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Carbone, in Ue diminuiscono produzione e consumo



Nel 2020 il ricorso alle energie alternative continua a far diminuire il consumo e la produzione di carbone e riduce a due il numero degli Stati Ue produttori.

Sono i dati delle statistiche sulla produzione e consumo di ...

Terre rare: l’Afghanistan conserva un tesoro che vale 1000 miliardi















Il sottosuolo dell’Afghanistan è ricchissimo di terre rare e minerali del valore di 1000 miliardi di dollari. Una cifra da capogiro se si considera che la superficie di questo Paese non è molto vasta, poco più del doppio dell’Italia

L’Afghanistan conserva 60 milioni di tonnellate di rame, 2,2 miliardi di tonnellate di minerale di ferro, 1,4 milioni di tonnellate di terre rare come lantanio, cerio e neodimio, ma anche alluminio, oro, argento, zinco, mercurio e litio. È quanto stabilito dalle indagini aeree condotte dall’US Geological Survey.

Per fare un esempio, solo il deposito di carbonatite Khanneshin, nella provincia di Helmand, ha un valore di 89 miliardi di dollari.

Cosa sono le terre rare

Le cosiddette terre rare sono 17 metalli, sconosciuti fino a circa 100 anni fa, oggi fondamentali per l’industria tecnologica. La loro importanza è tale da avere un peso anche nei conflitti geopolitici, visto che la Cina ne controlla quasi interamente la produzione mondiale.

Il primo a scoprirle nel 1787 in un villaggio di Ytterby in un’isola dell’arcipelago di Stoccolma, fu il chimico e militare svedese Carl Axel Arrhenius. L’uomo notò un minerale nero mai visto prima, che ribattezzò itterbite. Toccò poi al prof. Johan Gadolin dell’Univeristà finlandese di Turku, circa 10 anni dopo, a capire che si trattava di un mix di ossidi di elementi mai analizzati prima, ai quali iniziò a riferirsi come terre rare. Dal campione nel 1803 si riuscirono a estrarre due elementi, l’ittrio e il cerio. Circa 100 anni dopo venne scoperto il il lutezio, 17esimo e ultimo elemento di quello strano miscuglio scoperto nell’800.

Come mai l’Afghanistan è così ricco di minerali?

La causa è da ricercare nell’urto violento del subcontinente indiano con l’Asia. La US Geological Survey ha iniziato ad ispezionare il Paese nel 2004.

Nel 2006, i ricercatori statunitensi hanno effettuato diverse ispezioni aree, che hanno permesso di accertare la ricchezza del sottosuolo dell’Afghanistan, al cui interno si trovano anche praseodimio, cerio, samario e gadolinio.

Nel 2010, i dati dell’USGS attirarono l’attenzione della Task Force della Difesa Usa, a cui è affidata la ricostruzione dell’Afghanistan. Quest’ultima ha stimato che le risorse minerarie del paese sono pari a 908 miliardi, mentre la stima del governo afghano è pari a 3000 miliardi.

L’AFGHANISTAN È UN PAESE MOLTO, MOLTO RICCO DI RISORSE MINERARIE – HA DETTO IL GEOLOGO JACK MEDLIN, PROGRAM MANAGER DEL PROGETTO USG.

Il governo afgano ha firmato qualche anno fa un contratto di 30 anni per 3 miliardi con il China Metallurgical Group, un’impresa mineraria statale con sede a Pechino, per sfruttare il deposito di rame di Mes Aynak. E non tutti sanno che sia gli Stati Uniti che l’Europa dipendono rispettivamente per l’80% e il 98% dalla Cina per la fornitura di terre rare, materiali senza i quali non sarebbe possibile produrre batterie al litio, pale eoliche e pannelli solari.

Una bella lotta di influenza geopolitica, insomma, su questo martoriato Afghanistan.

fonte: www.greenme.it




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Deep sea mining: perché dobbiamo fare attenzione alle miniere a mare aperto

Lo sfruttamento dei fondali marini a grandi profondità è una terra di nessuno sul piano giuridico. L’ONU sta preparando un regolamento mentre alcune aziende mettono a punto i prototipi di macchinari in grado di compiere l’estrazione a 5000 metri sotto il mare. Ma non conosciamo i possibili impatti sugli ecosistemi marini



Per qualcuno, il futuro della transizione ecologica si gioca negli abissi oceanici. E il futuro si chiama deep sea mining, cioè lo sfruttamento delle ricchezze minerarie depositate in fondo ai mari. È in particolari formazioni rocciose sui fondali che si trovano alcuni dei giacimenti più ricchi al mondo di molti metalli critici. Proprio quelli di cui avremo sempre più bisogno in futuro. Come il cobalto che è essenziale per le batterie al litio o il nichel che serve per molte delle tecnologie legate alle rinnovabili ma è presente anche in quasi tutti gli smartphone. O il rame, pilastro di tutte le nostre infrastrutture elettriche.

Facciamo sul serio sul deep sea mining?

Le fantasie attorno al deep sea mining circolano da parecchi anni, ma per quanto i giacimenti fossero appetibili le compagnie minerarie non sono mai andate oltre l’esplorazione e la mappatura dei fondali. Da alcuni anni le cose sono cambiate.

La transizione ecologica ha indotto aziende e Stati a rivolgere di nuovo l’attenzione alle croste oceaniche, e questa volta con più attenzione di prima. La scarsità relativa dei metalli critici e il loro recente aumento dei prezzi hanno fatto il resto. Un rapporto di Wood Mackenzie di fine luglio spiegava che sta per partire un super-ciclo delle materie prime, per la prima volta slegato dal petrolio perché influenzato da rinnovabili e auto elettriche. I protagonisti sono appunto rame, nickel, cobalto, ma anche litio e terre rare.

Intanto anche le Nazioni Unite hanno iniziato a muoversi. Pungolate da molti paesi, soprattutto alcuni dei paesi più microscopici come gli arcipelaghi del Pacifico Nauru, Kiribati e Tonga. L’ONU, attraverso la sua agenzia per la regolamentazione dei fondali marini, l’ISA (International Seabed Authority), ha fatto delle regole per il deep sea mining una priorità e lo scorso giugno ha promesso un accordo globale entro due anni. Anche la Norvegia ha deciso di essere della partita e vuole emettere i primi permessi entro il 2024.
Pochi studi, nessuna certezza

Una accelerazione che sta generando non poche preoccupazioni. Perché si tratta di scrivere delle regole a proposito di una vera e propria terra incognita. Se conosciamo piuttosto bene l’impatto su ambiente, ecosistemi, biodiversità, inquinamento, salute umana delle attività minerarie sulla terra ferma, non sappiamo nulla di quelle sottomarine. E abbiamo anche pochi strumenti per farci un’idea e valutare secondo criteri scientifici. Il deep sea mining, infatti, andrebbe a raccogliere con speciali robottini i metalli critici a profondità anche di 4-5000 metri. Gli studi scientifici su quella fascia profonda degli oceani sono pochissimi e come è facile immaginare raccogliere nuovi dati non è propriamente un’operazione semplice.

Da più parti, alla notizia dei lavori in corso all’ISA, si è invocato il principio di precauzione (do not harm principle). Fa parte integrante del corpus del diritto internazionale espresso dalle Nazioni Unite, oltre che da altre realtà come l’Unione Europea, e consiste nel bloccare una certa attività fino a che non si è certi che i benefici non superino gli svantaggi, valutando il tutto con un metro che non è solo economico.

L’ISA in realtà qualche studio dice di averlo e su questa base ha già erogato una trentina di permessi di esplorazione. Il problema è che gli studi si basano solo sui dati forniti dalle compagnie interessate allo sfruttamento di giacimenti e depositi sottomarini. E l’ISA non ha mai accettato di renderli pubblici e permettere una verifica indipendente.
I possibili danni del deep sea mining

Secondo Natalie Lowrey, portavoce della campagna internazionale contro il deep sea mining, in realtà sappiamo ancora molto poco del fondale oceanico, tanto che alcuni scienziati pensano che abbiamo più informazioni sulla superficie lunare. Secondo altre ong, tuttavia, il principio di precauzione sarebbe una misura eccessiva perché basterebbe adottare un livello alto di protezione per il 30% degli oceani – richiesta avanzata anche durante la Giornata Mondiale degli Oceani – per creare zone cuscinetto sufficienti a prevenire danni.

Ma quali sono i danni possibili? Diversi studi ipotizzano che il deep sea mining causerebbe sulla fauna marina un impatto da rumore. Altre ricerche teorizzano inquinamento luminoso, disturbi creati dalle vibrazioni.

Tra le ripercussioni più preoccupanti c’è quella del sollevamento di nubi di sedimenti dovuto all’operazione di grattamento dei fondali per raccogliere i noduli polimetallici in cui sono contenuti i minerali ricercati. Nubi che contribuirebbero al degrado di ecosistemi con bassissima resilienza. E che potrebbero trasportare in superficie anche alcuni dei metalli pesanti, trascinati dalle correnti grazie a fenomeni noti come upwelling.

Tutti ciò avrebbe un impatto quindi non solo sui fondali, ma potenzialmente sull’intera colonna d’acqua. Inclusi gli organismi che svolgono la funzione di filtro degli oceani, come spugne e coralli ma anche grandi mammiferi come le balene.

fonte: www.rinnovabili.it


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Il green deal bulgaro tra oligarchi, frodi e operai sfruttati

Come la transizione energetica nel Paese che produce oltre quattro volte la media europea di anidride carbonica rischia di essere un boomerang sociale









Quando a scuola ci chiedevano di dipingere, disegnavo sempre casa mia sovrastata dall’impianto termoelettrico». Georgi Stefanov, sessantaduenne dall’aria scarmigliata, gli occhi malinconici e un sorriso stanco ma mai forzato, scosta le tende al primo piano della casa di famiglia, dove vive e dove all’epoca sedeva a fare i compiti, mentre i genitori lavoravano nelle miniere poco distanti. Oltre gli alberi da frutto e le file di ortaggi di cui Stefanov si prende cura ossessivamente durante il giorno, l’orizzonte è una linea di terra dura e piatta, su cui si staglia Lei, la centrale di Bobov Dol.

«Se è vero che le sue linee geometriche rendevano il compito abbastanza facile, il motivo principale, per cui mi ostinavo a riprodurre quest’impianto, è perché era al centro della mia vita», dice Stefanov, mantenendo il tono di voce monocorde, tipico dei tanti uomini che, come lui, si sono temprati in tanti anni di socialismo e non smettono di rimpiangerlo. Stefanov è un ex minatore figlio di minatori, e uno dei 420 abitanti rimasti a Golemo Selo, un piccolo villaggio appartenente alla municipalità di Bobov Dol, il cui destino è indissolubilmente intrecciato a quello dell’impianto a carbone più grande del sud-ovest del Paese.

L’attività mineraria in Bulgaria è cominciata nel 1891 nella lingua di terra che da Pernik, città a una trentina di chilometri da Sofia, si estende fino a includere l’intera provincia di Kyustendil, che comprende Bobov Dol e altre sette municipalità. «Quando ci siamo trasferiti in questa casa nel 1970, era tutto un via vai di camion stracolmi di materiale edile», ricorda Stefanov. Uomini provenienti da ogni angolo del blocco sovietico furono richiamati qui per costruire tra il 1973 (anno dell’inaugurazione della prima caldaia) e il 1975 (inaugurazione della terza, e ultima, caldaia) il mega complesso termoelettrico (TPP) ancora attivo. L’unica differenza è che oggi la centrale conta cinque ciminiere per via dell’acquisizione di due nuove unità, dopo che l’impianto è stato dato in concessione all’oligarca Hristo Kovachki nel 2008.

Una foto d’archivio della centrale di Bobov Dol. L’impianto è stato inaugurato nel 1973 e ha attirato lavoratori da tutta l’Unione Sovietica.

Se già allora un Paese marginale sotto ogni punto di vista cominciava ad assicurarsi la sua indipendenza sotto il profilo energetico, oggi il carbone costituisce il 40% del mix energetico e fornisce il 48% dell’elettricità del Paese. In parte, ciò è ancora dovuto alla regione del sud-ovest, ben rappresentata dalle miniere, dalla centrale termoelettrica di Bobov Dol e dal Distretto di Teleriscaldamento di Pernik in mano a Kovachki, il magnate bulgaro dal passato e presente misteriosi.

Indagato a più riprese per evasione fiscale e per riciclaggio di rifiuti illegali provenienti dall’Italia, Kovachki è anche il protagonista della campagna di privatizzazione del settore energetico, avvenuta nei primi anni 2000. Soprattutto, però, l’industria carbonifera bulgara dipende dal distretto di Stara Zagora, 240 km a est di Sofia, che conta diverse miniere e un vasto impianto a conduzione statale, Maritza East, oltre a numerose centrali private (tra cui la più vecchia, gestita da Kovachki stesso).
Bobov Dol, la città degli sfruttati

Camminando per la cittadina di Bobov Dol, che oggi conta non più di 4000 abitanti, non si vede nemmeno una traccia del fermento del passato, durato con alti e bassi fino all’inizio di questo secolo. Lungo il viale principale, i pochi superstiti sono accasciati su panchine traballanti, o si trascinano fino a uno dei due scalcinati bar lungo la piazza principale. La gente non ha più molto da dirsi ed è affidato all’alcool l’ingrato compito di riempire il vuoto che li circonda.

IrpiMedia ha raccolto varie testimonianze tra i residenti di questa e di altre municipalità limitrofe e in molti sembrano discordare su come e quando possa essere iniziato il tracollo economico della regione. C’è chi, soprattutto tra gli anziani ex minatori, non riesce a guardare oltre la fine del socialismo e chi, tra i trenta-quarantenni rimasti senza lavoro e senza speranze, vede nella privatizzazione dell’impianto e nella mancanza di investimenti da parte di Kovachki, l’inizio del declino.

«La fonte della ricchezza di Kovachki rimane un mistero», afferma il report di Greenpeace, Financial Mines, citando un documento confidenziale dell’Ambasciata statunitense in Bulgaria, fatto trapelare a giugno 2009. Grazie a canali preferenziali e a rapporti privilegiati con personaggi chiave del sistema politico e finanziario bulgaro (in primis Ivaylo Mutafchiev della First Investment Bank – FIB), «Hristo Kovachki è emerso come l’attore principale della campagna di privatizzazione del settore energetico», iniziata nel 2000 e terminata nel 2008.

Proprio alla fine del 2008, però, dopo che la procura statale ha aperto un’inchiesta fiscale nei suoi confronti, Kovachki è stato condannato per evasione e i suoi beni temporaneamente congelati, per essere di lì a poco spostati offshore. Quando una nuova legislazione ha limitato il ruolo di tutti gli enti che, pur operando all’interno del settore energetico bulgaro, risiedevano in paradisi fiscali all’estero, le compagnie di Kovachki sono state trasferite verso imprese di facciata con sede in Inghilterra e a Cipro. Da quel momento, il magnate ha dichiarato di volersi allontanare dal business energetico. Peccato che, in alternativa, si sia dato alla politica e che «a oggi mantenga alcune posizioni chiave, proprio lì dove stanno le miniere e le centrali termoelettriche di sua proprietà», secondo Greenpeace.

Se, continua il report, «in un certo senso, i reclami di Kovachi hanno un fondo di verità – e lui non è il proprietario formale di questo impero energetico (sulla carta le compagnie appartengono, infatti, al Consortium Energy JSC), ne è piuttosto il rappresentante e “parafulmine”». Di fatto, comunque, ad oggi il magnate controlla dodici impianti energetici, di cui più di metà a carbone.

Le ambiguità inerenti alle sue attività non si fermano qui. Anzi, proprio quest’anno il portale investigativo bulgaro Bivol ha rivelato la fitta trama di riciclaggio di rifiuti illegali tra Italia – dove a essere coinvolte sono ‘ndrangheta e Camorra – Romania e Bulgaria, rappresentata proprio da Kovachki e dal suo esteso complesso minerario. La foga dell’oligarca nel lanciarsi in nuovi progetti energetici sembrerebbe legarsi ad alcune delle considerazioni dell’inchiesta lanciata da Greenpeace due anni fa. Secondo la stessa, «l’impero del magnate sta subendo una forte flessione, con accatastamenti di passività che ammontano a 575 milioni di euro e strutture produttive deprezzate e obsolete. La liquidazione di alcuni dei suoi asset è sul tavolo, come già si sta verificando con alcune miniere di carbone, tra cui quelle sotterranee di Bobov Dol».

Come se non bastasse, Greenpeace aveva già previsto allora «come i licenziamenti di massa dei dipendenti avrebbero causato sia la disoccupazione di intere municipalità che la dubbia riabilitazione di vecchie miniere. E come l’azienda non si sarebbe fatta scrupoli a calpestare gli interessi pubblici, nel momento in cui non fosse più riuscita a rimettersi in piedi».

Quando l’impero di Kovachki sembrava ormai spacciato, è arrivata, però, la Commissione Europea a ribaltare ancora una volta la situazione, prima con il Green Deal e poi con svariati miliardi a sostegno di progetti volti a supportare la transizione energetica. È in questo contesto che si inserisce la piattaforma Brown to Green, voluta e sponsorizzata dal braccio destro, nonché volto pubblico e più presentabile, del magnate, Kristina Lazarova.

Una cosa è certa. Il punto di non ritorno è stata la chiusura definitiva delle miniere sotterranee di carbone a dicembre 2018. «Il 98% della nostra economia dipendeva dall’estrazione di carbone, ma invece di trovare delle alternative in tempo, si è pensato bene di chiudere le miniere sotterranee da un giorno all’altro e di abbandonare duemila persone al proprio destino» afferma la sindaca Elza Velichkova, intervallando meccanicamente a ogni tiro di sigaretta un sorso di caffè. «Bobov Dol è l’esempio europeo di quello che non dev’essere fatto».

Se ai massicci tagli del personale si somma l’esodo di tutti quei giovani che sono fuggiti altrove per l’assenza di opportunità, non si fatica a capire il perché dello scenario desolante.
The (un)just transition

«Cosa distingue la nostra dalle altre regioni carbonifere d’Europa?», sbuffa la sindaca Velichkova. «Semplice. Qui la transizione dal carbone non ha avuto nulla di giusto».

A cosa si riferisce Velichkova? Per capirlo, facciamo un passo indietro.



La Bulgaria è uno dei Paesi europei a più alta intensità energetica, ovvero – secondo l’indicatore che rapporta il consumo energetico al Pil – consumerebbe 3,6 volte in più rispetto alla media europea, per convertire l’energia in prodotto interno lordo, e quindi per far funzionare i vari settori e servizi. Inoltre, emette 4,4 volte di emissioni di CO2 in più, principalmente a causa del carbone. Uno spreco energetico, questo, che si traduce in costi spropositati per lo Stato.

La situazione si è fatta particolarmente critica, da quando, con il Protocollo di Parigi, l’anidride carbonica – di cui il carbone è il principale responsabile – è stata identificata come la prima causa del riscaldamento globale e il costo delle emissioni di CO2, a carico dei Paesi e degli impianti che eccedono i limiti, è passato dai 5 euro del 2017 ai 25 euro del 2019 (e ai quasi 30 euro di dicembre 2020).

«All’incirca tre anni fa, quando nessuno in Bulgaria ne parlava, ho sfidato i miei capi, dicendo che era arrivato il momento di affrontare l’elefante nella stanza», racconta Georgi Stefanov, portavoce di WWF Bulgaria, da non confondere con l’omonimo abitante di Golemo Selo. «Non c’era più tempo da perdere; dovevamo focalizzarci sul vero problema, cioè il settore carbonifero, causa dei due terzi delle emissioni di CO2 riportate annualmente nel nostro Paese».

Prendendo esempio da altri Stati, il WWF ha introdotto, primo in Bulgaria, il concetto di transizione verso forme di energia più pulita e, poi, col passare del tempo, di transizione giusta, termine cui fa riferimento anche la sindaca di Bobov Dol, che si riferisce a un cambiamento energetico positivo non solo per l’ambiente, ma anche per l’assetto sociale ed economico delle comunità interessate.

È il 2019 quando il WWF riesce ad attirare l’attenzione di alcuni interlocutori strategici; in primis, di Hristo Kovachki. Le decisioni prese dal magnate fino ad allora, a partire dalla chiusura delle miniere sotterranee a fine 2018, non possono essere ricondotte a politiche verdi ma, piuttosto, a considerazioni di natura economica, essendo diventato il carbone sempre meno redditizio.

«Dopo che Kovachki ha tagliato i suoi dipendenti per ragioni economiche – non sapremo mai di quante persone si tratti, perché lui a Bobov Dol è il dio indiscusso e nessuno osa parlargli alle spalle – siamo riusciti a convincerlo della bontà della transizione», spiega Stefanov del WWF. «Abbiamo iniziato col dirgli che se lui, proprietario di 11 impianti sparsi per il Paese, voleva mantenere un ruolo di primo piano nella produzione energetica, doveva pensare a delle alternative. La svolta è avvenuta, però, quando gli abbiamo riferito che, se si fosse convertito a fonti di energia pulite, la Commissione Europea avrebbe aperto il portafogli».

Per questo, anche il cambio di rotta successivo intrapreso da Kovachki, suggellato con la creazione della piattaforma Brown to Green, sembra avere poco o nulla a che fare con i principi etici. Piuttosto, sarebbe da ricondursi al Green Deal europeo, con l’istituzione del Just Transition Fund a gennaio 2020, e ai 1,1 miliardi di euro stanziati per la Bulgaria, previa consegna di un piano strategico nazionale, da investire nelle due regioni carbonifere di Pernik-Kyustendil e Stara Zagora.

Il complesso carbonifero di Maritza East, a Stara Zagora, conta all’incirca 12 mila dipendenti (e possibili elettori). Per questo, in zona, il Governo si fa carico dei debiti degli impianti in perdita, pur di non mettere la parola “fine” all’industria carbonifera. Ma nel sud-ovest la situazione è molto diversa. Qui l’impero di Kovachki, tra passività di centinaia di miliardi di euro e strutture produttive deprezzate e obsolete, non avrebbe retto la chiusura delle miniere sotterranee, se non fosse stato per quest’ultima allettante àncora di salvezza.

Ecco perché quella che la sindaca Velichkova definisce come transizione ingiusta è, in realtà, noncuranza del destino della propria gente. Anche in seguito è difficile scorgere in Kovachki e nella sua squadra la volontà di fare del bene alla comunità, quanto, invece, l’ennesima possibilità di arricchirsi. 


fonte: irpimedia.irpi.eu

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Gli impatti ambientali dell’attività mineraria raccontati dall’Ispra

L'audizione in Commissione Ecomafia ha permesso ai ricercatori dell'Istituto Superiore per la protezione e la ricerca ambientale di fare chiarezza su un tema poco affrontato. In Italia dal 1870 ad oggi sono stati in attività 3.015 siti minerari, interessando tutte le Regioni, 93 province e 889 Comuni





Si è tenuta nei giorni scorsi in Commissione Ecomafia alla Camera dei deputati un’audizione sugli impatti ambientali dell’attività mineraria alla quale ha partecipato il direttore generale dell’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale (ISPRA), Alessandro Bratti, e l’esperto Fiorenzo Fumanti, del dipartimento per il Servizio geologico d’Italia dell’ISPRA.

L’obiettivo era quello di fornire un quadro completo degli impatti ambientali dell’attività mineraria, di cui spesso si sono presi in considerazione gli aspetti economici più di quelli ecologici. Per capire come questo è stato monitorato – e soprattutto gestito – fino ad oggi.

Secondo le evidenze mostrate nel rapporto, il grande problema per l’ambiente è rappresentato dai siti abbandonati e dalle discariche minerarie. I dati ci dicono infatti che “le criticità ambientali sono connesse all’operatività delle miniere, ma ancor più alle centinaia di siti minerari abbandonati”.

Tanti siti e poca attenzione

In Italia dal 1870 ad oggi sono stati in attività 3.015 siti minerari, interessando tutte le Regioni, 93 province e 889 Comuni. Nel 2018, a fronte di 120 concessioni di miniera ancora in vigore, 69 risultavano realmente in produzione, soprattutto in Sardegna, Piemonte e Toscana.

Le miniere attualmente operanti sul territorio nazionale sono solo di minerali non metalliferi, la cui estrazione è meno impattante rispetto a quelli metalliferi. Tali siti sono soggetti ai controlli di polizia mineraria effettuati dalle Regioni, avvalendosi delle Arpa competenti relativamente ai controlli ambientali.

Riguardo ai siti oggi non più produttivi invece, il rapporto spiega che gran parte di essi sono stati gestiti con “scarsa attenzione alla prevenzione e al contenimento dell’impatto ambientale”. Nello specifico, spiega Fumanti, sono abbandonati “elevati quantitativi di metalli pesanti e sostanze tossiche sono contenuti nei bacini di decantazione dei fanghi di laveria, impianti in cui il materiale estratto veniva frantumato, macinato e flottato in acqua: tali bacini costituiscono potenziali sorgenti di danno ambientale per il possibile rilascio dei fanghi contaminati a causa di perdite o crollo delle strutture di contenimento”.

Ecco perché, secondo l’Ispra, i bacini di decantazione devono essere messi subito in sicurezza ed essere oggetto di continuo controllo. E qui c’è il secondo problema.
Chi se ne occupa?

Come ricorda lo stesso Fumanti infatti, “nel 2012 la proprietà delle miniere è stata trasferita dallo Stato alle Regioni, già competenti dal 1998 per la gestione amministrativa dei permessi di ricerca e le concessioni di coltivazione”. Questi cambiamenti, secondo quanto riferito, “essendo avvenuti in assenza di un quadro normativo aggiornato e di indirizzo delle attività, hanno generato sia sistemi di pianificazione, autorizzazione e controllo diversificati che sistemi di raccolta e gestione delle informazioni eterogenei”.

Da questo dipende l’abbandono di ingenti quantitativi di scarti minerari. E il forte impatto ambientale al quale occorre porre rimedio. I dati parlano chiaro: con il decreto legislativo117/2008 l’Italia ha recepito l’apposita direttiva europea relativa alla gestione dei rifiuti delle industrie estrattive e istituito l’Inventario nazionale delle strutture di deposito dei rifiuti estrattivi, gestito da Ispra. E nel 2017, “erano presenti in Italia 321 strutture di deposito con rischio ecologico-sanitario da medio-alto ad alto”. È il momento di intervenire.

fonte: economiacircolare.com


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Economia circolare, nei nostri dispositivi elettrici c’è una miniera per la transizione ecologica

Sessant’anni fa il cittadino medio dei paesi europei deteneva in media circa 37 Kg di questi oggetti, ad oggi ne possiede circa 730 Kg



Nonostante una lunga pausa dalla crescita economica, viviamo in Italia un’epoca piena di benessere e novità nel campo tecnologico rispetto al passato anche recente. Infatti, per quanto le differenze siano enormi in termini di ricchezza tra il famoso 1% e il resto della popolazione, la quasi totalità di noi ha accesso ad un frigorifero, un cellulare e possibilmente un computer. Tutti i beni di largo consumo direttamente alimentati ad elettricità sono considerati Electrical and electronic equipment (Eee). Questi beni sono rilevanti per svariati motivi.

In primis ci permettono di mantenere standard di vita impensabili fino a sessant’anni fa. Il loro accumulo non è stato più veloce della crescita delle nostre economie. In termini di peso, dove il cittadino medio dei paesi europei deteneva in media circa 37 Kg, ad oggi ne possiede circa 730 Kg.

Ma non è tutto oro quello che luccica. In aggiunta ad aver indirettamente aiutato ad allungare la vita umana grazie alla conservazione alimentare e migliori strumenti medici, gli Eee possono portare nuovi problemi. Poiché l’usura tende a comprometterne le prestazioni, anche questi beni sono destinati al cassonetto. Tuttavia, un incauta gestione dei rifiuti può generare impatti seri.

Il sistema legale a cui facciamo riferimento circa la classificazione dei rifiuti è inquadrato dalla direttiva sulla restrizione delle sostanze pericolose 2002/95/EC, entrata in vigore nel 2003 (da questa legislazione deriva la classifica evidenziata nella prima illustrazione). La ragione di questo dispositivo legale è la minimizzazione degli impatti: questi sono dovuti alla complessa composizione materiale dei prodotti che noi usiamo tutti i giorni. Molti di essi, come piombo, nickel e plastica possono avere effetti dannosi se disperse nell’ambiente. Ma con l’avvento di una visione circolare dell’economia, abbiamo compreso che gli stessi scarti possono essere riconvertiti in risorse.

Dove un computer non può essere riconvertito per problemi di hardware, può infatti essere comunque considerato un piccolo deposito di oro, cobalto, nickel, litio e altro ancora. Per quanto possa sembrare riduttivo pensando al nostro computer di casa, facendo riferimento a tutti gli Eee, in media un cittadino europeo è in possesso di circa 160 Kg di materiale riciclabile. Tra questi troviamo tra ferro, rame, argento, oro, palladio, alluminio ed altri ancora. Secondo la best available technology (BAT), il potenziale di riciclo di alcuni di questi materiali (in particolare i rari come oro) raggiunge il 90%. Sommato tutto quello attualmente classificato, potremmo riciclare circa il 20% del peso del nostro stock.

Questa è una stima potenziale iniziale e solo per 16 materiali, come mostra lo studio Estimating total potential material recovery from EEE in EU28. Si tratta in poche parole di un valore totale di 71.761.633 tonnellate annuali. Per quanto possa sembrare un grande numero, bisogna tenere a mente che la sola produzione di rame nel mondo è nell’ordine delle milioni di tonnellate annuali. Allora perché sarebbe rilevante questa dinamica? E quanto costerebbe essere circolari solo nell’ambito degli Eee?

Adottando un approccio da economisti minerari, la ricchezza di un deposito è spesso dipendente dal grado di roccia o “ore grade”. Un geologo potrebbe alzare la mano avanzando giustamente perplessità. Ci sono svariate accezioni di questo temine. Per semplicità, viene chiamata “ore grade” la percentuale di minerale che si può estrarre da un deposito. Questo valore ha fatto più volte discutere gli esperti in quanto è in caduta libera da decenni. Eppure l’estrazione non sembra diminuire.

Se noi applichiamo lo stesso principio sul “deposito” di Eee, il fenomeno accade nella stessa maniera; poiché si tratta di una variabile insita in manufatti, potremmo definirla artificiale (“Artificial Ore Grade” o AOG in inglese). E anche la percentuale di AOGche possiamo recuperare è in caduta da oltre vent’anni.

Tuttavia, buona parte dei minerali presenti in depositi naturali non ha i livelli di “ore grade” comparabili a quelli artificiali. Se guardiamo ad esempio al rame, i ricchi depositi cileni si misurano in valori millesimali. In Europa sarebbero invece in valori percentuali.

Sebbene in quantità assolute minori, l’habitat umano (chiamato antroposfera) è, secondo questa ipotesi, ricco di risorse. Gli stessi minerali verdi (green minerals) come litio, cobalto, nickel che potrebbero garantirci i materiali per la transizione ecologica sono già qui in Europa.

Poiché però la composizione degli Eee è in cambiamento in favore di parti plastiche per ragioni ergonomiche, la quantità di metallo estraibile si riduce (da notare la seconda immagine). Sarebbe meglio avere beni più ricchi di minerali preziosi e riciclare di più? No, l’abbassamento dell’Aog non è un problema, in quanto come per i depositi naturali è controbilanciato da uno stock massiccio di beni da trattare. Con questa logica la riduzione della dipendenza dai minerali vergini si ridurrebbe drasticamente.

Questo avrebbe un impatto duplice. Il primo di tipo ambientale e sociale, in quanto l’estrazione mineraria estera è spesso correlata con violazioni dei diritti umani (si pensi al Coltan in Congo). Secondo, riduce la dipendenza da produttori esteri. Una logica di recupero a livello europeo (magari tramite grandi hot-spot di raccolta) darebbe le basi ad una strategia comune. Ci sarebbero inoltre positive risvolti occupazionali.

In termini di prospettiva, dovremmo forse guardare alle nostre economie più in termini materiali e di peso piuttosto che di valore.

fonte: www.greenreport.it


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I problemi dell’auto sostenibile

Cercare ogni via per ridurre il consumo di energia derivante da combustibili fossili e le emissioni di anidride carbonica è urgentissimo e sacrosanto, ma bisogna farlo evitando di creare problemi su altri fronti. L’automobile descrive meglio di ogni altra cosa le contraddizioni in cui ci troviamo. Le auto in circolazione a livello mondiale oggi sono quasi un miliardo. Per rimpiazzarle tutte con auto elettriche servirebbe la metà delle riserve di litio conosciute ma il litio serve anche per i cellulari, i tablet, i computer, gli accumulatori per pannelli solari. La domanda di litio e cobalto potrebbe diventare presto così alta da spingere i prezzi a livelli proibitivi per le classi meno abbienti. Il solito vecchio meccanismo di mercato che ristabilisce l’equilibrio fra domanda e offerta a detrimento dei più poveri. Dobbiamo chiederci se non sia arrivato il tempo di cercare di arrestare i problemi generati dai nostri eccessi, concentrandoci non solo sulla tecnologia ma anche sugli stili di vita. Parlando di trasporti, possiamo domandarci se non dobbiamo aumentare drasticamente gli spostamenti a piedi o in bicicletta ma anche accettare di viaggiare meno, più lentamente e in forma molto più collettiva




I paesi a ricchezza avanzata sono all’affannosa ricerca di modi per mantenere il livello di consumi raggiunto e nel contempo rispettare i limiti del pianeta. Ma il compito si presenta piuttosto arduo e rischia di condurci ad una sostenibilità dell’apartehid, costruita, cioè, su disuguaglianze ancora più marcate di quelle che abbiamo conosciuto fin qui. Un mondo verde dove pochi eletti usano le poche risorse esistenti mentre una massa di esclusi è tenuta fuori dal banchetto. Tutto il contrario del modello di ecologia integrale proposto da Papa Francesco dove sostenibilità ed equità si tengono per mano.

L’automobile descrive meglio di tutti le contraddizioni in cui ci dibattiamo. Con l’emergere dei cambiamenti climatici il nostro obiettivo è diventato la riduzione delle emissioni di anidride carbonica ed è alla tecnologia che ci siamo affidati, con un doppio mandato. Uno di lunga durata che metta fine alla dipendenza dal petrolio. L’altro, più immediato, che ci procuri un combustibile meno inquinante. Entrambi presentano criticità.

Fino a qualche anno fa, la pista che inseguivamo per ottenere auto sganciate dal petrolio era l’idrogeno. Poi, ragioni di tipo energetico, di sicurezza e di rete distributiva hanno raffreddato le aspettative ed oggi si insegue piuttosto l’auto elettrica. Un progetto che da un punto di vista tecnico è già realtà, ma che riapre vecchi problemi quando pretende di diventare consumo di massa. Nell’auto elettrica la funzione di serbatoio è svolta dalla batteria, rispetto alla quale va precisato che può renderci veramente indipendenti dal petrolio solo se la corrente elettrica utilizzata per ricaricarla proviene da sole, vento e altre energie rinnovabili. Ad oggi solo il 26% dell’energia elettrica mondiale è di tipo rinnovabile. Ma questo è solo uno degli aspetti critici.

L’altro è che per produrre le batterie serve litio e cobalto, due minerali che oltre a essere fonte di preoccupazione sociale presentano problemi di quantità. Da un punto di vista sociale, il cobalto è diventato sinonimo di corruzione, evasione fiscale, lavoro minorile, dal momento che è ottenuto per il 60% dalla Repubblica Democratica del Congo, un paese dominato da assenza di legge, mancanza di senso dello stato, violazione dei diritti umani. Quanto al litio, il 65% dei depositi si trovano in un triangolo che si estende fra Cile, Argentina e Bolivia, una zona abitata da popolazioni che non sorridono all’idea di vedere il loro territorio trivellato di miniere. La preoccupazione principale è per l’acqua, di cui le imprese minerarie necessitano in gran quantità in una zona in cui ce n’è poca. In Cile, nel Salar de Atacama, dove l’estrazione del litio ormai avviene da anni, la carenza di acqua si è fatta così acuta da avere messo le popolazioni in uno stato di conflitto permanente con le imprese minerarie.

Sul fronte quantitativo i geologi ci informano che il litio costituisce circa lo 0.006 % della crosta terrestre, qualcosa di meno dello zinco, del rame, del tungsteno e qualcosa di più del cobalto, dello stagno, del piombo. Ma ai fini estrattivi contano i depositi ad alta concentrazione e secondo il Geological Survey degli Stati Uniti le riserve fruibili di litio non andrebbero oltre i 40 milioni di tonnellate. Una quantità che si mostra molto limitata qualora l’industria dell’auto elettrica dovesse avere lo sviluppo che si paventa. In totale le principali case automobilistiche prevedono di produrre 20 milioni di auto elettriche all’anno a partire dal 2025, per passare a 25 milioni nel 2030 e addirittura a 60 milioni dopo il 2040. Se consideriamo che secondo la tecnologia attuale per ogni auto servono dai 40 agli 80 chili di litio, si fa presto a calcolare un fabbisogno di circa 100.000 tonnellate all’anno a partire dal 2025 che salirebbe a 300.000 tonnellate dopo il 2040. In altre parole i depositi attualmente conosciuti potrebbero esaurirsi nel giro di pochi decenni. Analogo destino per il cobalto che pur giocando un ruolo minore potrebbe esaurirsi in tempi altrettanto rapidi a cause delle minori riserve stimate in appena 25 milioni di tonnellate.



Ad oggi, le auto in circolazione a livello mondiale sono quasi un miliardo. Per rimpiazzarle tutte con auto elettriche servirebbe la metà delle riserve di litio oggi conosciute. E tuttavia le auto non sono gli unici strumenti a utilizzare batterie. Ad esse si aggiungono i cellulari, i tablet, i computer, gli accumulatori per pannelli solari. Il futuro, insomma, si presenta come la società della batteria e la domanda di litio e cobalto potrebbe diventare così alta da spingere i loro prezzi a livelli proibitivi per le classi meno abbienti. Il solito vecchio meccanismo di mercato che ristabilisce l’equilibrio fra domanda e offerta a detrimento dei più poveri.

E mentre l’industria dell’automobile si sta organizzando per tagliare il cordone ombelicale dal petrolio, gli stati stanno cercando di ridurre le emissioni inquinanti spingendo l’acceleratore sulla produzione di carburanti di origine vegetale che risultano meno impattanti. Uno dei primi paesi che si è buttato in questa avventura è stato il Brasile, trasformando la canna da zucchero in bioetanolo, un alcool che può essere utilizzato tal quale in auto con motori apposti o che può essere utilizzato come additivo delle normali benzine. Il Brasile produce il 23% di tutto il bioetanolo prodotto a livello mondiale, ma è superato di gran lunga dagli Stati Uniti che ne produce il 49%. E non utilizzando masse vegetali inadatte all’alimentazione, ma il mais di cui è primo produttore mondiale. Ben il 38% di tutto il mais prodotto negli Stati Uniti è destinato al bioetanolo. Altrove si privilegiano il grano, l’orzo, la segale, sicché la Fao calcola che il 14% di tutte le granaglie raccolte a livello mondiale sono bruciate nei motori. L’Unione Europea è un basso produttore di bioetanolo che comunque ottiene principalmente dalla barbietola da zucchero e in secondo ordine dal mais. Ma ha molto sviluppato la produzione di biodiesel di cui è il primo produttore mondiale con una quota del 37%. Il biodiesel si ottiene da oli vegetali provenienti da tre semi principali: olio di palma (31%), soia (21%), colza (20%). Complessivamente il 16% di tutto l’olio vegetale prodotto a livello mondiale è destinato alla produzione di biodiesel.

Cercare ogni strada per ridurre le emissioni di anidride carbonica è sacrosanto, ma bisogna farlo evitando di creare problemi su altri fronti. Parlando di biocombustibili, tre punti interrogativi si affacciano alla mente. Il primo: quanto sia giusto e opportuno destinare cibo ai trasporti in un mondo dove il 12% della popolazione non mangia a sufficienza e in cui le bocche da sfamare sono in crescita. Il secondo: quanto sia sensato avvelenare la terra con pesticidi e fertilizzanti per ottenere più derrate agricole da destinare ai trasporti. Il terzo: quanto sia logico sottrarre terra ai boschi in un momento in cui abbiamo bisogno di più vegetazione per abbattere l’anidride carbonica. I biocarburanti rischiano di diventare diretti antagonisti delle foreste non solo perché si contrappongono alla riforestazione, ma peggio ancora perché promuovono la deforestazione. E’ noto, ad esempio, che la crescita esponenziale della produzione di olio di palma ottenuta negli ultimi anni si è accompagnata a una distruzione massiva di foresta non solo in Asia, ma anche in Africa e America Latina. Per cui dobbiamo chiederci se non sia arrivato il tempo di cercare di arrestare i problemi generati dai nostri eccessi, concentrandoci non solo sulla tecnologia ma anche sugli stili di vita. Parlando di trasporti è arrivato il tempo di chiederci se non dobbiamo ridurre la nostra produzione di anidride carbonica, accettando di viaggiare meno, più lentamente e in forma più collettiva, capendo che il noi è più efficiente dell’io.

fonte: https://comune-info.net

Rifiuti, c’è più oro nelle schede elettroniche che gettiamo che in miniera

Fontana: «I Raee rappresentano una fonte di materie prime che potrebbe affrancare il nostro Paese e l’Europa dalle importazioni provenienti da Cina, Africa e Sud America»



















La nuova direttiva 2012/19/EU che regolamenta il settore dei rifiuti elettrici ed elettronici (Raee) impone il raggiungimento di un target di raccolta pari al 65%, mentre nell’ultimo anno il dato italiano si è fermato al 43% con 343mila tonnellate di rifiuti avviati a recupero: questo significa che c’è ancora molto da lavorare, perché circa il 57% dei Raee italiani viene ancora gestito con percorsi alternativi (come la discarica o l’esportazione all’estero) che comportano un enorme spreco di risorse.
«I Raee rappresentano una fonte di materie prime che potrebbe affrancare il nostro Paese e l’Europa dalle importazioni provenienti da Cina, Africa e Sud America», sottolinea Danilo Fontana, primo ricercatore del Laboratorio tecnologie per il riuso, il riciclo, il recupero e la valorizzazione di rifiuti e materiali dell’Enea. Come spiega l’Agenzia, ad esempio, dal trattamento di 1 tonnellata di schede elettroniche è possibile ricavare 129 kg di rame, 43 kg di stagno, 15 kg di piombo, 0,35 kg di argento e 0,24 kg di oro (quando l’oro contenuto in un minerale aurifero di buon grado si aggira intorno a 0,005-0,010 kg/ton), per un valore complessivo di oltre 10 mila euro al prezzo attuale di mercato.
Viste le enormi potenzialità un team di ricercatori Enea ha messo a punto ROMEO, il primo impianto pilota in Italia per il recupero di materiali preziosi da vecchi computer e cellulari attraverso un processo a “temperatura ambiente” e senza pretrattamento delle schede elettroniche.
ROMEO (Recovery Of MEtals by hydrOmetallurgy) ha una resa del 95% nell’estrazione di oro, argento, platino, palladio, rame, stagno e piombo da rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche.
Ubicato presso il Centro Ricerche Casaccia, a nord di Roma, l’impianto pilota utilizza un processo idrometallurgico brevettato Enea, che consente una drastica riduzione dei costi energetici rispetto alle tecniche pirometallurgiche ad alta temperatura. Le schede elettroniche sono trattate senza essere sottoposte a un processo di triturazione, mentre le emissioni gassose vengono trattate e trasformate in reagenti da impiegare nuovamente nel processo stesso, minimizzando in questo modo impatto ambientale e produzione di scarti. Inoltre è caratterizzato da modularità e flessibilità che consentono di trattare anche piccole quantità di rifiuti e di scegliere il grado di purezza del metallo recuperato in funzione delle esigenze di mercato.
«Con ROMEO – conclude Fontana – vogliamo stimolare la creazione di una filiera nazionale completa per il recupero di metalli preziosi da Raee. Purtroppo finora in Italia il settore nazionale del riciclo si ferma al trattamento iniziale, cioè il processo meno remunerativo, lasciando a operatori esteri, in particolare del Nord Europa, il compito di recuperare la parte ‘nobile’ del rifiuto».
fonte: www.greenreport.it

L’Europarlamento chiede la moratoria sulle miniere sottomarine

Finché gli impatti ambientali sui fondali oceanici non saranno noti, gli eurodeputati chiedono di impedire l’apertura delle miniere sottomarine




















Il Parlamento Europeo ha chiesto una moratoria sulle miniere sottomarine, con una importante risoluzione passata praticamente sotto silenzio. Il voto dell’Eurocamera arriva mentre L’International Seabed Authority (ISA) si sta occupando di redigere i regolamenti per governare l’estrazione mineraria dai fondali oceanici (Deep Sea Mining). L’organo intergovernativo fondato nel ’94, con sede in Giamaica, ha la potestà sulle acque extraterritoriali, e quest’anno dovrebbe pubblicare le linee guida per le attività minerarie in mare aperto. Ma la risoluzione del Parlamento Europeo riapre un dibattito che vede contrapposti gli ambientalisti alle grandi aziende interessate all’estrazione di minerali preziosi per la crescente domanda di dispositivi elettronici. Fino a che non saranno compresi a fondo gli impatti ambientali sui fondali marini, Strasburgo chiede che nessuna licenza venga rilasciata alle aziende.
Gli studi condotti finora sono ancora pochi e poco estesi, ma spesso concordano nel dire che gli impatti ambientali del deep sea mining potrebbero essere praticamente irreversibili. A grandi profondità, infatti, gli ecosistemi hanno un bassissimo livello di resilienza.

 

Gli eurodeputati chiedono alla Commissione Europea di persuadere gli stati membri a smettere di supportare le attività estrattive, anche nelle acque territoriali, e di «sostenere invece una moratoria internazionale sulle licenze commerciali di sfruttamento minerario in acque profonde fino al momento in cui gli effetti dell’estrazione di acque profonde sull’ambiente marino, sulla biodiversità e sulle attività umane in mare saranno stati studiati e studiati a sufficienza e tutti i possibili rischi compresi».
L’International Seabed Authority è composta da 168 stati membri, che rilasciano licenze a società e compagnie statali per l’esplorazione e l’eventuale estrazione dei fondali marini. L’ ISA sta attualmente sviluppando regolamenti che consentirebbero l’estrazione dal mare profondo di giacimenti minerari ricchi di manganese, nichel, ferro, cobalto e elementi rari fondamentali nella produzione di oggetti di largo consumo, dagli smartphone ai pannelli solari fino alle batterie.

fonte: www.rinnovabili.it