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Cinque consigli per un’estate plastic free

Si sa che durante le vacanze tendiamo a lasciarci andare. Lo facciamo anche per ciò che riguarda gli sprechi. Ma l'attenzione per l'ambiente non può concedersi ferie. Dalle borracce ai prodotti sfusi, ecco una serie di pratici suggerimenti per portare con sè alcune pratiche circolari. Da far circolare



L’inquinamento da plastica è uno dei più gravi problemi ambientali che affligge il Pianeta. Nel Belpaese spesso ce ne accorgiamo soprattutto d’estate quando andiamo al mare e vediamo le nuove specie alloctone che invadono le spiagge: frammenti di buste, confezioni, pacchetti di ogni colore e forma.

Pensate che in base ai dati raccolti e analizzati dal sito Our World in Data, specializzato in ricerche che mostrano come stanno cambiando le condizioni di vita nel mondo, è stato calcolato che dal 1950 ad oggi sono stati prodotti circa 8.300 milioni di tonnellate di plastica, 5.800 milioni di queste non sono più in uso, ma solo il 9% è stato riciclato, mentre il restante 91% è stato bruciato o disperso nell’ambiente. La plastica oramai si trova ovunque dalle profonde fosse marine, alle vette più alte della terra fino ai ghiacciai: se l’andamento della sua produzione proseguirà nella maniera attuale si stima che potrebbe raggiungere i 34 miliardi di tonnellate nel 2050 e di queste almeno 12 tonnellate andrebbero a incrementare la massa dei rifiuti sparsi in tutti gli ambienti.

Numeri che sono prova di come l’inquinamento da plastica è una responsabilità collettiva dell’umanità e che trae origine sia dalla cattiva gestione dei rifiuti sia dall’abuso nell’utilizzo di prodotti monouso realizzati con questo materiale che, nonostante sia stato creato per semplificare le nostre vite, si è trasformato in un problema da risolvere se si vuole garantire la sopravvivenza degli ecosistemi della Terra.

Cosa può fare ciascuno per ridurre la plastica monouso

Quello che ogni persona può sicuramente fare è porre in essere comportamenti nelle scelte di vita quotidiana che portino a ridurre drasticamente l’utilizzo di prodotti usa e getta di plastica, condotte che se per molti sono ormai diventate uno stile di vita nella routine giornaliera possono però trovare degli ostacoli nel periodo vacanziero: ammettiamolo, le vacanze sono il regno indiscusso dei prodotti monouso e del packaging superfluo.

Ecco quindi, qualche semplice consiglio per rendere il periodo più spensierato dell’anno plastic free, perché il rispetto per l’ambiente non può avere giorni di ferie.

La borraccia sempre con voi

Prima regola non cedere alla tentazione di pensare di acquistare l’acqua dove capita magari ricorrendo alle obsolete bottigliette di plastica, ma portate sempre con voi la borraccia. Oramai in commercio se ne trovano di diversi formati adatti sia per adulti che per bambini, tante poi le fantasie in grado di venire incontro ai gusti estetici di ogni persona. Inoltre, riempirla non sarà un problema neanche in vacanza con le app che segnalano i vari punti dove poterla ricaricare. Grazie, ad esempio, alla piattaforma Refill Now è possibile scoprire facilmente i punti d’acqua pubblici o privati (bar, ristoranti, hotel) nei quali poter riempire la borraccia. Simile anche l’app Fontanelle d’Italia nella quale sono già indicate 35mila fontanelle lungo tutto lo stivale per dissetarsi e fare “scorta”, una piattaforma quest’ultima dove è possibile anche dare il proprio contributo segnalando eventuali nuove fontanelle non ancora individuate.

Quindi non ci sono scuse per essere veramente green e trendy, che sia per un viaggio lungo, un’escursione o semplicemente per una passeggiata portate con voi la vostra fidata alleata nella tutela dell’ambiente.

Sapone e shampoo solido

Per la beauty routine abbandonate anche in vacanza le tradizionali confezioni di shampoo e bagnoschiuma e optate per soluzioni ecofriendly come le saponette e lo shampoo solido, quest’ultimo oramai disponibile anche nella formula due in uno con balsamo incluso. Una scelta che vi consentirà di eliminare i flaconi in plastica e di avere più spazio in valigia evitando, allo stesso tempo, il rischio che il prodotto liquido si possa rovesciare inondando gli indumenti. Sia le saponette che gli shampoo solidi hanno la stessa capacità lavante dei detergenti liquidi, diverse le profumazioni e le proprietà che dipendono dai componenti naturali utilizzati per la loro produzione, sono plastic free nel packaging e in aereo possono essere trasportati anche nel bagaglio a mano senza avere problemi con i “liquidi”. Se avete ancora dubbi sul loro utilizzo, sappiate che durano molto più a lungo dei flaconi di bagnoschiuma e shampoo, generando quindi un risparmio economico non trascurabile.

Inoltre, per chi avesse scelto per il meritato riposo di prendere una casa in affitto vi sveliamo che esiste anche il sapone solido per lavare i piatti, quindi perché continuare con i vecchi flaconi che poi magari troverete tra qualche anno come rifiuto sulla vostra amata spiaggia? Un’ottima soluzione da utilizzare naturalmente anche quando si torna nella propria abitazione.

Per i pasti non dimenticate a casa le buone regole

Durante le vacanze accade più frequentemente di concedersi pranzi e cene fuori in ristoranti e pizzerie o semplicemente nei sempre più numerosi food truck presenti sulle vie e piazze di ogni città o luogo di villeggiatura. Anche in queste occasioni è possibile fare la differenza per l’ambiente, ad esempio chiedendo che le bevande portate al tavolo siano in brocca o in bottiglie di vetro.

Se invece volete optare per del buon cibo di strada, basta dire “no grazie” a forchette e coltelli di plastica che spesso lo accompagnano, l’alternativa può essere quella di portare con voi delle posate da casa o acquistarne di pieghevoli prima di partire. E per i piatti? Sarà sufficiente avere un porta vivande riutilizzabile da riempire con ogni prelibatezza che vogliate assaggiare. Una soluzione ideale anche nel caso di una gita o di un bel picnic plastic free.

Tovaglioli di stoffa multiuso

I tovaglioli di stoffa in vacanza possono trasformarsi in un vero strumento multiuso che vi potrà essere di aiuto in numerose occasioni. Innanzitutto, è indispensabile per pulire mani e bocca dopo un lauto pasto, ma non solo. È possibile utilizzare questi tovaglioli anche per avvolgere panini, pizza o altre cibarie da riporre nello zaino per un pranzo al sacco e che “magicamente” si potranno trasformare, al momento del pasto, anche in un’utile tovaglietta.

Una volta tornati a casa o in albergo si potrà poi lavarli e utilizzarli ancora infinite volte consentendo di dire addio a prodotti per il confezionamento che se non correttamente smaltiti finiranno per andare a incrementare i cumuli di rifiuti sparsi nell’ambiente.

Prodotti sfusi una scelta di gusto

Se poi avete necessità di fare la spesa preferite i prodotti sfusi venduti nei mercati locali, una scelta che vi permetterà di evitare inutili imballaggi di plastica e che vi darà la possibilità di scoprire sia dei buonissimi prodotti a Km0 sia di conoscere la gente del posto.

E naturalmente per gli acquisti non dimenticate la shopper riutilizzabile da tenere sempre in borsa o nello zaino pronta per essere utilizzata.

Ora avete tutti gli strumenti per non mandare in vacanza il vostro impegno a tutela del Pianeta.

fonte: economiacircolare.com


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Simbiosi industriale per ridurre gli sprechi

Scambi di sottoprodotti e rifiuti tra aziende per aumentare la competitività e la sostenibilità ambientale.


















Prende il via, con un webinar in programma oggi alle ore 10 (informazioni QUI), il progetto SIGMA (Simbiosi Industriale per la Gestione circolare dei Materiali), promosso dalla Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi in collaborazione con l'Istituto di Management della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa.

La Simbiosi Industriale coinvolge settori produttivi, tradizionalmente separati, con un approccio integrato finalizzato a promuovere vantaggi competitivi. Si svolge attraverso scambi di sottoprodotti e rifiuti, dove i materiali tradizionalmente scartati da un’azienda vengono utilizzati come sostituti di materie prime vergini in un’altra azienda, non necessariamente appartenente allo stesso settore.

Con questo approccio - spiegano i promotori del progetto - le imprese possono risparmiare sui costi di gestione e smaltimento dei rifiuti, diminuire i consumi di materie prime e di energia, ridurre l’inquinamento ambientale, ottimizzare i propri processi produttivi e aumentare la competitività.

Il progetto SIGMA prevede una mappatura a livello regionale degli aspetti principali della simbiosi industriale, il coinvolgimento delle imprese del territorio di Milano, Monza Brianza, Lodi, la formazione con seminari dedicati e un percorso di supporto personalizzato per aiutare le imprese a migliorare la loro circolarità.

Durante il webinar verrà presentato anche il Bando Economia Circolare, innovazione delle filiere di economia circolare in Lombardia.


fonte: www.polimerica.it
 


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Utilizzo dell'IA per ridurre al minimo la sovrapproduzione e lo spreco alimentare

 

Dei milioni di tonnellate di cibo che ogni anno finiscono nelle discariche, circa il 30% proviene dalla fase di produzione e trasformazione degli alimenti, con circa il 52% che si accumula nelle famiglie domestiche e il 18% a livello di vendita al dettaglio.


Nel progetto Resource-efficient Intelligent Foodchain ( REIF ), il Fraunhofer Institute for Casting, Composite and Processing Technology IGCV ha collaborato con 30 partner per cercare modi per ridurre lo spreco alimentare implementando l'IA nell'ecosistema di trasformazione alimentare.

L'intelligenza artificiale può essere una risorsa preziosa. Formaggio, pane, carne e altri prodotti alimentari possono essere prodotti in modo efficiente utilizzando algoritmi basati sui dati. I metodi di apprendimento automatico potrebbero essere utilizzati per ottimizzare le vendite e la pianificazione della produzione, nonché i sistemi di controllo dei processi e degli impianti.

Ridurre al minimo la sovrapproduzione ed evitare gli sprechi

Ci sono varie cause di spreco evitabile, che vanno dalla sovrapproduzione, alle fluttuazioni della qualità delle materie prime, al fatto che il cibo non soddisfi specifici requisiti estetici.

Il team REIF si è concentrato su prodotti lattiero-caseari, carne e prodotti da forno, con sprechi che si verificano principalmente su questi prodotti perché possono deteriorarsi rapidamente.

"Due aspetti sono fondamentali per ridurre in modo significativo le perdite di cibo in questi settori: ridurre al minimo la sovrapproduzione ed evitare gli sprechi", ha affermato Patrick Zimmerman, scienziato del Fraunhofer IGCV e membro del consorzio.

Zimmerman, il collega ricercatore Philipp Theumer e altri cinque colleghi hanno iniziato ad analizzare come è possibile ottimizzare i potenziali interni di un'azienda, come impianti e macchinari o pianificazione e controllo della produzione, per ridurre gli sprechi utilizzando metodi di intelligenza artificiale.

“Applichiamo l'IA all'intera catena del valore, in particolare negli impianti di produzione. Per farlo, adattiamo e selezioniamo gli algoritmi adatti alla rispettiva applicazione ", ha affermato Zimmerman.

"Guardiamo alla prevedibilità e controllabilità in tutte le aree - dalla produzione in fattoria alla vendita al supermercato - per ottimizzarne il potenziale".

"La sovrapproduzione e lo spreco possono essere evitati facendo previsioni mirate sul fabbisogno alimentare, migliorando la prevedibilità e la controllabilità dei processi di creazione di valore e riducendo la perdita di cibo legata alla qualità", ha aggiunto Theumer.

Benefici pratici

I potenziali per l'implementazione dell'IA sono molto diversi. Zimmermann spiega come esempio l'utilizzo di un mixer per carne.

“La temperatura e la durata del processo di miscelazione influenzano la data di scadenza dei prodotti a base di carne. Se utilizziamo algoritmi di intelligenza artificiale per ridurre al minimo la quantità di energia ammessa al processo di miscelazione, possiamo estendere la data di scadenza, che a sua volta ottimizza i tempi di vendita al supermercato e riduce le perdite di cibo ".

A livello di sistema, la maggior quantità di rifiuti alimentari si verifica all'accensione. Questo perché i parametri ottimali devono essere prima identificati e quindi nel frattempo si producono rifiuti.

"Ad esempio, stiamo applicando sensori intelligenti e algoritmi di intelligenza artificiale ad autoapprendimento per perfezionare il processo di schiumatura durante la produzione di basi per torta al primo tentativo", ha detto Zimmermann.

Informazioni collegate per tutte le fasi della catena alimentare

A lungo termine, i partner del progetto REIF stanno cercando di stabilire un ecosistema IT e creare un mercato virtuale.

In futuro, i ricercatori prevedono che le aziende forniranno gli algoritmi AI che hanno implementato a tutti i partecipanti su questa piattaforma. Un altro obiettivo è mettere in rete i dati di tutte le aziende coinvolte nel progetto per aumentare il valore aggiunto all'interno della complessa rete di valori dell'industria alimentare.

“L'esperienza di un'azienda può essere trasferita a un'altra organizzazione. Più dati vengono resi disponibili, migliore sarà il training del modello AI ”, ha affermato Zimmermann.

Il mercato online è il luogo in cui i partner del progetto possono scambiare i propri dati. In definitiva, le società di produzione possono controllare meglio i loro processi di produzione beneficiando delle previsioni di vendita dei dati di vendita. I dati raccolti dai supermercati saranno inclusi nelle previsioni.

Zimmermann ha affermato che se i ricercatori riuniscono una serie di fattori come il comportamento dei clienti, i livelli di inventario e le date di scadenza, potrebbero effettuare aggiustamenti dinamici dei prezzi su prodotti specifici nei supermercati.

“Il continuo aggiustamento giornaliero dei prezzi eviterà la drastica riduzione dei prezzi che siamo abituati a vedere poco prima della data di scadenza e prolungherà il tempo di vendita. Di conseguenza, è più probabile che un prodotto venga acquistato prima di passare per lo smaltimento e anche il profitto complessivo aumenta ", ha affermato Zimmermann, spiegando il principio dell'adeguamento dinamico dei prezzi.

Ciò garantisce il massimo profitto per il rivenditore riducendo gli sprechi e la sovrapproduzione. L'intera catena di distribuzione trae vantaggio dall'idea di condividere le informazioni, che includono anche dati esterni.

“Se le previsioni del tempo sono buone, i supermercati vendono molta carne alla griglia. I produttori di carne possono regolare di conseguenza il loro volume di macellazione e, viceversa, ridurre la produzione in caso di maltempo ", ha affermato Zimmermann, spiegando il concetto di ecosistema IT. E anche il cliente finale ne trarrebbe vantaggio: in caso di maltempo, il prezzo della carne alla griglia potrebbe essere ridotto in un momento precedente, risparmiandogli di stare sullo scaffale. Sistemi di previsione come questi potrebbero essere offerti anche sulla piattaforma online.

I partner del progetto sono attualmente nella fase di ideazione, con i primi test pratici che inizieranno presto nel 2021.

fonte: www.foodprocessing.com


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Biova Project: “Così trasformiamo il pane invenduto in birra artigianale” – Io faccio così #324

Lo sapevate che dal pane si può realizzare una gustosa birra artigianale di qualità, recuperando chili di prodotto invenduto nelle panetterie e nei supermercati? E sapevate che in Piemonte tutto questo è già diventato realtà? Biova Project è una startup innovativa che combatte lo spreco alimentare e che, in poco tempo, è diventata un vero e proprio movimento composto da tantissime persone che dimostrano che proprio dalle briciole… può nascere la rivoluzione!





Ogni giorno in Italia rimangono invenduti 13 mila quintali di pane, una cifra davvero impressionante. Secondo uno studio condotto dall’Associazione Internazionale del Panificio Industriale, in media una persona ne consuma circa 52 chili all’anno. Pensate: in pratica con il pane scartato ogni giorno si potrebbero alimentare 25 mila persone per un anno! Il pane rappresenta un prodotto particolare, poiché la domanda varia moltissimo da giorno a giorno e, ahimè, siamo comunemente abituati ad associare il “pane fresco” con il pane “appena sfornato”, come se quello giunto a fine giornata non fosse più buono! Ma sappiate che già nell’antichità questo prodotto era considerato sacro e gli egizi ricavavano dal pane raffermo un’ottima bevanda. Allora perché non ispirarci alle antiche tradizioni?





Oggi vi raccontiamo la storia di un progetto che nel suo piccolo, ma con grandi risultati, contribuisce ogni giorno a salvare parte di quell’enorme quantitativo di pane che rimane invenduto sugli scaffali di panetterie, supermercati, catene di ristoranti o fast food. Parliamo di Biova Project, startup innovativa torinese che nasce nel 2019, i cui soci fondatori sono Franco Dipietro, Emanuela Barbano e Simone Oro. Insieme stanno lavorando a un modello virtuoso attraverso la trasformazione del nostro pane da “scarto” a nuova risorsa, ritrovandone la sacralità in un modo certamente originale. Una “piccola goccia nell’oceano”, come loro si definiscono. Ma per porre un freno agli sprechi, come raccontano i nostri protagonisti, forse sarà proprio una birra a salvare il mondo!

«Biova è il nome di una tipica pagnotta piemontese», ci spiega Franco. «A lei ci siamo ispirati, poiché ci racconta di una lunga e centenaria tradizione. Ma per noi la biova è simbolicamente tutto il pane, è quello ancestrale, che da sempre ne identifica tutte le tipologie». Così nasce il progetto, da un sogno ormai divenuto realtà: trasformare tutto quel pane di scarto in un prodotto nuovamente commercializzabile.

«L’idea ci è venuto dopo aver conosciuto da vicino la problematica dello spreco alimentare, perché finché la conosci solo attraverso i numeri, non riesci a quantificarla davvero. Emanuela ed io abbiamo collaborato con progetti che si occupano di recuperare le eccedenze di cibo, specialmente dai catering aziendali. Quando vedi il quantitativo di cibo che avanza e sei consapevole del suo destino, cambia automaticamente anche il tuo atteggiamento nei confronti di questo problema».

Franco ed Emanuela si sono occupati di sviluppare un sistema che potesse andare a intercettare gli scarti nel momento giusto, ovvero quando sono ancora adatti a essere trasformati attraverso la birrificazione. Ma come funziona il progetto? Per prima cosa, i produttori – per esempio commercianti o panettieri – mettono da parte, all’interno di ceste, l’invenduto della giornata. Raggiunta la quantità necessaria, i dipendenti e i volontari di Biova Project lo recuperano e lo portano all’interno di appositi centri, dove viene tostato per bloccarne il deperimento. Dopo essere stato tritato e poi impacchettato all’interno di sacchi – rigorosamente riciclati – viene trasportato ai birrifici della città che, come per magia, lo trasformano in birra.




«Per noi è importante essere attivi sul territorio nel punto più vicino al recupero e per questo motivo lavoriamo attraverso partnership con birrifici, fornendo da una parte un servizio di recupero e dall’altra un servizio di consegna». Il cerchio si chiude, infatti, quando la birra prodotta viene distribuita proprio a quelle panetterie e a quei supermercati che hanno donato il loro pane.

L’aspetto interessante, nella fase di trasformazione, è che il pane va sostituire fino al 30% della materia prima normalmente utilizzata per fare la birra, come nel caso del malto d’orzo. Ecco perché il processo di economia circolare è particolarmente efficace: oltre al recupero del pane invenduto infatti, si risparmia anche l’utilizzo della materia prima che servirebbe per realizzare una birra equivalente. Come ci racconta Franco, «i birrai che collaborano con noi e che noi consideriamo veri “alchimisti”, sono i migliori nel preparare una particolare ricetta e hanno una profonda etica che ci accomuna, legata al recupero degli alimenti».

Biova Beer è molto più di una birra, è un movimento diffuso e attivo che sta partecipando a un cambiamento collettivo. «Uno dei fattori principali di successo della nostra attività è il coinvolgimento di tantissimi attori sul territorio: dai panettieri di quartiere che mettiamo in contatto per recuperare gli sprechi alle associazioni di panificazione provinciali, dai grandi produttori di pane come le S.p.a alle grandi catene di supermercati. A volte arriviamo addirittura a essere un centinaio di persone che collaborano per un periodo di tempo su un preciso progetto. Ecco perché ci consideriamo un movimento: perché con noi possono partecipare diverse professionalità oltre che cittadini attivi interessati ad agire insieme e concretamente contro lo spreco alimentare».




Ad oggi Biova Project è attivo sul territorio piemontese, lombardo e ligure. Le sue birre si possono trovare sull’e-commerce, in diversi grandi supermercati, nelle piccole attività locali e sono distribuite anche a hotel, caffetterie e ristoranti. «Quest’ultimo anno, tra le difficoltà e le limitazioni del Covid-19, siamo riusciti a salvare una tonnellata di pane e a produrre circa 15.000 litri di birra, vendendoli praticamente tutti. Perché noi lo spreco…ce lo beviamo!».

La missione di Biova Project è parte integrante della transizione verso quel mondo con meno sprechi e con più attenzione all’ambiente che tanto sogniamo e che vediamo sempre più concretizzarsi in questi anni. Un progetto innovativo e replicabile che ci auguriamo possa diffondersi in sempre più contesti territoriali, nella speranza che prima o poi il mondo non avrà più bisogno di trovare soluzione agli sprechi.

fonte: www.italiachecambia.org


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Il green deal bulgaro tra oligarchi, frodi e operai sfruttati

Come la transizione energetica nel Paese che produce oltre quattro volte la media europea di anidride carbonica rischia di essere un boomerang sociale









Quando a scuola ci chiedevano di dipingere, disegnavo sempre casa mia sovrastata dall’impianto termoelettrico». Georgi Stefanov, sessantaduenne dall’aria scarmigliata, gli occhi malinconici e un sorriso stanco ma mai forzato, scosta le tende al primo piano della casa di famiglia, dove vive e dove all’epoca sedeva a fare i compiti, mentre i genitori lavoravano nelle miniere poco distanti. Oltre gli alberi da frutto e le file di ortaggi di cui Stefanov si prende cura ossessivamente durante il giorno, l’orizzonte è una linea di terra dura e piatta, su cui si staglia Lei, la centrale di Bobov Dol.

«Se è vero che le sue linee geometriche rendevano il compito abbastanza facile, il motivo principale, per cui mi ostinavo a riprodurre quest’impianto, è perché era al centro della mia vita», dice Stefanov, mantenendo il tono di voce monocorde, tipico dei tanti uomini che, come lui, si sono temprati in tanti anni di socialismo e non smettono di rimpiangerlo. Stefanov è un ex minatore figlio di minatori, e uno dei 420 abitanti rimasti a Golemo Selo, un piccolo villaggio appartenente alla municipalità di Bobov Dol, il cui destino è indissolubilmente intrecciato a quello dell’impianto a carbone più grande del sud-ovest del Paese.

L’attività mineraria in Bulgaria è cominciata nel 1891 nella lingua di terra che da Pernik, città a una trentina di chilometri da Sofia, si estende fino a includere l’intera provincia di Kyustendil, che comprende Bobov Dol e altre sette municipalità. «Quando ci siamo trasferiti in questa casa nel 1970, era tutto un via vai di camion stracolmi di materiale edile», ricorda Stefanov. Uomini provenienti da ogni angolo del blocco sovietico furono richiamati qui per costruire tra il 1973 (anno dell’inaugurazione della prima caldaia) e il 1975 (inaugurazione della terza, e ultima, caldaia) il mega complesso termoelettrico (TPP) ancora attivo. L’unica differenza è che oggi la centrale conta cinque ciminiere per via dell’acquisizione di due nuove unità, dopo che l’impianto è stato dato in concessione all’oligarca Hristo Kovachki nel 2008.

Una foto d’archivio della centrale di Bobov Dol. L’impianto è stato inaugurato nel 1973 e ha attirato lavoratori da tutta l’Unione Sovietica.

Se già allora un Paese marginale sotto ogni punto di vista cominciava ad assicurarsi la sua indipendenza sotto il profilo energetico, oggi il carbone costituisce il 40% del mix energetico e fornisce il 48% dell’elettricità del Paese. In parte, ciò è ancora dovuto alla regione del sud-ovest, ben rappresentata dalle miniere, dalla centrale termoelettrica di Bobov Dol e dal Distretto di Teleriscaldamento di Pernik in mano a Kovachki, il magnate bulgaro dal passato e presente misteriosi.

Indagato a più riprese per evasione fiscale e per riciclaggio di rifiuti illegali provenienti dall’Italia, Kovachki è anche il protagonista della campagna di privatizzazione del settore energetico, avvenuta nei primi anni 2000. Soprattutto, però, l’industria carbonifera bulgara dipende dal distretto di Stara Zagora, 240 km a est di Sofia, che conta diverse miniere e un vasto impianto a conduzione statale, Maritza East, oltre a numerose centrali private (tra cui la più vecchia, gestita da Kovachki stesso).
Bobov Dol, la città degli sfruttati

Camminando per la cittadina di Bobov Dol, che oggi conta non più di 4000 abitanti, non si vede nemmeno una traccia del fermento del passato, durato con alti e bassi fino all’inizio di questo secolo. Lungo il viale principale, i pochi superstiti sono accasciati su panchine traballanti, o si trascinano fino a uno dei due scalcinati bar lungo la piazza principale. La gente non ha più molto da dirsi ed è affidato all’alcool l’ingrato compito di riempire il vuoto che li circonda.

IrpiMedia ha raccolto varie testimonianze tra i residenti di questa e di altre municipalità limitrofe e in molti sembrano discordare su come e quando possa essere iniziato il tracollo economico della regione. C’è chi, soprattutto tra gli anziani ex minatori, non riesce a guardare oltre la fine del socialismo e chi, tra i trenta-quarantenni rimasti senza lavoro e senza speranze, vede nella privatizzazione dell’impianto e nella mancanza di investimenti da parte di Kovachki, l’inizio del declino.

«La fonte della ricchezza di Kovachki rimane un mistero», afferma il report di Greenpeace, Financial Mines, citando un documento confidenziale dell’Ambasciata statunitense in Bulgaria, fatto trapelare a giugno 2009. Grazie a canali preferenziali e a rapporti privilegiati con personaggi chiave del sistema politico e finanziario bulgaro (in primis Ivaylo Mutafchiev della First Investment Bank – FIB), «Hristo Kovachki è emerso come l’attore principale della campagna di privatizzazione del settore energetico», iniziata nel 2000 e terminata nel 2008.

Proprio alla fine del 2008, però, dopo che la procura statale ha aperto un’inchiesta fiscale nei suoi confronti, Kovachki è stato condannato per evasione e i suoi beni temporaneamente congelati, per essere di lì a poco spostati offshore. Quando una nuova legislazione ha limitato il ruolo di tutti gli enti che, pur operando all’interno del settore energetico bulgaro, risiedevano in paradisi fiscali all’estero, le compagnie di Kovachki sono state trasferite verso imprese di facciata con sede in Inghilterra e a Cipro. Da quel momento, il magnate ha dichiarato di volersi allontanare dal business energetico. Peccato che, in alternativa, si sia dato alla politica e che «a oggi mantenga alcune posizioni chiave, proprio lì dove stanno le miniere e le centrali termoelettriche di sua proprietà», secondo Greenpeace.

Se, continua il report, «in un certo senso, i reclami di Kovachi hanno un fondo di verità – e lui non è il proprietario formale di questo impero energetico (sulla carta le compagnie appartengono, infatti, al Consortium Energy JSC), ne è piuttosto il rappresentante e “parafulmine”». Di fatto, comunque, ad oggi il magnate controlla dodici impianti energetici, di cui più di metà a carbone.

Le ambiguità inerenti alle sue attività non si fermano qui. Anzi, proprio quest’anno il portale investigativo bulgaro Bivol ha rivelato la fitta trama di riciclaggio di rifiuti illegali tra Italia – dove a essere coinvolte sono ‘ndrangheta e Camorra – Romania e Bulgaria, rappresentata proprio da Kovachki e dal suo esteso complesso minerario. La foga dell’oligarca nel lanciarsi in nuovi progetti energetici sembrerebbe legarsi ad alcune delle considerazioni dell’inchiesta lanciata da Greenpeace due anni fa. Secondo la stessa, «l’impero del magnate sta subendo una forte flessione, con accatastamenti di passività che ammontano a 575 milioni di euro e strutture produttive deprezzate e obsolete. La liquidazione di alcuni dei suoi asset è sul tavolo, come già si sta verificando con alcune miniere di carbone, tra cui quelle sotterranee di Bobov Dol».

Come se non bastasse, Greenpeace aveva già previsto allora «come i licenziamenti di massa dei dipendenti avrebbero causato sia la disoccupazione di intere municipalità che la dubbia riabilitazione di vecchie miniere. E come l’azienda non si sarebbe fatta scrupoli a calpestare gli interessi pubblici, nel momento in cui non fosse più riuscita a rimettersi in piedi».

Quando l’impero di Kovachki sembrava ormai spacciato, è arrivata, però, la Commissione Europea a ribaltare ancora una volta la situazione, prima con il Green Deal e poi con svariati miliardi a sostegno di progetti volti a supportare la transizione energetica. È in questo contesto che si inserisce la piattaforma Brown to Green, voluta e sponsorizzata dal braccio destro, nonché volto pubblico e più presentabile, del magnate, Kristina Lazarova.

Una cosa è certa. Il punto di non ritorno è stata la chiusura definitiva delle miniere sotterranee di carbone a dicembre 2018. «Il 98% della nostra economia dipendeva dall’estrazione di carbone, ma invece di trovare delle alternative in tempo, si è pensato bene di chiudere le miniere sotterranee da un giorno all’altro e di abbandonare duemila persone al proprio destino» afferma la sindaca Elza Velichkova, intervallando meccanicamente a ogni tiro di sigaretta un sorso di caffè. «Bobov Dol è l’esempio europeo di quello che non dev’essere fatto».

Se ai massicci tagli del personale si somma l’esodo di tutti quei giovani che sono fuggiti altrove per l’assenza di opportunità, non si fatica a capire il perché dello scenario desolante.
The (un)just transition

«Cosa distingue la nostra dalle altre regioni carbonifere d’Europa?», sbuffa la sindaca Velichkova. «Semplice. Qui la transizione dal carbone non ha avuto nulla di giusto».

A cosa si riferisce Velichkova? Per capirlo, facciamo un passo indietro.



La Bulgaria è uno dei Paesi europei a più alta intensità energetica, ovvero – secondo l’indicatore che rapporta il consumo energetico al Pil – consumerebbe 3,6 volte in più rispetto alla media europea, per convertire l’energia in prodotto interno lordo, e quindi per far funzionare i vari settori e servizi. Inoltre, emette 4,4 volte di emissioni di CO2 in più, principalmente a causa del carbone. Uno spreco energetico, questo, che si traduce in costi spropositati per lo Stato.

La situazione si è fatta particolarmente critica, da quando, con il Protocollo di Parigi, l’anidride carbonica – di cui il carbone è il principale responsabile – è stata identificata come la prima causa del riscaldamento globale e il costo delle emissioni di CO2, a carico dei Paesi e degli impianti che eccedono i limiti, è passato dai 5 euro del 2017 ai 25 euro del 2019 (e ai quasi 30 euro di dicembre 2020).

«All’incirca tre anni fa, quando nessuno in Bulgaria ne parlava, ho sfidato i miei capi, dicendo che era arrivato il momento di affrontare l’elefante nella stanza», racconta Georgi Stefanov, portavoce di WWF Bulgaria, da non confondere con l’omonimo abitante di Golemo Selo. «Non c’era più tempo da perdere; dovevamo focalizzarci sul vero problema, cioè il settore carbonifero, causa dei due terzi delle emissioni di CO2 riportate annualmente nel nostro Paese».

Prendendo esempio da altri Stati, il WWF ha introdotto, primo in Bulgaria, il concetto di transizione verso forme di energia più pulita e, poi, col passare del tempo, di transizione giusta, termine cui fa riferimento anche la sindaca di Bobov Dol, che si riferisce a un cambiamento energetico positivo non solo per l’ambiente, ma anche per l’assetto sociale ed economico delle comunità interessate.

È il 2019 quando il WWF riesce ad attirare l’attenzione di alcuni interlocutori strategici; in primis, di Hristo Kovachki. Le decisioni prese dal magnate fino ad allora, a partire dalla chiusura delle miniere sotterranee a fine 2018, non possono essere ricondotte a politiche verdi ma, piuttosto, a considerazioni di natura economica, essendo diventato il carbone sempre meno redditizio.

«Dopo che Kovachki ha tagliato i suoi dipendenti per ragioni economiche – non sapremo mai di quante persone si tratti, perché lui a Bobov Dol è il dio indiscusso e nessuno osa parlargli alle spalle – siamo riusciti a convincerlo della bontà della transizione», spiega Stefanov del WWF. «Abbiamo iniziato col dirgli che se lui, proprietario di 11 impianti sparsi per il Paese, voleva mantenere un ruolo di primo piano nella produzione energetica, doveva pensare a delle alternative. La svolta è avvenuta, però, quando gli abbiamo riferito che, se si fosse convertito a fonti di energia pulite, la Commissione Europea avrebbe aperto il portafogli».

Per questo, anche il cambio di rotta successivo intrapreso da Kovachki, suggellato con la creazione della piattaforma Brown to Green, sembra avere poco o nulla a che fare con i principi etici. Piuttosto, sarebbe da ricondursi al Green Deal europeo, con l’istituzione del Just Transition Fund a gennaio 2020, e ai 1,1 miliardi di euro stanziati per la Bulgaria, previa consegna di un piano strategico nazionale, da investire nelle due regioni carbonifere di Pernik-Kyustendil e Stara Zagora.

Il complesso carbonifero di Maritza East, a Stara Zagora, conta all’incirca 12 mila dipendenti (e possibili elettori). Per questo, in zona, il Governo si fa carico dei debiti degli impianti in perdita, pur di non mettere la parola “fine” all’industria carbonifera. Ma nel sud-ovest la situazione è molto diversa. Qui l’impero di Kovachki, tra passività di centinaia di miliardi di euro e strutture produttive deprezzate e obsolete, non avrebbe retto la chiusura delle miniere sotterranee, se non fosse stato per quest’ultima allettante àncora di salvezza.

Ecco perché quella che la sindaca Velichkova definisce come transizione ingiusta è, in realtà, noncuranza del destino della propria gente. Anche in seguito è difficile scorgere in Kovachki e nella sua squadra la volontà di fare del bene alla comunità, quanto, invece, l’ennesima possibilità di arricchirsi. 


fonte: irpimedia.irpi.eu

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OsservatorioBorgoGiglione: Perche' aumenta la Tari?

 

fonte: osservatorioborgogiglione.it


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Dalla decrescita al benvivere

Una società che dispone di meno deve decidere cosa privilegiare: la priorità va data ai bisogni fondamentali: acqua, cibo, alloggio, energia, sanità, scuola, comunicazione, trasporti. Vanno garantiti in maniera gratuita, perché appartenenti alla fascia dei diritti e dunque di esclusiva competenza dell’economia pubblica, che – funzionando sul principio della solidarietà collettiva – è l’unica forma organizzativa che può praticare la gratuità. Per questo un serio progetto di ridimensionamento deve depotenziare il mercato e rafforzare l’economia pubblica, smettendo di concepirla come una struttura parassitaria che succhia ricchezza. Bisogna saper ripensare il lavoro, il ruolo del mercato, la funzione dell’economia pubblica, le forme di contribuzione all’economia collettiva, l’intreccio fra economia locale e economia globale, il ruolo e il governo della moneta

Foto tratta dal Fb di Semi di Comunità – CSA Roma

Non so se l’idea che mi sono fatto della decrescita sia la stessa dei suoi teorici, ma vi scorgo tre messaggi importanti. 1. Non si può perseguire la crescita infinita in un pianeta dalle risorse limitate. 2. La corsa dietro ai consumi compromette la qualità della vita per strangolamento delle relazioni. 3. Se vogliamo garantirci un futuro dobbiamo ridurre consumo di materia e produzione di rifiuti.

Ma enunciati i principi spuntano i nodi. Ad esempio in un mondo squilibrato come quello in cui viviamo, l’invito a ridurre non può valere per tutti, ma solo per gli opulenti, quelli che consumano 100 chili di carne all’anno, che possiedono più di un’auto ogni due persone, che producono più di 500 chili di rifiuti all’anno.

Quanto ai tre miliardi di miseri, hanno diritto a mangiare di più, vestirsi di più, studiare di più, curarsi di più, viaggiare di più, ma potranno farlo solo se gli opulenti accettano di sottoporsi a cura dimagrante perché c’è competizione per le risorse scarse. Dunque tutto bene con lo sviluppo avviato in Cina, India o Sudafrica? Non proprio considerato che agli impoveriti arrivano solo le briciole sotto forma di consumismo spazzatura.

La verità è che sia il Nord che il Sud hanno bisogno di un nuovo modello economico più orientato all’equità, con il Nord in posizione di maggiore difficoltà perché deve fare due operazioni in una: ridurre e riequilibrare.

Premesso che l’efficienza tecnologica non è sufficiente a realizzare il miracolo, la domanda che si pone per chi si occupa non solo di ambiente, ma anche di sopravvivenza delle persone, è come operare la trasformazione senza mietere vittime.

Non a caso fra gli oppositori alla decrescita ci sono i sindacati preoccupati per i posti di lavoro in un sistema dove la forma prevalente di lavoro è quella salariata fortemente ancorata alla crescita dei consumi.

In fin dei conti il grande punto interrogativo è se sia possibile coniugare sobrietà con piena occupazione e sicurezza sociale, concetti che sarebbe meglio ribattezzare piena partecipazione lavorativa e vita sicura per tutti.

La risposta è sì, che si può, precisando che la battaglia vera non è per la riduzione tout court del Pil, ma per una ristrutturazione di produzione e consumo ben sapendo che il sistema in cui viviamo ha sovraprodotto per il consumo privato e sottoprodotto per il consumo pubblico. 



Forse la parola giusta è spostamento a significare che dovremo ridurre certi settori e ampliarne altri: meno automobili più treni e autobus, meno strade più ferrovie, meno acqua in bottiglia più acquedotti, meno centrali a carbone più pannelli solari, meno case di nuova costruzione più ristrutturazione di quelle esistenti, meno pubblicità più scuola, minor uso di materie prime più recupero di rifiuti, meno importazione di .cibo più agricoltura locale.

Di sicuro una società che dispone di meno deve decidere cosa privilegiare e personalmente non ho dubbi che la priorità va data ai bisogni fondamentali: acqua, cibo, alloggio, energia, sanità, scuola, comunicazione, trasporti.

Bisogni da garantire in maniera gratuita perché appartenenti alla fascia dei diritti e proprio per questo di esclusiva competenza dell’economia pubblica, che funzionando sul principio della solidarietà collettiva è l’unica forma organizzativa che può praticare la gratuità.

Per questo credo che un serio progetto di ridimensionamento deve depotenziare il mercato e rafforzare l’economia pubblica, smettendo di concepirla come una struttura parassitaria che succhia ricchezza.

Al contrario deve viverla come uno spazio produttivo comune che oltre a garantire i bisogni fondamentali, garantisce un’occupazione minima per tutti.

Certo, per raggiungere un obiettivo tanto ambizioso, in un contesto di economia rallentata, bisogna inventarsi altri modi di fare funzionare l’economia pubblica, che non sia più quello fiscale.

Potrebbe essere il servizio civile obbligatorio, la tassazione del tempo in alternativa alla tassazione del reddito, il lavoro comunitario in cambio di un reddito di cittadinanza.

Le soluzioni tecniche alla fine si trovano, il problema è culturale. Bisogna saper ripensare il lavoro, il ruolo del mercato, la funzione dell’economia pubblica, le forme di contribuzione all’economia collettiva, l’intreccio fra economia locale e economia globale, il ruolo e il governo della moneta.

Questi sono i nodi da affrontare per una società del benvivere, termine più appropriato per una società che dopo avere superato la fase di dimagrimento, cerca la giusta dieta per mantenere il peso forma. Dunque politica alta per la decrescita, tenendo a mente l’avvertimento di Langer: “la conversione ecologica avverrà solo se sarà socialmente desiderabile”.

Articolo pubblicato anche sul quotidiano l’Avvenire

fonte: www.comune-info.net

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Cresce l’attenzione all’impatto ambientale del packaging sui consumatori
















Lo dicono i dati di Nomisma 2020. Se ne è parleto a “Packaging speaks green”, forum internazionale dedicato alla sostenibilità nella produzione industriale a Bologna

L’impatto ambientale del packaging influenza il 43% dei consumatori nella scelta dei prodotti alimentari, mentre il 48% ha smesso di acquistare prodotti con eccesso di imballaggi e il 41% non è disposto a pagare in più per l’eco-pack, perché considera un compito dell’industria e dei retailer produrre packaging a minor impatto ambientale. A partire da queste rilevazioni di Nomisma 2020, il 20 e 21 febbraio a Bologna si è tenuto “Packaging speaks green”, forum internazionale dedicato alla sostenibilità nella produzione industriale.

Ucima e Fondazione Fico hanno riunito per l’occasione molti brand leader a livello globale, da Amazon a Coop, Coca-Cola, Fater (Jv P&G e Angelini), Massimo Zanetti Beverages, Tim Letts, Deputy Director climate and energy di Wwf a intervenire sul nuovo progetto mondiale per sviluppare modelli sostenibili di business e la Fao con un intervento legato alla sostenibilità in rapporto agli sprechi.

Le caratteristiche che per il consumatore rendono sostenibile un prodotto sono l’essere biologico (42% dei responsabili acquisto), avere una confezione di materiali riciclati o a basso impatto ambientale (37%), derivare da un processo produttivo che usa fonti rinnovabili (31%) o con basso consumo di energia-acqua (18%), che garantisce il giusto reddito a chi lo produce (24%). Mentre per immaginare un pack sostenibile i consumatori pensano a una confezione di materiali degradabili (56%) o riutilizzabili (39%). La sostenibilità entra dunque nelle priorità degli italiani ed è plebiscitaria la consapevolezza che piccole azioni quotidiane da parte di tutti siano necessarie per salvaguardare l’ambiente: lo dichiara il 98% degli italiani. Tra le azioni praticate più spesso dagli italiani svetta la raccolta differenziata, praticata dall’83%, segue la riduzione dei consumi energetici (78%) e idrici (77%), limitare l’acquisto o l’utilizzo di bottiglie di plastica (41%), preferire trasporti sostenibili (38%). Social (34%) e programmi in tv (32%) sono un punto di riferimento per acquisire più informazioni e altrettanto importanti sono le campagne di sensibilizzazione (32%). Contano anche i testimonial internazionali, da Greta Thunberg a Leonardo Di Caprio (29%). L’ambiente è in cima alle preoccupazioni degli italiani per il 37% degli intervistati: 1 su 3 dichiara che è su questa priorità che dovrebbe concentrarsi l’azione del governo nazionale e delle istituzioni internazionali, mentre per il 67% l’ambiente diventerà preoccupazione dominante nel 2050.

fonte: esper.it

A Seregno c’è l’anti-supermercato: «Market equo e senza sprechi»

La scelta controcorrente di Francesco Setti, di Mandello Lario, che a Seregno ha aperto “l’anti-supermercato”, cioè l’alternativa alla grande distribuzione: «Salto gli intermediari».










Tra le diverse serrande che si sono abbassante, nell’ultimo periodo, nel centro di Seregno, c’è una mosca bianca in periferia che ha aperto i battenti. Si tratta del “Laboratorio cibo vivo”, le cui vetrine si trovano nell’ultimo tratto di via Giusti, che si affaccia su via Parini, quartiere San Rocco.

Dal 14 dicembre Francesco Setti, 30 anni di Mandello Lario, ha puntato su Seregno per proporre un’attività che lui definisce “l’anti-supermercato”, cioè l’alternativa alla grande distribuzione. Un supermercato controcorrente. Al suo fianco la 20enne colombiana Valeria Sanchez.

«La mia idea è stata di aprire un punto - ha detto - in cui io posso proporre i prodotti di aziende agricole scelte da me e non imposte. Questo perché intendo supportare le piccole aziende agricole coi loro eccellenti prodotti che stentano a stare in piedi, in quanto trascurate o strangolate dalla grande distribuzione. Io acquisto i prodotti e pago subito e permetto alle aziende di vivere e non a 120 giorni come i grandi supermercati».

«Salto gli intermediari - ha proseguito Setti - così posso offrire dei prodotti di qualità superiore ai supermercati a prezzi eguali. Il vantaggio della mia attività è che acquistando da noi non c’è spreco in quanto il cliente può acquistare piccole quantità. Il necessario. Che so, mezzo chilo di pasta, o un etto di fagioli, due etti di ceci, due etti di caffè, per fare degli esempi, e non pacchetti già confezionati. Ognuno può venire col suo sacchetto o barattolo a fare la spesa».


La scelta della piazza di Seregno non è casuale: «Avevo dei contatti con medici, naturopati e nell’ambito della nutrizione che capiscono il valore della mia selezione e mi mandano i loro pazienti che hanno delle particolari necessità alimentari: chi non tollera il lattosio, il glutine, o gli zuccheri, ma soprattutto gli sportivi che hanno bisogno di alimenti ricchi di proteine. Seregno era il crocevia naturale dei miei clienti che provengono da Lecco, Como, Milano e dalla Brianza».

Sugli scaffali si trovano delle vere e proprie “chicche”. Francesco Setti ha alle spalle 7 anni di lavoro in aziende agricole biologiche e di biodinamica. Dapprima in Molise per 6 mesi alle “Terre di Eco”, poi in Toscana a Scansano, quindi San Sepolcro (Arezzo), Volterra al Pomarance, podere santa Bianca, per la produzione di oli essenziali, ma anche un corso pratico di agricoltura a Missaglia.

fonte: https://www.ilcittadinomb.it

#LucaMercalli: Funghi riscaldanti






Mangiare all’aperto anche in inverno. In molti locali è possibile grazie ai cosiddetti funghi riscaldanti, ma è uno spreco che contribuisce anche a incrementare l’inquinamento, come ci spiega il climatologo Luca Mercalli

fonte: www.rainews.it

Hfarmer, suggerimenti contagiosi per un Natale sostenibile

È possibile avere un Natale che rispetti l’ambiente senza appesantirlo di una montagna di inutili rifiuti e sprechi? la risposta è “Sì!” e la comunità di hfarmer, un movimento di cittadini attivi per l’ambiente, ci ha fornito qualche utile consiglio per rendere il periodo natalizio più rispettoso dell’ambiente






















ll Natale è il periodo di festa più atteso dell’anno, in cui si respira un’atmosfera magica, piena di felicità e dove finalmente si ha un po’ di tempo da dedicare alle persone che amiamo. Purtroppo esiste un aspetto del Natale lontano dallo spettacolare scintillio che invade le città e le nostre case: questa tradizione è diventata l’emblema del consumismo e dello spreco eccessivo.
ARPATnews ha pensato di dare voce ai cittadini, in modo che possano essere loro a consigliare come rendere il periodo di Natale più sostenibile dal punto di vista ambientale, per questo ha contattato la comunità di hfarmer, un movimento di cittadini molto attivi e impegnati personalmente, ma anche sui social, su facebooke su Instagram, in iniziative di sensibilizzazione ambientale.
“Con hfarmer, un acronimo che rappresenta la figura del “buon coltivatore di valori ambientali”, colui capace di coltivare con pazienza e gesti semplici valori di rispetto e tutela della natura, condividiamo il pensiero che sia necessario acquisire la consapevolezza del grande valore che hanno le piccole scelte quotidiane nel determinare l’impatto ambientale dell’intera società. 
Per questo abbiamo chiesto loro, come comunità di cittadini, di parlare da persone comuni ad altre persone comuni di qualche buon comportamento da mettere in pratica durante le feste natalizie, perché il buon esempio possa contaminare positivamente le comunità in cui viviamo, innescando un effetto virtuoso nel quale le proprie scelte attente e responsabili divengono contagiose.
Questi i suggerimenti proposti da hfarmer per un Natale sostenibile.
Albero e addobbi: meglio un albero sintetico o uno naturale?
Ecco il primo dilemma che ognuno di noi si trova ad affrontare all’avvento del Natale: “meglio acquistare un albero vero o uno finto? E cosa ci si fa poi con l’abete vero?”. L’albero sintetico è pratico sì, ma i materiali come plastica, metallo, colle e coloranti necessari a produrlo impattano sull’ambiente e una volta scartati possono essere difficili da riciclare o riusare.
Secondo noi la scelta migliore è quella di acquistare o noleggiare un abete vero con radici in un vivaio certificato, dove le piante sono coltivate appositamente allo scopo di essere utilizzate nel periodo natalizio e non comportano il disboscamento di aree forestali. Una volta passate le feste si potrà restituire l’abete al vivaio in cui lo abbiamo preso o scegliere di tenerlo a casa per l’anno successivo. Oppure, se abbiamo la possibilità, piantarlo nel nostro giardino. L’importante è non piantarlo in un bosco, pensando di fare una buona azione per la natura, in quanto non essendo probabilmente una pianta autoctona potrebbe creare dei problemi alla biodiversità del luogo.
Spostandoci poi sugli addobbi, al posto delle classiche palline di plastica, possiamo abbellire il nostro albero con decorazioni fatte da noi, con stoffe e oggetti riciclati. Cercando sul Web potremmo trovare tantissime idee per realizzarne di molto particolari, con oggetti che nemmeno pensiamo, dando spazio alla nostra creatività e rispettando l’ambiente.
Le lucine rappresentano un ingente spreco energetico, per cui utilizziamo quelle a risparmio energetico preoccupandoci di spegnerle quando non siamo a casa e durante la notte, momenti in cui nessuno le vedrebbe.
Regali ecosostenibili: cosa scegliere?
Diamo spazio alla nostra creatività e regaliamo a parenti e ad amici il nostro tempo: se amiamo la cucina o ci destreggiamo bene nel fai-da-te potremo autoprodurre qualcosa di originale, economico e che rispetti l’ambiente. Dalle marmellate ai cioccolatini, da una creazione artistica ad una borsa fatta a mano. Certamente questi regali saranno molto più significativi per chi li riceverà.
Se invece non possiamo autoprodurre i nostri regali, possiamo sempre scegliere qualcosa di utile, ad esempio acquistando qualche oggetto artigianale, favorendo così anche i produttori locali; oppure una pianta, che purificherà l’aria di casa, o una borraccia, utile per evitare di comprare bottigliette di plastica quando si è fuori casa.
Un bellissimo gesto di solidarietà sarebbe rivolgersi a qualche associazione di volontariato e donare il nostro tempo o un sostegno materiale a chi è in difficoltà.
Se vogliamo aiutare l’ambiente possiamo pensare di regalare un albero. Un albero è un regalo estremamente prezioso: rappresenta la vita, produce l’ossigeno che respiriamo, ci nutre. Facendo una donazione ad un’associazione di tutela ambientale potremo far piantare un albero da qualche parte nel mondo a nome di una persona a noi cara.
Imballaggi e carte regalo: come fare pacchetti eco-friendly?
Si dice che la lotta agli sprechi inizi dal packaging, ed è vero. Dopo la magia di scartare i regali ricevuti, ci ritroviamo sempre una montagna di carta e plastica, che inevitabilmente finiranno nella spazzatura. Ma con un po’ di attenzione possiamo evitare tutto questo spreco. Se possibile evitiamo qualsiasi tipo d’incarto, ad esempio se il regalo è autoprodotto basteranno un po’ di rafia naturale per fare un bel fiocco e della carta di giornale. Cercando sul Web troveremo molte idee originali per realizzare un pacco regalo con materiali di riciclo. Se invece ci rechiamo in un negozio scegliamo buste riutilizzabili.
Evitiamo, se possibile, gli acquisti online, i cui imballaggi sono responsabili dello spreco di una grandissima quantità di carta e plastica.
Pranzi e cene di Natale: come gestirli al meglio per evitare lo spreco?
È un dato di fatto che il Natale ormai è un periodo di grandi abbuffate. Dal cenone della Vigilia al pranzo della festa della Befana ci trasciniamo con amici e parenti da una tavola all’altra.
Durante questo periodo produciamo tantissimi rifiuti organici, che spesso sono composti da cibo ancora commestibile, che può quindi essere riutilizzato, evitando inutili sprechi e trasformando questo periodo di consumismo sfrenato in una festa sostenibile. Come? Il nostro primo consiglio è quello di non sprecare cibo. Non dobbiamo dimenticare che ciò che mangiamo ha un impatto enorme sull’ambiente in cui viviamo, quindi iniziamo dalla spesa. Scegliere con maggiore consapevolezza e responsabilità è il primo passo verso la sostenibilità. Innanzitutto facciamo un conto di quanti siamo e regoliamoci di conseguenza, non compriamo cose superflue. Scegliamo di fare i nostri acquisti dai produttori locali, rispettando il ciclo della natura e incentivando la filiera corta. Ovviamente è preferibile comprare frutta e verdura di stagione, controllandone la provenienza ed evitare i cibi imballati.
Passiamo poi all’apparecchiatura. Evitiamo accuratamente tutto ciò che è usa e getta, specialmente se in plastica, che oltre ad avere un terribile impatto ambientale è anche poco elegante da vedere. Se proprio non possiamo farne a meno scegliamo prodotti in materiale biodegradabile, o addirittura commestibile, e tovaglioli in carta. In ogni caso, rimanere sul classico è la scelta migliore per noi e per l’ambiente: tovaglia e tovaglioli di stoffa, piatti in ceramica, posate di metallo, bicchieri di vetro e, soprattutto, una buona compagnia! “
fonte: http://www.snpambiente.it/

Spreco di cibo in aumento: nel 2030 verranno perse 66 tonnellate al secondo

È quanto emerge dal rapporto del Boston Consulting Group (BCG). La quantità di cibo che viene sprecata ogni anno nel mondo aumenterà di un terzo entro il 2030, quando saranno perse o gettate via 2,1 miliardi di tonnellate di alimenti





La quantità di cibo che viene sprecata ogni anno nel mondo aumenterà di un terzo entro il 2030, quando saranno perse o gettate via 2,1 miliardi di tonnellate di alimenti, pari a 66 tonnellate al secondo. È quanto emerge dal rapporto del Boston Consulting Group (BCG), multinazionale statunitense di consulenza di managemen, in cui si dice che la risposta globale allo spreco alimentare è frammentata e inadeguata e che il problema sta crescendo ad un ritmo allarmante.

"Mentre stiamo sviluppando le nostre soluzioni la portata del problema continua ad aumentare", ha affermato Shalini Unnikrishnan, partner e managing director di BCG. "Man mano che la popolazione cresce rapidamente in alcune parti del mondo industrializzate, come in Asia, anche il consumo cresce altrettanto rapidamente" e di conseguenza lo spreco: “Dove la ricchezza cresce le persone chiedono più cibo e più cibo diverso, che non viene coltivato localmente. Ciò aumenterà la perdita e lo spreco". Il rapporto suggerisce la creazione di un marchio di qualità ecologica, simile a quello delle campagne del commercio equo, che incoraggi i clienti ad acquistare da aziende impegnate nel ridurre gli scarti.

Le stime attuali dicono che ogni anno vengono sprecate 1,6 miliardi di tonnellate di cibo per un valore di circa 1,2 milioni di dollari, circa un terzo del cibo prodotto a livello globale. Tutto questo mentre 815 milioni di persone nel mondo (il 10,7% della popolazione globale) soffre di denutrizione cronica secondo i dati FAO relativi 2016, e senza dimenticare che i rifiuti alimentari e le perdite hanno anche un peso ambientale notevole, visto che determinano l'8% delle emissioni globali di gas serra, sempre secondo la FAO. Come detto sono i paesi che si stanno industrializzando e che hanno una popolazione in crescita quelli soggetti ai maggiori aumenti dello spreco di cibo, anche a causa di inefficienze nell'utilizzare appieno la produzione già presente, come quella dei piccoli agricoltori locali.

Mentre nei paesi in via di sviluppo i rifiuti si generano soprattutto durante i processi produttivi, nei paesi ricchi i rifiuti sono causati principalmente dalla grande distribuzione e dai consumatori, che buttano via il cibo perché ne hanno acquistato troppo o perché non soddisfa gli standard estetici. Anche le promozioni dei supermercati e la mancanza di informazioni accurate hanno contribuito allo spreco, dice il rapporto. Alcune aziende stanno sperimentando iniziative di riduzione dei rifiuti, ma secondo il BCG non sono sufficienti. La creazione di un marchio di qualità ecologica potrebbe incoraggiare le aziende a lavorare di più in tal senso, anche se è l'azione dei governi che disincentiva troppo poco lo spreco alimentare.

fonte: www.ecodallecitta.it