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PlasticsEurope favorevole all'obbligo di riciclato negli imballaggi

 










Secondo l'associazione europea dei produttori di materie plastiche serviranno ingenti investimenti e non si potrà fare a meno del riciclo chimico.

PlasticsEurope accoglie con favore la 

Le infrastrutture Ue dovranno essere “a prova di cambiamento climatico”

Presentate le nuove linee guida tecniche di Bruxelles per i progetti infrastrutturali 2021-2027: previste valutazioni su rischi climatici ed eventi estremi.


Ponti, strade, ferrovie, centrali energetiche, reti elettriche: tutte le nuove infrastrutture progettate in Europa dovranno essere in grado di fronteggiare i cambiamenti climatici ed essere compatibili con gli obiettivi Ue del Green Deal (economia a zero emissioni di Co2 entro metà secolo).

È quanto prevedono le linee guida tecniche 2021-2027 presentate dalla Commissione europea (link in basso), allo scopo di verificare che i futuri progetti siano “climate proof”, vale a dire, costruiti in modo tale da ridurre il più possibile la loro vulnerabilità agli eventi estremi come alluvioni e ondate di calore.

Pertanto, i progetti dovranno includere le valutazioni sui rischi climatici presenti e futuri, oltre alle valutazioni sulle emissioni di CO2 associate alla loro realizzazione.

Ad esempio, spiega Bruxelles in una nota, occorre prestare particolare attenzione a edificare in zone costiere che potrebbero risentire di un innalzamento del livello marino; analogamente, la tolleranza termica per i binari ferroviari deve tener conto della temperatura massima più elevata secondo le stime future, anziché secondo i valori storici.

I progetti dovranno anche rispettare il principio “efficienza energetica al primo posto” e la regola del “non fare danni significativi” agli obiettivi ambientali definiti nella tassonomia Ue per gli investimenti verdi.

Per ottenere finanziamenti da determinati fondi Ue, come il Just Transition Fund, gli Stati membri dovranno seguire queste nuove linee guida per i progetti infrastrutturali.

fonte: www.qualenergia.it


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UE: la strategia europea per il tessile sostenibile

La Commissione europea ha avviato l’iter di iniziativa legislativa teso a costruire una strategia europea per il tessile sostenibile entro la fine del 2021



Il tessile è uno dei settori che più di altri, a livello europeo, è in grado di aprire la strada verso un'economia circolare neutra in termini di carbonio; per questo, nei primi giorni di Gennaio 2021 è stata pubblicata la "roadmap" (una sorta di strada da seguire) per il tessile sostenibile, che prenderà forma entro la fine del 2021.

Si tratta di una nuova strategia predisposta dalla Commissione europea che punta a costruire un comparto tessile sostenibile in Unione Europea (di seguito UE), basata sull’economia circolare ed a emissioni zero, dove i capi di abbigliamento sono progettati per durare, essere riparati, riutilizzati, riciclati e prodotti in maniera efficiente.

La pandemia COVID-19 ha avuto un forte impatto sul comparto industriale tessile europeo,
pur essendo un settore competitivo a livello globale, soprattutto per i tessuti tecnici e l'alta moda, il comparto, nel suo complesso, sta soffrendo in modo significativo, sia in termini di interruzione dell'offerta che di calo della domanda dei consumatori. La crisi ha anche colpito il commercio internazionale di prodotti tessili di seconda mano e ha sconvolto i flussi dei rifiuti tessili.

Tutto questo richiede una strategia per un tempestivo recupero che, però, tenga conto delle attuali debolezze del comparto per superarle.

Il tessile e l'abbigliamento costituiscono un ecosistema industriale diversificato che copre diverse catene di valore e diversi tipi di prodotto. Quest'industria impiega 1,5 milioni di persone, distribuite in più di 160.000 aziende nell'UE, la maggior parte delle quali sono PMI, con un fatturato annuo UE di 162 miliardi di euro nel 2019. Nonostante una crescente attenzione per la sostenibilità, gli europei consumano in media 26 kg di prodotti tessili per persona all'anno, ed una quota significativa di questi proviene da paesi terzi.

Ogni articolo viene usato per un periodo sempre più breve, con il risultato che, ogni anno, vengono gettati 11 kg di tessile per persona. Inoltre, si stima che meno dell'1% di tutti i tessili, a livello internazionale, venga riciclato, dando vita a nuovi materiali. La presenza di sostanze nocive, che possono rappresentare un ostacolo il riciclaggio di alta qualità, incidendo sui tassi di raccolta e sulle capacità di riciclaggi, che sono piuttosto da bassi a medi nel panorama europeo.

Il settore tessile, inoltre, ha necessità di molte risorse naturali e determina importanti impatti climatici e ambientali, che rappresentano un vero e proprio costo per l'ambiente, tanto che si stima che questo comparto sia al quarto posto, nell'UE, in termini di consumo di materie prime ed acqua, al quinto per le emissioni di gas serra (fonte rapporto EEA) e ai primi posti nella produzione dei rifiuti.

Bisogna, però, sottolineare il fatto che la maggior parte della pressione e dell'impatto legati alla produzione di abbigliamento, calzature e tessili per la casa si verifica in altre parti del mondo, fuori dall'Europa, là dove ha luogo, attualmente, la maggior parte della produzione.

Oltre al loro impatto sull'ambiente, le catene di produzione di questo comparto industriale sono lunghe, globalizzate e diversificate, infatti fanno capo a questo settore non solo le imprese del tessile moda, ma anche quelle della tappezzeria, biancheria intima, tessile per la casa ed altro ancora.

Un altro punto di debolezza è determinato dal fatto che l'industria europea del tessile deve affrontare una concorrenza sleale legata ai costi di produzione spesso più bassi e degli standard ambientali e sociali alquanto limitati in vigore nei paesi terzi produttori di tessile. In questi paesi è purtroppo molto difficile chi i prodotti fabbricati rispettino condizioni ambientali e lavorative accettabili.

Il settore tessile soffre anche di lacune, carenze e squilibri di competenze a causa dei cambiamenti tecnologici spesso rapidi che avvengono e che richiedono un continuo riadattamento della forza lavoro. Per affrontare i diversi punti di debolezza del settore, sommariamente descritti sopra, è necessaria una risposta coordinata e armonizzata a livello UE, mirata a superare le criticità soprattutto quelle legate alla raccolta differenziata del tessile, allo smistamento e al riciclaggio dei rifiuti tessili negli Stati membri e tesa a rafforzare le capacità sia dell'industria che delle autorità pubbliche di andare nella direzione dell’economia circolare, visto che il settore tessile è altamente globalizzato, un'azione frammentata a livello nazionale e/o locale non sarà sufficiente a determinare il cambiamento necessario.

Una mancanza di azione da parte dell'UE comprometterebbe un'efficace protezione ambientale in tutti gli Stati membri, così come la possibilità di creare condizioni di parità per le imprese tessili dentro e fuori l'UE. Anche il corretto funzionamento del mercato interno sarebbe a rischio.

Infine, la mancanza di azione a livello europeo sarebbe in contrasto con la forte richiesta delle parti interessate di sviluppare un approccio al tessile sostenibile che, però, deve avere regole comuni e non può avere discipline diverse dettate a livello nazionale dai singoli paesi membri.

L'obiettivo dell'iniziativa è quindi quello di istituire un quadro globale per creare condizioni e incentivi per aumentare la competitività, la sostenibilità e la resilienza del settore tessile dell'UE, tenendo conto dei suoi punti di forza e di vulnerabilità, dopo un lungo periodo di ristrutturazione e delocalizzazione, e affrontando i suoi impatti ambientali e sociali.

Tutto questo dovrà trovare una giusta armonizzazione con
il Green Deal europeo
il piano d'azione per l'economia circolare
la strategia per le sostanze chimiche per la sostenibilità.

L'iniziativa faciliterà e incoraggerà l'uso ottimale del recovery plan e degli investimenti sostenibili, in particolare nei processi di produzione, nel design, nei nuovi materiali, nei nuovi modelli di business, nelle infrastrutture e nelle competenze e nelle nuove tecnologie, anche attraverso la digitalizzazione.

Per stimolare il mercato dell'UE verso i tessili sostenibili e circolari, l'iniziativa dovrà puntare ad intensificare significativamente gli sforzi nella direzione del riutilizzo e del riciclaggio, nonché implementare gli appalti pubblici verdi nell'UE, tenendo conto delle esigenze espresse dal settore industriale e dalle altre parti interessate (cioè ricerca e innovazione, associazioni di consumatori, società di investimento, Stati membri, società civile).

L'iniziativa dovrà identificare azioni specifiche e orizzontali per il settore tessile che interesseranno l'intera filiera produttiva, tenendo conto dei possibili approcci per migliorare la progettazione per la sostenibilità, in primo luogo assicurando l'utilizzo di materie prime seconde e affrontando la presenza di sostanze chimiche pericolose, inoltre saranno proposte anche azioni per promuovere processi di produzione più sostenibili.

Al tempo stesso l’iniziativa dovrà occuparsi di
definire la normativa di riferimento per l’end of waste per il settore tessile
rafforzare la protezione dei diritti umani, il dovere di rispettare la normativa ambientale in tutta la filiera di produzione, aumentando la tracciabilità e la trasparenza
indirizzare la cooperazione e i partenariati internazionali, compresi gli aiuti al commercio, verso modelli di consumo e produzione più sostenibili, anche per quanto riguarda l'uso della terra e dell'acqua e l'impiego di sostanze chimiche
sostenere stili di vita più sostenibili, per esempio incentivando tutte le forme di servizio, il prodotto deve essere visto come servizio e non più solo come bene da acquistare
promuovere approcci volontari da parte delle imprese alla sostenibilità attraverso le certificazione come l'Ecolabel UE
prevedere sempre di più la responsabilità estesa del produttore nella promozione dei tessili sostenibili e nel trattamento dei rifiuti tessili secondo quanto previsto dalla gerarchia dei rifiuti
sostenere l'attuazione dell'obbligo legale di introdurre la raccolta differenziata dei rifiuti tessili entro il termine massimo del 2025. Nel nostro Paese questo termine è stato anticipato al 1 gennaio 2022.

Per costruire la strategia per il tessile sostenibile è necessario che tutte le parti interessate siano consultate, si tratta di tutti gli operatori del settore: produttori di fibre, filati, tessuti o abbigliamento, PMI e aziende globali, fornitori, dettaglianti, fornitori di servizi, raccoglitori, smistatori, riciclatori, centri di ricerca e innovazione e altre parti interessate come autorità pubbliche, consumatori e associazioni di consumatori o società civile.

Per questo l’UE ha organizzato una serie di attività di consultazione che coinvolgerà l'industria e le altre parti interessate, anche organizzando workshop e (tele)conferenze. Una prima consultazione pubblica si è conclusa il 2 febbraio scorso, ora è in corso la seconda consultazione pubblica sul portale "Have Your Say”, a cui è possibile prendere parte fino al 4 agosto 2021.

Per approfondimenti: "EU strategy for sustainable textiles"

fonte: www.arpat.toscana.it


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“Fit for 55”, le proposte della Commissione europea per la neutralità carbonica

Dallo stop alle auto a benzina e diesel nel 2035 al 3% di edifici pubblici da ristrutturare ogni anno, dall'ETS per il trasporto e il riscaldamento degli edifici fino ai 3 miliardi di nuovi alberi. L’ambizioso, e già contestato, pacchetto europeo che dovrebbe accompagnare l’Europa verso la neutralità climatica



Mercoledì la Commissione europea ha annunciato la sua “transizione normativa” per raggiungere nel 2030 l’obiettivo di riduzione delle emissioni nette del 55% rispetto ai livelli del 1990 e diventare il primo continente carbon neutral nel 2050. Una serie di proposte legislative (pacchetto battezzato “Fit for 55”) che la Commissione ha messo in campo per rendere effettivi gli obiettivi della European Climate Law e “trasformare la nostra economia e la nostra società per un futuro equo, verde e prospero”. Un pacchetto di proposte composto da 13 iniziative legislative (otto delle quali revisioni di meccanismi e modifiche di direttive già esistenti) che iniziano il cammino di negoziazione con Consiglio ed Europarlamento.

Queste iniziative sono pensate della Commissione per ampliare il campo d’azione de sistema ETS (Emission Trade System); prevenire la delocalizzazione delle emissioni; rafforzare i carbon sink naturali, in particolare i boschi; accelerare la crescita delle rinnovabili e della mobilità a basse emissioni; potenziare l’efficienza energetica; rivedere alcune politiche fiscali allineandole con gli obiettivi del Green Deal.

Grande assente l’economia circolare, che con l’ecodesign, il riuso e il riciclo dà invece un contributo rilevante alla riduzione delle emissoni.

Vediamo più nel dettaglio i singoli provvedimenti che faranno parte del pacchetto.
Il sistema ETS si allarga ai trasporti marittimi e stradali e alle costruzioni

Si rafforza il sistema europeo di scambio di quote di emissione (ETS): la Commissione propone di abbassare ulteriormente il tetto complessivo delle emissioni e di aumentare il tasso annuo di riduzione. In particolare i settori coperti dal mercato Ue del carbonio (Ets) dovranno aumentare lo sforzo di riduzione delle emissioni di CO2 entro il 2030 portandolo dal 43% al 61% rispetto al 2005.

Il pacchetto prevede poi due cambiamenti importanti: eliminare gradualmente le quote di emissione gratuite assegnate al trasporto aereo, che dovrà allinearsi al sistema globale di compensazione e riduzione delle emissioni di carbonio per l’aviazione internazionale (CORSIA- Carbon Offsetting and Reduction Scheme for International Aviation) e includere anche i trasporti marittimi.

Infine, “per far fronte alla mancanza di riduzioni delle emissioni nel trasporto stradale e negli edifici”, nasce un nuovo sistema separato di scambio delle emissioni per la distribuzione di carburante per il trasporto su strada e per gli edifici.

Gli Stati membri, secondo la proposta della Commissione, dovrebbero spendere interamente le entrate ETS in progetti per il clima e l’energia.

Agricoltura e foreste: tre miliardi di nuovi alberi entro il 2030

La revisione del Regolamento sull’uso del suolo, la silvicoltura e l’agricoltura fissa un obiettivo per la rimozione del carbonio da parte dei carbon sink naturali: 310 milioni di tonnellate di emissioni di CO2 entro il 2030. Entro il 2035, l’UE dovrebbe mirare a raggiungere la neutralità climatica nei settori dell’uso del suolo, della silvicoltura e dell’agricoltura. Gli Stati membri dovranno migliorare la qualità, la quantità e la resilienza delle foreste dell’UE; supportare i silvicoltori e la bioeconomia basata sulle foreste, con attenzione alla sostenibilità della raccolta e dell’uso della biomassa. E piantare tre miliardi di alberi entro il 2030.

Energie rinnovabili e cascading per il legno

La direttiva sulle energie rinnovabili verrà modificata per arrivare a produrre il 40% dell’energia europea da fonti rinnovabili entro il 2030: l’obiettivo fissato in precedenza (2018) era il 32%. Per tutti gli Stati membri vengono proposti obiettivi specifici per l’uso delle energie rinnovabili nei trasporti, nel riscaldamento e raffreddamento, negli edifici e nell’industria. La commissione annuncia nuovi criteri di sostenibilità per l’uso della bioenergia nel rispetto del principio dell’uso a cascata (cascading) per la biomassa legnosa (l’incenerimento, insomma, può arrivare solo dopo che il legno ha concluso la sua vita per un precedente impiego – nel mobile o nelle costruzioni, ad esempio – non in alternativa a questo).

Revisione della direttiva sull’efficienza energetica: target di rinnovamento del patrimonio immobiliare pubblico

Non solo rinnovabili ma anche efficienza energetica per raggiungere i target di riduzione delle emissioni. Per questo la Commissione propone una revisione della direttiva sull’efficienza energetica con l’obiettivo, spiega, non solo di ridurre il consumo energetico complessivo e quindi le emissioni, ma anche affrontare la povertà energetica. La revisione della direttiva fisserà un obiettivo annuale vincolante più ambizioso per il continente e per gli Stati membri. Impegni sono previsti anche per gli edifici pubblici: il settore pubblico dovrà infatti ristrutturare e rinnovare ogni anno il 3% del patrimonio immobiliare.
Rivoluzione per il trasporto su strada: stop a motori a combustione interna dal 2035

Arrivano standard più rigorosi sulle emissioni di CO2 per auto e furgoni: rispetto ai livelli del 2021 le emissioni medie delle nuove auto dovranno diminuire del 55% dal 2030 e del 100% dal 2035. Tra 14 anni, insomma, tutte le nuove auto immatricolate saranno a emissioni zero. Rivisto anche il regolamento sulle infrastrutture per i combustibili alternativi, per garantire punti di ricarica e rifornimento: sulle principali autostrade ci dovrà essere una colonnina di ricarica ogni 60 chilometri e ogni 150 chilometri un distributore di idrogeno.
Trasporto marittimo e aereo: un tetto al carbonio nei carburanti

Navi e aerei dovranno muoversi consumando meno carburanti fossili. Con la ReFuelEU Aviation Initiative i fornitori di carburante saranno tenuti ad aumentare la quota di carburanti sostenibili per l’aviazione (compresi i carburanti sintetici a basse emissioni di carbonio: e-fuel). Allo stesso modo, la FuelEU Maritime Initiative sosterrà uso di combustibili marittimi sostenibili e tecnologie a emissioni zero, fissando un limite massimo al contenuto di gas serra dell’energia utilizzata dalle navi che fanno scalo nei porti europei.
Stop sussidi alle fonti fossili e rivoluzione nella tassazione dell’energia

La Commissione prevede di ritoccare la direttiva sulla tassazione dell’energia. Il sistema fiscale è parte essenziale delle politiche ambientali comunitarie, per questo si prevede di “allineare la tassazione dei prodotti energetici alle politiche energetiche e climatiche dell’UE, promuovendo tecnologie pulite e rimuovendo esenzioni obsolete e aliquote ridotte che attualmente incoraggiano l’uso di combustibili fossili”. Stop insomma ai sussidi diretti e indiretti alle fonti fossili. Le nuove regole, afferma la Commissione, “mirano a ridurre gli effetti dannosi della concorrenza fiscale sull’energia, aiutando a garantire agli Stati membri entrate dalle tasse verdi, che sono meno dannose per la crescita rispetto alle tasse sul lavoro”.

In particolare si passerà dalla tassazione dell’energia basata sui volumi a una basata sul contenuto energetico dei combustibili. In una simulazione effettuata da Bruxelles con il nuovo sistema, che dovrebbe essere applicato gradualmente dal 2023, la tassazione minima sulla benzina passerebbe da 0,359 a 0,385 centesimi al litro, quella sul gasolio da 0,330 a 0,419 centesimi al litro. Per contro, le imposte minime sull’elettricità caleranno da un euro a megawatt/ora a 58 centesimi.

Carbon Border Adjustment Mechanism

Infine, il tanto discusso Carbon Border Adjustment Mechanism che fisserà un prezzo del carbonio incluso nelle importazioni di una selezione mirata di prodotti: inizialmente cemento, ferro e acciaio, alluminio, fertilizzanti ed elettricità. Obiettivo della Cbam è evitare che si delocalizzino le emissioni (portando fuori dai confini le produzioni hard-to-abate) e che la competitività dei produttori europei venga penalizzata dalla concorrenza ‘grigia’ situata in paesi con regole meno ambiziose. Ma il Cbam servirà anche ad “incoraggiare l’industria al di fuori dell’UE e i nostri partner internazionali a compiere passi nella stessa direzione”. Dal 2023 al 2025 ci sarà una fase di transizione: gli importatori dovranno riferire il livello di emissioni nelle merci importate, senza pagare un corrispettivo monetario per compensarle. Una volta che il sistema sarà a regime, nel 2026, gli importatori dovranno dichiarare ogni anno la quantità di emissioni incluse nelle merci importate l’anno precedente, e pagare con appositi certificati (il sistema sarà progettato sul modello dell’ETS).

“I nostri sforzi per affrontare il cambiamento climatico devono essere politicamente ambiziosi, coordinati a livello globale e socialmente equi – ha dichiarato il commissario per l’Economia, Paolo Gentiloni – Stiamo aggiornando le nostre regole di tassazione dell’energia vecchie di due decenni per incoraggiare l’uso di combustibili più ecologici e ridurre la concorrenza fiscale dannosa sull’energia”. Inoltre, aggiunge, “stiamo proponendo un meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere che allineerà il prezzo del carbonio sulle importazioni con quello applicabile all’interno dell’UE. Nel pieno rispetto dei nostri impegni in seno al WTO, ciò assicurerà che la nostra ambizione climatica non sia messa a rischio da aziende straniere soggette a requisiti ambientali più lassisti. Incoraggerà inoltre standard più ecologici al di fuori dei nostri confini”.
Una transizione giusta: il Social Climate Fund

Dopo i gilet gialli sappiamo tutti che il costo della transizione ecologica, anche se correttamente progettata, rischia di ricadere sugli anelli deboli della società: le famiglie vulnerabili, le piccole imprese, gli utenti dei trasporti urbani e periurbani. Quindi, nonostante il pacchetto “distribuisce equamente i costi per affrontare e adattarsi ai cambiamenti climatici”, la Commissione propone la nascita di un nuovo Fondo sociale per il clima: servirà ad aiutare i cittadini a finanziare investimenti in efficienza energetica, nuovi sistemi di riscaldamento e raffreddamento e mobilità più pulita. Il Fondo sociale per il clima sarebbe finanziato dal bilancio dell’UE, utilizzando un importo equivalente al 25% delle entrate previste dello scambio di quote di emissioni per i carburanti per l’edilizia e il trasporto stradale. Secondo i Commissari “fornirà 72,2 miliardi di euro di finanziamenti agli Stati membri, per il periodo 2025-2032, sulla base di una modifica mirata del quadro finanziario pluriennale. Con una proposta di attingere ai finanziamenti corrispondenti degli Stati membri, il Fondo mobiliterebbe 144,4 miliardi di euro per una transizione socialmente equa”.

Le reazioni

Contrastanti le reazioni a caldo sul pacchetto “Fit for 55”, e non poteva essere diversamente vista l’ampiezza dei temi e dei settori produttivi toccati. Ne segnaliamo soltanto alcune.

Partiamo con la Federazione europea Transport & Environment (T&E), che saluta l’annuncio come “una svolta per il settore automotive e un’ottima notizia per gli automobilisti”. Le nuove regole “democratizzeranno le auto elettriche garantendo una spinta decisiva alle infrastrutture di ricarica – ha commentato Carlo Tritto, Policy Officer per T&E Italia – I veicoli elettrici a zero emissioni, in altre parole, saranno presto accessibili a milioni di cittadini europei, cioè più economici e facili da caricare”.

Molto negativi invece gli altri ambientalisti. “Il pacchetto di proposte della Commissione Europea ‘Fit for 55%’ su clima ed energia – afferma in WWF in una nota – è il pacchetto più consistente ed ampio presentato fino ad ora. Tuttavia, è ancora molto al di sotto di ciò che è necessario per un passaggio alla neutralità climatica basato sulla scienza e socialmente equo”. Nel pacchetto “mancano delle disposizioni chiave, alcune non sono giuste e altre faranno in realtà più male che bene. L’UE deve smettere di spendere soldi a favore dell’inquinamento attraverso la distribuzione gratuita delle quote di emissione attraverso l’ETS, dobbiamo garantire che le famiglie più povere non siano svantaggiate, dobbiamo fermare la pratica di sovvenzionare la combustione di alberi e colture per l’energia“, dice Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia.

Fit for 55 “è inadeguato a fronteggiare la sempre più preoccupante emergenza climatica”, accusa Stefano Ciafani, presidente nazionale di Legambiente. “Per contribuire equamente al raggiungimento dell’obiettivo di 1.5°C previsto dall’Accordo di Parigi, l’Europa deve ridurre le emissioni di almeno il 65% entro il 2030 rispetto ai livelli del 1990, andando ben oltre il 55% previsto dalla Legge europea sul clima. La palla passa ora a Consiglio e Parlamento. Serve fare di più. Serve un primo importante segnale già nei prossimi mesi in vista della Conferenza sul Clima (COP26) del prossimo novembre a Glasgow”.

E Greenpeace: “Nonostante una serie di annunci accattivanti, il pacchetto di proposte politiche pubblicato dalla Commissione europea è unfit (indatto, ndr) ad affrontare la crisi climatica”, ha affermato il direttore europeo di Greenpeace, Jorgo Riss: “Celebrare queste politiche è come un saltatore in alto che rivendica una medaglia per essersi presentato alla gara. L’intero pacchetto si basa su un obiettivo troppo basso, non regge le evidenze scientifiche e non fermerà la distruzione dei sistemi di supporto vitale del nostro pianeta. Nonostante tutto il clamore, molte politiche non entreranno in vigore per dieci anni o più, come l’eliminazione graduale delle auto inquinanti a partire dal 2035, mentre altre alimenteranno effettivamente il fuoco, come etichettare la combustione degli alberi come energia rinnovabile”.

Sul piede di guerra le case automobilistiche. Acea, principale associazione europea dei produttori di automobili, ritiene “irrazionale” lo stop ai motori a benzina e diesel al 2035. L’associazione fa presente alla commissione Ue che sta commettendo un “errore”: “I produttori stanno facendo tutti gli sforzi per rendere l’Europa a emissioni zero entro il 2050, come previsto dalla proposta di legge sul clima, ma vietare una singola tecnologia non è una via razionale da perseguire in questo momento”.

Sulla stessa linea Anfia, l’Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica, che in una nota esprime “sconcerto e forte preoccupazione” per la proposta. “Pur consapevoli dell’importante ruolo che l’industria automotive può giocare nel raggiungimento degli obiettivi di decarbonizzazione del Green Deal europeo – scrive Anfia – riteniamo che lo sforzo richiesto dall’attuale proposta non tenga in debito conto degli impatti industriali, economici e sociali di scelte così ambiziose e categoriche”.

“Sosteniamo con convinzione la proposta della Commissione europea di realizzare l’ambizioso Green Deal dell’Ue tramite una serie di strumenti necessari, concreti e completi”: lo afferma in una nota l’ad di Enel, Francesco Starace: “Siamo decisamente in favore di target più elevati sulle rinnovabili, come il 40% al 2030, di target specifici di efficienza energetica e dell’annunciato potenziamento del già esistente e funzionante Ets. Gli obiettivi – sottolinea Starace – sono importanti, ma per raggiungerli è altrettanto essenziale uno snellimento rapido ed efficace delle procedure di autorizzazione a livello di Stati membri, in particolare per quanto riguarda le rinnovabili”.

fonte: economiacircolare.com/


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Per il bando ai monouso manca il decreto

In Italia la Direttiva SUP non è ancora vincolante, poiché manca il decreto di recepimento, tranne per un punto controverso...




Il 3 luglio è passato, la Direttiva UE sugli articoli monouso (Direttiva SUP) è entrata formalmente in vigore, ma non in Italia, dove manca ancora il decreto di recepimento, nonostante sia stata approvata dal Parlamento la Legge di delegazione, che affida al Governo il compito di dar forma alla direttiva. La bozza è ferma al Ministero della Transizione ecologica e, secondo alcune indiscrezioni, potrebbe essere pubblicata in Gazzetta Ufficiale alla fine dell'estate.

La ragione delle melina governativa risiederebbe nel contrasto con la UE sull'impiego delle bioplastiche nei monouso messi al bando, in particolare le stoviglie: il nostro paese vorrebbe una sorta di dispensa per le plastiche compostabili con elevato contenuto biobased in ragione della rilevanza di questa industria e dell'avvio di un circuito per la raccolta differenziata della frazione organica (Biorepack). A Bruxelles, invece, non essendo dimostrata la biodegradazione delle bioplastiche in ambiente marino, la deroga appare immotivata.


In questa situazione di limbo, tutti gli articoli monouso - compresi quelli elencati nel famigerato allegato B della Direttiva SUP (bastoncini cotonati, posate, cannucce, agitatori per bevande, aste di palloncini), possono essere prodotti, venduti e utilizzati senza restrizioni, o quasi. Già, perché c'è una parte della Direttiva entrata comunque in vigore, poiché normata da un Regolamento UE, che - a differenza delle direttive - diviene vincolante, automaticamente in tutta l'Unione una volta pubblicato in GUCE.


Stiamo parlando del Regolamento n. 2020/2151/Ue del 17 dicembre 2020 (leggi articolo), che disciplina le specifiche tecniche relative alle etichette a apporre sui prodotti di plastica monouso elencati nell'allegato D (assorbenti e tamponi igienici, salviette umidificate, prodotti del tabacco con filtri e filtri, tazze per bevande), ovvero "Plastica nel prodotto" e "Fatto di plastica", già oggetto di polemiche (leggi articolo) soprattutto per quanto concerne tazze e bicchieri monouso in plastica, compresi quelli di carta rivestita con plastica.

L'Italia non è però l'unico paese ad aver disatteso la data del 3 luglio. Secondo EuPC, che rappresenta a livello europeo i trasformatori di materie plastiche, anche Francia è Svezia sono in ritardo con il recepimento, ancora alle prese con il confronto con gli operatori interessati dalle norme, mentre altri stati membri, come Romania e Bulgaria, non avrebbero compiuto passi concreti verso l'adozione. Secondo l'associazione, la ragione va cercata nel ritardo con il quale sono state diramate le linee guida e, più in generale, nella fretta con cui la Direttiva è stata elaborata e varata, anche se sono ormai passati due anni dalla sua approvazione.


La mancata approvazione della legge di recepimento , così come una attuazione parziale o difforme della direttiva, ha delle conseguenze: la Commissione può avviare una procedura formale di infrazione e, qualora ciò non sia sufficiente, deferire il caso alla Corte di giustizia europea.

L'iter è abbastanza complesso: la Commissione invia una lettera di costituzione in mora con cui richiede ulteriori informazioni al paese in questione, che dovrà inviare una risposta dettagliata entro un termine preciso, generalmente due mesi.
Se Bruxelles si convince che il paese sia venuto meno ai propri obblighi a norma del diritto comunitario, può inviare un parere motivato, vale a dire una richiesta formale di conformarsi al diritto dell’Unione in cui spiega perché ritiene che il paese violi le norme. Contestualmente, viene chiesto di comunicare le misure adottate entro un termine preciso, anche in questo caso due mesi. Se il paese continua a non conformarsi alla legislazione, la Commissione può deferirlo alla Corte di giustizia e chiedere di imporre sanzioni.

In termini pratici, volendo tirarla alla lunga, tra dilazioni (tre mesi per il recepimento), burocrazia e smaltimento delle scorte, la fine dei monouso potrebbe non giungere prima della primavera 2022, lasciando un settore nella completa incertezza per ancora molti mesi.

fonte: www.polimerica.it



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Direttiva SUP e scorte, chiarimenti da Bruxelles

Federazione Gomma Plastica riporta una serie di considerazioni in merito all'applicazione della Direttiva sugli articoli monouso che entrerà in vigore a luglio.











Secondo quanto riporta Federazione Gomma Plastica (FGP) - associazione dei trasformatori italiani di materie plastiche e gomma - la Commissione europea ha fornito chiarimenti in merito alla definizione di immissione sul mercato e conseguente possibilità di smaltire le scorte a magazzino dopo l'entrata in vigore della Direttiva sugli articoli monouso (Direttiva SUP), il 3 luglio 2021.

In particolare, il divieto di vendita e l’obbligo di marcatura non si applicano ai prodotti già immessi sul mercato prima del 3 luglio 2021 e presenti successivamente a tale data nei magazzini di produttori, grossisti, distributori, negozianti e retailers. Unica condizione - segnala FGP, è che la vendita, dopo la messa a disposizione da parte del produttore, continui ad avvenire nel territorio dello stesso Paese non in un Paese diverso.

Lo stesso criterio vale per gli obblighi di marcatura: i prodotti privi di marchio possono essere venduti dopo il 3 luglio 2021 nello stesso Stato membro dal negoziante che li detiene nei propri magazzini, se entrati nelle sue disponibilità prima di tale data.

Quando un prodotto entra nella fase di distribuzione, può essere messo a disposizione (e quindi immesso sul mercato) attraverso un accordo o un’offerta. Esempi sono offerte on line, campagne pubblicitarie, inviti all’acquisto tramite e- mail, consegna di un preventivo, informazioni sul prodotto e sul loro costo. In ogni caso l’offerta deve riguardare specifici prodotti già realizzati.

Nel caso in cui chi fabbrica i prodotti SUP sia diverso da chi figura come produttore (ad esempio nel settore dell’imballaggio),i prodotti stoccati presso il magazzino del brand owner non sono considerati già immessi sul mercato in quanto è questo soggetto ad essere considerato produttore, e non il fabbricante.

La Commissione, invece, ha affermato di non poter prevedere un periodo transitorio per l’esaurimento delle scorte in quanto contrario a quanto stabilito dal Consiglio e dal Parlamento europeo, anche se Unionplast ha chiesto al Governo italiano, nel recepire la Direttiva, di prendere in considerazione questa opzione.

La Direttiva non prevede invece specifici obblighi per i distributori riguardo la conformità dei prodotti. Saranno i singoli Stati Membri a decidere come implementare la Direttiva in tal senso.

fonte: www.polimerica.it


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Stop alla plastica monouso, il 3 luglio si avvicina

La Commissione europea fornisce gli Stati membri alcuni orientamenti sulle norme comunitarie atte a ridurre i rifiuti marini derivanti dalla plastica usa e getta



Entro il 3 luglio di quest’anno gli Stati membri dovranno garantire che determinati prodotti in plastica monouso non saranno più immessi sul mercato comunitario. A stabilirlo è la direttiva UE 2019/904, provvedimento che per la prima volta vieta la vendita di cotton-fioc, posate, piatti, cannucce, palette, bastoncini per palloncini realizzati in plastica, nonché alcuni contenitori alimentari in polistirolo espanso. I Ventisette hanno l’onere di recepire la direttiva nei rispettivi ordinamenti nazionali, affinché i relativi divieti entrino in vigore per la data concordata. Per facilitare un’applicazione corretta e standardizzata delle nuove norme, la Commissione europea ha pubblicato stamane alcune linee guida. Orientamenti che riportano alcune indicazioni fondamentali ai sensi del recepimento come ad esempio la definizione di plastica o del monuso.

Come ricorda oggi il vicepresidente esecutivo per il Green Deal europeo Frans Timmermans “La riduzione della plastica monouso aiuta a proteggere la salute delle persone e del pianeta. Le norme UE rappresentano una pietra miliare nell’affrontare il problema dei rifiuti marini. Stimolano anche la nascita di modelli di business sostenibili e ci avvicina a un’economia circolare in cui il riutilizzo precede l’usa e getta”.
Plastica monouso, tra specifiche e definizioni

Le linee guida spiegano definizioni e termini chiave e sono state sviluppate attraverso ampie consultazioni con gli Stati membri e le parti interessate. Ai sensi della direttiva, la definizione di plastica comprende tutti quei materiali costituiti da un polimero a cui possono essere stati aggiunti additivi o altre sostanze, e che possono fungere da componente strutturale principale dei prodotti finali. Ad eccezione dei polimeri naturali che non sono stati modificati chimicamente. Il provvedimento esenta anche vernici, inchiostri e adesivi. Gli orientamenti chiariscono ulteriormente termini quali “polimero naturale” e “modifica chimica” per garantire un’attuazione coerente in tutta l’Unione.

Anche i polimeri plastici biodegradabili e/o a base biologica sono considerate plastica ai sensi della direttiva. Attualmente ,infatti, non sono disponibili standard tecnici ampiamente condivisi per certificare che uno specifico prodotto sia correttamente biodegradabile nell’ambiente marino in un breve lasso di tempo e senza causare danni all’ambiente.

I prodotti in plastica monouso comprendono beni realizzati sia interamente che parzialmente con polimeri plastici. E generalmente destinati ad un impiego unico o per un breve periodo di tempo. Questo significa che sono compresi anche prodotti usa e getta a base di carta con rivestimento plastico.

Per altri prodotti in plastica monouso, come attrezzi da pesca e salviettine umidificate, l’UE ha fissato altre misure di limitazione o riduzione del loro uso attraverso requisiti di etichettatura, schemi di responsabilità estesa del produttore (“principio chi inquina paga”), campagne e standard di progettazione. L’etichettatura di determinati beni dovrà seguire le regole stabilite dal regolamento del 17 dicembre 2020, sulle specifiche armonizzate di marcatura sui prodotti di plastica monouso elencati nella parte D dell’allegato della direttiva (UE) 2019 /904 .

fonte: www.rinnovabili.it


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Presentato al Consiglio Snpa il piano della Commissione Europea “Azzerare l’inquinamento atmosferico, idrico e del suolo”




Il Consiglio straordinario odierno del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente è stato impreziosito dalla testimonianza di Silvia Bartolini (DG Ambiente, Commissione europea), che ha presentato il Piano della Commissione europea “Azzerare l’inquinamento atmosferico, idrico e del suolo“.

Il presidente Stefano Laporta ha auspicato che questo confronto privilegiato con una rappresentante della Commissione europea, propiziato da Luca De Micheli (responsabile dell’area relazioni istituzionali, europee ed internazionali di Ispra), possa ripetersi anche in futuro.

In circa mezz’ora Bartolini ha condensato la visione ambientale al 2050 del Vecchio Continente, uno sguardo di prospettiva da cui ripartire per l’attività di tutti i giorni.

“La Commissione europea ha adottato il piano di azione su inquinamento zero, che si propone una visione all’orizzonte 2050: ridurre inquinamento di aria, acqua e suolo a livelli non dannosi per la salute dei nostri cittadini e dei nostri ecosistemi, nel pieno rispetto dei limiti del nostro pianeta.

Questo piano di azione rientra nel green deal europeo ed è l’ultimo tassello di una strategia che guarda a diverse sfide: cambiamento climatico, biodiversità, scarsezza delle risorse. Prende i contributi delle altre sfide, li mette insieme e li completa in una visione olistica per raggiungere l’inquinamento zero al 2050.

Un piano urgente, per due motivi, impatto sui cittadini e ragioni economiche. Dopo il cambiamento climatico i cittadini europei temono l’effetto dell’inquinamento sulla salute; nel 2015 l’inquinamento ha provocato 9 milioni di morti premature (in Europa sono 400mila all’anno); inoltre, la lotta all’inquinamento coincide con la lotta alla disuguaglianza, dal momento che le persone più colpite sono quelle meno abbienti.
Il costo dell’inazione è molto superiore a quello dell’azione. Oggi l’inquinamento dell’aria costa fra i 330 e i 940 miliardi di euro, a seconda dei parametri considerati; le misure per migliorare la qualità dell’aria “solo” 70-80 miliardi/anno. Un aumento di +3°C potrebbe portare a perdite economiche pari a 190 miliardi di euro, e a un aumento del costo dei beni alimentari del 20% al 2050. Prevenire è meglio di curare, e bisogna agire subito, perché non agire costa molto di più.

Nel piano di azione vengono ribaditi principi già presenti nelle politiche ambientali dell’UE: precauzione e prevenzione, e chi inquina paga. Ma bisogna ristabilire le priorità: prevenire alla fonte, minimizzare gli impatti per quanto possibile e solo dopo rimediare, con una responsabilità estesa del consumatore, imputando i costi a chi causa i problemi. In quest’ottica vanno le tasse sulla plastica monouso, i mozziconi di sigarette, la revisione della direttiva acque reflue, dove si andrà anche a vedere come imputare ai produttori di sostanze chimiche e farmaceutiche il rimedio all’impatto residuale che creano.

Chiari gli obiettivi del piano di azione: -55% di morti premature per inquinamento atmosferico, -25% degli ecosistemi in cui l’inquinamento atmosferico minaccia la biodiversità (è una delle 5 minacce che riguardano un milione di specie animali), -50% nell’utilizzo di nutrienti nel suolo e pesticidi chimici, -50% nella produzione dei rifiuti urbani residui, -50% di plastica in mare, -30% microplastiche, -30% di popolazione che soffre cronicamente di inquinamento acustico. Obiettivi ambiziosi e impossibili da raggiungere se non si lavora in diversi settori con approcci integrati, dal momento che è tutto interconnesso e non si può lavorare per compartimenti stagni.

Tre le aree tematiche di riferimento: migliorare la salute e il benessere delle persone, vivere nel rispetto dei limiti del nostro pianeta, cambiare il modo in cui produciamo e consumiamo i nostri prodotti. Già stabilite le prossime azioni: adesso si implementa e attua la legislazione esistente, nel 2022 verranno revisionate le direttive qualità aria, reflui urbani, lista sostanze inquinanti, emissioni industriali, nel 2023 ambiente marino e acque balneari. In parallelo, bisognerà mettere ordine nel sistema di monitoraggio, concentrato in un prodotto biennale “zero pollution monitoring & outlook”, che darà una fotografia omogenea a livello continentale dello stato di acqua, aria e suolo.

Infine, è creata una piattaforma “zero pollution stakeholder platform”, per far sì che ci si possa parlare e consultare in maniera integrata, discutere quali sono gli impatti esistenti, sostenere e condividere le best practices che si stanno attuando: avere meno nutrienti o pesticidi attraverso l’agricoltura di precisione, la mobilitò intelligente, l’uso di nuove tecnologie. Tutte iniziative che verranno presentate nella settimana verde europea 2021, iniziativa di comunicazione con diverse sessioni per raccontare quali sono gli obiettivi e approfondire cosa faremo”.

Nel dibattito successivo, il presidente Laporta ha ringraziato per gli punti di riflessioni, tecnici e metodologici, ed è stata ribadita da più parti l’importanza della correlazione fra aspetti ambientali e sanitari. Bartolini ha sottolineato come la soluzione delle politiche sanitarie dei cittadini si ritrovi anche in quelle ambientali, ed ha portato quale esempio il monitoraggio dei reflui fognari per la ricerca del Sars-CoV-2, azione pilota per il monitoraggio e la sorveglianza di altre pandemie o sostanze, chimiche, stupefacenti, resistenza agli antibiotici.

fonte: www.snpambiente.it


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Sustainable Products Initiative in consultazione

Fino al 9 giugno è possibile esprimere pareri in merito alla nuova iniziativa UE sui prodotti sostenibili



La Commissione europea ha posto in consultazione pubblica (QUI il testo), fino al 9 giugno 2021, la nuova iniziativa sui prodotti sostenibili (Sustainable Product Initiative), revisione della direttiva sulla progettazione ecocompatibile, che oggi riguarda solo il campo dell'energia.
L'obiettivo è stabilire principi di sostenibilità e disciplinare gli aspetti legati alla sostenibilità in un'ampia gamma di prodotti e servizi. Tra i temi in discussione, la presenza di sostanze chimiche dannose in prodotti quali: elettronica e apparecchiature TLC, prodotti tessili, mobili acciaio, cemento.

La Sustainable Product Initiative è in linea con gli obiettivi del Green Deal europeo e del nuovo Piano d'azione per l'economia circolare. Il suo scopo - si legge sul sito della Commissione - è rendere i prodotti adatti a un'economia climaticamente neutra, efficiente sotto il profilo delle risorse e circolare e ridurre al contempo i rifiuti.

La consultazione pubblica è stata avviata per raccogliere pareri e informazioni dal pubblico e dai portatori di interesse sull'iniziativa, compresi campo di applicazione, obiettivi e le principali opzioni strategiche che dovrebbero essere prese in considerazione dal legislatore.

fonte: www.polimerica.it


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