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Deep sea mining: perché dobbiamo fare attenzione alle miniere a mare aperto

Lo sfruttamento dei fondali marini a grandi profondità è una terra di nessuno sul piano giuridico. L’ONU sta preparando un regolamento mentre alcune aziende mettono a punto i prototipi di macchinari in grado di compiere l’estrazione a 5000 metri sotto il mare. Ma non conosciamo i possibili impatti sugli ecosistemi marini



Per qualcuno, il futuro della transizione ecologica si gioca negli abissi oceanici. E il futuro si chiama deep sea mining, cioè lo sfruttamento delle ricchezze minerarie depositate in fondo ai mari. È in particolari formazioni rocciose sui fondali che si trovano alcuni dei giacimenti più ricchi al mondo di molti metalli critici. Proprio quelli di cui avremo sempre più bisogno in futuro. Come il cobalto che è essenziale per le batterie al litio o il nichel che serve per molte delle tecnologie legate alle rinnovabili ma è presente anche in quasi tutti gli smartphone. O il rame, pilastro di tutte le nostre infrastrutture elettriche.

Facciamo sul serio sul deep sea mining?

Le fantasie attorno al deep sea mining circolano da parecchi anni, ma per quanto i giacimenti fossero appetibili le compagnie minerarie non sono mai andate oltre l’esplorazione e la mappatura dei fondali. Da alcuni anni le cose sono cambiate.

La transizione ecologica ha indotto aziende e Stati a rivolgere di nuovo l’attenzione alle croste oceaniche, e questa volta con più attenzione di prima. La scarsità relativa dei metalli critici e il loro recente aumento dei prezzi hanno fatto il resto. Un rapporto di Wood Mackenzie di fine luglio spiegava che sta per partire un super-ciclo delle materie prime, per la prima volta slegato dal petrolio perché influenzato da rinnovabili e auto elettriche. I protagonisti sono appunto rame, nickel, cobalto, ma anche litio e terre rare.

Intanto anche le Nazioni Unite hanno iniziato a muoversi. Pungolate da molti paesi, soprattutto alcuni dei paesi più microscopici come gli arcipelaghi del Pacifico Nauru, Kiribati e Tonga. L’ONU, attraverso la sua agenzia per la regolamentazione dei fondali marini, l’ISA (International Seabed Authority), ha fatto delle regole per il deep sea mining una priorità e lo scorso giugno ha promesso un accordo globale entro due anni. Anche la Norvegia ha deciso di essere della partita e vuole emettere i primi permessi entro il 2024.
Pochi studi, nessuna certezza

Una accelerazione che sta generando non poche preoccupazioni. Perché si tratta di scrivere delle regole a proposito di una vera e propria terra incognita. Se conosciamo piuttosto bene l’impatto su ambiente, ecosistemi, biodiversità, inquinamento, salute umana delle attività minerarie sulla terra ferma, non sappiamo nulla di quelle sottomarine. E abbiamo anche pochi strumenti per farci un’idea e valutare secondo criteri scientifici. Il deep sea mining, infatti, andrebbe a raccogliere con speciali robottini i metalli critici a profondità anche di 4-5000 metri. Gli studi scientifici su quella fascia profonda degli oceani sono pochissimi e come è facile immaginare raccogliere nuovi dati non è propriamente un’operazione semplice.

Da più parti, alla notizia dei lavori in corso all’ISA, si è invocato il principio di precauzione (do not harm principle). Fa parte integrante del corpus del diritto internazionale espresso dalle Nazioni Unite, oltre che da altre realtà come l’Unione Europea, e consiste nel bloccare una certa attività fino a che non si è certi che i benefici non superino gli svantaggi, valutando il tutto con un metro che non è solo economico.

L’ISA in realtà qualche studio dice di averlo e su questa base ha già erogato una trentina di permessi di esplorazione. Il problema è che gli studi si basano solo sui dati forniti dalle compagnie interessate allo sfruttamento di giacimenti e depositi sottomarini. E l’ISA non ha mai accettato di renderli pubblici e permettere una verifica indipendente.
I possibili danni del deep sea mining

Secondo Natalie Lowrey, portavoce della campagna internazionale contro il deep sea mining, in realtà sappiamo ancora molto poco del fondale oceanico, tanto che alcuni scienziati pensano che abbiamo più informazioni sulla superficie lunare. Secondo altre ong, tuttavia, il principio di precauzione sarebbe una misura eccessiva perché basterebbe adottare un livello alto di protezione per il 30% degli oceani – richiesta avanzata anche durante la Giornata Mondiale degli Oceani – per creare zone cuscinetto sufficienti a prevenire danni.

Ma quali sono i danni possibili? Diversi studi ipotizzano che il deep sea mining causerebbe sulla fauna marina un impatto da rumore. Altre ricerche teorizzano inquinamento luminoso, disturbi creati dalle vibrazioni.

Tra le ripercussioni più preoccupanti c’è quella del sollevamento di nubi di sedimenti dovuto all’operazione di grattamento dei fondali per raccogliere i noduli polimetallici in cui sono contenuti i minerali ricercati. Nubi che contribuirebbero al degrado di ecosistemi con bassissima resilienza. E che potrebbero trasportare in superficie anche alcuni dei metalli pesanti, trascinati dalle correnti grazie a fenomeni noti come upwelling.

Tutti ciò avrebbe un impatto quindi non solo sui fondali, ma potenzialmente sull’intera colonna d’acqua. Inclusi gli organismi che svolgono la funzione di filtro degli oceani, come spugne e coralli ma anche grandi mammiferi come le balene.

fonte: www.rinnovabili.it


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Mare, una risorsa in pericolo





















Marine litter, inquinamento, perdita di biodiversità: il Mediterraneo è sempre più in pericolo. A minacciare gli ecosistemi marini non solo la plastica ma anche le drammatiche conseguenze dei cambiamenti climatici





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Oceano e clima, dieci murales per la tutela degli ecosistemi marini

 

Da Milano a Bari, passando per Chioggia, Marina di Ravenna, Firenze, Malfa e Golfo Aranci: dieci opere di street art hanno inaugurato una campagna di comunicazione a supporto di mari ed oceani del Pianeta. Un primo passo verso un Mar Mediterraneo sempre più protetto.


Ancora una volta, l’arte diviene protagonista nella comunicazione ambientale. In occasione della Giornata Mondiale degli Oceani dell’8 giugno, l’onlus Worldrise ha svelato i 10 murales frutto del progetto ‘Oceano e Clima’. Da Nord a Sud, le dieci opere sono state realizzate in tutta Italia con vernici ecologiche, ma la vera novità in termini comunicativi è che ogni singolo murales è stato associato a un talk divulgativo finalizzato a sensibilizzare riguardo il ruolo della tutela dell’ambiente marino nel fronteggiare la crisi climatica. Dalla fauna tipica al rapporto indissolubile uomo-oceano, le opere raffigurano le bellezze del mondo marino e altre forme evocative in grado di suscitare interesse e far riflettere. 


Alcuni esempi dei murales della campagna. Qui tutte le foto: Oceano e Clima


L’iniziativa si colloca all’interno della campagna 30×30 nata per puntare i riflettori sull’importanza degli ecosistemi marini del Pianeta. “Il mare – scrivono i promotori nella sezione “conoscenza” – genera tra il 50 e l’80% dell’ossigeno che respiriamo, rappresentando il polmone blu del nostro Pianeta, e assorbe un terzo del biossido di carbonio (CO₂) emesso nell’atmosfera”. Questo prezioso comparto della Terra è però in pericolo, ricordano nella sezione “consapevolezza” dove suggeriscono diverse sfide necessarie da affrontare per salvaguardarlo. Ma le potenziali soluzioni non mancano: nella sezione “rispetto”, infatti, sono diverse le possibilità elencate che potremmo adottare per proteggere mari ed oceani del Pianeta. A partire dalle Aree Marine Protette. L’iniziativa, non a caso, contribuisce ad uno sforzo internazionale indirizzato alla protezione di almeno il 30% dell’oceano entro il 2030. “La campagna – scrive Worldrise – punta ad applicare questo target nelle acque italiane, un obiettivo tanto grande quanto necessario a garantire la funzionalità e produttività del Mare nostrum, il Mar Mediterraneo”.

Una campagna a 360 gradi, ben fatta in termini grafici ed esaustiva a livello di contenuti. Promossa da un video dal forte impatto emotivo e corredata di tutte le informazioni utili per facilitare, anche a chi privo di un background scientifico, la comprensione dell’importanza dei nostri mari, nonché per capirne le problematiche e, di conseguenza, trovare il coraggio di agire. Inoltre, ha una marcia in più: non che il solo fine di sensibilizzare sia meno nobile, tuttavia, rispetto ad altre campagne, 30×30 si prefigge di dare seguito a degli obiettivi ecologici indispensabili, quali quelli stabiliti dall’Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), oltreché ai nuovi target del Global Biodiversity Framework e della Eu biodiversity strategy.




fonte: www.envi.info


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"L'inquinamento da plastica è un problema di giustizia sociale", avverte il nuovo rapporto

 

L'inquinamento da plastica non è solo una minaccia per la vita non umana come le tartarughe e le balene. È anche un grave problema di giustizia ambientale .


Questa è la conclusione di un nuovo rapporto pubblicato martedì dal Programma ambientale delle Nazioni Unite e Azul senza scopo di lucro per la giustizia oceanica, intitolato Neglected: Environmental Justice Impacts of Plastic Pollution.

"L'inquinamento da plastica è un problema di giustizia sociale", ha detto in un comunicato stampa il coautore del rapporto e fondatore e direttore esecutivo di Azul, Marce Gutiérrez-Graudiņš . "Gli sforzi attuali, limitati alla gestione e alla riduzione dell'inquinamento da plastica, sono inadeguati per affrontare l'intera portata dei problemi che la plastica crea, in particolare i disparati impatti sulle comunità colpite dagli effetti dannosi della plastica in ogni punto, dalla produzione allo spreco".



Il rapporto fornisce diversi esempi di come la plastica danneggia le comunità vulnerabili, secondo UN News .

Produzione: la plastica proviene dal petrolio e l'estrazione del petrolio può essere un processo altamente dannoso e inquinante. Le comunità indigene sono sfollate per trivellazioni petrolifere, il fracking inquina l'acqua potabile e le raffinerie di petrolio rappresentano un rischio per la salute delle comunità afroamericane lungo la costa del Golfo degli Stati Uniti.

Uso: le donne hanno maggiori probabilità di essere esposte alle tossine derivanti dall'uso della plastica, che è predominante nei prodotti domestici e femminili.

Smaltimento: la plastica smaltita in modo improprio finisce negli ecosistemi marini, dove minaccia il sostentamento di coloro che si affidano alla pesca per sopravvivere e minaccia la salute di coloro che la consumano per errore nei loro frutti di mare. Inoltre, le persone che si guadagnano da vivere raccogliendo rifiuti sono esposte in modo sproporzionato alle sue tossine.


"L'impatto della plastica sulle popolazioni vulnerabili va ben oltre i sistemi di gestione dei rifiuti inefficienti e talvolta inesistenti", ha dichiarato nel comunicato stampa Juliano Calil, autore principale del rapporto e ricercatore senior presso il Centro per l'economia blu. "Inizia con questioni relative all'estrazione di petrolio, attraverso ambienti tossici ed emissioni di gas serra, e ha anche un impatto sulle politiche di distribuzione dell'acqua".

Gli autori del rapporto hanno notato che l'uso della plastica è aumentato solo dall'inizio della pandemia COVID-19 e sta diventando parte di una "tripla emergenza" insieme alla crisi climatica e alla perdita di biodiversità, ha detto UN News.

Per affrontare questi problemi, la relazione ha privilegiato diverse soluzioni. Questi includevano più studi sugli impatti sulla salute della plastica; migliore monitoraggio dei rifiuti di plastica; divieti di plastica monouso; e maggiori investimenti nella gestione dei rifiuti, nel riciclaggio e nel riutilizzo.

In un invito alla stampa che annunciava il rapporto, gli autori si sono anche espressi a favore di un trattato internazionale per porre fine all'inquinamento e alla produzione di plastica, come riportato da Gizmodo . David Azoulay, il direttore del programma sanitario del Center for International Environmental Law che non ha aiutato a scrivere il rapporto, ha affermato che la sua enfasi sui diritti umani potrebbe aiutare a fornire un quadro per un simile trattato.

"Considerare approcci basati sui diritti", ha detto a Gizmodo, "è un passo molto importante per lo sviluppo di un trattato che sviluppi effettivamente soluzioni".

fonte: www.ecowatch.com


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È il turismo il principale responsabile dei rifiuti marini che finiscono sulle spiagge delle isole del Mediterraneo

Il turismo produce l'80% dei rifiuti marini che si accumulano sulle spiagge delle isole del Mediterraneo in estate. La pandemia di Cobvid-19 è un'opportunità per ripensare il modello del turismo sostenibile




Lo studio “The generation of marine litter in Mediterranean island beaches as an effect of tourism and its mitigation”, pubblicato su Scientific Reports da Michaël Grelaud e Patrizia Zivieri dell’Institut de Ciència i Tecnologia Ambientals de la Universitat Autònoma de Barcelona (ICTA-UAB), mette in guardia sull’impatto che l’attuale modello turistico nelle isole del Mediterraneo ha sullo spiaggiamento di rifiuti marini e raccomanda di sfruttare la crisi del Covid.19 per ripensare a un nuovo modello di turismo più sostenibile.

Lo studio di mostra che «L’uso ricreativo delle spiagge delle isole del Mediterraneo durante l’estate è responsabile fino all’80% dei rifiuti marini che si accumulano su quelle spiagge e genera enormi quantità di microplastiche attraverso la frammentazione di grandi prodotti in plastic».

Lo studio internazionale ha analizzato negli ultimi 4 anni gli effetti dei rifiuti generati dal turismo su 24 spiagge, da siti remoti a siti altamente turistici, di 8 isole del Mediterraneo (Maiorca, Sicilia, Rab, Malta, Creta, Mykonos, Rodi e Cipro). All’ICTA-UAB ricordano che «I rifiuti marini, comprese le microplastiche, possono essere definiti come qualsiasi materiale solido persistente, prodotto o lavorato scartato, smaltito o abbandonato nell’ambiente marino e costiero. Derivano dall’attività umana e possono essere trovati in tutti gli oceani e i mari del mondo».

Grelaud sottolineano che «Questo problema ambientale sta minacciando la buona salute degli ecosistemi marini e può portare alla perdita di biodiversità. Può avere anche enormi impatti economici per le comunità costiere che dipendono dai servizi ecosistemici aumentando la spesa per la pulizia delle spiagge, la salute pubblica o lo smaltimento dei rifiuti».

La regione del Mediterraneo accoglie ogni anno circa un terzo del turismo mondiale ed è particolarmente colpita dall’inquinamento ambientale legato a questa industria che, come dicono spesso gli esperti, insieme a quella estrattiva è l’unica che “mangia” sé stessa. L’attrattività delle isole del Mediterraneo fa sì che la loro popolazione si moltiplichi fino a 20 volte durante l’alta stagione. I ricercatori evidenziano che «Si tratta di una sfida per i comuni costieri, che dipendono da questo settore ma devono adeguarsi e far fronte all’aumento dei rifiuti prodotti, anche sulle spiagge, dall’afflusso stagionale di turisti. Si prevede infatti che il turismo costiero sia una delle principali fonti di rifiuti marini terrestri».

Durante la bassa e alta stagione turistica del 2017, il team di ricerca ha condotto 147 indagini sui rifiuti marini nelle 8 isole e i risultati di mostrano che la stragrande maggioranza dei rifiuti raccolti sono di plastica, visto che rappresentano oltre il 94% dei rifiuti marini.

Dallo studio è emerso che, durante l’estate, sulle frequentatissime spiagge turistiche si accumulano in media 330 rifiuti per 1.000 m2 al giorno, 5,7 volte in più rispetto alla bassa stagione e che oltre il 65% della quantità di rifiuti marini che si accumulano sulle spiagge più frequentate dai turisti e costituito da mozziconi di sigarette, cannucce, lattine e alter tipologie di imballaggi usa e getta. I ricercatori avvertono che «Questo può aumentare fino all’80% se vengono incluse le microplastiche di grandi dimensioni. Come suggerito dai risultati: durante l’estate, gli articoli in plastica lasciati sulla spiaggia subiranno una frammentazione per gli effetti combinati dell’irraggiamento solare e dell’attrito con la sabbia, accelerati dall’elevato volume dei visitatori». Un fenomeno osservato in tutte le isole del Mediterraneo,

Nel 2019, e dopo l’attuazione di campagne di sensibilizzazione dei cittadini, c’è stata una diminuzione di oltre il 50% dei rifiuti associati alla frequentazione delle spiagge da parte dei turisti.

La Zivieri conclude: «Questi risultati molto incoraggianti beneficiano probabilmente della crescente attenzione dell’opinione pubblica verso l’inquinamento da plastica negli oceani o verso le misure adottate dalla Commissione europea per ridurre i rifiuti marini, come la direttiva sulla plastica monouso. Inoltre ci ricordano che il confinamento da Covid-19 e la relativa riduzione drastica e temporanea del turismo ci offre un’opportunità per ripensare l’importanza fondamentale del turismo sostenibile per garantire un futuro sano per l’ambiente e, quindi, anche per le persone».

fonte: www.greenreport.it

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PNRR, critico il WWF: capitale naturale italiano non è tutelato

WWF critico riguardo il PNRR, secondo l'associazione in nessuno dei diversi punti c'è una vera tutela del capitale naturale italiano.



Il PNNR non tutela il capitale naturale italiano. Questa la critica principale rivolta dal WWF al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, considerato poco ambizioso e non coerente con gli obiettivi fissati dal Green New Deal.

Uno dei punti su cui batte il WWF è la mancanza di strumenti a favore della tutela del patrimonio naturalistico dell’Italia, in particolare di “obiettivi concreti e misurabili” per la conservazione della biodiversità. Manca, prosegue l’associazione, anche un piano specifico per l’ecosistema mare.

Mancano i presupposti per la creazione di un “futuro sano”, spiega il WWF, nell’ottica di quanto indicato dal programma Next Generation EU. A questo proposito l’associazione invierà ai parlamentari italiani la sua analisi.

In primo luogo emerge come vi sia stato, tra la precedente bozza e la versione attuale, un netto taglio dei fondi destinati alla “Rivoluzione Verde e alla Transizione Ecologica” (da 74,4 a 69,8 miliardi di euro). Un calo di 4,4 miliardi di euro, malgrado i fondi generali siano saliti di 31 mld (passando da 193 a 223,9 mld di euro). 

Secondo il WWF:

Non viene in alcuna parte chiarito come il Piano intenda traguardare l’obiettivo, richiesto dalla Commissione Europea agli Stati Membri, di destinare il 37% dell’ammontare complessivo delle risorse messe a disposizione dai Piani nazionali per azioni per il clima, l’adattamento ai cambiamenti climatici e alla biodiversità terrestre e marina.

Il WWF sottolinea poi un’ulteriore mancanza, ancora una volta relativa alla tutela del capitale naturale italiano:


Nel PNRR non si dedica nemmeno un euro alla tutela e il restauro del nostro patrimonio naturale, asset fondamentale per la salute, la sicurezza, il benessere e il rilancio del nostro Paese (che vanta una delle più ricche biodiversità d’Europa), nonché elemento centrale del Green Deal europeo e della Strategia Europea sulla Biodiversità.

Il WWF punta il dito anche sulla quantificazione delle risorse aggiuntive, rispetto agli impegni già assunti con provvedimenti di spesa nazionali, dato che la quota dei “progetti in essere” dichiarata nel PNRR, sul totale della somma messa a disposizione dal Piano, ammonta ad un ragguardevole 28% e, nel caso specifico degli interventi della Missione 2, questa quota traguarda il 45,5%, ponendo dei dubbi sulla reale portata innovativa dei progetti messi in campo.

Non si tratta solo di cifre, perché ciò che preoccupa è che la sommatoria di progetti, vecchi e nuovi, non abbia quel respiro sistematico e quella ambizione che faccia compiere un salto di qualità al Paese nella sua capacità nell’affrontare in futuro le sfide dettate dalle emergenze ambientale e sanitaria, condizionate in maniera determinante dai cambiamenti climatici e dalla perdita di biodiversità. 

Dall’analisi del WWF emerge anche come il PNRR:

– non menzioni, né chiarisca quante e quali siano gli interventi e le risorse destinate alla protezione della natura e della biodiversità e alla tutela e il rispristino dei siti della Rete Natura 2000, tutelati dall’Europa, che secondo quanto richiesto dall’Europa devono rientrare nella quota del 37% degli investimenti per l’ambiente dei PNRR (ultima bozza del Regolamento istitutivo del Recovery and Resilience Facility RFF).
– manchi l’obiettivo di delineare una strategia industriale dell’Italia basata sul rinnovamento dei processi produttivi, coerenti con i target di decarbonizzazione, e non presenti nemmeno una long-term strategy di decarbonizzazione, che l’Europa attende dal primo gennaio 2020 e che rende impossibile la verifica di coerenza tra le spese del PNNR e gli obiettivi di decarbonizzazione, richiesta dall’Europa.

PNRR e Missione 2

L’ultima parte dell’analisi del WWF pone in evidenza i diversi pesi riconosciuti alle priorità di spesa indicate nella “Missione 2” del PNNR, dedicata a quella che è definita la “Rivoluzione Verde e Transizione Ecologica”. 

Ha concluso l’associazione:

Il Bonus verde del 110%, misura seppur condivisibile, assorba il 42,2% (29,55 mld su 69,80 mld) delle risorse messe a disposizione complessivamente; mentre alla tutela del territorio dal rischio idrogeologico – una delle più gravi emergenze che affligge il Paese – vengono assegnati solo 3,61 mld, equivalenti all’1,6% della cifra totale stanziata dal PNRR; e all’economia circolare – che dovrebbe essere trainante per il futuro produttivo dell’Italia – si stanzia solo il 2%, 4,5 mld di euro.

fonte: www.greenstyle.it


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Microplastiche nei microscopici animali antartici: ecco le prime prove

Una nuova ricerca dell’University College Dublin in collaborazione con l’Università di Siena ha scoperto che le microplastiche sono entrate nella rete alimentare del suolo antartico




A 120 km dalla punta più a nord dell’Antartide si trova King George Island, la più grande delle Isole Shetland meridionali, quasi interamente coperta di ghiaccio. Talmente remota che “se le microplastiche riescono a entrare nella rete alimentare qui, possono farlo in ogni luogo del pianeta”. Lo scrive Tancredi Caruso, professore alla School of Biology and Environmental Science dell’University College Dublin, in un articolo su The Conversation che presenta la sua ultima ricerca: “Plastica ovunque: le prime prove di frammenti di polistirolo all’interno del comune collembolo Cryptopygus antarcticus”.

Con un gruppo di studio tutto italiano, il ricercatore ha guidato l’analisi della rete alimentare del suolo di King George Island, scoprendo che le microplastiche stanno diventando parte integrante di quelle comunità di organismi viventi nel terreno tutta o parte della loro vita. Nonostante gli effetti delle microplastiche siano più visibili negli ecosistemi acquatici, sempre più prove indicano come queste particelle inquinanti colpiscano anche piante e suolo. Lo stesso destino della catena alimentare marina lo stanno così subendo anche le reti alimentari terrestri.

Con Elisa Bergami e Ilaria Corsi dell’Università di Siena lo studio si è concentrato sul Cryptopygus antarcticus, una specie di collembolo, animale sub-millimetrico simile ad un insetto, fondamentale per ogni terreno. “La specie particolare che abbiamo analizzato – scrive Caruso – è centrale nelle reti alimentari del suolo antartico, ma è anche un buon rappresentante dei numerosi animali microscopici che abitano i suoli in tutto il mondo. Io stesso, nel 2005, ho studiato popolazioni di collemboli antartici, ma all’epoca non avevo pensato che questi animali potessero ingerire materie plastiche, […] il suolo antartico sembrava lontano da fonti di inquinamento”.

Quindici anni dopo i campioni prelevati da King George Island hanno svelato colonie di animali cresciute su schiuma di poliestere (PS), “lo stesso tipo di rifiuti plastici che oggi troviamo sulle spiagge di tutto il mondo”, mentre si nutrivano di alghe, muschio, licheni e microfauna sviluppatisi sul polistirolo. Grazie alla spettroscopia infrarossa hanno “inequivocabilmente rilevato tracce di PS (meno di 100 µm) nell’intestino dei collemboli associati alla schiuma”, documentando così la loro capacità di ingerire plastica. e materie plastiche– concludono i ricercatori – stanno quindi entrando nelle trame alimentari terrestri dell’Antartide e rappresentano un nuovo potenziale fattore di stress per gli ecosistemi polari che già stanno affrontando i cambiamenti climatici e l’aumento delle attività umane”. Il problema non riguarda però unicamente tali ecosistemi remoti. L’entrata delle microplastiche nella rete alimentare terrestre è un altro segnale d’allarme: ogni metro quadrato di terreno è popolato da centinaia di migliaia di questi animali microscopici che potrebbero “trasportare e ridistribuire frammenti di microplastiche attraverso l’intera lunghezza e profondità del suolo […]. Questa ridistribuzione della plastica potrebbe essere un processo globale”.

fonte: www.rinnovabili.it


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Tonnellate di microfibre negli oceani: per fermarle dobbiamo cambiare le nostre abitudini

Una nuova ricerca valuta l’impatto delle microfibre – provenienti dai lavaggi domestici – sugli ecosistemi oceanici e stila una serie di consigli per ridurre il problema

















L’8 giugno si è celebrata la Giornata mondiale degli oceani e in occasione di questa ricorrenza un nuovo studio della Northumbria University, in Inghilterra, punta i riflettori su un problema ancora poco considerato: l’inquinamento da microfibre. Secondo gli studiosi, ogni anno la sola Europa riversa negli ecosistemi marini 13.000 tonnellate di microfibre, sia naturali che sintetiche
Queste fibre, rilasciati dai tessuti durante il lavaggio, sembrano essere anche più dannose per fiumi, mari e oceani delle microplastiche bandite dai prodotti di consumo. Per valutarne a pieno l’impatto ambientale, gli scienziati in collaborazione con Procter & Gamble hanno misurato il rilascio di microfibre dai tipici cicli di lavaggio, valutando anche fattori come l’aggiunta dell’ammorbidente o l’età dei capi
L’analisi svolta dai ricercatori della Northumbria University ha rivelato come vengano persia ogni lavaggio standard e per ogni chilogrammo di tessuto, in media 114 mg di fibre.
Attraverso analisi spettroscopiche e microscopiche il team è riuscito anche a determinare i rapporti tra fibre artificiali e naturali rilasciate dai carichi di lavaggio, scoprendo che il 96% delle particelle liberate sono naturali (da cotone, lana e viscosa), mentre solo il 4% proviene da fibre sintetiche (come nylon, poliestere e acrilico). Il dato è positivo. Le prime infatti si biodegradano molto più rapidamente a differenza di quelle sintetiche o a base petrolifera, che al contrario si stabilizzano e permangono negli ambienti acquatici a lungo. 
Confrontando diverse lavatrici, il gruppo di ricerca ha scoperto che quelle di ultima generazione permettono una riduzione del 70% nel rilascio di fibre da tessuti in pile del 37% da magliette in poliestere. Ma non è solo cambiando lavatrice che si può coadiuvare la riduzione di questi inquinanti dagli ecosistemi acquatici. Altre semplici azioni possono essere d’aiuto: dall’utilizzare vestiti più vecchi in quanto le microfibre rilasciate sono molto alte nei primi otto lavaggi, al fare carichi più alti che, a causa del rapporto inferiore tra tessuto e acqua, ne diminuiscono il rilascio (senza riempire troppo la propria lavatrice: l’ideale sarebbero 3/4 di carico). 
La ricerca suggerisce come possibile miglioramento un “semplice” cambio di abitudini. Infatti se le persone usassero cicli di lavaggio da 15 minuti a 30°C la quantità di microfibre rilasciate dai tessuti si ridurrebbe del 30%, con un risparmio di questi inquinanti di circa 3.810 tonnellate. 



Come ha sottolineato l’autore principale dello studio, John R. Dean, per “trovare una soluzione definitiva all’inquinamento degli ecosistemi marini da parte delle microfibre rilasciate durante i cicli di lavaggio” saranno necessari “interventi significativi sia nei processi di produzione di tessuti che nella progettazione delle lavatrici”. Nel frattempo la ricerca, spiega Neil Lant, Research Fellow della Procter & Gamble, “ha dimostrato che le scelte dei consumatori per quanto concerne il bucato possono avere un impatto significativo e immediato sull’inquinamento da microfibra. Ciò non eliminerà il problema, ma potrebbe permetterci di operarne una significativa riduzione a breve termine mentre vengono sviluppate e commercializzate altre soluzioni tecnologiche, come filtri per lavatrice e indumenti a bassa dispersione”. 
fonte: www.rinnovabili.it


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Inquinamento da microplastica: i numeri sono sottostimati

Uno studio del Plymouth Marine Laboratory mette in guardia sull’inquinamento da microplastica, aumentando le stime dell’intervallo: dalle 5-50 tonnellate di particelle alle 12-125 tonnellate.

















Nonostante molti studi mettano in allarme sulla quantità e la pericolosità dell’inquinamento da microplastica, secondo una ricerca del Plymouth Marine Laboratory (Regno Unito) è possibile che l’entità del fenomeno sia stata fortemente sottovalutata.
Attraverso un’analisi delle acque a largo delle coste della Gran Bretagna, i ricercatori hanno trovato il doppio della quantità di microplastica stimata. Usando delle reti con maglie molto più sottili rispetto a quelle normalmente utilizzate, si è scoperto che l’inquinamento da microplastica può raggiungere un intervallo superiore a quello previsto: dalle 5-50 tonnellate di particelle alle 12-125 tonnellate.
È noto che l’inquinamento da plastica danneggia la fertilità, la crescita e la sopravvivenza della vita marina. Le particelle più piccole sono particolarmente pericolose, perché hanno le stesse dimensioni del cibo consumato dallo zooplancton. Lo zooplancton è composto da organismi animali alla base della catena alimentare marina e svolge un ruolo importante nella regolazione del clima globale.
I dati del Plymouth Marine Laboratory sull’inquinamento da microplastica suggeriscono che, in alcune aree marine, potrebbero esserci più particelle rispetto al numero di zooplancton. Il team ha utilizzavo reti con maglie di dimensioni di 100 µm, 333 µm e 500 µm. Nella rete da 100 µm, hanno trovato 2,5 volte più particelle rispetto alla rete da 333 e 10 volte di più rispetto alla rete da 500.
“Facendo una stima, suggeriamo che le concentrazioni di microplastica potrebbero superare le 3.700 particelle per m3. Si tratta di un numero molto più altro rispetto a quello dello zooplancton”, ha sottolineato Pennie Lindeque del Plymouth Marine Laboratory.
Questo studio è in linea con quanto emerso da un’altra ricerca sull’inquinamento da microplastica nei fiumi. Pubblicato sulla rivista Global Change Biology, lo studio ha analizzato gli escrementi del merlo acquaiolo in 15 siti fluviali nel sud del Galles, scoprendo che i volatili ingurgitavano circa 200 pezzi di plastica al giorno della grandezza di 500 µm. Steve Ormerod, professore dell’Università di Cardiff, ha dichiarato: “In quasi 40 anni di ricerche su fiumi, non avrei mai immaginato che un giorno il nostro lavoro avrebbe rivelato che questi spettacolari uccelli sarebbero stati a rischio dall’ingestione di materie plastiche.
fonte: www.rinnovabili.it


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Le tue foto per salvare il mare dalla plastica

Campagna social lanciata dal progetto Indicit II per raccogliere informazioni sull'impatto della plastica nell'ambiente marino

























Non è bello vedere le immagini di tartarughe marine impigliate nelle reti o i delfini soffocati dalle buste di plastica. E’ utile e importante, invece, per i ricercatori, perchè aiuta a capire quale impatto hanno sugli animali le tonnellate di rifiuti presenti nei nostri mari. Fondamentale anche osservare quali sono gli oggetti di plastica che provocano più danni alle specie.
Visto che il lockdown ha portato le persone a passare molto tempo sul web, il progetto Indicit II lancia una “challenge”. Chiede a tutte le persone che hanno visto nei sociali o nei siti web immagini di animali impigliati nella plastica, di inviarle ai ricercatori attraverso una piattaforma. Il progetto invita anche a divulgare le immagini sui social con l’hastag #dangerlitter.
Per la loro caratteristica di ingerire i rifiuti marini, le tartarughe Caretta Caretta sono considerate dai ricercatori degli indicatori ambientali importanti. Il progetto INDICIT II ha dimostrato che oltre il 60% delle tartarughe marine ingeriscono frammenti di buste di plastica, imballaggi, oggetti duri, tessuti o articoli da pesca. 



fonte: https://www.snpambiente.it/


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Oceani possono tornare in salute in 30 anni, ma serve agire subito

Ripristinare l'equilibrio degli habitat marini è possibile secondo uno studio, occorre però agire subito per evitare il tracollo.



Possono essere sufficienti 30 anni per riportare gli oceani al loro antico splendore. A sostenerlo uno studio condotto da un gruppo internazionale di ricercatori, guidato dal Prof. Carlos Duarte della King Abdullah University of Science and Technology in Arabia Saudita. Stando alle conclusioni presentate sarebbe ancora possibile porre rimedio ai danni provocati dall’uomo in termini di inquinamento, cambiamenti climatici e pesca insostenibile.

Laddove sono state adottate misure a tutela dell’habitat marino o comunque ridotto l’impatto antropico, spiegano i ricercatori, gli oceani hanno saputo recuperare terreno nei confronti dei danni provocati dall’uomo. Alcuni esempi sono rappresentati dalle megattere in Australia, dagli elefanti marini negli USA o dalle tartarughe verdi in Giappone.

Contrastando la pesca insostenibile, la distruzione delle coste e l’inquinamento marino gli oceani potrebbero mostrare una rinascita entro il 2050, spiegano i ricercatori, con ripercussioni positive per l’uomo in termini di stabilità climatica, sicurezza dei tratti costieri e cibo.

Questo anche grazie al volume di conoscenze accumulate negli anni in merito ai meccanismi che regolano l’habitat oceanico. Come ha sottolineato il Prof. Carlos Duarte della King Abdullah University of Science and Technology:

Abbiamo una limitata finestra di opportunità per lasciare un oceano in salute ai nostri nipoti, e abbiamo le conoscenze e i mezzi per farcela. Fallire l’accettazione di questa sfida e insieme condannare i nostri nipoti a un oceano rotto incapace di rappresentare una fonte di sostentamento non è un’opzione.

Fonte: The Guardian

Un mare di rifiuti

Crescono la consapevolezza e la preoccupazione per l’inquinamento di mari e oceani dovuto anche alla presenza di rifiuti di materiale plastico. Nel servizio pubblicato in Ecoscienza 1/2020 il punto su conoscenze, aspetti normativi e tecnologici, il lavoro del Sistema nazionale di protezione dell'ambiente nell'ambito della Marine strategy.






Sta crescendo la consapevolezza (e la preoccupazione) per l’inquinamento di mari e oceani dovuto alla presenza di rifiuti, in gran parte di materiale plastico. Il problema non è certo nuovo e la situazione che oggi molti riconoscono come emergenza è stata evidenziata da un numero sempre crescente di studi, di analisi e di campagne informative che hanno cercato di richiamare l’attenzione sull’urgenza di intervenire.

La conoscenza del fenomeno (quante plastiche ci sono nei mari, di quali tipologie, da dove derivano, dove si distribuiscono, come entrano nella catena alimentare, non solo degli organismi marini) è cresciuta e tuttora sono in corso molti studi e progetti per tracciare un quadro più esauriente e valutare gli effetti della presenza di plastiche e microplastiche negli ecosistemi.

La Strategia marina dell’Unione europea è uno degli strumenti principali di analisi e azione e il Sistema nazionale di protezione dell’ambiente (Snpa) ha un ruolo chiave nella sua attuazione in Italia. In questo servizio, pubblicato su Ecoscienza 1/2020, sono presentati alcuni risultati preliminari delle attività delle Agenzie ambientali in questo ambito e diversi progetti attivi su questo tema.

Per individuare soluzioni al problema delle plastiche e delle microplastiche, occorre affrontare questioni normative – legate alla possibilita di recupero e riciclo dei rifiuti in plastica, sia nell’ordinaria gestione, sia nel recupero accidentale da parte dei pescatori – sociali, economiche e tecnologiche.

Considerato che comunque la quantità di plastica oggi presente nei mari vi resterà per molto tempo, con un importante impatto sugli ecosistemi, è indubbio che la strada per limitare il problema passa dalla prevenzione, dalla graduale sostituzione dei materiali dei manufatti (soprattutto usa e getta) e da una migliore gestione dei rifiuti.

fonte: https://www.snpambiente.it

L’Ocean Film Festival fa tappa in Italia, con le immagini più spettacolari della natura marina
















Da sempre l’uomo è affascinato dall’Oceano, con i suoi spazi sconfinati, la sua potenza incontrollabile, la misteriosa vita brulicante sotto la superficie. Mai come oggi, però, l’Oceano si rivela in tutta la sua fragilità. Mentre i cambiamenti climatici alterano in modo irreversibile i suoi equilibri, l’inquinamento ha raggiunto proporzioni tali che, fra circa trent’anni, nelle acque ci sarà più plastica che pesce. Con questo spirito si presenta l’Ocean Film Festival, che vuole essere un omaggio all’ecosistema marino, alle creature che lo abitano e alle persone che lottano tutti i giorni per custodirlo.

Nata in Australia, la rassegna cinematografica arriva in Italia per il terzo anno consecutivo, con una selezione di nove tra le migliori opere. Le immagini mostrano gli aspetti più spettacolari del “pianeta acqua”, tra evoluzioni sul surf, viaggi in barca a vela, immersioni e incontri ravvicinati con gli animali selvatici. Il calendario prevede 15 tappe in 14 città e parte da Milano lunedì 14 ottobre, presso il Teatro Nazionale CheBanca!.













                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                  
L’edizione 2019 dell’Ocean Film Festival vede il supporto degli sponsor Volvo Car ItaliaSlam e Aqua Lung Italia, il patrocinio dell’Ambasciata d’Australia in Italia e il supporto del Centro Velico Caprera e dell’università di Milano-Bicocca (Marine Sciences e MaRHE Center). Tra le associazioni che supportano la manifestazione, insieme a Sea Shepherd Italia, Project Aware con Padi Italia e Surfrider International Europe – Genova, c’è anche LifeGate PlasticLess®, l’iniziativa di LifeGate che combatte concretamente l’inquinamento in mare installando dispositivi che catturano plastiche e microplastiche.

Le tappe dell’Ocean Film Festival

Il programma è identico per tutte le serate e prevede la proiezione dei nove cortometraggi e mediometraggi selezionati, in lingua originale con sottotitoli in italiano. La sala apre al pubblico alle 19:30 e gli spettacoli iniziano alle 20:00, fatta eccezione per le date di Trieste e Brescia che iniziano alle 20:30.
Di seguito il calendario:
14 ottobre 2019: Milano (Teatro Nazionale CheBanca!) e Firenze (Cinema La Compagnia)
15 ottobre 2019: Lecco (Cinema Palladium) e Livorno (The Space Cinema – Sala 4)
16 ottobre 2019: Roma (The Space Cinema Moderno – Sala 3)
17 ottobre 2019: Saronno (Cinema Silvio Pellico) e Napoli (The Space Cinema – Sala 11)
21 ottobre 2019: Padova (Multisala MPX-Pio X – Sala Petrarca) e Torino (Cinema Massimo – Sala 1 e Sala 2)
22 ottobre 2019: Udine (The Space Cinema Pradamano) e Torino (Cinema Massimo – Sala 1)
23 ottobre 2019: Trieste (Cinema Ambasciatori) e Bologna (Cinema Teatro Antoniano)
24 ottobre 2019: Genova (The Space Cinema Porto Antico – Sala 6)
29 ottobre 2019: Brescia (Cinema Nuovo Eden)
I biglietti sono in vendita online, presso i punti vendita del circuito Vivaticket oppure al botteghino la sera dell’evento. Maggiori informazioni nel sito ufficiale del festival.
fonte: www.lifegate.it