposizione – permettendo ai clienti di acquistarli a prezzi accessibili. Quando un prodotto è irreparabilmente danneggiato, è comunque possibile recuperarne alcune componenti da utilizzare per riparare altri mobili e prolungare così la vita dei prodotti.

“Trasformare IKEA in un business circolare è una delle nostre maggiori ambizioni e, al tempo stesso, una grande sfida per il futuro.” dichiara Ylenia Tommasato, Country Sustainability Manager di IKEA Italia. “Sviluppare nuovi prodotti seguendo i nostri principi di design circolare, ovvero utilizzando materiali rinnovabili o riciclati e dare una seconda vita a quelli già usati, ci permette di sviluppare soluzioni per un futuro più sostenibile. Siamo orgogliosi di testare in Italia un nuovo progetto che accompagni i nostri clienti ad essere parte attiva di un cambiamento positivo per un consumo sempre più consapevole, proseguendo le azioni messe in campo come quello del servizio di riacquisto dei prodotti usati attivo da anni in tutti i nostri store o il più recente Buy Back Friday”.

A caratterizzare il nuovo Hub, oltre all’esperienza maturata con l’Angolo Occasioni, ci saranno una selezione ancora più ampia di mobili recuperati e di seconda mano a prezzi accessibili a tutti e una nuova area Learn&Share, in cui sarà favorita l’interazione con i clienti e la collaborazione con le comunità locali sui temi di sostenibilità. Il Circular Hub, diventerà così un vero e proprio punto di riferimento per tutti coloro che vorrano scoprire come prolungare la vita dei prodotti IKEA attraverso consigli e suggerimenti per riparare i propri mobili.

All’interno del nuovo spazio, grazie ad un rinnovato layout, IKEA mostrerà per la prima volta ai visitatori le varie fasi del processo circolare che portano al riconfezionamento dei prodotti: dal recupero allo stoccaggio delle componenti di ricambio dei mobili che consentono di prolungarne la vita.

Saranno così gli stessi co-worker IKEA a raccontare attraverso le loro azioni concrete l’impegno di IKEA per avere un impatto positivo sulle Persone e sul Pianeta.

fonte: www.rinnovabili.it


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Recup: recupero di cibo nei mercati e inclusione sociale

 

Evitare lo spreco alimentare è ormai un’esigenza sentita da fasce sempre più ampie di popolazione, oltre che riconosciuta dalle istituzioni: come contributo nella lotta alla fame, anzitutto, ma anche per la riduzione dell’impatto ambientale legato alla produzione del cibo che altrimenti non verrebbe neanche consumato.


Da qui nel 2015 ha preso le mosse l’iniziativa di Rebecca Zaccarini, studentessa che decide di reagire davanti allo spreco di intere casse di frutta e verdura a fine giornata nei mercati di Milano: chili e chili di cibo, che come già avviene spesso nelle mense scolastiche poteva essere recuperato.

Nasce così, con un passaparola tra amici, “Recup”, progetto di economia circolare e inclusione sociale cresciuto tanto da arrivare a redistribuire, nel 2020, ben 25 tonnellate di alimenti.

Una risposta concreta, nata sul territorio, a diverse delle sfide identificate dai 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda ONU 2030: per questo Recup compare tra i progetti di “Lombardia 2030”, la sezione di questa piattaforma dedicata da Regione Lombardia alle realtà che si muovono nella direzione di una maggiore sostenibilità economica, sociale, ambientale.

Cinque anni di attività

Nel 2016 Recup diventa un’associazione, via via si espande fino a ‘coprire’ 11 mercati rionali di Milano. “Qui i volontari, in media una quarantina - spiega Lorenzo Di Stasi, portavoce e membro del Direttivo di Recup - fanno prima un sopralluogo per presentarsi ai commercianti, quindi passano a fine attività per raccogliere casse di cibo che altrimenti andrebbe buttato: frutta e verdura ancora buona, anche se magari troppo matura, che in ogni caso gli ambulanti non avrebbero modo di conservare”. Da potenziali rifiuti a risorse, insomma, grazie all’azione di Recup.

Alla raccolta e redistribuzione di tutto ciò partecipano anche - e qui sta la novità - le stesse persone che di quel cibo hanno bisogno”: persone di tutte le età, anche giovani, italiane e straniere, ognuno prende quello che gli serve, e aiuta altri. Altro valore aggiunto, chi è in difficoltà riceve alimenti freschi, ricchi di vitamine: un contributo diverso dunque dai cibi a lunga conservazione che spesso per questioni pratiche compongono gli aiuti alimentari.

Circa il 70% dei beneficiari della raccolta è donna, così come sono in maggioranza donne le socie dell’associazione. Quella che si crea è quindi una collaborazione virtuosa, a volte alcuni dei beneficiari diventano anche soci dell’associazione e comunque sul territorio si creano relazioni e nuove reti di conoscenza e solidarietà.
I numeri di una scommessa vincente

A oggi Recup conta 125 soci, “ma sono più che raddoppiati nel 2020 - racconta Di Stasi -: è stato uno degli effetti della pandemia, in tanti hanno voluto mettersi in gioco e dare una mano di fronte al crescere dei bisogni”. Partecipare alle singole giornate di raccolta del resto è facile, si può farlo anche in modo occasionale a seconda delle proprie disponibilità, contattando l’associazione o recandosi direttamente nei punti di raccolta nei mercati rionali.

Nel 2020 però è arrivato anche un altro passo in avanti: “Con il lockdown, ai primi di aprile abbiamo spostato la nostra base operativa all’Ortomercato di Milano, l’ingrosso ortofrutticolo più grande d’Italia - spiega ancora Di Stasi -. In rete con altre 15 associazioni, tra aprile e maggio con i nostri pacchi alimentari abbiamo aiutato 4.900 famiglie, con l’attività di giugno e luglio siamo arrivati a raccogliere e distribuire 17 tonnellate di frutta e verdura, per un totale di 25 tonnellate a fine 2020, raccolte anche nei 7 mercati cittadini in cui l’associazione è riuscita a tornare a settembre, dopo il lockdown.

Non solo: Recup è attiva anche sul fronte della formazione, con laboratori e comunicazione sui principi basilari dell’economia circolare e dell’educazione alimentare: una strategia anti spreco efficace parte anche da una corretta conservazione dei cibi, come da una pianificazione della spesa alimentare.

Scopri questo e altri progetti - e promuovi anche tu la tua iniziativa per uno Sviluppo Sostenibile - nella sezione “Lombardia 2030” della nostra piattaforma.

fonte: www.openinnovation.regione.lombardia.it


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A Milano arrivano i Plastic Fighters

Avviato con il contributo di Corepla, il progetto incentiva gli studenti a progettare oggetti in plastica riciclata per la comunità.












Dopo aver vinto un bando indetto dal Comune di Milano per le Politiche Sociali e sfruttando un contributo di Corepla, il progetto Plastic Fighters è partito con l’IC Sant’Ambrogio e la biblioteca Sant’Ambrogio, entrambe ubicate nel quartiere Barona a Milano.

L'obiettivo è incentivare gli studenti non solo a recuperare e riciclare la plastica, ma anche a progettare e realizzare articoli per la comunità utilizzando stampanti 3D e macchine Precious Plastic, prendendo così parte in prima persona a processi che spesso sembrano troppo lontani e astratti per poter essere compresi e gestiti.
A supportare le scuole e il lavoro dei ragazzi interverranno designer professionisti che, oltre a trasmettere la cultura del progetto e a garantire una produzione di qualità, permetteranno di comunicare il progetto all’esterno del quartiere.


fonte: www.polimerica.it


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Bus a zero emissioni, sarà un 2020 col botto

Ogni mille e-bus in strada si evita ogni giorno il consumo di 500 barili di gasolio, calcola BloombergNEF, mentre mille auto elettriche fanno risparmiare solo 15 barili di greggio. In Italia Milano è la città all’avanguardia, ma Torino annuncia nuovi acquisti















I bus elettrici sono ormai una realtà con dentro tanta Cina e un po’ d’Italia. Sulle strade dell’Impero di Mezzo, infatti, a fine 2018 circolava il 99% dei bus elettrici del mondo. Pechino ha iniziato nel 2009 a investire con generosi sussidi statali e locali e schemi di finanziamento, creando una filiera manifatturiera e dimostrando che la trazione elettrica può sostituire quella diesel (che spinge il 99% degli autobus).
I sussidi sono stati ridotti, ma secondo gli analisti della società di consulenza Navigant, a consuntivo le vendite 2019 di e-bus in Cina arriveranno a quota 163mila unità, con il resto del mondo fermo poco sopra le 4mila. A livello globale si parla di quasi 770mila bus elettrici su strada nel 2019, e per ogni tre diesel nuovi se ne compra uno a zero emissioni. Per gli analisti, nel 2019 gli e-bus in esercizio sono circa l’8% del totale su strada, ma si prevede che nel 2030 quasi un autobus su tre sarà elettrico. Da qui a 10 anni la Cina continuerà a dominare (74% delle vendite), ma la crescita maggiore avverrà altrove, Europa e Nord America in testa (14%), spinta da maturazione tecnologica e politiche ambientali.
Cosa comporta la diffusione di e-bus per la qualità dell’aria e il clima? Ogni mille e-bus in strada si evita ogni giorno il consumo di 500 barili di gasolio, calcola BloombergNEF, mentre mille auto elettriche fanno risparmiare solo 15 barili di greggio. Giù emissioni e costi del combustibile quindi, e per gli analisti l’alimentazione elettrica conviene anche in scenari di petrolio basso, sui 40 dollari/barile. Un e-bus naturalmente costa più di uno diesel; ma a fronte di maggiori costi in conto capitale e infrastrutturale, per le reti di ricarica sono dimezzati i costi della manutenzione, secondo stime del governo Usa e della Columbia University. Un costo totale di proprietà (Tco) più basso, quindi, anche se pesa quello delle batterie, che sottoposte a intensi cicli di ricarica si esauriscono prima (cicli più impattanti se ad alta potenza e veloci durante il servizio, meno se di notte in rimessa).
Fa ben sperare il loro costo decrescente, passato dai 1.000 dollari per kiloWattora del 2010 ai circa 200 dollari/kWh del 2019, con una previsione da 100 dollari/kWh verso il 2030. Shenzhen è la città leader globale per la diffusione di e-bus, oltre che la sede del gigante BYD, il principale produttore mondiale di mezzi elettrici. Poi c’è il Cile, con la capitale Santiago seconda solo alle città cinesi. Merito di Enel X, la divisione prodotti innovativi del gruppo elettrico pubblico: collaborando con BYD Chile e l’azienda cilena per il trasporto pubblico Metbus, a fine 2019 avrà in servizio oltre 400 bus elettrici ricaricabili in 9 elettro-terminal, maturando sul campo una solida e robusta esperienza e una competenza specifica. Per capire quanto Santiago del Cile sia avanti, basti pensare che nel 2019 a New York City c’erano solo 10 bus elettrici in servizio, con la Metropolitan Transit Authority che ha annunciato di volerne su strada altri 500 tra 2020 e 2024.
E in Italia? A Milano Atm da quest’anno non acquisterà più autobus diesel, e ha un piano che porterà al 2030 a una flotta bus interamente elettrica. Nei primi mesi del 2019 si è conclusa la fornitura di 25 e-bus, che diventeranno 200 entro il 2020; nel luglio scorso è stata assegnata una gara per ulteriori 250. A Torino circolano 50 e-bus Gtt di varie taglie, tra i quali venti BYD da 12 metri. La sindaca Chiara Appendino ha annunciato a breve «una gara per i bus elettrici. Il Comune non comprerà più diesel», ha detto. Intanto, sotto la Mole si testano anche i minibus elettrici a guida autonoma Olli 2, stampati in 3D. A Bologna Tper ha pubblicato un bando di gara per l’acquisto di due e-bus, con l’opzione di altri 18 per un totale di 20. Poi ci sono le sperimentazioni di Cremona, Genova, Ancona, i piani di Palermo, Messina, Padova e di tante altre città. E ci sono anche i 2,2 miliardi del ministero delle Infrastrutture e Trasporti destinati alle Regioni per l’acquisto di nuovi bus ecologici.
fonte: www.lastampa.it

ConservaMi: spazio open source dove imparare l’antica pratica della riparazione












A Milano il tempo scorre veloce. Questa iperattività rende difficile il consumo consapevole di un bene e l’incontro con persone lontane dalle proprie realtà. Nella cultura della salvaguardia ambientale è prioritario il recupero di competenze manuali, custodite spesso da cittadini più anziani e di culture straniere, che popolano in gran numero il quartiere Giambellino. ConservaMi è uno spazio open source con attrezzature utili al fai da te e persone capaci di affiancare chiunque voglia imparare l’antica pratica della riparazione. Qualsiasi oggetto, elettrodomestico o mobile può avere più vite. I volontari trasmetteranno tutto il loro know how e, in questo modo, riparando oggetti, risparmiando soldi, ci si arricchisce umanamente attraverso la condivisione. Siamo un team informale con competenze in ambito manageriale e socio-educativo che mira a collaborare con realtà no-profit del territorio, in cerca di forme innovative di consumo e relazione sociale.


QUAL È LA VOSTRA STORIA?

Siamo Annalisa e Ginevra, due donne e due cittadine attive. Siamo convinte che ciascuno di noi possa fare la differenza per la tutela ambientale e per l’inclusione sociale. Siamo laureate in cooperazione internazionale e scienze della formazione e da sempre svolgiamo attività di volontariato con persone fragili e a stretto contatto con il territorio. Abbiamo scelto di operare in Giambellino per la massiccia presenza di anziani e di stranieri e perché è un quartiere in cambiamento, oggetto del percorso di riqualificazione urbana delle periferie.

COME È NATA L’IDEA DI CONSERVAMI?


La nostra idea si ispira al Repair Cafè, luogo simbolo dell’economia circolare nato in nord Europa e che si sta diffondendo in Italia. Ci siamo rese conto di quante cose vadano buttate, cose che possono essere riparate e riutilizzate e avere una nuova vita. Abbiamo così deciso di creare una attrezzeria di quartiere per permettere agli abitanti del Giambellino di avere un luogo fisico in cui effettuare le riparazioni e uno spazio di condivisione.

CHE COSA VI STATE PORTANDO A CASA DAL PERCORSO DI FORMAZIONE AVANZATA?

La Scuola dei Quartieri ci sta insegnando che l’idea non basta, bisogna sapere come metterla in pratica, progettarla e gestirla. Stiamo imparando ad utilizzare il business model canvas, il conto economico e molti altri strumenti per la progettazione e la pianificazione dei servizi. Durante questo percorso e dalle riflessioni fatte durante le lezioni, abbiamo anche modificato la nostra proposta di valore e, in parte, anche la struttura del nostro progetto.

CHE IMPATTO VORRESTE CHE CONSERVAMI AVESSE SUL GIAMBELLINO?

Vogliamo che ConservaMi diventi un luogo di riferimento, una sorta di ProntoPro umano a cui rivolgersi per le proprie riparazioni e che, attraverso queste attività, riesca a promuovere una maggiore inclusione sociale a sensibilizzare maggiormente sui temi dell’economia circolare e della salvaguardia ambientale. Vogliamo che il Giambellino diventi un quartiere modello a cui potersi ispirare per l’attuazione di buone pratiche, da riproporre in altri quartieri.

fonte: https://www.lascuoladeiquartieri.it/

Milano, in arrivo un secondo hub antispreco. Il primo ha già recuperato 77 tonnellate di cibo

Ad un anno dall'apertura del primo centro di stoccaggio e redistribuzione delle eccedenze alimentari, che recupera il cibo di mense e supermercati e lo dona ai più bisognosi, la vicesindaca di Milano annuncia l'apertura di un secondo hub antispreco.















Il primo hub di quartiere contro lo spreco alimentare di via Borsieri a Milano festeggia un anno di età con due belle notizie. La prima è rappresentata dai numeri, che da soli raccontano la buona riuscita del progetto; la seconda è l’annuncio dell’apertura di un nuovo centro di stoccaggio e redistribuzione delle eccedenze alimentari nel municipio 3 di Milano, in via Bassini 26. E non è tutto: “L’ambizione che avevamo inizialmente prende corpo – spiega la vicesindaca della città con delega alla Food policy, Anna Scavuzzo –. Abbiamo dato il via al secondo hub, ne stiamo consolidando altri due e contiamo, entro fine mandato, di onorare l’impegno in tutti i nove municipi”. Oltre al Comune di Milano, all’iniziativa collaborano Assolombarda, Banco alimentare della Lombardia, programma Qubì di Fondazione Cariplo e Politecnico di Milano.

I numeri dell’hub antispreco

A parlare, appunto, sono i numeri: a dodici mesi dall’apertura del primo hub antispreco sono state salvate 77 tonnellate di cibo per un valore di 308mila euro. Ma che fine fanno le eccedenze? L’equivalente di 154mila pasti è stato redistribuito, attraverso reti locali di quartiere, a chi ne ha più bisogno: il totale è di 1.300 nuclei familiari, cioè circa 3.950 persone.


“Un bell’esempio di collaborazione e sinergia tra pubblico e privato”, prosegue Anna Scavuzzo. Dopo un percorso di sensibilizzazione, infatti, Assolombarda ha individuato e coinvolto alcune aziende: le prime realtà ad aderirvi sono state Siemens, Maire Tecnimont, Pirelli, Number1, Pellegrini, Samsung e Armando Testa – quelle del quartiere Isola – che donano il 75 per cento dell’eccedenza alimentare prodotta a beneficio di ventuno onlus del territorio. “Stiamo cercando di allargare il bacino – spiega il direttore generale di Assolombarda, Alessandro Scarabelli – e nel secondo hub ci saranno altre imprese a noi associate, già pronte a sostenere l’iniziativa”.

L’impatto ambientale

Il piano, oltre ad avere un forte impatto etico e sociale, ne ha certamente anche uno ambientale: in un anno di attività dell’hub sono stati risparmiati 77mila metri cubi di acqua e 240 tonnellate di emissioni di anidride carbonica. Cifre che fanno ben sperare, considerando che “siamo riusciti a costruire un modello replicabile in altre realtà di Milano – spiega Marco Melacini, professore di Logistica e responsabile scientifico dell’Osservatorio food sustainability del Politecnico di Milano –; un modello che mette insieme le eccellenze già presenti sul territorio e non solo raccoglie e distribuisce le eccedenze, ma introduce anche un sistema di misura dello spreco, che permette alle realtà coinvolte di migliorare progressivamente il processo”.
L’effetto per le aziende donatrici si concretizza nella riduzione di Tari (del 20 per cento) e iva. Naturalmente anche la componente economica non è affatto trascurabile: “Basti pensare che lo spreco di cibo vale l’1 per cento del pil italiano, cioè 15 miliardi di euro”, spiega il direttore generale di Assolombarda, Scarabelli.
hub antispreco Milano
Il primo hub di quartiere contro lo spreco alimentare di via Borsieri a Milano festeggia un anno di età con due belle notizie: sono state salvate 77 tonnellate di cibo, ed è stata annunciata l’apertura di un nuovo centro di recupero delle eccedenze © Banco alimentare
La strada è in salita, ma sembra essere quella giusta. Specialmente a livello individuale, perché nel nostro piccolo tutti possiamo – anzi, dobbiamo! – dare il nostro contributo. I lombardi sembrano essere a buon punto nella strada verso la redenzione, considerando il primo monitoraggio 2020 dell’Osservatorio nazionale waste watcher di Last minute market con Swg, promosso da Whirlpool e dedicato alla Lombardia, dove la sensibilizzazione sembra essere più radicata che altrove in Italia. Qui un cittadino su due getta il cibo meno di una volta al mese e solo il 4 per cento dichiara di buttare alimenti più volte alla settimana, contro il 7 per cento degli italiani. La soluzione è una spesa oculata per il 69 per cento dei lombardi, il congelamento degli avanzi per il 62 per cento.
fonte: www.lifegate.it