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Plastica, Lego anticipa l’addio ai sacchetti

Plastica: Lego potrebbe anticipare l'addio ai sacchetti dei mattoncini, preferendo soluzioni in carta completamente riciclabili.




La lotta all’inquinamento da plastica passa anche per i giocattoli e Lego, l’azienda che produce i famosi mattoncini colorati, è pronta a rendere i suoi prodotti sempre più sostenibili. Tanto che il gruppo potrebbe anticipare la dismissione dei sacchetti di plastica che contengono i pezzi dei loro giocattoli. Ad annunciarlo è Bloomberg, in un recente aggiornamento sull’azienda.

Da tempo Lego sta studiando nuove strade per rendere i suoi mattoncini più amici dell’ambiente. Fra le varie ipotesi in campo vi è l’uso di plastica di origine vegetale e completamente vegetale, la cui produzione è già stata avviata per alcuni elementi come alberelli e fiori. Ma anche il ricorso a un packaging completamente riciclabile.

Plastica, Lego e l’addio ai sacchetti

L’intenzione di abbandonare i sacchetti di plastica che contengono i mattoncini, in favore di soluzioni in carta completamente riciclabile, è stata annunciata da Lego lo scorso anno. Inizialmente il gruppo ha previsto una deadline al 2025 per la transizione di tutte le sue confezioni, ma sembra che il traguardo possa essere raggiunto con largo anticipo. Niels B. Christiansen, CEO della società, ha infatti affermato in una recente intervista:

La transizione sta andando molto bene, anche se siamo ancora agli stadi di prova. È un lungo processo che richiede modifiche e aggiustamenti nei nostri impianti, ma Lego sta procedendo bene, stiamo più che rispettando le nostre tempistiche.

Poiché la fase di trial sta procedendo senza intoppi, e addirittura in modo più veloce rispetto alle tempistiche prefissate, Bloomberg si dice certa di un anticipo dei nuovi sacchetti di carta amici dell’ambiente.

La società ha investito più di 400 milioni di dollari per i suoi piani ambientali, per rispettare tutte le deadline prefissate per il 2020. Il nodo più difficile sembra quello dei mattoncini, ovvero sviluppare una plastica vegetale che garantisca le stesse performance degli attuali giocattoli:

Dobbiamo sviluppare un prodotto che abbia tutte le caratteristiche degli attuali mattoncini. Deve essere resistente e durare molti anni, deve essere sicuro e non appuntito in caso di rottura, deve sopportare differenti temperature e deve essere chimicamente sicuro.

Nel frattempo, gli impianti potrebbero diventare carbon neutral addirittura entro la fine di quest’anno, così come spiega sempre Bloomberg.

Fonte: Bloomberg


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Torna la campagna Conai sui sacchetti

'Salva un sacchetto. Salva l’ambiente' si rivolge ai consumatori per ricordare uso e smaltimento dei diversi sacchetti in plastica.













Torna anche quest'anno la campagna di educazione ambientale “Salva un sacchetto. Salva l’ambiente”, promossa da Conai in collaborazione con Fida, Federdistribuzione e Confcommercio.

L'obiettivo è promuovere, attraverso i punti vendita della GDO, un utilizzo responsabile dei sacchetti per la spesa e far comprendere l’importanza della corretta gestione di tutto il loro ciclo di vita.

Il focus sarà posto su tre tipi di sacchetti: i primi due sono quelli in bioplastica per la spesa e per alimenti sfusi – ortofrutta, gastronomia e panetteria –, che si possono riutilizzare per la raccolta differenziata della frazione organica dei rifiuti domestici. Il terzo è il sacchetto riutilizzabile più volte per la spesa o per altri scopi, da differenziare nella plastica una volta dismesso.

"Il nostro comportamento di ogni giorno può fare la differenza nel combattere gli sprechi, per poter gestire correttamente il fine vita di un numero sempre maggiore di imballaggi - spiega l'iniziativa commenta Luca Ruini, presidente Conai -. È parte del ruolo istituzionale del Consorzio promuovere modalità di utilizzo e recupero dei sacchetti corrette e virtuose. Il loro abbandono va combattuto con iniziative concrete e con un’adeguata attività di informazione e sensibilizzazione".

fonte: www.polimerica.it


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Il riciclo del flessibile inizia al supermercato

Sainsbury's sperimenta in 63 punti vendita inglesi la raccolta di film e buste in polipropilene per alimenti.








La catena di supermercati britannica Sainsbury's ha avviato un progetto pilota per la raccolta nei propri punti vendita di imballaggi flessibili in polipropilene al fine di un successivo riciclo. In particolare, verranno raccolti - nei contenitori già presenti per i packaging in polietilene - film e buste per il confezionamento di insalata, alimenti surgelati, biscotti e altri prodotti da forno.

La sperimentazione è partita in 63 punti vendita Sainsbury's nel Nordest dell'Inghilterra, mentre l'avvio su scala nazionale - se il progetto pilota avrà successo - è previsto entro la fine dell'anno. Unito. É invece già attiva in 600 supermercati del Regno Unito la raccolta di film in polietilene e sacchetti per la spesa a fine vita.


L'iniziativa rientra nel piano Net Zero by 2040 che punta a dimezzare l'utilizzo di imballaggi in plastica entro il 2025 e raggiungere la neutralità climatica delle attività entro il 2040.

Gli imballaggi flessibili in polipropilene non vengono attualmente raccolti con la differenziata nella maggior parte dei Comuni inglesi, mentre l'immesso al consumo è stimato, nel paese, in 80.000 tonnellate annue (su 260.000 t/a di imballaggi in PP). I supermercati della catena britannica saranno così il principale punto di raccolta per questa tipologia di imballaggi.
Sainsbury's ha introdotto nel 2012 nei parcheggi di molti suoi supermercati cassonetti per la raccolta di bottiglie, vasi, vaschette e vassoi di plastica; dal 2019 ha avviato anche un progetto pilota di deposito su cauzione per il recupero di bottiglie per bevande.

fonte: www.polimerica.it



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Cosa fare se i sacchetti sono compostabili ma le etichette del prezzo e i bollini della frutta no?

 










Quando il 1 gennaio 2018 è entrata in vigore la legge che obbligava i consumatori a utilizzare sacchetti compostabili per frutta, verdura e prodotti alimentari sfusi in vendita nei supermercati e nei negozi, il legislatore si è dimenticato delle etichette che vengono attaccate sui sacchetti per indicare il prezzo. La campagna creata per la riduzione della plastica non ha considerato questo piccolo problema che si pone per centinaia di milioni di sacchetti che usiamo ogni anno in Italia. La maggior parte delle etichette del prezzo che vengono applicate sui sacchetti di materiale compostabile, non sono biodegradabili ed è molto probabile che nella maggior parte dei casi finiscano erroneamente nel rifiuto umido insieme al sacchetto.

Il problema si pone anche per i sacchetti di carta del pane venduto nei supermercati che spesso sono fatti con materiale compostabile, mentre l’etichetta del prezzo non essendo quasi mai “eco” dovrebbe essere ritagliata e tolta, prima di gettare il sacchetto nel bidone della carta o dell’umido.


Solo alcuni bollini utilizzati per etichettare la frutta sono compostabili

Anche per la frutta marchiata con bollini multicolore che evidenziano la marca e il logo del produttore si pone un problema analogo. All’inizio c’erano solo le banane, poi sono arrivate le mele del Trentino, le pere dell’Emilia-Romagna e ormai molti tipi di frutta hanno il bollino autoadesivo. In questo caso se non si ha l’accortezza di scollarlo, il bollino finisce nel contenitore del rifiuto umido di casa. A questo punto viene spontaneo chiedersi quante persone hanno l’accortezza di togliere la piccola etichetta autoadesiva? “Melinda – precisa il consorzio – da anni porta avanti la ricerca per ottenere bollini biodegradabili in grado di essere utilizzati nella filiera di lavorazione che prevede movimentazione attraverso l’acqua e il mantenimento in celle ad umidità oltre il 90%. Ad oggi non sono ancora disponibili bollini compostabili in grado di resistere al processo di lavorazione, capaci di evitare l’innesco dei processi di degradazione del materiale. Le uniche soluzioni ad oggi esistenti sono applicabili “a valle” della filiera, le stesse che attualmente Melinda utilizza per la produzione biologica, nonostante impongano la necessità di essere applicati in modo non automatico e quindi comportino un impegno di manodopera molto importante”.

Cambiare però si può, visto che alcune catene di supermercati, come Iper, Bennet o Esselunga hanno adottato per le etichette del prezzo del sacchetto del pane e dell’ortofrutta materiale compostabile. La stessa cosa hanno fatto alcuni consorzi per i bollini della frutta.




fonte: www.ilfattoalimentare.it


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Carrefour dice addio ai sacchetti in bioplastica nei propri reparti ortofrutta: spazio a carta e cotone

 


Carrefour ha scelto di abbandonare i sacchetti in bioplastica per i propri reparti ortofrutta in favore di sacchetti in carta e in cotone organico riutilizzabili. Ma facciamo un salto a ritroso: dal 1° gennaio del 2018 troviamo nei reparti ortofrutta solo sacchetti biodegradabili e compostabili, conferibili nel flusso dell’organico. Ormai ne siamo abituati ma ai tempi dell’entrata in vigore la misura scatenò diverse polemiche in quanto i sacchetti potevano essere distribuiti solo a pagamento, con un aggravio di spesa per il consumatore.
Nonostante le polemiche ancora oggi li troviamo nei reparti dei supermarket e sebbene ci appaiano i medesimi di due anni fa, di fatto hanno seguito un’evoluzione prevista dalla legge già nella sua fase iniziale.

Dal 1° gennaio 2020 infatti i sacchetti, oltre ad essere compostabili, hanno un’impronta carbonica da fonte rinnovabile di almeno il 50%, calcolata secondo una specifica norma UNI che ne certifica la tracciabilità: è la specifica tecnica europea CEN/TS 16640, un metodo per la determinazione del contenuto di carbonio a base biologica nei prodotti.
Si tratta di un’evoluzione importante in quanto più la materia prima è biobased, tanto più si realizza un manufatto gestibile in un sistema di economia circolare: questa impronta carbonica contribuisce a ridurre la CO2 atmosferica e il ricorso a fonti fossili non rinnovabili. Il D.L. 91/2017 prevede un ulteriore balzello a partire dal prossimo anno, quando la percentuale dovrà salire al 60%. Ai consumatori non dispiacciono e pur essendo piuttosto fragili il 7.6% dichiara di utilizzarli per conferire la frazione umida. 


Carrefour adotterà i sacchetti in carta con una finestra traslucida, anch’essa in carta, gli stessi che spesso si usano per il pane

Ma vi sono aziende che si chiamano fuori da questo processo evolutivo, scegliendo strade alternative ma non per questo meno efficaci: una su tutte Carrefour, che come abbiamo anticipato abbandonerà i sacchetti in bioplastica per l’ortofrutta. La ragione, secondo la catena francese di supermercati, risiederebbe nel fatto che gli attuali sacchetti, pur trattandosi di prodotti in gran parte costituiti da materia vegetale non sono riciclabili.

“I sacchetti in carta kraft per l’ortofrutta sono realizzati in carta certificata 100% FSC, che deriva da foreste gestite in modo sostenibile. Quest’estate li abbiamo introdotti in alcuni punti vendita per un periodo di prova e abbiamo constatato che hanno riscosso un notevole successo tra i nostri clienti – ha dichiarato Carrefour in un comunicato -. A partire da quest’autunno, nei reparti frutta e verdura adotteremo i sacchetti in carta con una finestra traslucida, anch’essa in carta, che sostituirà gli attuali sacchetti di bioplastica”.
Borse in cotone organico, riutilizzabili, saranno invece introdotte nelle sezioni di frutta e verdura degli ipermercati ad un prezzo di 0,99 €.
Va precisato che “l’Act for food” di Carrefour contiene impegni concreti in favore della lotta alla plastica e entro il 2025 l’ambizione è di confezionare tutti i prodotti a marchio in imballaggi riciclabili al 100%, riducendone al contempo la complessità.

fonte: www.ilfattoalimentare.it


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Il bando tedesco non risparmia i bioshopper

Nelle intenzioni del Governo, nel 2020 i sacchetti monouso per la spesa, anche compostabili, non saranno più venduti nei supermercati.

















La ministra dell’ambiente tedesco, Svenja Schulze (nella foto), è tornata a parlare della messa al bando dei sacchetti di plastica nei supermercati, progetto già preannunciato in agosto. Nelle intenzioni del dicastero, la legge potrebbe entrare in vigore a metà del 2020, dopo un periodo transitorio di sei mesi per permettere ai distributori e ai punti vendita di esaurire le scorte di sacchetti.
A differenza di quanto avviene in Italia il divieto alla vendita di sacchetti monouso in plastica per la spesa dovrebbe riguardare anche quelli biodegradabili e compostabili, in quanto - ha affermato la ministra - i biopolimeri non offrirebbero una soluzione alla protezione dell’ambiente.
Salate le sanzioni per chi non rispetterà il divieto: secondo le prime indiscrezioni, le multe per le imprese potrebbero arrivare fino a 100mila euro.
In base ai dati forniti dal Ministero per l’ambiente, il consumo procapite in Germania è pari a 24 sacchetti, un volume tutto sommato limitato, anche grazie ai programmi volontari avviati negli anni scorsi di concerto tra il governo e la GDO, ritenuti però non più sufficienti a ridurne ulteriormente la diffusione. Prima di queste misure, nel 2015, il consumo procapite ammontava a 64 shopper.
fonte: https://www.polimerica.it

Sacchetti riutilizzabili per ortofrutta

In fase di introduzione nei 3.200 punti vendita tedeschi della catena Lidl per ridurre i consumi di plastiche monouso.


















Con lo slogan "Dein Vitaminnetz” (rete vitaminica), la catena tedesca della grande distribuzione Lidl inizierà a distribuire in agosto, presso 3.200 punti vendita in Germania, sacchetti a rete riutilizzabili più volte per il confezionamento di prodotti ortofrutticoli sfusi, in alternativa a quelli monouso in plastica, nell’ottica di una riduzione dei consumi di plastiche usa-e-getta.
I clienti potranno scegliere tra le due tipologie: quelli riutilizzabili saranno venduti al prezzo di 49 centesimi di euro per due pezzi (nella foto). Se la rete contiene un solo tipo di prodotto, alle casse l’operatrice si limiterà a pesare l’imballo, mentre nel caso di diversi tipi di frutta e verdura insaccati insieme, bisognerà prima disimballarli e ognuno sarà pesato separatamente.
La tara (il sacchetto pesa otto grammi) è memorizzata sull'etichetta attraverso un codice a barre integrato e viene detratta dal peso della merce.
fonte: https://www.polimerica.it

Sacchetti fuorilegge: in Italia il 40% delle buste sono falsi biodegradabili. I risultati di un’indagine di Altroconsumo


















Secondo un’inchiesta condotta nel quadro del progetto CIRC-PACK sul comportamento dei cittadini europei nei confronti dei sacchetti di plastica, la messa al bando delle buste sta funzionando (il 70% degli italiani dichiara di portare sacchetti da casa senza più acquistarli mentre il 42% preferisce quelli di stoffa). In Italia la situazione è leggermente diversa: secondo un’indagine di Altroconsumo la metà dei sacchetti in circolazione sarebbe fuori legge, in quanto non rispetta i requisiti minimi di legge che prevedono la biodegradabilità, la compostabilità e l’impiego di almeno il 40% di materia prima rinnovabile per quelli monuso destinati a contenere e trasportare alimenti. C’è di più, le borse monouso da asporto non possono essere cedute gratuitamente ai consumatori e la biodegradabilità e la compostabilità devono essere certificate da organismi accreditati e presentare i loghi stampati (vedi immagine sotto).
L’indagine condotta in 11 città (Bari, Bologna, Cagliari, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Reggio Calabria, Roma e Torino) prevedeva l’acquisto di vari tipi di shopper presso ipermercati, supermercati, mercati rionali e cinque negozi scelti tra: casalinghi, detersivi e cura della persona, fruttivendoli, macellerie e panetterie, per un totale di quasi 200 punti vendita e 247 sacchetti prelevati.
sacchettiSe nella grande distribuzione non sono state rilevate irregolarità, la situazione peggiore si trova nei negozi (22% di sacchetti fuorilegge). Analizzando poi il tipo di borse acquistate nei mercati, il 70% non era a norma. L’altro aspetto importante è che nei mercati il sacchetto non viene quasi mai fatto pagare, come invece prevede la legge, e non compare mai sullo scontrino. Il tema delle buste a pagamento ha scatenato gli animi dei consumatori, ma va ricordato che possono essere usate per la raccolta dell’umido e il costo di 1 – 2 centesimi (costo che incontriamo nei reparti ortofrutta) è ben inferiore a 10 – 17 centesimi dei sacchetti venduti in rotolo specificatamente per la frazione umida.
Per chi ancora pensasse che il passaggio ai sacchetti compostabili sia stato inutile e che i vecchi sacchetti in plastica potessero essere riciclati, esistono finalmente risposte chiare: la fattibilità del riciclo è solo teorica in quanto il ridotto spessore dei sacchetti li rendeva poco riconoscibili dagli impianti automatizzati, con il risultato che buona parte delle buste in plastica venivano scartate, finendo negli inceneritori. “I sacchetti irregolari purtroppo sono prodotti sia da aziende italiane che estere” sostiene Marco Versari, presidente di Assobioplastiche. “Secondo nostre stime solo il 20-30% delle buste per ortofrutta sarebbe a norma; non parliamo di nomi importanti della distribuzione, ma delle zone più periferiche dove il commerciante che smercia prodotti irregolari senza farli pagare raccoglie il consenso dei consumatori”.
Quali mezzi ha il consumatore per difendersi? La legge impone ai produttori di indicare il nome sul sacchetto, il marchio di certificazione e l’indirizzo, in modo da poter risalire alla fonte della catena produttiva (chi lavora legalmente ci tiene a farlo sapere, mentre i prodotti anonimi potrebbero nascondere qualcosa che non va).
Se nel 2011 l’Italia aveva già fatto da virtuoso apripista a livello europeo con l’introduzione dei sacchetti da supermercato compostabili, ora le regole sono state estese anche ai sacchetti ortofrutta e bisogna intensificare i controlli, soprattutto nelle bancarelle ambulanti e nei negozi al dettaglio. “Di recente – prosegue Versari – le autorità hanno scoperto un distributore milanese che vendeva decine di milioni di sacchetti illegali. Il giro d’affari è importante visto che i ricarichi arrivano anche al 500 per cento e le multe sono basse, rispetto al rapido guadagno che si può fare. Ma i danni per il consumatore e l’ambiente sono enormi”.

fonte: https://ilfattoalimentare.it

A Bruxelles è vietato impacchettare frutta e verdura in sacchetti non degradabili

Il divieto di confezionare frutta e verdura in sacchetti di plastica non degradabili è entrato in vigore oggi a Bruxelles. I clienti di supermercati e negozi dovranno portarsi dietro sacchetti di carta o di tela.














Su ordine delle autorità di Bruxelles, dal primo settembre in tutti i negozi della città, le merci vendute a peso non potranno più essere confezionate in sacchetti di plastica usa e getta. I cambiamenti riguardano non solo i prodotti alimentari, come verdure, frutta, carne, pesce, ma anche i beni di qualsiasi categoria venduti a peso.
Tuttavia, fino al 2020, come misura transitoria, i negozi metteranno a disposizione degli acquirenti dei sacchetti di plastica completamente riciclabili.
Un anno fa, i negozi di Bruxelles hanno smesso di fornire buste di plastica alle casse. Le misure sono state prese su iniziativa delle autorità cittadine per ridurre il volume di rifiuti di plastica e ridurre l'impatto sull'ambiente.
"Ogni anno in Europa si utilizzato fino a 800 tonnellate di sacchetti di plastica usa e getta. Dato che la durata di tali sacchetti è spesso di un paio di minuti, mentre il periodo di decomposizione vanno dai 100 ai 400 anni, essi rappresentano un'enorme porzione dei rifiuti, per non parlare del danno ambientale alla flora e la fauna", si legge in una dichiarazione della Bruxelles Environnement.
I negozi di Bruxelles hanno iniziato a prepararsi per soddisfare i requisiti del decreto alcuni mesi prima dell'entrata in vigore del medesimo. La catena Delhaize ha sostituito i sacchetti di plastica con sacchetti di carta, mentre la catena Colryut ha fornito i reparti frutta e verdura di sacchetti di plastica biodegradabili. Sono anche in vendita dei sacchetti di tela.
"Mi sembra che adesso bisogna porsi un'altra domanda, ovvero qual'è l'esatta composizione dei sacchetti di plastica biodegradabili e il loro impatto sull'agricoltura, nonché i rischi per la salute associati", ha detto a Sputnik un esperto dell'istituto di ecologia belga Urban Ecology.
L'organizzazione no-profit Zero Waste Europe spiega che il processo di decomposizione del sacchetto biodegradabile in realtà può richiedere fino a un anno, quindi il problema può essere risolto solo promuovendo tra i consumatori l'utilizzo di materiali riutilizzabili per il confezionamento.    
fonte: https://it.sputniknews.com

NaturaSì 'disobbedisce', sacchetti riutilizzabili all'ortofrutta




















Orgogliosamente fuori legge, o almeno disobbedienti. La legge non lo permettere ma loro hanno deciso di portare lo stesso i sacchetti riutilizzabili nel reparto ortofrutta dei propri punti vendita. "Non è un problema, è una cosa sensata e intelligente. Non penso proprio che ci contesteranno questa scelta ma se lo faranno ci daranno l'occasione di affrontare l'argomento", dice all'Adnkronos Fabio Brescacin, presidente EcornaturaSì, azienda di distribuzione di prodotti biologici e biodinamici e prima in Italia a offrire un'alternativa al sacchetto usa e getta.
Iniziativa lanciata oggi a Roma insieme a Legambiente, alla vigilia della Giornata mondiale dell'Ambiente, con la distribuzione di 100mila sacchetti riutilizzabili per l'ortofrutta. Perché NaturaSì disobbedisce? Scattato il 1 gennaio di quest'anno il bando ai sacchetti di plastica ultraleggeri usa e getta, non prevede, per i consumatori, l'alternativa riutilizzabile come accade invece con gli shopper usati per la spesa. Il rimpallo tra i ministeri dell'Ambiente e della Salute, che avrebbero dovuto affrontare la questione, si è chiuso con la circolare che prevede la possibilità di usare dei sacchetti portati da casa dal consumatore, sì, purché monouso. Insomma, nessuna alternativa riutilizzabile.
Ma Legambiente e EcorNaturaSì hanno deciso di proseguire sulla strada che punta a ridurre l’utilizzo di plastica monouso e aumentare la consapevolezza e la responsabilità dei consumatori a partire dai negozi NaturaSì e Cuorebio, ma che potrebbe diventare un esempio per tutta la grande distribuzione italiana.
In vista della nuova direttiva europea contro l’inquinamento da plastica, EcorNaturaSì, insieme con l’associazione ambientalista, ha voluto lanciare l’iniziativa che guarda oltre le polemiche legate ai sacchetti biocompostabili per l’ortofrutta a pagamento, culminate paradossalmente con un crollo delle vendite dello sfuso e un’impennata degli acquisti di ortofrutta fresca confezionata.
L’Italia, infatti, è il settimo Paese produttore di rifiuti plastici in Europa, secondo gli ultimi dati l’Eurostat, e negli ultimi 16 anni la produzione pro capite è aumentata leggermente passando da 34,19 kg a 35,05 all'anno. Secondo l’ultimo rapporto Beach Litter di Legambiente, solo sulle spiagge italiane il 31% dei rifiuti censiti è stato creato per essere gettato immediatamente o poco dopo il suo utilizzo.
Parliamo di imballaggi di alimenti, carte dei dolciumi, bastoncini per la pulizia delle orecchie, assorbenti igienici, barattoli, mozziconi di sigaretta. I rifiuti plastici usa e getta sono stati rinvenuti nel 95% delle spiagge monitorate, a dimostrazione della gravità del problema.
I sacchetti riutilizzabili sono un passo nella direzione della riduzione dei rifiuti inutili: sono infatti di poliestere, lavabili, traspiranti e riutilizzabili. Oggi a Roma, nel punto vendita di Piazza Farnese, sono stati distribuiti i primi sacchetti riutilizzabili per frutta e verdura, prodotti dalla cooperativa sociale di Verona Quid, che li realizza nel proprio laboratorio di sartoria.
Domani, 5 giugno, in occasione della Giornata mondiale dell'Ambiente, saranno distribuiti gratuitamente nei negozi NaturaSì a fronte di una spesa di 50 euro. Naturalmente, chi sceglierà i sacchetti riutilizzabili non sarà costretto a pagare i pochi centesimi previsti dalla legge a carico dei consumatori per i sacchetti di plastica compostabili.
“Grazie all’uso delle sportine riutilizzabili, i sacchetti per la spesa usa e getta in Italia si sono ridotti del 55% negli ultimi cinque anni - sottolinea Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente – Lo stesso lo dobbiamo fare per i sacchetti per l’ortofrutta nei supermercati grazie alla diffusione delle retine riutilizzabili. L’importante iniziativa con EcorNaturaSì, prima in assoluto sul territorio nazionale, va proprio in questa direzione, nonostante l’incomprensibile latitanza del ministero della Salute al quale da sei mesi chiediamo di prendere una posizione ufficiale, sollecitando tutta la grande distribuzione a garantire ai cittadini un’alternativa riutilizzabile alle buste compostabili monouso".
"Grazie alle retine riutilizzabili per l’ortofrutta, e dopo le norme che hanno bandito le buste usa e getta di plastica tradizionale, i cotton fioc non compostabili e le microplastiche nei prodotti cosmetici, oggi l’Italia - conclude Ciafani - fa un nuovo passo in avanti per praticare concretamente la strategia europea per la lotta all'inquinamento da plastica”.
A realizzare i sacchetti riutilizzabili i dipendenti della Cooperativa Sociale Quid Onlus: donne e uomini con un passato difficile, chi di violenza e chi di detenzione o emarginazione, che in questo spazio hanno trovato la solidarietà e l’appoggio di esperti capaci di guidarli verso un reinserimento nel mondo del lavoro e la possibilità di crearsi un futuro migliore, con le proprie mani. I sacchetti riutilizzabili che saranno venduti nei negozi NaturaSì e Cuorebio pesano 8 grammi, come quelli monouso e sono composti in poliestere con materiale interamente italiano.

fonte: http://www.adnkronos.com

Sacchetti biodegradabili. CIC: 'Otto verità per una migliore raccolta dell’umido domestico'

"La quasi totalità degli impianti (con poche eccezioni, dovute a particolari sistemi di pretrattamento) accetta e gestisce senza alcun problema la presenza di manufatti in plastica compostabile nel flusso di organico conferito, sia nel caso di processi biologici di solo compostaggio che nei processi integrati digestione/compostaggio"























“L’introduzione dell’obbligo dell’uso di sacchi per ortofrutta compostabili ci consente ancora una volta di tornare sul tema dei sacchetti biodegradabili e compostabili, sulla qualità delle raccolte differenziate e sul compostaggio dei rifiuti organici. Tuttavia, la mancanza di una comunicazione adeguata nei confronti dei cittadini e degli organi di stampa ha creato fraintendimenti e la diffusione di informazioni a nostro avviso non corrette, soprattutto per quanto riguarda la raccolta differenziata dell’umido e gli impianti di compostaggio”. Così Massimo Centemero, direttore del Consorzio Italiano Compostatori (CIC) commentando l’introduzione dell’obbligo dal 1° gennaio 2018 di utilizzare come imballaggio primario per alimenti sfusi sacchi leggeri e ultraleggeri biodegradabili e compostabili certificati secondo la norma UNI EN 13432.
Il CIC ricorda sinteticamente alcuni punti e alcune semplici regole per compiere una corretta raccolta della frazione organica, a partire dalla scelta del sacchetto, ribadendo la necessità di un intervento migliorativo relativo alle etichette: “è necessario che siano rese compostabili”.
  1. Sacchetti ortofrutta: idonei per la raccolta dell’umido
    I sacchetti ortofrutta, che dal 1 gennaio 2018 dovranno essere costituiti esclusivamente da materiale biodegradabile e compostabile, sono compatibili con il sistema impiantistico nazionale e con le modalità di raccolta diffusi sul territorio; pertanto possono essere utilizzati per il contenimento dell’umido domestico.
  2. Etichette: rimuoverle dal sacchetto
    Le etichette rappresentano effettivamente una criticità a cui sarebbe importante dare una risposta. Vale sia per quelle dei sacchetti ortofrutta che per quelle riportate direttamente su alcuni tipi di frutta e verdura, come ad esempio banane e mele. Gli impianti sono comunque attrezzati a rimuoverle; tuttavia, l’utente sensibile può apporre l’etichetta sul manico, così da toglierla prima di utilizzare il sacchetto per la raccolta dell’umido, senza inficiarne la tenuta.
  3. Impianti qualificati per gestire plastica biodegradabile e compostabile
    L’impiantistica dedicata al riciclo dei rifiuti organici si conferma come una filiera qualificata ed efficiente nella gestione degli imballaggi in plastica biodegradabile e compostabile: la quasi totalità degli impianti (con poche eccezioni, dovute a particolari sistemi di pretrattamento) accetta e gestisce senza alcun problema la presenza di manufatti in plastica compostabile nel flusso di organico conferito, sia nel caso di processi biologici di solo compostaggio (aerobico NdRche nei processi integrati digestione/compostaggio(anaerobico/aerobico NdR - per maggiori informazioni su diversi processi di trattamento rimandiamo al seguente articolo di Eco dalle Città).
  4. Sacchetti strappati: vanno bene nell’organico 
    Un sacchetto strappato, ancorché non più a tenuta, può essere comunque conferito nel flusso dell’organico destinato al compostaggio (o digestione anaerobica abbinata al compostaggio) perchè biodegradabile e compostabile.
  5. Per l’organico solo sacchetti certificati
    Per un corretto trattamento dei rifiuti organici è fatto obbligo di utilizzare i sacchetti in materiale biodegradabile e compostabile certificati a NORMA UNI EN 13432 in carta o in bioplastica, per contribuire all'effettivo recupero dei rifiuti e alla produzione di compost di qualità.
  6. Verificare la certificazione del sacchetto
    Per riconoscere un sacchetto conforme alla legge bisogna controllare se riporta le scritte “biodegradabile e compostabile”, quella dello standard europeo EN 13432:2002 e la certificazione di compostabilità.
  7. Evitare le buste di plastica tradizionale
    Per raccogliere l’umido bisogna assolutamente evitare le buste di plastica tradizionale: è un materiale che risulta “indigesto” ai microorganismi che trasformano gli scarti alimentari e verdi in compost. Non può dunque essere riciclato nella filiera del recupero del rifiuto organico.
  8. Plastica tradizionale problema per il riciclo organico
    Le plastiche convenzionali presenti nel rifiuto organico si sono rivelate un grave problema: la loro rimozione pressoché integrale, per garantire il rispetto degli standard qualitativi del compost, rende necessari interventi di raffinazione impegnativi dal punto di vista delle energie investite e costosi per gli ingenti quantitativi di scarti prodotti.
“La Legge recentemente approvata ha un obiettivo condivisibile, in quanto mira a diminuire la presenza di plastica ultraleggera sostituendola con sacchetti compostabili. Un’evoluzione per il CIC importante e preziosa”, sottolinea Massimo Centemero, direttore CIC. “Il nostro auspicio per il futuro è un intervento migliorativo per rendere anche le etichette compostabili”.
Raccolta differenziata: Italia da 25 anni esempio mondiale per il rifiuto organico
La raccolta differenziata del rifiuto organico - ricorda il CIC - nasce in Italia nei prima anni ‘90: da allora, in modo progressivo e costante, sono aumentati i tassi di raccolta differenziata così come voluto dapprima dalle regioni (con le pianificazioni regionali sulla gestione dei rifiuti), poi dallo Stato (con il Decreto Ronchi del 1997 e con il Testo Unico Ambientale del 2006) ed ora anche dall’Unione Europea (con la imminente revisione della Direttiva quadro sui rifiuti). Volta per volta è stata alzata l’asticella della quota di raccolta differenziata, passando dal 35% al 50%, per arrivare ora al 65%
La raccolta differenziata del rifiuto organico (comunemente l’umido e il verde) ha contribuito e contribuirà in modo decisivo al raggiungimento degli obiettivi normativi e di politica ambientale stabiliti a diversi livelli (provinciale, regionale, statale e comunitario).  L’Italia negli ultimi 25 anni si è distinta, prime fra tutte non solo a livello europeo ma mondiale, introducendo un sistema che funziona e che consente il riciclo organico di circa 6 milioni di tonnellate all’anno; esempi concreti di efficienza e sostenibilità si trovano su tutto il territorio italiano, con casi di eccellenza mondiale - che fanno peraltro scuola all’estero - di sistemi, impianti, processi e prodotti.
Esistono chiaramente delle criticità: non si deve dimenticare il ritardo nello sviluppo delle raccolte di alcune grandi città, nel sud del Paese o degli impianti nel centro e nel sud. Si intravvedono però spiragli di crescita: nuovi elementi nel panorama nazionale che fanno ben sperare di raggiungere l’uniformità territoriale anche in questo settore.
Un altro elemento fondamentale per un buon riciclo, e questo vale per tutte le filiere, dalla carta alla plastica, dal vetro all’alluminio, è la qualità della raccolta differenziata: per una buona raccolta dell’umido è indispensabile abbassare il più possibile elementi indesiderati non compostabili.


Massimo Centemero

fonte: www.ecodallecitta.it

Dall’Indonesia gli imballaggi biodegradabili a base di alghe

Durano 2 anni, si sciolgono in acqua e sono commestibili. L’Indonesia parte dalle alghe per scrivere il futuro degli imballaggi biodegradabili


















La polemica di questi giorni sui sacchetti biodegradabili per imbustare i prodotti alimentari freschi negli esercizi commerciali rischia di concentrarsi tutta sull’equità del prezzo e poco sul vero problema della plastica: l’inquinamento. Secondo la Plastic Pollution Coalition, circa il 33% della mole prodotta annualmente è utilizzato una sola volta e poi gettato, il che contribuisce a un immensa contaminazione globale. Di fronte a una simile distorsione, che abbraccia l’economia e la società, una delle soluzioni per ridurre l’inquinamento è utilizzare materiali più ecologici, ricavati da risorse rinnovabili.
Da qui è partita Evoware, una azienda indonesiana che ha trovato il modo di produrre imballaggi biodegradabili con le alghe marine, capaci di resistere per un massimo di due anni ma solubili in acqua calda e totalmente commestibili.

 

Secondo Evoware, sviluppare il settore degli imballaggi a base di alghe in Indonesia può essere strategico per diversi motivi: innanzitutto, la nazione è il secondo fornitore di plastica al mondo attraverso gli oceani. Dall’isola, circa il imballaggi biodegradabili90% dei rifiuti plastici finisce in mare, mancano un’industria e una cultura del riciclo. Il 70% di questi rifiuti proviene da imballaggi per alimenti e bevande. Un altro motivo per cui spingere sulle alghe può rivelarsi una prima risposta è lo stato dei produttori locali. Pur essendo il primo paese al mondo nella coltivazione delle alghe, il settore produttivo è estremamente povero, le famiglie che ci lavorano soffrono di malnutrizione e di altre difficoltà legate alla scarsità di mezzi.
Dalle alghe, tuttavia, si possono creare imballaggi resistenti e durevoli, spiegano da Evoware: i prodotti dell’azienda sono disponibili in due varietà: uno biodegradabile, che può essere utilizzato per il confezionamento di saponi e altri articoli non edibili, e uno biodegradabile e commestibile, da utilizzare come involucro alimentare, ad esempio per imbustare il tè o qualsiasi altro prodotto fresco. L’imballaggio commestibile, quasi insapore e inodore, si dissolve in acqua tiepida ed è considerato nutriente, in quanto contiene fibre, vitamine e minerali. Può essere personalizzato per avere uno specifico gusto, colore o logo impresso sulla pellicola, è stampabile e termosaldabile, conforme agli standard HACCP.

fonte: www.rinnovabili.it