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Bioplastiche: Nuovi modelli di produzione e consumo

















Il 2021 sarà l'anno dell'addio alle plastiche monouso e dell'aumento di quelle biodegradabili, ma per favorire la svolta sostenibile serve investire su ricerca e comunicazione al cittadino



fonte: Ricicla.tv

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Biodegradabile non vuol dire quello che pensiamo

Alcuni elementi o imballaggi che sembrano facili da smaltire non lo sono poi così tanto









Negli ultimi anni un po’ dappertutto sono state adottate politiche per limitare l’uso della plastica e favorire invece l’utilizzo di imballaggi ecosostenibili, con l’obiettivo di ridurre l’inquinamento e limitare l’impatto ambientale dei rifiuti che produciamo ogni giorno. Tuttavia, c’è ancora un po’ di confusione su quale sia la differenza tra “biodegradabile” e “compostabile”. Un materiale classificato come biodegradabile non ha necessariamente un basso impatto ambientale, anzi: spesso alcuni tipi di imballaggio devono essere sottoposti a processi di smaltimento industriali che producono emissioni inquinanti e in ogni caso non si degradano in natura in tempi brevi o senza conseguenze sull’ambiente, come spesso siamo portati a immaginare.

Lo ha spiegato bene al New York Times Jason Locklin, direttore dell’Istituto dei Nuovi Materiali all’Università della Georgia, negli Stati Uniti, secondo cui la differenza tra “biodegradabile” e “compostabile” «disorienta parecchio non solo i consumatori, ma anche diversi scienziati». Secondo una ricerca di mercato citata dal Times, il 34 per cento delle persone intervistate pagherebbe di più per comprare acqua in bottiglie biodegradabili al 100 per cento, ma secondo i critici ai consumatori non è ben chiaro come i prodotti vengano smaltiti, e comunque chi progetta materiali biodegradabili spesso non ha ben chiare le conseguenze dell’intero ciclo di vita del prodotto.


Siamo portati a pensare che tutto ciò che è biodegradabile si possa decomporre in natura senza impatto ambientale, ma non è proprio così.


È il caso della carta, che di per sé è riciclabile, ma che negli imballaggi di tipo alimentare viene spesso usata con altri strati di plastica, alluminio o materiali che hanno funzione di protezione ma rendono praticamente impossibile il riciclo – peraltro uno dei motivi per cui Pringles sta provando a cambiare i tubi delle sue note confezioni di patatine.

È anche il caso degli imballaggi biodegradabili in PLA (acido polilattico), che si ricavano dalla lavorazione del mais o altre piante e da cui si ottengono bicchieri, posate e contenitori alimentari molto diffusi, studiati appositamente perché si smaltiscano entro poche settimane. Il problema è che i contenitori in PLA si decompongono rapidamente soltanto a temperature molto elevate, sopra i 60°C, e con un certo grado di umidità, pertanto si degradano in maniera efficace solo se vengono smaltiti attraverso un processo industriale: questo significa che se venissero dispersi in natura o finissero in discarica, senza le giuste condizioni, potrebbero volerci mesi o anche anni prima della loro completa degradazione.


“Biodegradabile” e “compostabile”, infatti, non sono sinonimi. Un materiale compostabile è anche biodegradabile, ma un materiale biodegradabile non è necessariamente compostabile o ecosostenibile.

Le direttive dell’Unione Europea definiscono biodegradabili i rifiuti da imballaggio che hanno «natura tale da poter subire una decomposizione fisica, chimica, termica o biologica grazie alla quale la maggior parte del compost di risulta finisca per decomporsi in biossido di carbonio, biomassa e acqua». Rispetto al materiale biodegradabile, quello compostabile si disintegra completamente in tempi più brevi – nel giro di poche settimane – e dopo il trattamento può essere riciclato per essere utilizzato come fertilizzante naturale o trasformato in biometano.

Tuttavia, anche i prodotti compostabili in bagassa, che si ottiene dalla polpa della canna da zucchero ed è diventata uno dei materiali più impiegati per realizzare piatti e contenitori monouso per il cibo d’asporto, hanno fatto discutere. Il Los Angeles Times per esempio ha raccontato che le ciotole usate dalla catena statunitense Sweetgreen, che vende insalate e cibi salutari, non erano compostabili come era stato pubblicizzato: contenevano infatti sostanze perfluoroalchiliche (PFAS), ovvero composti chimici impiegati per rendere le superfici impermeabili ad acqua e grassi. Le PFAS sono considerate dannose per la salute e soprattutto, in questo caso, contaminavano l’ambiente dopo la conclusione del processo di compostaggio, rendendo inefficace lo scopo iniziale del loro utilizzo.


Per questo, esistono enti come il Consorzio Italiano Compostatori (CIC) che si occupano di certificare quali materiali siano compostabili, interagendo sia con le imprese produttive, sia con le aziende che si occupano di smaltimento e riciclo. Solo se un materiale è classificato come compostabile si può avere la certezza che, dopo la degradazione del prodotto, nell’ambiente non finirà alcuna sostanza artificiale e si abbia davvero un materiale ecosostenibile.

Teoricamente, i materiali biodegradabili e compostabili certificati EN 13432, come i sacchetti in bioplastica per la spesa, andrebbero smaltiti nella raccolta differenziata assieme ai rifiuti organici, per essere poi avviati al corretto impianto di smaltimento. Tuttavia, da questo punto di vista ci sono indicazioni diverse. A Milano funziona così, mentre AMA, la società che si occupa dei rifiuti a Roma, dice che i sacchetti biodegradabili vanno conferiti nell’indifferenziato.

Come viene spiegato nel rapporto sui Rifiuti Urbani dell’ISPRA – l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale – nel 2018 sono state trattati circa 2,8 milioni di tonnellate in impianti di trattamento integrato anaerobico/aerobico, mentre circa 304 mila tonnellate sono state avviate in impianti di digestione anaerobica. In Italia per i prossimi anni è previsto il potenziamento dei vari tipi di impianti di compostaggio dedicati al trattamento biologico dei rifiuti urbani, perché in alcuni casi lo smaltimento dei rifiuti urbani organici avviene ancora in discarica.


A ogni modo, nel nostro paese la ricerca di tecnologie efficienti in campo di prodotti e imballaggi a basso impatto ambientale va avanti da oltre trent’anni. Per esempio, l’azienda novarese Novamont ha brevettato già diversi anni fa MATER-BI, una famiglia di bioplastiche biodegradabili e compostabili che sono certificate secondo le principali norme europee e internazionali e vengono impiegate in diversi settori, dalla ristorazione alla raccolta differenziata, mentre di recente l’azienda lodigiana Intimaluna ha introdotto sul mercato gli assorbenti EcoLuna, che non contengono plastica e sono compostabili con certificazione ICEA.

fonte: www.ilpost.it


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Mangia il cibo, coltiva una pianta e salva il pianeta. L’idea per imballaggi del designer Michal Marko

Una ciotola per alimenti biodegradabile che può essere piantata nel terreno. Un’idea divertente e amica dell’ambiente.




I materiali di imballaggio e gli avanzi di questi pasti pronti mettono a dura prova l’ambiente poiché vengono realizzati utilizzando materiali non reciclabili.

Michal Marko, designer di Ruzemborok, in Slovacchia, ha progettato una ciotola per alimenti biodegradabile che potrebbe rivoluzionare il mondo del design del packaging alimentare.

Ha messo a punto un nuovo sistema di imballaggio per alimenti biodegradabile che si trasforma in polvere in un brevissimo periodo di tempo. In ogni pacchetto sull’etichetta c’è scritto per il consumatore cosa farne dopo l’uso. Prima ti incoraggia a goderti il ​​tuo cibo e poi ti invita a staccare l’etichetta in alto dove si nascondono dei semi. Questi possono essere piantati nella stessa ciotola nella quale è stato consumato il pasto con della ghiaia.








Dopo una settimana, innaffiando i semi, le erbe inizieranno a crescere. E dopo poco l’intera ciotola può essere piantata nel terreno, quindi il pacchetto stesso si degraderà ma le erbe fioriranno. Un’idea semplice e intelligente.

Quando Marko ha progettato l’imballaggio l’idea era di creare una ciotola per alimenti usa e getta con il minimo impatto ambientale e di insegnare alla persone un modo divertente per utilizzare i materiali biodegradabili. La semplice idea di restituire ciò che hai preso dalla natura potrebbe davvero funzionare e aiutare l’ambiente.

fonte: https://www.teleambiente.it/




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Ekoe: la nuova frontiera delle bustine trasparenti

La storia a lieto fine di Ekoe, una cooperativa nata nel 2015 con un unico, grande obiettivo: abolire l'uso della plastica derivata da petrolio e proporre soluzioni Plastic Free. Una scelta coraggiosa ed etica, quella di Ekoe, che oggi invia in tutto il mondo stoviglie monouso e prodotti compostabili a privati, aziende ed istituzioni.




Il dibattito sul riscaldamento globale, sull'inquinamento e sull'estinzione di numerose specie animali e vegetali è all'ordine del giorno. Si richiede ai governi di intervenire in modo efficace e alle imprese di cambiare direzione, ma per i grandi cambiamenti, si sa, c'è bisogno di tempo.

Esiste invece un cambiamento rapido che coinvolge ogni essere umano: tutti noi possiamo scegliere di mettere in atto, quotidianamente, con gesti piccoli e apparentemente banali, una rivoluzione Plastic Free che abbia un grande impatto sociale.

Obiettivo Plastic Free

Per Ekoe l'impegno all'abolizione, o almeno alla drastica riduzione dell'impiego di plastica, è l'obiettivo primario ed essenziale, la ragione di vita stessa di questa cooperativa, che vanta un passato come associazione ambientale e che ha collaborato attivamente in Italia alla promozione dei primi comuni Plastic Free, con il sostegno di istituzioni, strutture e aziende che hanno saputo credere in questo progetto e ne hanno compreso l'urgenza e la necessità.

Per contrastare efficacemente la diffusione di plastica, in particolare del monouso o del cosiddetto “usa e getta” che sta letteralmente sommergendo il Pianeta, Ekoe propone soluzioni a basso impatto ambientale, sia per quanto riguarda la loro produzione che per il loro smaltimento dopo l'uso. Oltre a detergenti per l'igiene della persona e degli ambienti completamente naturali e biodegradabili, Ekoe vanta numerose soluzioni alternative alla plastica usa e getta.

L'uso e l'abuso di plastica

Vi siete mai soffermati a riflettere su come sia difficile, soprattutto quando facciamo i nostri acquisti nei supermercati, evitare la plastica? È praticamente ovunque: dai prodotti sottovuoto alla pasta, dalle confezioni dei latticini al packaging di frutta e verdura preincartate.

Un primo passo è indubbiamente stato fatto con l'introduzione obbligatoria di sacchetti biodegradabili per l'acquisto di frutta e verdura, ma molto si può (e si deve) ancora fare.

Anche presso piccoli rivenditori è frequente trovare prodotti confezionati nelle bustine di plastica. È ormai noto, però, che soprattutto con sbalzi di temperatura o con una conservazione non adeguata, i prodotti contenuti nella plastica possono assorbirne delle microparticelle, che quotidianamente finiscono nel nostro organismo con quello che mangiamo e beviamo. Un ulteriore problema è dato dallo smaltimento di questi materiali. Purtroppo l'Italia smaltisce e ricicla meno del 10% di tutta la plastica che viene utilizzata e gettata; più del 90% finisce direttamente nei corsi d'acqua e nei mari, compromettendo la sopravvivenza di molte specie animali e vegetali.

Le bustine trasparenti compostabili, la buona alternativa alla plastica

Le bustine trasparenti di Ekoe sono la soluzione ideale per ogni tipo di imballaggio alimentare e sono totalmente biodegradabili e compostabili.

Cioè?

Le bustine trasparenti sono realizzate in Natureflex, un materiale derivato dalla pasta di legno di foreste gestite responsabilmente, e sono certificate secondo la norma europea EN 13432 che ne stabilisce rigidamente i requisiti di biodegradabilità e compostabilità.

I possibili impieghi dei sacchetti compostabili come valida alternativa alle buste in plastica sono davvero numerosi.

Le bustine trasparenti in Natureflex sono infatti termosigillabili, vantano un'ottima resistenza, possono contenere cibi caldi fino a 40 °C ed in alcuni casi possono essere anche utilizzati in forno tradizionale e microonde.

Oltre a rappresentare una buona alternativa a buste e vaschette in plastica, le bustine in Natureflex possono sostituire dentro le nostre case materiali più inquinanti come pellicola trasparente ed alluminio, o meno resistenti all'unto ed al calore come le buste in carta.

In ambito commerciale, le bustine trasparenti biodegradabili possono essere impiegate per il confezionamento di biscotti, caramelle, dolciumi, pasta, verdure, infusi, tisane, semi e cereali e sono disponibili in diversi formati per soddisfare ogni esigenza di packaging.

Il circolo virtuoso del compostabile

L'impiego delle bustine trasparenti biodegradabili innesca un vero e proprio circolo virtuoso, che inizia con la loro produzione e si conclude con il loro smaltimento.

• Per la produzione di questi materiali la quantità di CO2 emessa nell'ambiente è davvero minima.

• Le aree e le foreste progettate per la realizzazione di materiali compostabili riducono l'inquinamento e migliorano la qualità del terreno, dell'acqua e dell'aria.

• I prodotti compostabili e biodegradabili non causano contaminazioni agli alimenti che contengono.

• Una volta utilizzati, possono (e devono) essere gettati nel contenitore dell'umido, facilitando sia in ambito domestico che nelle attività di ristorazione le operazioni di pulizia e smaltimento dei rifiuti.

• Invece di inquinare, quando tornano alla terra, questi prodotti diventano fertile compost naturale e riducono la necessità di additivi chimici per la coltivazione.

A conti fatti, non esiste una sola valida ragione per non scegliere le bustine trasparenti e tutti i prodotti biodegradabili ed abolire consapevolmente l'uso e l'abuso di plastica.

fonte: www.terranuova.it


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Carlsberg, arrivano le bottiglie a base vegetale che si degradano in un anno

La fine della plastica? Le bottiglie a base vegetale che si degradano in un anno. Il progetto appoggiato da Carlesberg e Coca-Cola lanciato dalla società olandese Avantium.

















La società di prodotti biochimici Avantium nei Paesi Bassi spera di avviare presto un progetto pionieristico che ha come obiettivo quello di di produrre materie plastiche dagli zuccheri vegetali anziché dai combustibili fossili.

Il progetto sembra aver già ottenuto il sostegno del produttore di birra Carlsberg che spera di vendere la sua pilsner in una bottiglia di cartone rivestita con uno strato interno di plastica vegetale.

L’amministratore delegato di Avantium, Tom van Aken, spera che progetto, sulla buona strada nonostante il blocco del coronavirus, sia destinato ad avviare collaborazioni con altre aziende di alimenti e bevande più avanti nell’estate. Il progetto sembra anche aver avuto il sostegno di Coca-Cola e Danone.

A livello globale, circa 300 milioni di tonnellate di plastica sono prodotte ogni anno da combustibili fossili, il che contribuisce in modo decisivo alla crisi climatica. Gran parte di questa non viene riciclata e contribuisce al flagello delle microplastiche negli oceani del mondo che possono richiedere centinaia di anni per decomporsi completamente.

“Questa plastica ha credenziali di sostenibilità molto interessanti perché non utilizza combustibili fossili e può essere riciclata ma si degraderebbe anche in natura molto più velocemente rispetto alla plastica normale“, afferma Van Aken.

La plastica per piante di Avantium è progettata per essere abbastanza resistente. Le prove hanno dimostrato che la plastica della pianta si decompone in un anno usando un composter ma idealmente, dovrebbe essere riciclato, ha detto Van Aken.

La bio-raffineria prevede di scomporre gli zuccheri vegetali sostenibili in semplici strutture chimiche che possono quindi essere riorganizzate per formare una nuova plastica a base vegetale che potrebbe apparire sugli scaffali dei supermercati entro il 2023.

Il progetto Path-Finder inizialmente produrrà 5.000 tonnellate di plastica ogni anno usando zuccheri da mais, grano o barbabietole. Avantium prevede che la sua produzione crescerà con l’aumento della domanda di materie plastiche rinnovabili. Con il passare del tempo la società prevede di utilizzare zuccheri vegetali provenienti da rifiuti organici di provenienza sostenibile in modo che l’aumento della plastica vegetale non influenzi la catena di approvvigionamento alimentare globale.

fonte: https://www.teleambiente.it/


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Plastica addio: il 2020 sarà l’anno del packaging commestibile? Dalle capsule monodose ai pasti in aereo, tutte le novità


















Se ne parla da molto tempo, ma forse sarà il 2020 l’anno della svolta per il packaging commestibile, o comunque del tutto biodegradabile: alcuni prodotti stanno infatti conquistando piccole fasce di mercato e cominciano a collaborare con i grandi marchi globali, ma le previsioni sono tutte di crescita esponenziale.
A fare il punto è la rivista Chemical & Engineering News, settimanale dell’American chemical society, che parte con un esempio: le bevande monodose in capsule (o pod, analoghe a quelle per detersivo) distribuite alla maratona di Londra del 2019, tutte confezionate con la pellicola Ooho a base di alghe dell’azienda londinese Notpla. Queste capsule hanno rimpiazzato le migliaia di bicchieri e bottiglie in plastica che costellavano il percorso della gara per giorni. I corridori potevano mangiare anche la pellicola, oppure scartarla (in questo caso si dissone in 4-6 settimane).
Le capsule sono solo uno dei tanti prodotti – cannucce, involucri, bicchieri, coperchi e molto altro – realizzati, con alghe, zuccheri, amidi di patate, scarti alimentari, proteine del latte e altro ancora. Tutti materiali a elevate prestazioni e migliori rispetto alle bioplastiche, che non sono commestibili e che, in molti casi, secondo gli autori, hanno un’impronta ambientale complessiva non molto distante da  altri involucri.
Competere con un materiale come la plastica – molto difficile da eguagliare quanto a prestazioni – è complicato, e oltre a questo bisogna fare i conti con i dubbi sull’igiene, perché qualcuno potrebbe non gradire il fatto di mangiare alimenti o bere bevande toccate da mani non pulite (non a caso si consiglia di maneggiarli con guanti monouso). Come ha spiegato Stefano Farris, dell’Università di Milano, ci sono poi questioni non trascurabili, come il fatto di abituarsi a mangiare cose che si sono sempre scartate e buttate.
notpla ooho bustine monodose condimenti take away
65 ristoranti londinesi stanno sperimentando le capsule Ooho per i condimenti in collaborazione con Just Eat
Ma il futuro del biopackaging sembra comunque roseo. Secondo la società internazionale di analisi economiche Transparency Market Research, la domanda è destinata a salire del 6,9% all’anno fino al 2024, per un giro d’affari annuale di 2 miliardi di dollari. La crescita è trainata da accordi come quelli che hanno fatto 65 ristoranti della capitale britannica con Just Eat, che prevede la distribuzione di condimenti in capsule Ooho. Anche il marchio di alcolici Glenlivet in una recente manifestazione, la London cocktail week, ha distribuito solo bevande confezionate con lo stesso materiale.
Mentre la Notpla sta sperimentando packaging per cibi pronti quali pasta o patatine, dall’altra parte dell’Oceano Atlantico la newyorkese Loliware propone cannucce aromatizzate realizzate con derivati da alghe marine e microalghe rosse. Una volta bagnate, queste cannucce sono indistinguibili dalla plastica per 24 ore, possono essere mangiate o, se scartate, si degradano in due mesi. La catena dei Marriott Hotel e l’azienda di alcolici Pernod Ricard hanno iniziato a sostituire le loro cannucce in plastica con quelle della Loliware, e si prevede di venderne 30 miliardi entro la fine dell’anno.
L’indonesiana Evoware si è invece lanciata sugli involucri per hamburger, le bustine di condimento dei noodles istantanei e i sacchetti di caffè. Il fatto che si tratti di un’azienda del secondo paese al mondo per produzione di rifiuti plastici è particolarmente significativo, così come lo è il sostegno che lo sviluppo dei suoi prodotti – a base di alghe – potrebbe dare all’economia locale.
loliware cannucce commestibili
Loliware propone cannucce commestibili derivate dalle alghe che somigliano a quelle in plastica
Un altro approccio punta sulle proteine del latte che, se opportunamente lavorate, offrono prestazioni molto elevate e, in più, possono essere recuperate dagli scarti dell’industria casearia. Nel caso delle pellicole create da ricercatori dello US Department of Agricolture, gli ingredienti di base sono la caseina con aggiunta di proteine della frutta come la pectina. Le miscele ottenute riescono a offrire una resistenza all’ossigeno 500 volte superiore a quelle dei plastificanti tradizionali. In questo caso si stanno ultimando partnership con aziende che possano produrre le pellicole di proteine del latte su grande scala, ma già si pensa di usarle per i formaggi e altri alimenti altamente deperibili.
Materiali completamente biodegradabili sono in studio anche per altre funzioni nell’ambito alimentare. La messicana E6PR, che propone una bioplastica degradabile  per tenere insieme le lattine di birra (in unità di sei), già adottata dalla Corona e da decine di altri marchi nazionali e internazionali.
attine birra packaging biodegradabile
L’azienda E6PR realizza un packaging per lattine in bioplastica biodegradabile
Restano difficoltà tecniche da superare come la suscettibilità all’umidità, che complica il trasporto e l’immagazzinamento di alcuni di questi materiali, nonché il contatto con certi alimenti (si pensi, per esempio, al gelato o alle bevande calde). Inoltre è necessario che le fonti primarie non siano inquinanti, e che i costi non siano troppo alti, ma la ricerca va avanti. Questo tipo di packaging potrebbero avere applicazioni in settori cruciali, come quello degli involucri per i fast food, degli snack e degli alimenti deperibili.
Inoltre ci sono applicazioni con grandi potenziali come, per esempio, quello dei pasti sugli aerei o sulle navi, che potrebbero diventare come quelli immaginato dallo studio di design PriestmanGoode. Un pranzo su un vassoio fatto con fondi di caffè, contenuto in piatti di crusca di grano e noce di cocco, protetto da coperchi commestibili (per esempio di wafer) e accompagnati da capsule a base di alghe e latte per salse e condimenti. Anche in Italia sono già in vendita stoviglie di questo genere: la tavola è insomma destinata a cambiare, e non solo per le pietanze presenti.
fonte: www.ilfattoalimentare.it

Sacchetti. Studio Università di Plymouth: il punto di vista di Assobioplastiche

Assobioplastiche ritiene “inaccettabile che uno studio che conferma un’ulteriore distinzione netta tra materiali in termini di proprietà di biodegradazione e corretta utilizzabilità di tale caratteristica venga strumentalizzato per comunicare un messaggio scorretto”






















L’Associazione Italiana delle Bioplastiche e dei Materiali Biodegradabili e Compostabili interviene dopo la pubblicazione di alcuni articoli sullo studio ‘Environmental Deterioration of Biodegradable, Oxo-biodegradable, Compostable, and Conventional Plastic Carrier Bags in the Sea, Soil, and Open-Air Over a 3‑Year Period’ effettuato da di Imogen E. Napper e Richard C. Thompson dell’Università di Plymouth’. “Contrariamente a quanto riportato da alcune testate – fa sapere l’Associazione - lo studio, i cui risultati sono stati annunciati ieri, ci dice che solo il sacchetto biodegradabile e compostabile – progettato per essere gestito nel circuito della raccolta dell’umido in appositi impianti industriali – anche se erroneamente disperso nell’ambiente per effetto di cattive abitudini (littering), va incontro a totale decomposizione in ambiente marino in soli tre mesi e presenta un impatto ambientale ridotto”.
Lo studio ha esaminato un sacchetto in polietilene alta densità, due sacchetti oxo-degradabili, un sacchetto con sopra apposta la parola “biodegradable” e, infine, un sacchetto biodegradabile e compostabile. “Tale studio non ci dice nulla di nuovo, ma conferma – sottolinea Assobioplastiche - che è scorretto utilizzare il termine ‘biodegradabile’ rispetto a prodotti a base di polimeri tradizionali o con l’aggiunta di additivi che ne accelerano la frammentazione (c.d. oxo-degradabili). Gli unici prodotti a potersi fregiare correttamente di tale definizione sono quelli in bioplastica compostabile, come peraltro già chiarito nel 2015 in Italia dall’AGCM (Direzione Tutela del Consumatore) nel caso dei sacchetti oxo-degradabili, all’epoca utilizzati da alcune insegne della GDO”.
Assobioplastiche ritiene “inaccettabile che uno studio che conferma un’ulteriore distinzione netta tra materiali in termini di proprietà di biodegradazione e corretta utilizzabilità di tale caratteristica venga strumentalizzato per comunicare un messaggio scorretto. La soluzione non è la biodegradazione in quanto tale (che comunque i sacchetti in bioplastica compostabile possiedono a differenza degli altri), quanto la ricerca e l’applicazione di modelli di corretta gestione dei rifiuti organici, di cui l’Italia è esempio virtuoso”.
“La biodegradabilità insomma, come lo studio lascia presumere, non deve essere mai vista come una più comoda soluzione o una scusa per la disseminazione incontrollata nell’ambiente (che porterebbe al paradosso di legittimare ad esempio il littering degli scarti e residui organici in mare, in quanto biodegradabili)” rimarca l’Associazione. “Assobioplastiche – come molte altre organizzazioni in Italia e in Europa – è da sempre impegnata nella vera sfida di questo momento straordinario: la ricerca e lo sviluppo di materiali innovativi, di nuovi modelli di produzione e di consumo consapevole, di sensibilizzazione e di efficienti sistemi di gestione dei rifiuti, nello spirito di quella economia circolare che l’Unione europea sta perseguendo”.

In Vietnam le cannucce biodegradabili realizzate con gli steli dell'erba



















Utilizza semplice erba per produrre cannucce biodegradabili. Si chiama Tran Minh Tien e vive in Vietnam. L'uomo ha inventato un modo completamente sostenibile per sorseggiare bevande e drink senza usare le dannose cannucce di plastica, difficili da smaltire e molto pericolose soprattutto per la fauna marina.
Anche alcune aziende stanno sostituendo prodotti monouso, tra cui le cannucce in plastica, con quelle di carta o di altri materiali.


Ma Tran Minh Tien ha pensato bene di utilizzare un tipo di erba nota come "Lepironia articulata", molto diffusa nella regione del Delta del Mekong. L'uomo raccoglie i gambi di erba vuoti, li lava, li taglia fino a 20 cm. Poi ripulisce l'interno con un'asta prima della pulizia finale e della spedizione.


Le cannucce, distribuite in tutto il mondo, vengono spedite in "confezioni" da 100 pezzi, avvolte in foglie di banano. Ma non solo. Tran vende anche cannucce essiccate, dapprima stese al sole per un paio di giorni e poi cotte in forno. Le prime durano circa due settimane in frigorifero o una settimana a temperatura ambiente mentre quelle cotte possono essere usate fino a sei mesi, conservandole a temperatura ambiente.


In alternativa, è possibile acquistare le cannucce fresche e per mantenerle a lungo, si possono fare bollire con un po 'di sale, quindi asciugarle e conservarle in un luogo fresco e asciutto.
Anche se inizialmente erano pensate per essere monouso, è possibile lavarle, asciugarle e riutilizzarle fino a quando non si deteriorano. Una volta usate e riusate, basta gettarle nel bidone dell'organico. Esse si decomporranno come un qualunque rifiuto alimentare.
"L'erba cresce naturalmente e le cannucce non vengono trattate con prodotti chimici o conservanti" spiega l'uomo, secondo cui oltre a non alterare il sapore delle bevande, esse sono ricche di fibre e masticarle dopo aver mangiato aiuta a pulire i denti.
È possibile ordinare le cannucce sul sito di Tran Ong Hut Co, che fornisce anche consigli su come utilizzare al meglio e conservare le sue creazioni ecocompatibili.
Un'alternativa decisamente meno dannosa rispetto alle loro cugine in plastica.

fonte: www.greenme.it

Senigallia vieta la plastica in tutta la città (spiagge comprese)

Firmata l'ordinanza che vieta agli esercenti della località marchigiana di distribuire piatti, bicchieri, cannucce e sacchetti non compostabili. 













È stata firmata lo scorso venerdì l’ordinanza del Comune di Senigallia che vieta a tutti gli esercenti della località - compresi gli stabilimenti balneari - di distribuire ai propri clienti piatti, bicchieri, cannucce e sacchetti per la spesa che non siano realizzati in materiale biodegradabile e compostabile. L’iniziativa, che rientra nell’ambito delle azioni pensate per la giornata di "M’illumino di meno", segue l’adesione data lo scorso anno dall’amministrazione comunale alla campagna "Ecocannucce" promossa da Marevivo, volta a ridurre il più possibile il consumo di plastica. «Abbiamo scelto di varare questo provvedimento proprio in occasione di "M’illumino di meno" – spiega il sindaco Maurizio Mangialardi – per sottolineare lo stretto legame esistente tra il tema del risparmio energetico e quello della salvaguardia dei nostri mari e dei nostri oceani. Mari e oceani che rischiano di essere letteralmente soffocati dalla plastica, con gravi ripercussioni anzitutto sulla salute del pianeta, e in particolare sulla difesa della biodiversità e sulla tutela degli ecosistemi». «Credo che una città come la nostra – aggiunge l’assessore Enzo Monachesi - che vive di turismo e soprattutto di turismo balneare, debba mostrarsi ancora più sensibile alla questione. L’ordinanza di oggi rappresenta un primo passo, ma l’obiettivo è quello di rendere Senigallia una città plastic free». «Aderiamo volentieri a questa iniziativa – concludono Giacomo Cicconi Massi (Confartigianato) e Riccardo Pasquini (Confcommercio) – perché la difesa dell’ambiente marino e delle spiaggia è fondamentale per la crescita e lo sviluppo di un’economia locale fondata su servizi di alta qualità capaci di rendere Senigallia sempre più attrattiva sul mercato turistico». 

Fonte: MondoBalneare.com

Dai piatti nascono fiori. Vassoi e posate dagli scarti dell'ananas da piantare invece di buttare

Piatti che una volta usati invece di essere gettati via possono essere piantati come i semi tradizionali. E’ l’idea di Life Pack, la società colombiana che ha creato Papelyco, un piatto 100% biodegradabile e compostabile.




















La guerra alla plastica è iniziata da un pezzo perché sappiamo che il futuro del nostro Pianeta dipende anche dalle scelte che facciamo ogni giorno. I piatti usa e getta, anche se differenziabili, rappresentano un enorme spreco, basti pensare quanto poco li utilizziamo prima che diventino rifiuti. E quante volte vengono abbandonati per strada?
Una bella idea salva ambiente viene da questa azienda colombiana che usa lo slogan:Trasforma il tuo piatto in una bella pianta. Papelyco offre appunto una soluzione alternativa e sostenibile ai piatti monouso che spesso finiscono nei nostri mari uccidendo gli animali marini.
Questi piatti, ma anche vassoi e posate sono realizzati con semi di mais e bucce di ananas,sottoprodotti di rifiuti agricoli. Il risultato è un prodotto che riduce l’inquinamento e le emissioni di gas serra. Gli ideatori sono Claudia Isabel Barona e Andres Benavides, le loro stoviglie sono riciclabili perché al loro interno sono inseriti anche dei semi che permettono di piantarli dopo l’uso.









Esistono già in commercio tantissimi oggetti che si possono piantare quando non ci servono più, ad esempio troviamo matite, tazze, biglietti di auguri, partecipazioni, cartoline e addirittura libri per bambini pensati appositamente per fare nascere nuovi alberi piantando la loro copertina.
Questo significa che il piatto troverà una nuova vita magari sul terrazzo o sul balcone, mentre per chi non ha uno spiccato pollice verde, c’è sempre la possibilità di smaltirlo nell’organico con la sicurezza che in sole tre settimane si decompone del tutto.
Accanto all’aspetto ambientale c’è anche quello sociale perché dietro la realizzazione di questi piatti, c’è un folto gruppo di persone in difficoltà: padri e madri single, donne a rischio, ex tossicodipendenti e via dicendo. La società è stata riconosciuta dalle Nazioni Unite per uguaglianza di genere.









Come piantare un piatto

Oltre ai patti esistono anche tanti imballaggi che possono essere piantati come tazze e scatole. Dopo l’uso possono diventare pomodori, erbe aromatiche, fragole o fiori. Ci sono delle accortezze da seguire: i piatti non vanno inseriti nel microonde per evitare di uccidere i semi.


Per piantarlo:
Una volta finito con il piatto, ecco cosa fare:
Riempi un vaso con un primo strato di terra;
Rimuovere il primo strato dal piatto 
Piantalo e aggiungi della terra (non più di 3 mm)
Annaffia frequentemente ma con poca acqua, ed esponi alla luce e all’aria
E voilà in una-tre settimana avrai una pianta!







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Il perfetto equilibrio dell’arancia Neomateriali nell’economia circolare – Packaging























Sottili imballaggi monodose per un gustoso succo, ingeribili insieme al contenuto. Un contenitore esterno biodegradabile, costituito da uno strato rigido e uno di morbido cuscinetto, che garantisce la protezione ideale per tutti i singoli elementi al suo interno. Il tutto realizzato con un’unica materia prima, che si differenzia nella struttura a seconda dello scopo.
Un perfetto equilibrio tra funzione, forma e consumo.
Non è un innovativo modello di imballaggio appena brevettato, ma uno dei suoi più primordiali esempi, che la natura ha offerto a dimostrazione della sua semplicità e perfezione: è la struttura di un’arancia, elogiata negli anni '60 da Bruno Munari come calzante rappresentazione di good design.
Ogni anno, entriamo in contatto con circa 8.000 imballaggi, elementi pervasivi della nostra vita quotidiana, simbolo di un modello di consumo talvolta distorto ed eccessivo, ma allo stesso tempo fondamentali per la protezione, la conservazione e il trasporto dei beni, per la riduzione dello spreco lungo l’intera filiera, nonché per comunicare all’utente informazioni relative alla qualità del prodotto, orientandolo verso un acquisto consapevole.
Strumento essenziale dunque, ma anche estremamente diffuso, la cui progettazione deve coniugare tutela dell’ambiente ed esigenze degli utenti, assecondando principi di good design. All’imballaggio viene richiesto di essere sempre più performante, di assolvere a pieno le sue funzioni, utilizzando la minor complessità e il minor quantitativo di materiale possibile.
A seguito dell’entrata in vigore delle direttive del Pacchetto economia circolare dell’UE, gli obiettivi si fanno sempre più stringenti, e il mondo del packaging è percorso da un’ondata di innovazione senza precedenti. Il volume Neomateriali nell’economia circolare – Packaging testimonia la ricchezza e la varietà di queste esperienze.
Materiali tradizionali come carta, legno, plastica, acciaio e alluminio si rinnovano in applicazioni sempre più intelligenti, nella riduzione di pesi e volumi e nell’ottimizzazione del materiale impiegato, e raggiungono alti coefficienti di riciclo, limitando il consumo di risorse naturali.
I cambiamenti più dirompenti provengono dalle piccole realtà, come start-up, università e centri di ricerca. Numerosi nuovi materiali (preferibilmente biobased) fanno il loro ingresso nel settore, in forma di sperimentazione o già avviati a produzione industriale. Gusci di gamberetti, carciofi, piume di pollame, caseina del latte, bucce d’uva… gli scarti e i sottoprodotti delle più svariate tipologie di produzione vengono valorizzati dalle aziende stesse per la creazione di packaging alternativi e sostenibili, con un notevole vantaggio sia economico sia ambientale.
Le novità però, non si limitano alla natura delle risorse, ma si estendono ad aggiustamenti di design e di fruizione del prodotto: in un’ottica zero waste per esempio, nascono confezioni contenenti dei semi che possono essere piantate dopo l’uso, altre che si dissolvono nell’acqua. Anche il packaging, inoltre, è stato investito dalla rivoluzione circolare del “prodotto come servizio”. Efficienti sistemi di gestione e take back permettono infatti il riutilizzo di imballaggi tradizionalmente considerati monouso, come quelli impiegati per l’e-commerce, per bevande e cibo da asporto.
Innovazioni d’utilizzo, ecodesign e materiali sostenibili, sono i tre pilastri di un cambiamento che sta travolgendo il settore, offrendo all’imballaggio l’opportunità di mutare le sue vesti e la percezione che ne ha il consumatore: da icona dell’usa e getta a portatore di precisi valori come la qualità e il rispetto per l’ambiente.

fonte: http://www.puntosostenibile.it