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Deep sea mining: perché dobbiamo fare attenzione alle miniere a mare aperto

Lo sfruttamento dei fondali marini a grandi profondità è una terra di nessuno sul piano giuridico. L’ONU sta preparando un regolamento mentre alcune aziende mettono a punto i prototipi di macchinari in grado di compiere l’estrazione a 5000 metri sotto il mare. Ma non conosciamo i possibili impatti sugli ecosistemi marini



Per qualcuno, il futuro della transizione ecologica si gioca negli abissi oceanici. E il futuro si chiama deep sea mining, cioè lo sfruttamento delle ricchezze minerarie depositate in fondo ai mari. È in particolari formazioni rocciose sui fondali che si trovano alcuni dei giacimenti più ricchi al mondo di molti metalli critici. Proprio quelli di cui avremo sempre più bisogno in futuro. Come il cobalto che è essenziale per le batterie al litio o il nichel che serve per molte delle tecnologie legate alle rinnovabili ma è presente anche in quasi tutti gli smartphone. O il rame, pilastro di tutte le nostre infrastrutture elettriche.

Facciamo sul serio sul deep sea mining?

Le fantasie attorno al deep sea mining circolano da parecchi anni, ma per quanto i giacimenti fossero appetibili le compagnie minerarie non sono mai andate oltre l’esplorazione e la mappatura dei fondali. Da alcuni anni le cose sono cambiate.

La transizione ecologica ha indotto aziende e Stati a rivolgere di nuovo l’attenzione alle croste oceaniche, e questa volta con più attenzione di prima. La scarsità relativa dei metalli critici e il loro recente aumento dei prezzi hanno fatto il resto. Un rapporto di Wood Mackenzie di fine luglio spiegava che sta per partire un super-ciclo delle materie prime, per la prima volta slegato dal petrolio perché influenzato da rinnovabili e auto elettriche. I protagonisti sono appunto rame, nickel, cobalto, ma anche litio e terre rare.

Intanto anche le Nazioni Unite hanno iniziato a muoversi. Pungolate da molti paesi, soprattutto alcuni dei paesi più microscopici come gli arcipelaghi del Pacifico Nauru, Kiribati e Tonga. L’ONU, attraverso la sua agenzia per la regolamentazione dei fondali marini, l’ISA (International Seabed Authority), ha fatto delle regole per il deep sea mining una priorità e lo scorso giugno ha promesso un accordo globale entro due anni. Anche la Norvegia ha deciso di essere della partita e vuole emettere i primi permessi entro il 2024.
Pochi studi, nessuna certezza

Una accelerazione che sta generando non poche preoccupazioni. Perché si tratta di scrivere delle regole a proposito di una vera e propria terra incognita. Se conosciamo piuttosto bene l’impatto su ambiente, ecosistemi, biodiversità, inquinamento, salute umana delle attività minerarie sulla terra ferma, non sappiamo nulla di quelle sottomarine. E abbiamo anche pochi strumenti per farci un’idea e valutare secondo criteri scientifici. Il deep sea mining, infatti, andrebbe a raccogliere con speciali robottini i metalli critici a profondità anche di 4-5000 metri. Gli studi scientifici su quella fascia profonda degli oceani sono pochissimi e come è facile immaginare raccogliere nuovi dati non è propriamente un’operazione semplice.

Da più parti, alla notizia dei lavori in corso all’ISA, si è invocato il principio di precauzione (do not harm principle). Fa parte integrante del corpus del diritto internazionale espresso dalle Nazioni Unite, oltre che da altre realtà come l’Unione Europea, e consiste nel bloccare una certa attività fino a che non si è certi che i benefici non superino gli svantaggi, valutando il tutto con un metro che non è solo economico.

L’ISA in realtà qualche studio dice di averlo e su questa base ha già erogato una trentina di permessi di esplorazione. Il problema è che gli studi si basano solo sui dati forniti dalle compagnie interessate allo sfruttamento di giacimenti e depositi sottomarini. E l’ISA non ha mai accettato di renderli pubblici e permettere una verifica indipendente.
I possibili danni del deep sea mining

Secondo Natalie Lowrey, portavoce della campagna internazionale contro il deep sea mining, in realtà sappiamo ancora molto poco del fondale oceanico, tanto che alcuni scienziati pensano che abbiamo più informazioni sulla superficie lunare. Secondo altre ong, tuttavia, il principio di precauzione sarebbe una misura eccessiva perché basterebbe adottare un livello alto di protezione per il 30% degli oceani – richiesta avanzata anche durante la Giornata Mondiale degli Oceani – per creare zone cuscinetto sufficienti a prevenire danni.

Ma quali sono i danni possibili? Diversi studi ipotizzano che il deep sea mining causerebbe sulla fauna marina un impatto da rumore. Altre ricerche teorizzano inquinamento luminoso, disturbi creati dalle vibrazioni.

Tra le ripercussioni più preoccupanti c’è quella del sollevamento di nubi di sedimenti dovuto all’operazione di grattamento dei fondali per raccogliere i noduli polimetallici in cui sono contenuti i minerali ricercati. Nubi che contribuirebbero al degrado di ecosistemi con bassissima resilienza. E che potrebbero trasportare in superficie anche alcuni dei metalli pesanti, trascinati dalle correnti grazie a fenomeni noti come upwelling.

Tutti ciò avrebbe un impatto quindi non solo sui fondali, ma potenzialmente sull’intera colonna d’acqua. Inclusi gli organismi che svolgono la funzione di filtro degli oceani, come spugne e coralli ma anche grandi mammiferi come le balene.

fonte: www.rinnovabili.it


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Quali soluzioni per i rifiuti marini in Adriatico? Approfondimenti Arpa FVG a ESOF2020




Si è concluso ESOF2020, l’importante forum scientifico europeo dedicato alla ricerca scientifica e all’innovazione che si è tenuto a Trieste dal 2 al 6 settembre.

Di rifiuti marini si è parlato, venerdì 4 settembre, nel corso della tavola rotonda “The marine litter problem: sources, dispersion and impacts” proposta da Arpa FVG.

I rifiuti marini sono un problema riconducibile a un non corretto smaltimento dei beni giunti a fine vita, soprattutto quelli plastici. La questione è letteralmente esplosa negli ultimi anni diventando in breve tempo un problema ambientale emergente e di non facile soluzione. Le aree interessate sono sia quelle di costa che le ampie superfici in mare aperto, non sempre soggette alla giurisdizione di singole entità statali. I metodi d’intervento possono pertanto differire nei diversi territori rendendo ancora più complessa la ricerca di una soluzione a questa emergenza ambientale.

La questione deve essere pertanto affrontata adottando un approccio a più livelli, quello locale, per gli effetti a ridosso delle coste, e quello del confronto internazionale per definire metodologie di intervento comuni.

La tavola rotonda è stata un’occasione per avviare un confronto su questo tema con l’intera comunità scientifica alla ricerca di soluzioni adeguate in un’ottica di sostenibilità.

Alla tavola rotonda hanno partecipato qualificati relatori di Italia, Croazia e Slovenia, che hanno analizzato lo stato dei rifiuti marini nell’ambito del bacino Adriatico sotto molteplici punti di vista, biologico, chimico, ecologico, senza tralasciare la comunicazione del rischio. Ampio spazio è stato dato alla verifica e al confronto dei metodi di monitoraggio attualmente adottati in Alto Adriatico e alla modellizzazione della dispersione degli inquinanti in mare.

Nel corso dell’incontro è stata posta particolare attenzione ai rifiuti sul fondo del mare. Sui fondali marini si depositano, infatti, la maggior parte di questi rifiuti, che sono, in peso e volume, molto superiori a quelli presenti sulle spiagge o sulla superficie del mare.

Infine, sono state proposte delle soluzioni al problema dei rifiuti marini, indagando sia gli aspetti della loro produzione, sia le buone pratiche e i possibili approcci educativi.

L’organizzazione di questo qualificato incontro scientifico in ambito ESOF2020 ha rappresentato per Arpa FVG un importante momento di crescita. Da un lato la possibilità di consolidare le relazioni con enti omologhi operanti in stati contermini, dall’altro la possibilità di fungere da “antenna” su questo argomento con l’intero Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA).

Il convegno sui rifiuti marini non è stato tuttavia l’unico evento ad impegnare Arpa nel contesto delle iniziative proposte da ESOF2020. Si sono aggiunti infatti gli eventi proposti dal Laboratorio di educazione ambientale (Larea) di Arpa FVG in collaborazione con Area Marina Protetta (AMP) di Miramare, quali:
i PressTour dedicati ai giornalisti accreditati, che hanno potuto così scoprire, con l’aiuto degli esperti Arpa e dell’Area Protetta Marina di Miramare, le bellezze nascoste del Golfo di Trieste;
i laboratori “Plastiche a-mare” con attività per famiglie sul tema delle “Marine litter” e dell’impatto di plastiche e microplastiche sull’ambiente marino;
i “bluebliz”, uscite in snorkeling per scoprire le attività scientifiche di censimento e monitoraggio di specie marine.

Gli eventi proposti da Arpa FVG proseguiranno fino a fine anno nell’ambito del Science in the city festival con un ricco programma di iniziative.

fonte: https://www.snpambiente.it


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Presto nel Mediterraneo ci saranno più mascherine che meduse: le immagini dei fondali della Costa Azzurra



















Nel Mediterraneo presto ci saranno più mascherine che meduse. E’ l’allarme lanciato da un’organizzazione ecologista francese che ha denunciato la comparsa di questi rifiuti sulle coste e i fondali del paese.

Le immagini che arrivano dalla Francia sono davvero terribili. A scattarle e a diffonderle è stata l’organizzazione Opération Mer Propre che durante diverse operazioni di pulizia effettuate ad Antibes e nella baia del Golfe-Juan, situata sulla Costa Azzurra, ha raccolto dai fondali un gran numero di mascherine e guanti in lattice.


“Li stavamo aspettando, sono arrivati, ma non nel posto giusto… Le prime maschere sono apparse nel Mediterraneo” si legge nel post pubblicato sulla pagina Facebook dell’associazione.

Purtroppo quanto si temeva da tempo sta accadendo. Proprio di recente, un’analisi dell’Ispra ha messo in luce che il fabbisogno giornaliero di mascherine della cosiddetta Fase 2 si aggirrà intorno ai 35/40 milioni di pezzi. Di conseguenza la produzione di rifiuti giornaliera in Italia sarà tra 250 e 720 tonnellate.


“Utilizzando il peso medio di 11 grammi (che prende in considerazione tutte le tipologie di mascherine) e un fabbisogno intermedio di 37,5 milioni, si avrebbe una produzione giornaliera di circa 410 tonnellate. La produzione calcolata sino a fine 2020 (circa 240 giorni) si attesterebbe, pertanto, tra le 60.000 e le 175.000 tonnellate di rifiuti, con un valore sulla media di circa 100.000 tonnellate”

Purtroppo tali rifiuti stanno contribuendo in maniera esponenziale all’aumento del marine littering, come mostrano le immagini pubblicate da Opération Mer Propre. Secondo l’associazione, i dispositivi di protezione individuale usati contro il coronavirus popolano il fondo marino insieme a materie plastiche e lattine, aumentando il problema della contaminazione delle acque.

Nelle immagini scattate dal fondatore dell’associazione, Laurent Lombard, si può vedere coi propri occhi lo scempio e il degrado presente nei mari francesi.




©Opération Mer Propre


©Opération Mer Propre


©Opération Mer Propre


©Opération Mer Propre

Il fondatore dell’associazione, Laurent Lombard, ha spiegato che sapendo che ne sono state acquistate più di 2 miliardi di mascherine, presto ci saranno più mascherine che meduse nelle acque del Mediterraneo.

Per questo insiste sul fatto che è responsabilità di tutti evitare che il mare venga ulteriormente inquinato:


“La crisi sanitaria ci ha permesso di vedere il meglio e il peggio in noi, se non facciamo nulla è la cosa peggiore che succederà mentre è semplicemente una questione di buon senso per evitare tutto questo. Direi solo che basta differenziare correttamente una maschera usa e getta, buttandola nella spazzatura come tutti gli altri rifiuti”.

fonte: www.greenme.it


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Il robot granchio amico dell'ambiente. "Pulirà il mare dalla plastica"

Silver 2 può esplorare i fondali marini è frutto della collaborazione fra gli esperti di robotica della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa e i biologi marini della Stazione Anton Dohrn di Napoli



Si chiama SILVER 2 il robot sub in grado di attraversare terreni accidentati e irregolari, senza modificare i fondali. Può avvicinarsi ai bersagli in sicurezza e con precisione, muovendosi silenziosamente, nel pieno rispetto dell'ecosistema marino. La macchina, nata nei laboratori dell'Istituto di BioRobotica della Scuola Superiore Sant'Anna di Pisa, in collaborazione con la Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli, è descritta sulla rivista internazionale Science Robotics.


Dohrn, un robot granchio per esplorare i fondali: potrà anche raccogliere plastica




La soft robotica per difendere l'ambiente

Figlio di un approccio bio-ispirato che ha permesso di applicare al robot i principi di locomozione tipici di animali bentonici come il granchio (organismo che sfrutta l'interazione con il fondale marino per muoversi), SILVER 2 può non solo esplorare fondali e ambienti vulnerabili ancora poco conosciuti, ma in un futuro molto vicino sarà anche in grado di pulire il mare dalla plastica affondata.

SILVER 2 è stato sviluppato dal team di Marcello Calisti, ricercatore dell'Istituto di BioRobotica e uno dei più stretti collaboratori di Cecilia Laschi, pioniera della soft robotics, grazie all'applicazione dei principi della flessibilità robotica in campo marino. Il robot-granchio è in grado di muoversi prendendo di mira "bersagli" viventi e non viventi, che si tratti di bottiglie di plastica o di artefatti archeologici, strutture sommerse o organismi come i coralli o i pesci, il tutto senza interferire con l'habitat marino. Le sue sei zampe articolate e molleggiate gli permettono di muoversi agilmente sul fondale, avanzando con saltelli (anche laterali) e, grazie alla flessibilità delle sue gambe subacquee, può sfiorare il fondo del mare per raccogliere sabbia o altro materiale che serve per studiare e conoscere meglio le caratteristiche dei fondali.

"SILVER 2 - commenta Giacomo Picardi, prima firma dello studio e dottorando del PhD in BioRobotica - è attualmente comandato a distanza da un operatore attraverso una interfaccia grafica che permette di vedere ciò che vede il robot e decidere direzione e tipologia di locomozione. Attraverso l'interfaccia inoltre è possibile visualizzare le caratteristiche dell'ambiente sottomarino, come pressione o temperatura rilevati dai sensori di bordo".

SILVER 2 è stato sviluppato all'interno del Centro di ricerca sulle tecnologie del mare e la Robotica marina, laboratorio dell'Istituto di BioRobotica con sede a Livorno, grazie a due progetti finanziati da Arbi Dario S.p.A. e dalla National Geographic Society. La ricerca sul prototipo sta andando avanti e l'integrazione con un manipolatore consentirà la raccolta della plastica depositata in fondo al mare. Un passo importante che va nella direzione di proteggere l'ecosistema marino dall'inquinamento e di preservare molte specie animali.

"Quando si pensa all'esplorazione del mare - spiega Calisti - vengono in mente sottomarini o veicoli simili che nuotano fino ad arrivare in prossimità degli oggetti di interesse, tipicamente sul fondale. Noi abbiamo pensato di ribaltare il concetto: andare direttamente sul fondale, con un robot con delle gambe, per interagire in maniera più delicata ed efficace. Le difficoltà di percepire l'ambiente marino impediscono di usare gli algoritmi tradizionali che sono usati per i robot terrestri: ma con il nostro approccio bio-ispirato, siamo riusciti ad unire sia l'efficacia che la delicatezza della locomozione. La nostra ambizione è di collaborare con le tecnologie che esistono attualmente per creare un intero ecosistema di robot subacquei che possano prendersi cura, esplorare e mantenere l'ambiente marino e le attività ad esso connesse. In questo, siamo stati molto contenti di lavorare con biologi, geologi e oceanografi che hanno visto sempre con interesse il nostro approccio non convenzionale".

fonte: www.repubblica.it

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Riciclabile il 20% della spazzatura recuperata in mare
















Sei tonnellate di rifiuti strappate ai fondali adriatici, di cui oltre il 20% potenzialmente riciclabili: è il primo bilancio del progetto “A pesca di Plastica”, a San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno). In sei settimane quaranta pescherecci della località marchigiana hanno raccolto tre tonnellate di plastica e altrettante fra metallo, vetro, gomma e tessuto.
Al ritmo di una tonnellata a settimana, i rifiuti sono stati sbarcati, analizzati e differenziati dalle aziende di gestione dei rifiuti PicenAmbiente e Garbage Service, il Comune di San Benedetto e l’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Centrale, con il coordinamento della Capitaneria di Porto e MedSharks con il supporto di CNH Industrial e FPT Industrial.
Un’analisi a campione dei materiali sbarcati rivela che oltre la metà (il 53%) è in plastica, il 13% in materiale tessile, l’11,5% metallo e gomma, il 4,6% vetro e il 4% rifiuti misti. La metà degli oggetti in plastica, il 48%, è costituita da oggetti monouso: buste di plastica e imballaggi alimentari, bottiglie, flaconi, piatti e bicchieri usa&getta.
Il 34% del totale della plastica viene dal mondo della pesca: lenze, cime, galleggiati e reti perse o abbandonate, fra cui molte retine per l’allevamento delle cozze. Dalla navigazione proviene il 28% dei rifiuti: oltre agli attrezzi da pesca, anche latte metalliche di vernice, filtri e guarnizioni per i motori, cerate e stivali, guanti da lavoro e imballaggi alimentari.
L’analisi effettuata da PicenAmbiente ha registrato che il 22% dei rifiuti raccolti sono potenzialmente recuperabili (12% imballaggi in plastica, 5% ferro, 3% vetro e 1% alluminio).
Anziché concludersi a maggio, come inizialmente previsto, il successo dell’iniziativa ha spinto pescatori e partner a impegnarsi a proseguire la bonifica dei fondali fino a Ferragosto, quando la pesca verrà sospesa per il fermo annuale.
fonte: www.ansa.it

Cavallucci marini bloccati nella plastica: succede a Taranto

Nel mare di Taranto sono stati rinvenuti dei cavallucci marini bloccati dalla plastica: serve un'azione immediata per proteggere i mari.
















mari sono sempre più ricolmi di rifiuti di plastica e, a farne le spese, è soprattutto la fauna acquatica. Da diversi anni, ormai, si vedono con preoccupante frequenza le immagini di animali intrappolati in reti e sacchetti di plastica, in particolare delfini, tartarughe marine e uccelli. Ma anche i piccoli abitanti del mare ne sono colpiti, come i cavallucci marini: è quanto testimonia una notizia proveniente dal Mar Piccolo di Taranto.
Così come riferisce Repubblica, l’analisi dei fondali del Mar Piccolo hanno confermato un elevato inquinamento da rifiuti di plastica, come borse, reti, confezioni, vasetti e molto altro ancora. Nelle acque della località pugliese, ad esempio, sono stati trovati cavallucci marini impigliati nelle reti per la raccolta delle cozze, ma anche pesci che hanno costruito tane in barattoli di vetro e di plastica, nonché piante e alghe che cercano di farsi largo tra i rifiuti.
Un mare da proteggere, così come lo stesso quotidiano sottolinea, poiché i rifiuti stanno mettendo a repentaglio un patrimonio di biodiversità importantissimo, fatto di nubibranchi, spugne, microorganismi acquatici e molto altro ancora. La testata ha pubblicato anche delle immagini, realizzate durante un’immersione da Alessandro Caiulo, il quale ha provveduto a ripulire l’area dei fondali da lui esplorata, per quanto possibile.

Diversi studi hanno dimostrato come, senza un approccio preciso per contrastare l’uso della plastica, entro il 2050 ci potrebbero essere nell’oceano più frammenti di questo materiale che pesci. Rifiuti che ormai sono giunti ovunque, anche a migliaia di chilometri dai luoghi di origine: basti pensare al Pacific Vortex, l’isola di immondizia e plastica che si è venuta a creare nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico. È quindi importante agire sin da subito, modificando le proprie abitudini di consumo, evitando la plastica monouso e preferendo, invece, materiali completamente biodegradabili.

Greenpeace: PLASTIC RADAR Segnala la plastica

Ogni minuto, ogni giorno, l’equivalente di un camion di plastica finisce in mare: spiagge e fondali sono invasi! Insieme possiamo puntare i riflettori su questo scempio: segnala la plastica in mare o sulla spiaggia al numero Whatsapp +39 342 3711267
 




















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