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Greenpeace Italia: rischio di recepimento al ribasso della Direttiva sulla plastica monouso

La sostituzione con articoli monouso in plastica compostabile non sarebbe coerente con la disciplina comunitaria



Secondo il rapporto “Dalla riduzione del monouso in plastica alla riduzione del monouso: indicazioni per il recepimento della direttiva SUP in Italia” di Greenpeace Italia, «Non stiamo andando nella giusta direzione, in Italia, per risolvere il problema della plastica. Se il recepimento della direttiva europea sulle plastiche monouso (SUP) avvenisse secondo i criteri attualmente previsti nella legge di delegazione europea 2019-2020, rischiamo di violare le indicazioni comunitarie. Risulta al momento permesso l’utilizzo di articoli monouso in plastica compostabile in alternativa agli articoli monouso in plastica per i quali la SUP prevede il divieto di immissione sul mercato (stovigliame). La direttiva vieta, però, di ricorrere a tali materiali».

Il rapporto redatto dall’ingegner Paolo Azzurro, consulente tecnico in materia di rifiuti ed economia circolare, per conto di Greenpeace Italia, esamina le azioni intraprese finora dal nostro Paese e quelle già adottate da altri Paesi nel quadro delineato dalle politiche europee.

Secondo Giuseppe Ungherese, responsabile della campagna inquinamento di Greenpeace Italia, «Se verrà confermato il forte sbilanciamento verso la sostituzione del monouso in plastica con alternative in materiale compostabile sembra difficile che tale recepimento sia accettabile dagli organi comunitari competenti. La maggior parte delle norme finora adottate in Italia, ha promosso e incentivato la sostituzione dei prodotti monouso realizzati in plastica tradizionale con prodotti monouso realizzati in bioplastica compostabile, anche laddove sarebbe stato possibile adottare misure in grado di superare il ricorso all’usa e getta».

Greenpeace evidenzia che «Limitare i danni delle plastiche sull’ambiente non vuol dire sostituire i materiali, spostando così gli impatti su altri comparti ambientali e lasciando inalterato il modello dell’usa e getta. Bisogna ridurre il ricorso al monouso, costruendo le condizioni economiche, fiscali e regolamentari per la diffusione e il consolidamento di modelli di business e di consumo basati sull’utilizzo di prodotti durevoli, riutilizzabili, sostenendo la vendita di prodotti sfusi».

Il rapporto fa notare che altri Paesi, a partire dalla Francia, «Hanno già adottato numerose misure volte a ridurre il consumo di prodotti in plastica monouso promuovendo la diffusione di prodotti e imballaggi riutilizzabili, inclusi bicchieri e tazze per bevande, contenitori per alimenti per il consumo sul posto e da asporto. Lo stesso per le bottiglie per bevande, settore nel quale l’Italia vanta il triste primato di primo paese in Europa (e il terzo nel mondo) per consumo di acqua minerale in bottiglia».

Azzurro evidenzia che «Il recepimento della Direttiva SUP in Italia dovrebbe darsi il chiaro obiettivo di favorire, promuovere e stimolare l’adozione di modelli, comportamenti e prassi operative che diano assoluta priorità ad azioni di prevenzione (eliminazione, riutilizzo) rispetto a quelle volte alla sostituzione dei prodotti in plastica monouso con altri prodotti monouso, ferma restando ovviamente l’esigenza di garantire le misure necessarie per salvaguardare la salute di operatori e consumatori».

Greenpeace sottolinea che «Il recepimento della Direttiva SUP entro il prossimo 3 luglio e gli investimenti sull’economia circolare previsti nel PNRR impatteranno profondamente sulla capacità del Paese di accelerare la transizione verso un modello economico circolare. Non sarà sufficiente, tuttavia, potenziare le infrastrutture di raccolta, trattamento e riciclo dei rifiuti. Servono interventi a monte della filiera, in grado di ridurre drasticamente il consumo di risorse naturali, la pressione esercitata dalle attività umane sugli ecosistemi e la produzione di rifiuti».

Ungherese è convinto che «Il modello economico lineare può essere rotto dall’economia circolare, una delle direttrici alla base delle strategie europee e parte del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Tuttavia, l’interpretazione all’italiana di tale paradigma, contenuta nelle bozze redatte dal Governo circolate finora, sembra partire dall’assunto che il riciclo sia una pratica da perpetuare all’infinito. Partendo da questa errata convinzione il PNRR destina molte risorse alla costruzione di nuovi impianti di riciclo che, sebbene siano necessari in alcune aree del Paese, da soli non risolvono il problema di un sistema che produce valanghe di rifiuti. Al contrario serve applicare una vera economia circolare che implichi condivisione, prestito, riutilizzo, riparazione, ricondizionamento, prevenzione dei rifiuti e, solo alla fine, il riciclo. Insomma, si tratta di un nuovo modello di produzione e consumo che ha un unico grande obiettivo: far durare, il più a lungo possibile, i materiali naturali e avviarli a riciclo solo quando non è più possibile utilizzarli per essere trasformati, auspicabilmente, negli oggetti di partenza. Una strategia che cozza col crescente ricorso ad applicazioni usa e getta di cui la plastica ne è l’esempio più eclatante. Decine di imballaggi, flaconi, bottiglie e contenitori entrano quotidianamente nelle nostre vite e, stando ai numeri ufficiali, il sistema di recupero è in grado di riciclarne sono una parte, inferiore al 50%».

Per questo, Greenpeace Italia ha presentato 5 proposte concrete per uscire dall’usa e getta: «Incentivando col PNRR meccanismi come il riuso e la ricarica è immediatamente possibile ridurre i rifiuti prodotti con misure ad hoc sulla frazione monouso, e non solo, con: 

1. l’introduzione di regimi di fiscalità agevolata per le aziende che ricorrono a sistemi basati sullo sfuso e sulla ricarica in modo da portare la quantità di beni venduti con tali modalità al 50 per cento entro il 2030. 

2. l’introduzione di meccanismi rigorosi di responsabilità estesa del produttore per quei manufatti che oggi non hanno una seconda vita. 

3. l’inserimento di obiettivi vincolati sulla riduzione dei consumi a monte, adottando alcuni dei recenti provvedimenti francesi che prevedono, entro il 2030, di ridurre del 50% l’immesso al consumo delle bottiglie in plastica, imballaggio di cui l’Italia è il maggiore utilizzatore, per quel che riguarda le acque minerali, nell’intero continente europeo. 

4. evitando ulteriori rinvii per la Plastic Tax e destinando i proventi alle aziende che utilizzano nuovi modelli di business basati sullo sfuso e sulla ricarica. Si potrebbe inoltre allargare il raggio d’azione dell’imposta che prescinda dal tipo di materiale e includa tutte le applicazioni monouso. 

5. l’impiego di risorse da destinare al tessile, uno dei settori chiave per il Made in Italy, comparto in cui il riciclo oggi è una chimera.

Le linee guida europee per il PNRR chiedono agli stati membri di sviluppare degli hub di riciclo per le fibre tessili: è quindi un’occasione persa non sfruttare le competenze già presenti nei principali distretti tessili nazionali e l’approccio delle aziende del Consorzio Italiano Detox. A Draghi e Cingolani suggeriamo di destinare delle risorse a tali interventi, così riusciremo a disegnare un futuro sostenibile con meno rifiuti e meno inquinamento».

fonte: www.greenreport.it

 

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La Fase 2 fa male all’ambiente: il pericoloso ritorno dell’usa e getta (e della plastica)




Con la riapertura dei bar o comunque la possibilità di asporto, torna anche il monouso. Dal caffè alla brioche, tutto viene imballato e per evitare tonnellate di rifiuti, è necessario che i gestori si dotino di materiali compostabili e biodegradabili.

La pandemia da coronavirus ha sicuramente sconvolto le nostre abitudini e il modo di vivere, mettendo anche in discussione, i modelli di consumo e lo smaltimento dei rifiuti. Si è tornati al monouso e alla plastica, per questo è necessario che nella Fase 2, si pensi a un’economia più sostenibile e circolare.

Gli scienziati lo dicono da tempo, se si continua così nel 2050 ci sarà in mare più plastica che pesci. Questo avvertimento era già inquietante prima dell’emergenza coronavirus, adesso lo è ancor di più, perché le misure anti-contagio prevedono produzione di rifiuti. Di guanti e mascherine abbiamo già parlato, adesso il problema riguarda caffè e cibi d’asporto.

In questo periodo di lockdown, il mondo si è messo in stand-by e la conseguenza positiva è stata la riduzione delle emissioni di gas serra, del traffico e dell’inquinamento. Ma con il ritorno pian piano alla normalità tutto questo sta scomparendo. E sono bastati pochissimi giorni per vanificare tutti i benefici dello stop dell’umanità.

Abbiamo visto le immagini degli animali impigliati nelle mascherine disperse nell’ambiente, così come quelle del fiume Sarno tornato nero solo al primo giorno di riavvio delle attività…

E quando riapriranno altre attività, come ad esempio i parrucchieri, sarà anche peggio:

Ora più che mai è necessario ripensare ad un’economia circolare per non vanificare gli sforzi fatti.

C’è da dire comunque che, secondo il dossier di Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile “Pandemia e sfide green del nostro tempo”, il coronavirus ha provocato un’impennata di rifiuti di carta e plastica dovuti principalmente ad acquisti online e servizio d’asporto. Molta più plastica, quindi, provocata da packaging, delivery e grande distribuzione.

“Consumando, ci limitiamo solo a vedere i prodotti finiti e gli oggetti che usiamo, ma difficilmente riflettiamo sul fatto che questi prodotti e oggetti sono fatti con materiali prelevati in grandi quantità in diverse parti del mondo. Il consumo di materiali nel mondo è cresciuto ad un ritmo doppio di quello della popolazione. Dal 1970 al 2017 la popolazione mondiale è aumentata di 2 volte: da 3,7 7,5 miliardi. Dal 1970 al 2017 il consumo mondiale di materiali è aumentato di ben 4 volte: da 26,6 a 109Gt. Il consumo di materiali pro-capite è raddoppiato: da 7,2t nel 1970, a 14,5t nel 2017”, si legge nel dossier.

Tornando al problema rifiuti, le problematiche sono anche legate a difficoltà organizzative e logistiche, in particolare dovute alla carenza di personale – esposto al rischio di contagio e anche contagiato – alle difficoltà delle aziende a fornire prontamente al personale la dotazione dei necessari dispositivi di protezione individuale.

La Fase 2 è appena iniziata ma, secondo la Coldiretti, è già il trionfo del take away. Più di 1 italiano su 3 (37%) acquista cibo da asporto, grazie anche alla ripresa del lavoro per 4,4 milioni di italiani. Per questo, è fondamentale fare scelte responsabili a favore dell’ambiente, scegliendo sia prodotti biodegradabili e compostabili che conferendo correttamente i rifiuti.

Insomma, non abbiamo imparato proprio niente…

Fonte: Dossier Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile


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Mamme No Inceneritore: “Alia e il compostabile, una sconfitta figlia di 15 anni di arretratezza”


















Grazie al lavoro giornalistico di Lady Radio abbiamo scoperto che ALIA non è in grado di gestire una importante quantità di prodotti venduti in commercio e correttamente dichiarati 100% compostabili.
In particolare ALIA, tramite il suo amministratore delegato Alessia Scappini, afferma che “le bioplastiche negli impianti di compostaggio vengono scartate oppure finiscono in frammenti che contaminano il compost finale, che a quel punto non potrà essere utilizzato in agricoltura ma dovrà essere trattato come un rifiuto!”. 
Durante l’intervista ALIA si spinge oltre e arriva a dichiarare che “l’unica cosa che al momento possiamo indicare è che questo tipo di rifiuto venga messo nell’indifferenziato”.
Avete sentito bene, uno dei gestori di rifiuti piu’ grandi d’Italia, che copre le province di Firenze, Prato e Pistoia, con contratto ventennale per 5 Miliardi di euro, invece di attivarsi per operare bene come gestore, invita i cittadini a non differenziare bene i rifiuti!
Questo è troppo! L’unico appello corretto  che abbiamo sentito è quello di invitare a usare SOLO STOVIGLIE DUREVOLI o, in deroga, piatti e bicchieri di carta e forchettine di legno compostabili al 100% in tempi rapidi. Ma una grossa azienda come Alia  deve affrontare il problema. Le BIOPLASTICHE in commercio oggi non sono certamente perfette e non combattono la pratica nefasta per l’ambiente dell’USA E GETTA, ma sono un prodotto che esiste e rispetta le normative vigenti in tema di  biodegradabilita’ e compostabilita’ e quindi devono poter essere gestite nella filiera dell’organico.
Noi riteniamo che l’atteggiamento di ALIA sia completamente sbagliato. Studiando il modo di comportarsi di decine di gestori dei rifiuti in Italia (e dei comuni da loro coperti), abbiamo verificato che chi lavora bene ha tre regole semplici e basilari:
– la responsabilità delle buone pratiche è equamente divisa tra 3 attori: cittadini e aziende, amministrazioni locali e gestori dei rifiuti;
– al cittadino va chiesto di fare una buona raccolta differenziata, e per farlo il gestore deve offrire un buon servizio domiciliare e le amministrazioni devono premiare tramite un sistema di tariffazione puntuale;
– il gestore deve occuparsi della raccolta, dell’avvio a riciclo dei materiali differenziati e dello smaltimento dei rifiuti residui. Sta al gestore, insieme alle amministrazioni, decidere quali soluzioni adottare, se costruire impianti o affidare ad altre aziende alcune attività.
Fino ad oggi la quasi totalità dei comuni dell’ATO Toscana Centro, con Firenze in testa, ha impedito ad ALIA di dotarsi della impiantistica per una corretta gestione dei rifiuti. Fino a qualche mese fa  si era pronti a buttare via 170 Milioni di Euro per la costruzione di un nuovo inceneritore, e per questo non si è fatta ad esempio la ristrutturazione, nell’area di Sesto Fiorentino, dell’impianto di Trattamento Meccanico Biologico, dotandolo di un migliore filtro anti-odori (vedere impiantistica del Consorzio Contarina nel trevigiano) o la costruzione di fabbriche del riciclo avanzate.
Alle amministrazioni e ad ALIA lanciamo un semplice appello:
– investire rapidamente in impiantistica in grado di selezionare il materiale bioplastico rigido nel percorso di gestione del rifiuto organico in modo da ottenere COMPOST di qualità da utilizzare in agricoltura e non un altro rifiuto.
–  nel medio termine costringere i produttori di bioplastiche ad investire in impiantistica in grado di recuperare i materiali da loro prodotto;
Suggeriamo inoltre di ELIMINARE tutti i cassonetti: con il sistema a cassonetto non si può avere una raccolta differenziata di qualità; nel cassonetto dell’organico ad esempio, oltre alle BIOPLASTICHE RIGIDE, ci vanno a finire tanti altri rifiuti non biodegradabili né compostabili!
In conclusione: concordiamo sul fatto che l’USA E GETTA deve essere bandito, sia in plastica che in bioplastica: è ambientalmente insostenibile. Un piatto/bicchiere/forchetta in bioplastica è sicuramente di difficile gestione in impianti industriali e, qualora abbandonato nell’ambiente, ha tempi di degradazione di alcuni anni. Ma questo non toglie la responsabilità alle amministrazioni e ad ALIA.
Ora sta al gestore, che è in ritardo di almeno 10 anni, dotarsi di impiantistiche o soluzioni che indirizzino questo tipo di rifiuti verso cicli virtuosi.
Mamme No Inceneritore
fonte: https://tuttosesto.net

Stoviglie in plastica monouso, Federdistribuzione pronta all’addio entro il 30 giugno 2020

Negli oltre 15mila punti vendita e supermercati associati acquistano 60 milioni di persone ogni settimana. Ma con quali prodotti verranno sostituite?



















Dopo l’iniziativa di Unicoop Firenze sui prodotti in plastica monouso è l’intero comparto di Federdistribuzione – con oltre 15mila punti vendita sparsi lungo lo Stivale e un parco clienti da 60 milioni di persone alla settimana –  a prendere posizione in merito: «Elimineremo le stoviglie in plastica monouso dai nostri punti vendita ben prima che entri in vigore la legge», dichiara il presidente Claudio Gradara facendo riferimento alla direttiva Ue approvata a marzo, che pone restrizioni sul mercato delle plastiche monouso entro il 2021 ma che è ancora in attesa di essere adottata all’interno dell’ordinamento normativo italiano.
«Con le imprese associate abbiamo preso un impegno preciso – dettaglia Gradara – Dal 1° luglio di quest’anno affiancheremo ai prodotti in plastica monouso altri prodotti in materiale riciclabile (ma anche gli attuali imballaggi in plastica monouso sono avviabili a riciclo, ndr) e compostabile, offrendo una concreta alternativa ai clienti, ed entro il termine massimo del 30 giugno 2020 tutte le stoviglie in plastica monouso usciranno definitivamente dai nostri scaffali. Non escludo che alcune aziende possano anticipare questi tempi».
Si tratta di un impegno importante e di ampio impatto sulla filiera della distribuzione organizzata italiana, ma non è ancora chiaro se e come le plastiche tradizionali monouso verranno sostituite con altri prodotti monouso in altri materiali. Come noto infatti la direttiva introduce nuovi e più sfidanti obblighi per l’avvio a riciclo di alcuni prodotti in plastica, per il maggior impiego di plastica riciclata, e proibisce l’immissione al consumo di alcune categorie di beni monouso come posate, piatti, cannucce, agitatori per bevande e bastoncini per palloncini.
L’obiettivo dichiarato è quello di  porre un freno all’inquinamento provocato dai rifiuti marini – in larga parte composti da materiali plastici – che ormai affollano i nostri mari, ma per raggiungere il target non è sufficiente sostituire i prodotti in plastica tradizionale monouso con, ad esempio, gli stessi prodotti in bioplastica compostabile; un punto sul quale si è espressa chiaramente anche l’industria di settore. «Le bioplastiche – ha sottolineato nei giorni scorsi Marco Versari, presidente di Assobioplastiche – sono prodotti che forniscono soluzioni a specifici problemi, pensati per essere gestiti nel circuito del compostaggio industriale. Non sono la soluzione all’abbandono dei prodotti in mare o in altri ambienti, e nessuno ha mai tentato di accreditarle come tali».

Ciò non toglie che, quando possibile, sostituire la plastica tradizionale con quella biodegradabile permette di fare a meno di una risorsa non rinnovabile come il petrolio, oltre a ridurre gli impatti ambientali in caso di dispersione dei rifiuti nell’ambiente, ma per affrontare il problema alla radice occorre ridurre i beni monouso – di qualsiasi tipo – immessi sul mercato a favore di quelli durevoli, e soprattutto evitare che i rifiuti vengano dispersi nell’ambiente. Al contrario occorre conferirli negli appositi contenitori, in modo che una volta differenziati possano essere avviati a riciclo attraverso impianti industriali dedicati (la cui presenza sul territorio è dunque imprescindibile) e diventare infine nuovi prodotti da re-immettere sul mercato, anziché spazzatura galleggiante nei nostri mari.

fonte: www.greenreport.it

Rimini: in spiaggia dal 1° luglio 2019 niente bicchieri e cannucce in plastica usa e getta

Negli stabilimenti balneari sarà consentito vendere bevande in bicchieri di carta monouso o di materiale compostabile monouso o di materiale plastico lavabile in lavastoviglie e riutilizzabile
















"Ai fini della tutela dell’ambiente, sulle spiagge del Comune di Rimini è vietata la vendita di bevande in bicchieri di plastica usa e getta e la distribuzione ai clienti sia di bicchieri sia di cannucce in plastica usa e getta; è consentito vendere bevande in bicchieri di carta monouso o di materiale compostabile monouso o, infine, di materiale plastico lavabile in lavastoviglie e riutilizzabile nonché distribuire ai clienti bicchieri e cannucce monouso di carta o di materiale naturale o comunque compostabile". E' quanto prevede l'ordinanza Balneare comunale 1/2019 del Comune di Rimini. "A seconda della tipologia di bicchieri e cannucce monouso eventualmente utilizzati nel punto vendita (bar, ristorante o risto-bar), i concessionari interessati - si legge ancora nell'ordinanza - dovranno farsi carico di comunicare adeguatamente alla clientela la tipologia di materiale se carta o compostabile e, nel caso, di collocare negli spazi comuni dell’attività contenitori per il corretto conferimento dei rifiuti. Al fine di smaltire eventuali scorte di materiale in plastica il divieto di cui sopra decorre dall’1 luglio 2019". 

fonte: www.ecodallecitta.it

Sacchetti ortofrutta: le etichette del prezzo non sono compostabili. Ma qualcosa sta cambiando…anche per i bollini della frutta



























C’è chi dà la colpa al legislatore distratto e chi alle catene di supermercati, ma una cosa è certa, quando il 1° gennaio 2018 è iniziata la vendita di sacchetti monouso compostabili per la frutta e la verdura, qualcuno si è dimenticato dell’etichetta. La norma non prevedeva nessun obbligo per l’etichetta adesiva che riporta il prezzo da pagare e che si appiccica al sacchetto. Il risultato è che 6 mesi fa solo la catena di supermercati Esselunga proponeva ai consumatori sacchetti con etichette del prezzo compostabili. Negli altri supermercati le etichette non erano compostabili e quindi per usare il sacchetto come contenitore per il rifiuto umido di casa, bisognava avere l’accortezza di staccare l’etichetta senza rompere il sacchetto.
I clienti più attenti all’ambiente avevano imparato ad applicare l’etichetta adesiva del prezzo nella parte alta del sacchetto in modo da poterla ritagliare con le forbici e utilizzare la borsina per l’umido. È facile immaginare che nella maggior parte dei casi i sacchetti della frutta e della verdura finivano nel bidone dell’umido con l’etichetta contaminando così il rifiuto organico.
Qualcosa però sta cambiando. Se nel gennaio 2018 solo Esselunga era in grado di vendere sacchetti con etichette compostabili adesso anche Bennet e Iper adottano lo stesso sistema. Conad ha iniziato la conversione da qualche settimana e conta di concludere l’operazione entro fine anno. Per quanto riguarda la catena di supermercati Coop, ci sono  realtà come  Novacoop, Coop Lombardia, Coop Liguria e Unicoop Firenze che impiegano già etichette compostabili.
Secondo gli esperti  il prezzo  lievita di circa il 20%  (0,005 millesimi di euro al posto di 0,004), ma questo dovrebbe essere il problema minore.
Un discorso analogo riguarda i bollini della frutta. Questi sticker, che una volta venivano utilizzati solo sulle banane Chiquita,  sono diventati il marchio di riconoscimento per: mele, pere, kiwi, meloni… e persino le noci di cocco. Anche in questo caso il problema è capire se si tratta di bollini biodegradabili e compostabili, da buttare insieme alla buccia del frutto nel rifiuto umido, oppure se vanno staccati prima. Tranne qualche eccezione i bollini della frutta andrebbero tolti  e messi nel rifiuto indifferenziato perché non sono compostabili. Si tratta di centinaia di milioni di pezzi che ogni giorno finiscono erroneamente nel sacchetto dell’umido di casa.
Sacchetti ortofrutta esselunga
Il cartello nei supermercati Esselunga avvisa i clienti che le etichette dei sacchetti dell’ortofrutta sono compostabili
“In questo periodo – spiega a Il Fatto Alimentare Luca Bianconi della Polycart – una catena di supermercati sta provando a utilizzare la nostra etichetta CompostLabel (in bioplastica compostabile) per le linee di prodotto bio. Siamo ancora in una fase sperimentale perché gli ostacoli da superare sono diversi e poi bisogna trovare una condivisione sinergica con i macchinari di confezionamento“. La scelta ecologica comporta una lievitazione dei costi per i singoli bollini del 50% circa. La catena di supermercati Coop ha dichiarato a Il Fatto Alimentare che il processo di adeguamento verso l’adozione di bollini “eco” per la frutta è in corso e che al momento solo alcuni sono biodegradabili e compostabili, certificati. Si sta però lavorando per ampliare la rete di punti vendita coinvolti nella sperimentazione.
I bollini sulla frutta non sono ancora biodegradabili e compostabili
Il Consorzio delle mele Melinda, interpellato da Il Fatto Alimentare, da anni porta avanti la ricerca per ottenere bollini biodegradabili, senza avere trovato una soluzione. Le mele vengono movimentate attraverso una corrente di acqua, e questo rende difficile trovare un bollino di materiale compostabile in grado di resistere. Poi bisogna considerare la conservazione  in ambiente freddo e umido, che innesca un processo di degradazione del materiale. L’unica nota interessante è che molti bollini sono dotati di una linguetta che ne facilita la rimozione prima del consumo in modo facilitare il distacco.
fonte: www.ilfattoalimentare.it

Raccolta differenziata: a New York organico al 400% grazie all’Italia

















Una raccolta differenziata dell’umido cresciuta fino al 400%. Questo il bilancio che il CIC ha tracciato dopo l’esperienza vissuta negli Stati Uniti, più precisamente a New York (Stuyvesant, Manhattan), dove la contribuzione di materiali dei cittadini è risultata 4 volte quella registrata prima della campagna svolta dal Consorzio Italiano Compostatori.


Gli esperti italiani del Consorzio Italiano Compostatori (CIC) hanno puntato a incrementare qualità e quantità dei rifiuti organici raccolti attraverso l’introduzione di strumenti e informazioni volti a coinvolgere i cittadini. La presentazione dei risultati è avvenuta in corrispondenza della settimana della consapevolezza del compost (ICAW), organizzata dai compostatori statunitensi.


Il progetto è stato realizzato nel complesso di Stuyvesant, a Manhattan, per l’interessamento complessivo di 25 mila abitanti. Si è puntato in particolare alla maggiore sensibilizzazione di circa 600 famiglie, con ottimi risultati secondo quanto ha affermato Michele Giavini, esperto del CIC che ha coordinato il progetto: "Secondo le nostre stime, prima della prova solo un 10-15% dell’organico prodotto nella zona oggetto interessata dallo studio veniva depositato correttamente dai cittadini nel bidone marrone."

Con la sperimentazione abbiamo introdotto nuovi elementi come la fornitura agevolata di sacchetti compostabili ed un bidone di raccolta più prossimo alla propria abitazione: in questo modo l’intercettazione del rifiuto è aumentata di circa 4 volte arrivando a un 60-70% del potenziale, e mantenendo un livello di qualità molto alto degli scarti di cucina raccolti.


Italia in primo piano nel settore e pronta a esportare il proprio modello di successo all’estero. Anche negli USA, dove la raccolta dell’organico è attivo in appena 320 Comuni (perlopiù in California), per l’interessamento di 4-5 milioni su 325 milioni totali. Secondo quanto dichiarato in conclusione da Massimo Centemero, direttore CIC e vice presidente ECN (European Compost Network): "Nell’ambito della raccolta dell’umido l’Italia ha molto da insegnare all’estero: in Europa siamo pronti a recepire le nuove norme del Pacchetto sulla Circular Economy, siamo lo stato più avanzato anche rispetto alla Germania."

Abbiamo visto come anche negli Stati Uniti il modello nato in Italia e basato su un sistema comodo ed efficace, a partire dalla cucina fino al punto di raccolta, è quello che permette la migliore partecipazione del cittadino.

Numeri che adesso non potranno che aumentare, anche grazie all’approvazione da parte del Parlamento Europeo del pacchetto sull’Economia Circolare che prevede l’obbligo dal 2023 della raccolta differenziata del rifiuto organico (“bio-waste”) per produrre compost di qualità e riportare la sostanza organica nel suolo.


fonte: http://www.greenstyle.it

ECOFESTE SCOLASTICHE

Questo progetto, ideato e proposto da noi associazioni ambientaliste, è stato patrocinato dal Comune di Faenza e diramato a tutte le scuole con l'invito ad aderire: una buona pratica da copiare in ogni Comune!



ECOFESTE SCOLASTICHE

Il Comune di Faenza e il Centro Educazione Ambientale (Ceas)
in collaborazione con il
Comitato Ambiente Unione Romagna Faentina
 (Legambiente Lamone, Gruppo Acquisto Solidale di Faenza, No al Nucleare, Sì alle Rinnovabili, Rete Rifiuti Zero Emilia Romagna, Ass. Fuori dal Coro, Comitato Acqua Pubblica, Fiab Faenza Forlì, Salvaiciclisti Faenza, Comitato Ambiente e Paesaggio Castelbolognese, Comitato Brisighella Bene Comune)

Propongono a tutte le scuole il seguente progetto sperimentale:

Contesto e obiettivi del progetto:
La scuola svolge da tempo una funzione educativa molto importante in tema “ambientale”, ne è prova il progetto “Ecolabel-Schools” a cui varie scuole hanno aderito. Le feste scolastiche sono un’ottima occasione per sensibilizzare grandi e piccini al rispetto dell’ambiente e dovrebbero essere gestite in modo coerente con quanto gli alunni praticano durante l’orario scolastico: ridurre i rifiuti e differenziarli. Questo progetto è in attuazione dell’ODG 30/5/2016 “Disimballiamoci” che impegna il Comune di Faenza (tra le altre azioni) a favorire e incentivare le ecofeste, con materiali lavabili o compostabili.

Descrizione del progetto:
Il Comune mette a disposizione delle scuole un KIT di 1200 bicchieri e 1200 piatti  di plastica dura, lavabile, atossica, da usare durante le feste scolastiche, le feste di classe o altre occasioni, in modo da evitare l’uso di plastica usa e getta. I volontari del Comitato Ambiente si rendono disponibili a informare, collaborare e aiutare i comitati organizzatori delle feste.
Verrà dato il logo Ecofesta Scolastica (da esporre durante la festa, nel sito della scuola e nel sito del comune) alle feste scolastiche che rispettano i seguenti punti  (nell’anno 2018 dovranno rispettare almeno i primi 3 punti, dall’anno 2019 tutti i punti):
1.                  Nominare un “responsabile ambiente” (genitore o insegnante) per ogni scuola: quest’ultimo si relazionerà con le associazioni e il Ceas, e garantirà il rispetto del progetto “ecofesta”.
2.                  Vigilare sulla raccolta differenziata in modo scrupoloso: dovranno essere posizionati bidoni di carta, PLV, organico, indifferenziato. I volontari del Comitato Ambiente aiuteranno (se richiesto) nell’organizzazione prima e durante la festa. Si consiglia di coinvolgere anche i bambini nella “vigilanza ambientale”.
3.                  Utilizzare unicamente posate e stoviglie lavabili oppure compostabili. Se le scuole hanno scorte in plastica usa e getta possono finire le scorte, ma non dovranno comprarne di nuove. Nell’anno 2018 la Gemos fornirà stoviglie compostabili alle scuole che aderiscono al progetto. Mentre se si utilizzano stoviglie lavabili, queste saranno ritirate e lavate al termine della festa dai volontari del Comitato Ambiente presso la lavastoviglie industriale gentilmente messa a disposizione dal C.A.B. di Samorì Andrea (via Calzi 3 Faenza).

4.                  Distribuire acqua pubblica tramite caraffe, borracce, distributori alla spina, evitando di vendere/usare bottiglie e bottigliette di acqua minerale in plastica usa e getta. Si può in alternativa contattare Romagna Acque per prenotare l’autocisterna gratuitamente ma bisogna prenotarsi con un certo anticipo. [1]

Stoccaggio del kit lavabile:
Legambiente si rende disponibile a stoccare piatti e bicchieri lavabili, in sede da definire. I volontari di Legambiente si rendono disponibili a portare il kit nelle scuole in occasione delle feste scolastiche, su richiesta delle stesse e ritirarli per lavarli.
Nel caso in cui due o più feste scolastiche saranno organizzate lo stesso giorno su due diverse scuole, il kit sarà diviso in base alle esigenze, cercando di soddisfare tutti. Su richiesta, le scuole potranno tenere durante tutto l’anno scolastico una parte del kit, da usare nelle feste di compleanno organizzate in classe o altre occasioni (feste di Natale, ecc…). Va da sé che il giorno precedente, il giorno stesso e il giorno successivo alla festa scolastica, questi bicchieri e piatti non potranno essere usati in feste di classe, ma dovranno essere messi a disposizione della festa più grande. Durante il periodo estivo, si può prevedere il noleggio gratuito di una parte del kit ai centri estivi, ma tale utilizzo va concordato volta per volta con il Comitato Ambiente.
Valutazione e monitoraggio del progetto:
Il Ceas in collaborazione con il Comitato Ambiente provvederà a somministrare ai responsabili ambiente dei comitati festa un questionario di autovalutazione e sarà disponibile a discutere sui punti critici e su eventuali miglioramenti.  
Durata e estensione del progetto:
A settembre 2018, in base all’andamento del progetto sperimentale, il Comune, il Ceas e il Comitato Ambiente decideranno con quali modalità estendere il progetto a tutte le scuole di Faenza.
Info: Per adesione e info sul progetto: legambientelamone@libero.it

fonte: famiglie-rifiutizero.blogspot.it

I am not plastic: il sacchetto che quando non serve più si può mangiare e bere














Sacchetti che non solo non inquinano i mari, ma possono trasformarsi in acqua e cibo per persone e animali. L’idea che fa bene all’ambiente è del biologo indonesiano Kevin Kumala.
Dopo anni negli Stati Uniti, Kevin Kumala è tornato nella sua Bali, ma ciò che ha trovato davanti ai suoi occhi l’ha letteralmente sconvolto. Le spiagge sconfinate e l’acqua cristallina del mare avevano lasciato spazio a rifiuti di ogni sorta, capitanati dalla plastica.
Una situazione a cui non è estranea neanche l’Italia, ma un fenomeno globale tanto che c’è già a chi sta pensando alla pulizia degli oceani grazie a dei dispositivi realizzati ad hoc.
Ma prevenire è sempre meglio che curare, soprattutto in paese come l’Indonesia dove si stima che circa 3,2 milioni di tonnellate di plastica siano riversate nella costa. 

Non a caso, dopo la Cina, il paese indonesiano è il più grande inquinatore del mondo. A pagarne le conseguenze sono gli animali in primis che ogni anno muoiono con la plastica nello stomaco.
E pensare che la soluzione è a portata di mano, diminuire e pian piano abolire l’utilizzo quotidiano della plastica e soprattutto riciclare. In questa direzione, va l’idea di Kumala che ha inventato un sacchetto che sostituisce quello tradizionale creato con il petrolio.
sacchetto che si beve
I suoi sacchetti 'I am not plastic' sono realizzati con la manioca, una pianta indonesiana che cresce in maniera sconfinata, sono biodegradabili, compostabili e si consumano in 100 giorni come quelli in materbi.
Ma la novità sta nel fatto che se finiscono in mare, non sono un’arma letale, ma possono diventare acqua e cibo, come mostra Kumala in un video che ha fatto il giro del mondo. Come vedete lui stesso mette un sacchetto in acqua calda e lo beve:






I sacchetti costano cinque centesimi in più rispetto a quelli in plastica, ma il gioco vale la candela quando in ballo c’è il futuro del nostro Pianeta.


sacchetto che si beve1jpg


La fabbrica Avani eco di Kumala si trova sull’isola di Java e produce anche altri tipi di imballaggi fatti dall’amido di mais, piuttosto che dallo zucchero di canna, soia e girasole. Tutti i prodotti che una volta che non servono più possono essere usati come compost.

fonte: www.greenme.it

Sacchetti biodegradabili: qualità differenti, ma stesso prezzo per il consumatore. Tutti i fattori che influenzano resistenza e durata delle buste della spesa


















I sacchetti biodegradabili che si acquistano alle casse dei supermercati per insacchettare i prodotti sono un incubo per molti consumatori, che li considerano fragili e poco resistenti. Per questo motivo la stragrande maggioranza delle persone, secondo un sondaggio commissionato da Novamont, sceglie borse riutilizzabili in plastica o tessuto. Ai consumatori non piace l’idea di pagare da 0,10 € per uno shopper troppo delicato e difficile da riutilizzare. In effetti  alcune buste non sembrano proprio valere dieci centesimi, visto che si bucano ogni volta che si infila un prodotto con un angolo appuntito o anche solo un carciofo con le spine.
In effetti, maneggiando shopper provenienti da punti vendita di catene diverse è facile notare una diversità nella consistenza e anche dello spessore, per cui alcuni sacchetti risultano molto più resistenti di altri. Purtroppo la qualità della busta non è correlata al prezzo di vendita che risulta abbastanza uniforme dappertutto. Ad esempio, Conad dichiara di avere un capitolato con parametri tecnici superiori rispetto alla media di mercato e lascia intendere che i suoi sacchetti biodegradabili sono più resistenti. Coop utilizza fornitori e specifiche differenti in ogni singola cooperativa, in base alle esigenze dei soci, per cui nei supermercati della catena più importante in Italia si può trovare di tutto. Anche Esselunga si serve da fornitori che utilizzano varie bioplastiche e polimeri, ma l’insegna assicura che a tutti sono richiesti gli stessi standard.
A giocare un ruolo fondamentale sulla qualità e sulla resistenza di una shopper è lo spessore che può variare da 12 a 25 micrometri (un micrometro corrisponde a un millesimo di millimetro). Per capire meglio le dimensioni di cui stiamo parlando, il film di uno shopper ha uno spessore medio che è circa un terzo di un capello umano (65-78 micrometri).

sacchetto plastica















Un sacchetto biodegradabile ha uno spessore medio nell’ordine di poche decine di micrometri, un terzo di un capello umano
Lo spessore non è l’unica caratteristica che determina la qualità di un sacchetto biodegradabile, anche il tipo di polimero è fondamentale. Ci sono quelli derivati dall’amido del mais (come il Mater-Bi), dalla farina di frumento (usato ad esempio in Biolice, in combinazione con il mais) e dall’amido di patata (Bioplast). Altrove nel mondo si usa anche la tapioca. La normativa dice che dal 1° gennaio 2018, tutti gli shopper compostabili dovranno contenere almeno il 40% di materiali da fonti rinnovabili (vegetali), per poi salire al 50% nel 2020 e al 60% nel 2021.
Altri fattori che influenzano la qualità di un sacchetto bio sono il processo produttivo, il tipo di saldature e la forma. Per determinare la resistenza delle buste quando vengono riempite con la spesa ci sono numerosi test che misurano la trazione, la resistenza alla lacerazione, al carico statico e dinamico. Inoltre, vengono eseguiti test per determinare la “vita media” dello shopper, e stabilire l’effetto della luce solare, del calore, dell’umidità e degli eventi metereologici in modo da valutare la durata dei sacchetti.
Un capitolo a parte sono i test di biodegradabilità e compostabilità realizzati secondo la norma EN 13432, indispensabili anche per ottenere le varie certificazioni come la Vincotte e Ok Compost. Un sacchetto viene definito biodegradabile quando il 90% della sua massa si disintegra in frammenti non visibili ad occhio nudo nell’arco di tre mesi. In sei mesi il 90% deve degradarsi completamente. Questi processi avvengono per l’azione di microrganismi – batteri, funghi e lieviti – presenti normalmente nel terreno, nei fanghi di depurazione e nel compost, che digeriscono il sacchetto producendo acqua e anidride carbonica. Ed è proprio la quantità di CO2 emessa durante i test per stabilire quando uno shopper è biodegradabile.

sacchetti biodegradabili















Dal 2018 anche i sacchetti per ortofrutta saranno in materiale biodegradabile e compostabile

Per quanto riguarda i prezzi la questione è più delicata. All’ingrosso una shopper da spesa biodegradabile e compostabile costa in media 0,05 €, ma può arrivare a 0,08 € se si vuole una busta resistente che non si lacera facilmente. Nel calcolo bisogna considerare l’Iva che viene scaricata, e il contributo Conai per la bioplastica oltre ai costi di stoccaggio, che però fanno lievitare di pochissimo i prezzi sopra indicati. A questo punto è lecito chiedersi se è giusto da parte dei supermercati ricaricare anche del 100% il prezzo di acquisto e vendere un prodotto fragilissimo che rischia di sfondarsi nel tragitto fra il punto vendita e la casa.
La soluzione non è difficile basta considerare la scelta di Conad, che vende il sacchetto allo stesso prezzo degli altri, ma dà al cliente una shopper robusta che non si lacera durante il trasporto e può essere utilizzata in casa per raccogliere l’umido. Dal 1° gennaio 2018 i supermercati dovranno mettere a disposizione dei clienti solo sacchetti biodegradabili e compostabili anche per l’ortofrutta. Anche in questo caso è obbligatorio venderli e la discussione sul pezzo e sul ricarico è molto animata, vista l’assenza di alternative all’acquisto del sacchetto per frutta e verdura. Ma questo è un argomento che affronteremo presto.

fonte: www.ilfattoalimentare.it

Sfalci e potature di parchi e giardini? Nel compost! Commissione Europea dà ragione al M5S

Le norme nazionali, in contrasto con quelle europee, stavano per affamare la filiera del compostaggio in Italia a vantaggio dei bruciatori a biomassa. Ma una interrogazione del M5S in Europa colpisce nel segno.












Sfalci e potature di parchi e giardini sono rifiuti organici e pertanto vanno compostati. La nuova normativa nazionale voluta dal fu Governo Renzi, che permette invece di bruciarli come biomassa e che stava privando la filiera del compostaggio in Italia di una materia preziosa, finirà sotto la lente d’ingrandimento della Commissione Europea.
E’ il succo della risposta datata 21 dicembre ad una interrogazione che ho presentato l’11 novembre 2016 e cofirmata dai colleghi Castaldo, Evi e Borrelli. I testi di interrogazione e risposta sono anche in fondo al post.
Il destino da riservare a sfalci e potature sembra solo un dettaglio: in realtà è una questione di notevole importanza. Ogni anno, l’Italia produce circa 5,7 milioni di tonnellate di rifiuti organici, di cui 1,9 milioni (un terzo) sono costituiti da sfalci e potature provenienti da giardini pubblici e privati. Sfalci e potature sono un’importantissima parte “strutturante” del compostaggio, il processo che trasforma in preziosissimo concime biologico gli scarti organici e alimentari e restituisce alla terra ciò che essa ci ha dato sotto forma di cibo e di verde urbano. Grazie a questo “strutturante” si possono compostare con maggiore facilità e migliori risultati i materiali putrescibili come gli scarti di cucina. La possibilità di bruciare sfalci e potature esiste in Italia da pochi mesi ed ha rappresentato un duro colpo per le filiere virtuose del riciclo organico e dell’economia circolare.
Tuttavia, come abbiamo ripercorso nella nostra interrogazione, questo contrasta con le norme europee. La direttiva sui rifiuti 2008/98, all’articolo 3 punto 4, definisce come “rifiuto organico” i  “rifiuti biodegradabili di giardini e parchi, rifiuti alimentari e di cucina prodotti da nuclei domestici, ristoranti” eccetera, e dice all’articolo 22 che la loro destinazione è il compostaggio.
Anche il decreto legislativo 205 del 3 dicembre 2010, che recepisce la direttiva europea nella normativa italiana integrando il decreto legislativo 152/06, classifica sfalci e potature come “rifiuti organici”, destinati dunque al compostaggio. I problemi, in Italia, nascono dalla  legge 154 del 2016 (il cosiddetto “collegato agricoltura”), che all’articolo 41 modifica il decreto legislativo 152/06 ed inserisce anche sfalci e potature tra i materiali da escludere dalla definizione di rifiuto, consentendo di bruciarli come biomassa a fini energetici.
Pratica che non è permessa in nessun altro Stato UE.
Il tentativo di sopprimere tale esclusione era già stato portato avanti a livello nazionale da diversi esponenti del m5s, come Alberto Zolezzi, Massimo De Rosa (Camera), Paola Nugnes (Senato). Purtroppo, senza successo data la testardaggine del Ministero Agricoltura.
In seguito alla nostra interrogazione i principi dell’economia circolare verranno difesi e la filiera nazionale del compostaggio potrà tirare un sospiro di sollievo.
Qui sotto il testo della nostra interrogazione su sfalci e potature e la risposta del commissario Karmenu Vella a nome della Commissione Europea.

fonte: http://www.dariotamburrano.it

Eataly biocompostabile? Mica tanto, almeno per ora (metà luglio)

Risultato deludente di una prima verifica effettuata da Eco dalle Città rispetto alle dichiarazioni di Oscar Farinetti di qualche mese fa 
Immagine: Eataly  biocompostabile? Mica tanto, almeno per ora (metà luglio) 

Lo scorso maggio, il 23 per l’esattezza, Eco dalle Città ha partecipato a una conferenza stampa indetta da Eataly nella quale Oscar Farinetti, fondatore del gruppo, ha presentato una nuova iniziativa: per asportare le merci, confezionare i prodotti alimentari e consumare i pasti con le stoviglie usa-e-getta ogni negozio Eataly avrebbe utilizzato esclusivamente prodotti in bioplastica MATER-BI, smaltibili insieme all’organico.
Catia Bastioli, amministratore delegato di Novamont, nell’occasione ha dichiarato che: “Questa scelta è un’ulteriore testimonianza della capacità del gruppo Eataly di pensare in prospettiva, coniugando la cultura del cibo di qualità e delle piccole produzioni enogastronomiche a pratiche virtuose di sostenibilità”. Dal canto suo, Oscar Farinetti ha affermato che tutti i punti vendita italiani utilizzeranno materiali destinati a rientrare in circolo, nell’ottica di un’economia sostenibile. L’obiettivo da raggiungere è “zero rifiuti”, effettuando uno sforzo in più che, in futuro, sarà conveniente, sotto tutti i punti di vista. “Comportarsi bene deve diventare bello, cool, noi imprenditori dobbiamo essere i primi a fare qualcosa, a dare il buon esempio”, ha dichiarato Farinetti. “Il modello da sviluppare è all’insegna della qualità, collegando tradizione e innovazione”.
Eataly  biocompostabile? Mica tanto, almeno per ora (metà luglio)A distanza di qualche mese, siamo tornati al punto vendita Eataly di Milano per verificare se, effettivamente, i buoni propositi fossero stati messi in atto. Abbiamo preso un gelato e ci è stato servito nella coppetta visibile nell’immagine, fatta di plastica non riciclabile, corredata da cucchiaino dello stesso materiale. Poi abbiamo ordinato un caffè da portare via. Il barman lo ha proposto in un bicchierino “Lavazza”, di carta dura, con coperchio di plastica non riciclabile. Per mescolarlo, una classica paletta, di plastica dura trasparente.
Eataly  biocompostabile? Mica tanto, almeno per ora (metà luglio)Al reparto frutta e verdura, abbiamo trovato i sacchetti Mater-bi, biocompostabili, come si vede nell’immagine. Anche al banco salumeria, prosciutti e alcuni formaggi erano confezionati con carta alimentare e sacchetti trasparenti biocomp, ma la carne e altri formaggi, invece, erano stati inseriti nelle consuete vaschette di polistirolo, chiuse con pellicole di plastica. Tutti i piatti pronti, insalate, paste fredde, eccetera, erano anch’essi avvolti in plastica oppure inseriti in contenitori non riciclabili. Infine, abbiamo acquistato delle alici, al banco del pesce fresco. Sono state confezionate inserendole in una vaschetta di plastica dura, trasparente poi messa, a sua volta, dentro un sacchetto biodegradabile. Alla cassa, con gentilezza ci sono stati offerti dei sacchetti Mater-Bi per il trasporto delle merci acquistate.
Il bilancio, dunque, non è confortante. Tra le dichiarazioni e i dati di fatto sembra esserci ancora parecchia strada da percorrere. Come mai? Giriamo la domanda a Oscar Farinetti. Nelle prossime settimane, cercheremo di avere una risposta.

fonte: www.ecodallecitta.it