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La mappa dell’inquinamento da plastica nel Mediterraneo









Ogni anno finiscono nel Mare Nostrum 17.600 t di rifiuti di plastica. Di questi, l’84% viene riportato a spiaggia dalle correnti, mentre il resto si distribuisce in tutta la colonna d’acqua. Un nuovo studio è riuscito a

Quante e quali risorse per proteggere l'ambiente?

 











I conti dell’ambiente di Istat forniscono informazioni statistiche sulla interazione tra i sistemi economico ed ambientale

A partire dai primi anni ‘90 Istat ha avviato la sua ...

Rapporto Wwf: 39 milioni di nuovi posti di lavoro se i governi la smettono con i sussidi dannosi per l’ambiente

Riorientare questa spesa verso pratiche sostenibili ridurrà l'impatto sulla biodiversità e aiuterebbe a passare a un'economia nature-positive




In vista dell’Open-Ended Working Group (OEWG-3) che si terrà dal 23 agosto al 3 settembre e che preparerà la ...

Codice rosso per i ghiacciai italiani: in 30 anni ridotta del 70% la massa glaciale dei ghiacciai alpini

Torna la Carovana dei ghiacciai di Legambiente e Comitato Glaciologico Italiano per monitorare lo stato di salute dei ghiacciai alpini e del Calderone




Legambiente e il Comitato Glaciologico Italiano (CGI) denunciano che è ormai «Codice rosso per i ghiacciai italiani minacciati sempre più dalla crisi climatica. Entro la fine del secolo la maggior parte di essi, secondo studi scientifici, potrebbe scomparire ed entro il 2050 quelli al di sotto dei 3.500 metri saranno destinati molto probabilmente alla stessa sorte. Le temperature medie degli ultimi 15 anni non ne permettono la sopravvivenza».

Nell’ultimo secolo i ghiacciai alpini hanno perso il 50% della loro area. Di questo 50%, il 70% è sparito negli ultimi 30 anni. Preoccupa anche lo stato di salute del Calderone, un ghiacciaio appenninico quasi del tutto scomparso e declassato a “glacionevato”, cioè un accumulo di ghiaccio di ridotta superficie, di limitato spessore e senza un moto di deflusso verso valle del ghiaccio. La campagna glaciologica 2020, coordinata dal CGI, ha confermato «La tendenza trentennale di marcata contrazione delle masse glaciali del nostro paese. Una tendenza che appare in accelerazione negli ultimi 15 anni, seppure con modalità e velocità differenziate nei vari settori alpini monitorati». Altro aspetto che emerge riguarda la frammentazione dei ghiacciai. In seguito alla deglaciazione i ghiacciai si stanno frammentando da un corpo glaciale in più parti separate.

Cigno Verde e CGI sono pronti a partire con la seconda edizione della Carovana dei ghiacciai, la campagna itinerante che dal 23 agosto al 13 settembre monitorerà lo stato di salute di 13 ghiacciai alpini e del glacionevato del Calderone, nel massiccio del Gran Sasso. Legambiente spiega che «Si partirà con i ghiacciai dell’Adamello (Lombardia e Trentino) per proseguire in Alto Adige con quelli della Val Martello nel Parco dello Stelvio e quindi il ghiacciaio del Canin in Friuli Venezia Giulia. Si scenderà poi sull’Appennino, per osservare il glacionevato del Calderone, in Abruzzo, tra i più meridionali d’Europa per poi risalire nel nord-ovest alpino con i ghiacciai del massiccio del Gran Paradiso (Piemonte e Valle D’Aosta) e concludere la campagna il 13 settembre presso il Forte di Bard (AO)».

La campagna è stata inserita nella piattaforma All4Climate – Italy che raccoglie tutti gli eventi dedicati alla lotta contro i cambiamenti climatici che si svolgeranno quest’anno in vista della COP26 di Glasgow. Durante ogni tappa, Legambiente e CGI realizzeranno monitoraggi scientifici ad alta quota per osservare le variazioni storiche dei ghiacciai e le trasformazioni glaciali. Il CGI, principale riferimento in Italia per gli studi dell’ambiente glaciale e partner scientifico della Carovana dei ghiacciai, condividerà le sue esperienze di ricerca ed un patrimonio di dati secolare custodito nell’archivio del Comitato all’università degli studi di Torino. Marco Giardino, segretario del Comitato Glaciologico Italiano, ricorda che «Sin dal 1911, il CGI promuove e coordina campagne glaciologiche annuali, e grazie al lavoro di operatori glaciologici volontari e ad un protocollo scientifico stabilito dal Comitato è stato possibile documentare storicamente lo stato dei ghiacciai italiani e quantificare le fluttuazioni delle fronti glaciali per più di un secolo. Un patrimonio di conoscenze indispensabile anche per disegnare anno dopo anno gli scenari futuri dell’ambiente d’alta quota nel nostro Paese».

Le due organizzazioni sottolineano che «Il monitoraggio in questione, oltre a permettere di documentare l’impatto della crisi climatica, consentirà anche valutarne gli effetti sul territorio. La deglaciazione, infatti, coinvolge il deflusso delle acque e il suo stoccaggio così come gli ecosistemi alpini nella loro globalità. Già adesso si osservano i primi effetti concreti su acqua potabile, raccolti, irrigazione, servizi igienico-sanitari, energia idroelettrica e stazioni sciistiche».

Di tappa in tappa, nel corso della Carovana dei ghiacciai verranno organizzati anche incontri, mostre, escursioni per conoscere il territorio montano. Come lo scorso anno, sarà anche previsto uno speciale momento di raduno, il “saluto al ghiacciaio”. Gli eventi al chiuso (convegni e conferenza) saranno a numero programmato, si potrà partecipare iscrivendosi per tempo consultando le tappe su https://www.legambiente.it/campagna/carovana-dei-ghiacciai/

Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente, evidenzia che «Mentre l’Italia brucia soffocata da una grave emergenza incendi, i ghiacciai delle nostre montagne continuano a soffrire. Tutto ciò accade in un’estate caratterizzata sempre più da eventi estremi. Per comprendere meglio le cause e gli effetti di una tendenza apparentemente irreversibile anche quest’anno Legambiente monitorerà l’ambiente montano insieme al Comitato Glaciologico con la Carovana dei ghiacciai, una campagna che ha la capacità di raccontare in maniera tangibile gli effetti della crisi climatica sul territorio a partire proprio dai ghiacciai, indicatori sensibilissimi del cambiamento climatico».

Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi di Legambiente e coordinatrice della campagna, aggiunge: «La stessa IPCC, l’Intergovernmental Panel on Climate Change, che recentemente ha denunciato l’intensificazione e l’irreversibilità degli effetti dei cambiamenti climatici elenca le Alpi tra le aree strategiche più importanti in cui è fondamentale acquisire dati per elaborare strategie di adattamento. Strategie sulle quali Legambiente da anni sta riflettendo chiedendo che vengano messe in campo misure e politiche ambiziose così come su quelle della mitigazione sul clima per arrivare a emissioni nette pari a zero al 2040, in coerenza con l’Accordo di Parigi».

La prima tappa di Carovana dei Ghiacciai, che rientra nella campagna ChangeClimateChange, sarà sui ghiacciai dell’Adamello (Lombardia e Trentino) dal 23 al 25 agosto. Il 23 agosto ci sarà dalle ore 17.00 alle 19.00 la conferenza “Il futuro dei ghiacciai dell’Adamello” presso il Musil di Cedegolo (Bs), moderata Vanda Bonardo, responsabile Alpi Legambiente, e che vedrà intervenire Valter Maggi, vicepresidente Comitato Glaciologico Italiano; Marco Giardino, segretario Comitato Glaciologico Italiano; Carlo Baroni, coordinatore Alpi Centrali Comitato Glaciologico Italiano; Franco Capitanio, Consigliere Centrale CAI; Guido Calvi, direttore del Parco dell’Adamello; Amerigo Lendvai, Servizio Glaciologico Lombardo. Martedì 24 agosto ci sarà l’escursione al ghiacciaio dell’Adamello e a seguire Flash Mob Change Climate Change, momento dedicato al silenzioso e prezioso lavoro che svolgono i ghiacciai. Riflessioni, brani e poesie a cura di Paola Turroni. Mercoledì 25 agosto ore 10.30 la conferenza stampa – Sala dell’Unione dei Comuni Ponte di Legno (Bs).

Il viaggio della Carovana dei ghiacciai si potrà seguire anche sulla pagina facebook di Legambiente Alpi dove verranno postate news, foto, video, interviste. Hashtag della campagna: #Carovanadeighiacciai #Changeclimatechange. Tutte le iniziative saranno organizzate nel rispetto dei protocolli Covid.

fonte: www.greenreport.it



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Marsiglia, a settembre capitale della biodiversità

Il World Conservation Congress dello IUCN si terrà a Marsiglia dal 3 all’11 settembre e avrà come tema principale la tutela della biodiversità. Una sfida di importanza letteralmente vitale, da vincere prima che sia troppo tardi.

Forse non è fra i temi più seguiti dal grande pubblico, ma dovrebbe esserlo: la perdita di biodiversità. In Europa, secondo l’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA), quasi tutti gli indici che la riguardano sono negativi, tanto da definire la situazione catastrofica quanto il cambiamento climatico. Urge quindi correre ai ripari.



A tal proposito, dal 3 all’11 settembre 2021 si terrà a Marsiglia il Congresso della IUCN, International Union for Conservation of Nature, uno dei più importanti eventi dedicati alla tutela degli ecosistemi. L’evento, per la prima volta in forma “ibrida” (cioè sia in presenza che virtuale), ha l’obiettivo di misurare lo stato del pianeta tenendo conto dei cambiamenti climatici in atto e basandosi appunto sulla conservazione della biodiversità.

Molto incoraggiante la presenza di numerosi Capi di Stato, funzionari governativi, alti rappresentanti della Commissione e del Parlamento europeo, amministratori delegati e leader aziendali, scienziati ed accademici. Attesi fra gli ospiti Emmanuel Macron, Frans Timmermans, Christine Lagarde e molti altri. Presenti anche grandi compagnie, che collaborano attivamente con il Congresso, per le quali il 3 settembre è previsto un evento dedicato ai soli CEO.

Degna di nota è poi la partecipazione del Vertice mondiale “Our land, our nature” che, per la prima volta, unisce le voci dei popoli indigeni per denunciare le “false soluzioni contro la perdita di biodiversità e i cambiamenti climatici” in atto, soprattutto nel sud del mondo. Lo scopo è quello di aumentare la consapevolezza della necessità di misure più solide per proteggere i diritti delle popolazioni indigene e il loro ruolo di custodi degli ecosistemi. Anche perché, come spiega Survival International, “stiamo distruggendo i migliori custodi del mondo naturale proprio nel nome della conservazione della natura”. Questo vertice è importante per vari motivi, a partire dal riconoscere finalmente una grande dignità alle popolazioni indigene, maestre di appunto di protezione della biodiversità.
Congresso Mondiale sulla Conservazione della Natura: il programma

Il programma, molto dettagliato, rivela le tre principali aree d’azione del Congresso: quella del Forum delle idee, con numerosi interventi autorevoli e la possibilità di scambi di opinione; una sezione dedicata alla mostra delle migliori pratiche di conservazione in atto nel mondo; una dedicata al voto dei membri IUCN. Tra i vari argomenti che il forum toccherà, ci sarà anche l’importanza del settore agricolo per la tutela della biodiversità, ma anche quella dei mari e degli oceani, veri polmoni del pianeta. Basti pensare che proprio Marsiglia ospita “il polmone del Mediterraneo”: la riserva marina delle Calanques, ricca fra le altre specie di posidonia, pianta acquatica che assorbe cinque volte più CO2 di quanto non faccia in proporzione la foresta amazzonica e sette volte più delle foreste europee.

Ma il capoluogo della Provenza, quest’anno capitale globale della biodiversità, non è stata scelta per questo evento solo per le sue riserve marine. Già dal 2008 sta adottando strategie mirate a raggiungere una piena e duratura sostenibilità ambientale, economica e sociale. In realtà è l’intera “PACA” (Provence Alpes Cote d’Azure), con un tasso pari al 75% di spazi naturali, a vantare diversi primati in questo senso: contiene quattro dei dieci parchi nazionali francesi, ben diciotto riserve naturali e sette parchi naturali regionali. Dalla Camargue alla Crau, passando per le Calanques e la Sainte-Victoire, nel Dipartimento delle Bocche del Rodano – che gestisce gran parte di queste riserve, la regione offre ai suoi abitanti e visitatori una (bio)diversità eccezionale.

Il prossimo Congresso IUCN si presenta insomma con tutte le caratteristiche di un evento epocale, che possa portare a un’effettiva svolta verso la sostenibilità. Le idee ci sono, le risorse anche, le tecnologie non mancano e l’unione delle forze fra attori anche molto diversi tra loro non è cosa impossibile. Perché se non si agisce ora, in quella che alcuni già definiscono la “nuova normalità” post-pandemica, poi potrebbe essere troppo tardi.

“Il Congresso mondiale della natura della IUCN arriva in un momento in cui dobbiamo trovare soluzioni per il clima e l’ambiente”, spiega Matthias Fiechter, fra i coordinatori dell’evento: “Il post-covid offre molte opportunità a livello di tutela della natura e della biodiversità, di conservazione ecc. Ma se questa fase viene gestita male, si potrà assistere a danni anche maggiori di quelli fatti finora.”

Per maggiori informazioni sull’evento e su tutte le realtà sopra menzionate, suggeriamo di contattare direttamente la Camera di Commercio Italiana per la Francia di Marsiglia.

fonte: www.bioecogeo.com



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Mare, una risorsa in pericolo





















Marine litter, inquinamento, perdita di biodiversità: il Mediterraneo è sempre più in pericolo. A minacciare gli ecosistemi marini non solo la plastica ma anche le drammatiche conseguenze dei cambiamenti climatici





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Il prossimo “Accordo di Parigi” per la biodiversità

Ridurre il tasso di estinzione del 90 per cento è solo uno degli obiettivi che l’Onu ha incluso nella bozza di un ambizioso accordo sulla biodiversità.



 





L’Accordo di Parigi sul clima è considerato una pietra miliare nella lotta contro il riscaldamento globale. A distanza di sei anni, un trattato simile potrebbe vedere la luce per salvaguardare la preziosa biodiversità del Pianeta. Dopo una serie di negoziati virtuali a tema scientifico e finanziario, le Nazioni Unite hanno infatti preparato nuovi obiettivi che i paesi firmatari della Convenzione sulla diversità biologica (Cbd) dovranno approvare al prossimo dei loro incontri biennali, ovvero la quindicesima Conferenza delle parti (Cop) sulla biodiversità. Prevista per il mese di ottobre in Cina, rischia di essere nuovamente rimandata, causa coronavirus, al 2022.


Il fatto che i lavori siano proseguiti è un segnale molto positivo e si spera che possa consentire ai paesi di cominciare a stanziare le risorse necessarie a livello economico. Del resto, questa pandemia è stata l’ultima, tragica dimostrazione di quanto fermare la distruzione degli ecosistemi e ripristinare gli ambienti naturali sia fondamentale se vogliamo impedire la trasmissione di malattie pericolose dagli animali agli esseri umani. È anche risaputo che il rewilding e il ripristino degli ecosistemi sono fra le armi più efficaci per contrastare i cambiamenti climatici.

Preservare la biodiversità rappresenta una delle sfide più importanti del secolo © Wil Stewart/Unsplash

Gli obiettivi delle Nazioni Unite in tema biodiversità

Sfruttare il potere della natura per mitigare l’aumento della temperatura media globale figura proprio tra gli obiettivi fissati dall’Onu: il ripristino delle torbiere, degli habitat marini, lacustri e fluviali, e l’adozione dei principi dell’agricoltura rigenerativa consentirebbero di ridurre notevolmente le quantità di gas serra in atmosfera. In base alla bozza, le varie nazioni dovranno inoltre compiere tutti gli sforzi possibili per arrivare a:
proteggere almeno il 30 per cento delle terre emerse e il 30 per cento degli oceani entro il 2030;
rallentare il tasso di estinzione del 90 per cento;
dimezzare l’introduzione in natura delle specie invasive;
promuovere l’integrità di tutti gli ecosistemi e valorizzare il ruolo degli indigeni nella loro salvaguardia;
eliminare l’inquinamento dovuto alla plastica;
ridurre di due terzi l’utilizzo dei pesticidi;
tagliare 500 miliardi di dollari (oltre 400 miliardi di euro) all’anno di sussidi ad attività dannose per l’ambiente.

Sono necessarie politiche urgenti a livello globale, nazionale e regionale per trasformare i modelli economici, sociali e finanziari affinché i trend che hanno esacerbato la perdita di biodiversità si arrestino entro il 2030 e permettano agli ecosistemi naturali di ristabilirsi nei vent’anni successivi, portando a miglioramenti netti nel 2050.

Elizabeth Maruma Mrema, segretaria esecutiva della Convenzione sulla diversità biologica

È giunta l’ora di cambiare i nostri modelli produttivi

Come accennato sopra, l’agricoltura giocherà un ruolo fondamentale nel raggiungimento di questi obiettivi. Le tecniche di coltivazione tradizionali, così come l’allevamento intensivo, non sono più sostenibili. Il modo in cui produciamo il cibo dovrà necessariamente subire un drastico cambiamento.

“Tra dieci anni ci saranno molti più esseri umani che avranno bisogno di essere nutriti. Quindi la vera sfida non è ridurre la produzione, ma incrementare il risultato senza danneggiare la natura”, chiarisce al quotidiano britannico Guardian Basile van Havre, co-presidente del gruppo di lavoro che ha redatto il documento.

Solo così potremo arrestare quella che gli scienziati hanno definito “sesta estinzione di massa” nella storia del Pianeta, che potrebbe portare alla scomparsa di un milione di specie animali e vegetali a causa delle attività umane. Per questo, il nuovo accordo si inserisce all’interno di un piano più ampio che punta a far sì che l’uomo possa vivere in armonia con la natura entro il 2050.

I trattati internazionali, però, non bastano: i singoli stati devono infatti recepire le direttive e trasformarle in leggi nazionali e regionali. Come spesso accade, le decisioni dall’alto non sono le sole che contano: il cambiamento deve scorrere inarrestabile verso il basso, fino a spingersi al singolo individuo.

fonte: www.lifegate.it

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WWF: campagna GenerAzione Mare

Dalla pesca eccessiva allo sviluppo economico insostenibile e alle micro plastiche, il Mar Mediterraneo è sottoposto a una pressione senza precedenti con pesanti impatti sugli ecosistemi marini e la biodiversità ma anche su importanti settori economici come la pesca e il turismo



Con la Campagna GenerAzione, il WWF chiede un impegno concreto e immediato da parte dei governi per rafforzare la protezione del Mar Mediterraneo entro il 2030.

Il Manifesto stilato dal WWF mette in evidenza le minacce che incombono sul Mar Mediterraneo ma anche le soluzioni da adottare per scongiurarle. Le 5 principali minacce sono rappresentate da:

pesca insostenibile
perdita di biodiversità marina
corsa all’oro blu, ovvero sovrasfruttamento economico delle risorse legate al mare
cambiamento climatico
plastica.

Gli obiettivi da raggiungere:
recuperare e stabilizzare le popolazioni di specie chiave in tutto il Mediterraneo affinché mantengano il loro valore ecologico, economico e culturale per le generazioni future,
raggiungere la sostenibilità della pesca in tutto il Mediterraneo, in modo che le generazioni future possano continuare a pescare e nutrirsi dei prodotti del mare senza danneggiare l’ambiente marino,
ottenere una rete efficace di aree marine protette in tutto il Mediterraneo per preservare e ripristinare la salute degli ecosistemi marini e garantire i benefici che forniscono alle persone,
mantenere le ricchezze naturali del Mar Mediterraneo come fonte di benessere e prosperità per le generazioni future; un’economia blu sostenibile significa garantire che lo sviluppo non vada a scapito degli ambienti marini e costieri, ma mantenga e accresca il loro valore a lungo termine,
impedire che la plastica finisca in mare.

Come è possibile raggiungere tutti questi obiettivi ? Il WWF fa le sue proposte.

Per quanto riguarda la pesca sostenibile, questa si può raggiungere, garantendo che
il 100% degli stock ittici del Mediterraneo disponga di piani di gestione a lungo termine efficaci in modo che sia consentita la ripresa e si riducano gli impatti su altre specie ed ecosistemi
la gestione della pesca includa i pescatori locali e la pesca artigianale.

La perdita di biodiversità può essere arginata
sensibilizzando le persone ad acquistare in modo consapevole e responsabile
coinvolgendo l'industria ittica, che deve essere la prima a lavorare per la sostenibilità della filiera
sostenendo i pescatori artigianali del Mediterraneo a pescare meglio e vendere meglio.

La protezione della fauna marina si garantisce
riducendo in modo drastico le catture accidentali di mammiferi marini (squali, razze, tartarughe)
identificando e proteggendo alcune aree specifiche che possono accogliere popolazioni di mammiferi marini.
coinvolgendo anche la società civile nella salvaguardia della fauna marina anche attraverso progetti di citizen science.

L'implementazione della aree marine protette è un passaggio fondamentale per avere un habitat sano, questo obiettivo può essere raggiunto
incrementando l'efficacia della gestione delle aree marine protette (AMP) e dei siti Natura 2000 esistenti
assicurando che almeno il 30% delle aree costiere e marine sia protetto nel Mediterraneo e in Italia.

L'economia blu può trovare fondamento
realizzando un piano spaziale marino che tenga in adeguata considerazione la capacità di carico dell’ecosistema, integrando una rete efficace di aree marine protette e misure di protezione spaziale con valutazioni ambientali strategiche, per garantire che le attività umane in mare non abbiano effetti negativi su habitat, specie e/o processi ecologici particolarmente sensibili.

Infine, la riduzione della plastica in mare si può ottenere
ratificando un trattato vincolante per tutti i paesi del mondo per contrastare l'inquinamento marino da plastica
consentendo ai pescatori di trasportare a terra i rifiuti pescati accidentalmente per un loro corretto smaltimento
sensibilizzando e coinvolgendo la società civile nella lotta contro la plastica in mare.

Questi, secondo il WWF, sono gli steps per far sì che, entro il 2030, il Mediterraneo sia caratterizzato da ecosistemi marini e costieri sani, in grado di garantire il benessere umano basato su economie vivaci e sostenibili.

Leggi di più sulla campagna GenerAzione Mare e sul Manifesto del WWF per proteggere il capitale blu.

fonte: www.arpat.toscana.it



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Greenpeace issa le vele: parte la spedizione “DIFENDIAMO IL MARE” contro la crisi climatica e l'inquinamento da plastica

E' partita da Ancona la spedizione “Difendiamo il mare” di Greenpeace Italia, giunta alla sua quarta edizione. Lo scopo è documentare la bellezza e la fragilità dei nostri mari, denunciare come i cambiamenti climatici e l'inquinamento da plastica siano interconnessi e producano impatti negativi sull’ecosistema marino e sulle comunità costiere.

La spedizione è organizzata in collaborazione con la Fondazione Exodus di don Mazzi, che mette a disposizione la barca a vela Bamboo, con cui Greenpeace effettuerà un monitoraggio dello stato di salute del Mar Adriatico centro-meridionale. Alla spedizione parteciperanno infatti i ricercatori dell’Istituto per lo studio degli impatti Antropici e Sostenibilità in ambiente marino (IAS) del Consiglio Nazionale delle Ricerche di Genova, del DiSVA (Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente) dell’Università Politecnica delle Marche specializzati nello studio delle microplastiche, ed esperti di flora e fauna marina costiera del DiSTAV (Dipartimento di Scienze della Terra dell’Ambiente e della Vita) dell’Università di Genova.

L’iniziativa è stata presentata oggi all’Università Politecnica delle Marche, nell’ambito del convegno scientifico “Moby Litter un anno dopo: impatti, minacce ed opportunità per un mare in pericolo”.

”Questa giornata è per noi molto importante, non solo perché la salute del mare è un tema di fondamentale rilevanza e attualità, ma anche perché testimonia la necessità di creare sinergie ed approcci multidisciplinari per affrontare e trovare soluzioni a problemi complessi”, afferma Gian Luca Gregori, Rettore dell’Università Politecnica delle Marche. “La ricerca ha fatto enormi passi avanti nello studio dell’inquinamento da plastica in mare, ma questo non sarebbe stato possibile senza quella cooperazione tra comunità scientifica, associazioni ambientaliste, società civile e mondo produttivo, tutti presenti nella giornata di oggi: con questa visione sarà possibile arrivare a risultati tangibili per la salute dei mari e la vita dei cittadini”.

Il tour, della durata di tre settimane, toccherà il Conero, per il quale da tempo viene proposta la realizzazione di un’area marina protetta, alcune aree marine protette già esistenti (Torre del Cerrano, Isole Tremiti, Torre Guaceto), diverse zone colpite dall’inquinamento da plastica, come la foce del fiume Pescara, e altre aree soggette a impatti inquinanti o limitrofe a grandi centri urbani.

“Vogliamo svelare il lato nascosto dell’industria dei combustibili fossili, colpevole non solo dell'emergenza climatica che danneggia la biodiversità marina, ma anche di incrementare la produzione di plastica per perpetuare il suo business inquinante”, spiega Giuseppe Ungherese, responsabile campagna Inquinamento di Greenpeace Italia. “Con l’aiuto di gruppi di sub e di comitati locali, mostreremo l’impatto della plastica nel Mar Adriatico, mentre grazie alla collaborazione con gli istituti di ricerca coinvolti nella spedizione raccoglieremo evidenze scientifiche da fornire a enti e aziende per salvare i nostri mari”.

Dopo aver studiato il Tirreno negli scorsi anni, la spedizione “Difendiamo il mare” interesserà quest’anno l’Adriatico centro-meridionale, un mare poco studiato dalla comunità scientifica internazionale nonostante la sua importanza a fini turistici e commerciali. Per via della circolazione marina, caratterizzata da una sorta di grande vortice che fluisce in senso antiorario dai Balcani verso l’Italia, e degli importanti apporti fluviali (a partire da quelli del fiume Po), diversi studi stimano che l’inquinamento da plastica potrebbe essere particolarmente rilevante lungo il versante italiano, come mostra anche il rapporto Plastic Litter in the Adriatic Basin diffuso oggi da Greenpeace.

“La plastica che vediamo in mare è solo la punta dell’iceberg di quella presente, perché oltre il 95 per cento di questi materiali è sotto forma di microplastiche, particelle microscopiche, invisibili a occhio nudo, ingerite da tutti gli organismi marini e in grado di indurre effetti subdoli e spesso difficili da diagnosticare”, afferma Francesco Regoli, direttore del Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente. “La collaborazione con Greenpeace e con i ricercatori di IAS-CNR ci ha permesso negli anni scorsi di analizzare casi complessi, come gli effetti della Costa Concordia, della perdita delle ecoballe nel Golfo di Follonica o la situazione alla foce del fiume Sarno, per citarne solo alcuni. Quest’anno ci aspettiamo nuovi e importanti risultati sulla presenza delle plastiche in Adriatico anche grazie a nuovi strumenti e sistemi di analisi che contribuiranno a caratterizzare il rischio delle microplastiche in mare e ad aumentare la consapevolezza pubblica su questa minaccia.”



fonte: www.greenpeace.org



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Nuovi strumenti per la tutela dell’ambiente



Con lo sviluppo di tecniche di elaborazione basate su big data ed intelligenza artificiale è possibile sfruttare le nuove capacità di osservazione messe a disposizione del programma europeo Copernicus per monitorare gli ecosistemi naturali e supportare le azioni di tutela nei casi di crisi ambientale. Viene presentato un laboratorio d’eccezione per la sperimentazione dei metodi di sorveglianza ambientale con drone/satellite nella Tenuta Presidenziale di Castelporziano vicino Roma.
Ispra ha sviluppato un servizio che è in grado di caratterizzare la distribuzione delle risorse boschive italiane e monitorarne le variazioni nel tempo e i fenomeni di potenziale degrado ad opera di incendi e di consumo del suolo. Ne vengono illustrate le caratteristiche ed i risultati per il periodo 2019-2020. Sono infine descritti problemi e sperimentazioni orientate alla definizione di pratiche agricole sostenibili. Tutte le applicazioni presentate sono legate da una comune metodologia di analisi, dallo sviluppo di metodi e mezzi di lavoro tecnologicamente avanzati e dalla crescita di nuove figure professionali nel campo della protezione ambientale.

Qui il programma e altre informazioni.

fonte: www.snpambiente.it


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Mediterraneo e cambiamento climatico

 

Le Nazioni Unite, il 5 giugno, giornata mondiale dell'ambiente, hanno dato avvio ad un nuovo decennio per la salvaguardia della biodiversità, che, insieme ai cambiamenti climatici, rappresenta una delle più importanti sfide ambientali che dovremo affrontare nel prossimo futuro.

In occasione, invece, della giornata mondiale degli oceani, l'attenzione è stata puntata sul Mediterraneo e il cambiamento climatico. Da una parte, il WWF ha pubblicato un nuovo report dal titolo “ Gli effetti del cambiamento climatico nel Mediterraneo. Sei storie da un mare sempre più caldo”, dove mette in luce come il cambiamento climatico abbia già influenzato e alterato il "nostro mare", per alcuni versi in modo irreversibile; dall'altra, Enea ha presentato un innovativo modello per proiezioni climatiche ad alta risoluzione dell’area mediterranea, dal nome ENEA-RegESM, che è in grado di simulare le dinamiche atmosfera-oceano in relazione con i processi fisici e biologici che avvengono sulla superficie terrestre, come flussi di calore, assorbimento di CO2 da parte degli ecosistemi terrestri e ciclo idrologico.

Secondo Enea, il Mar Mediterraneo è un "sorvegliato speciale". Da un punto di vista atmosferico, la regione mediterranea è una zona di transizione compresa tra la fascia temperata e quella tropicale caratterizzata da basse precipitazioni totali annue; durante l’inverno, la pioggia è portata dai venti occidentali, mentre le estati secche e calde dipendono dall’influenza innescata dal monsone indiano.

Conformazione del territorio, natura frastagliata delle aree costiere con un numero considerevole di isole e stretti e variabilità dell’orografia delle aree continentali interne rendono il bacino del Mediterraneo una regione particolarmente complessa.

Le temperature delle acque del Mediterraneo stanno aumentando il 20% più velocemente rispetto alla media globale, questo comporta gravi conseguenze, destinate ad aumentare nei prossimi decenni; se non verrà fatto nulla, assisteremo all’aumento del livello del mare che potrebbe superare il metro entro il 2100, con impatti su un terzo della popolazione che vive in questa regione.

Il WWF, nel suo nuovo report, evidenzia come siano necessarie azioni urgenti e significative, sia per ridurre ulteriori emissioni di gas serra, sia per adattarsi alle nuove condizioni con un mare sempre più caldo, pur consapevoli che non esiste un modo veloce per sconfiggere il cambiamento climatico. Infatti anche con un’azione globale immediata di riduzione delle emissioni di gas serra, le temperature probabilmente continuerebbero ad aumentare per decenni, quindi quello che dobbiamo fare è aumentare la resilienza e proteggere e ripristinare le risorse naturali del Mar Mediterraneo.

Nel report si sottolinea come sia in atto un'allarmante perdita di biodiversità marina, la fauna marina, sottoposta a enormi pressioni, sta diminuendo a causa di inquinamento, sviluppo costiero, eutrofizzazione, traffico marittimo, produzione di energia e altre attività antropiche. A questo si aggiunge una presenza sempre maggiore di specie non autoctone, nel Mediterraneo, si registrano 1.000 specie animali aliene tipiche dei mari tropicali, la cui sopravvivenza e diffusione, soprattutto verso nord e ovest del bacino, è favorita dall’aumento della temperatura media dell’acqua dovuta ai cambiamenti climatici.

Al tempo stesso, il cambiamento del clima comporta lo spostamento di alcune specie native, che stanno muovendo i propri areali verso nord per seguire le acque più fredde, mentre altre specie endemiche sono state spinte sull’orlo dell’estinzione.

Tutto questo determina
un'alterazione degli equilibri tra specie, come è evidente con la proliferazione di meduse, che affligge pescatori e turisti
l’emergere di nuovi patogeni
l’aumento di fenomeni atmosferici estremi, che sta devastando habitat marini fragili come quelli della Posidonia e i fondali corallini.

Per approfondimenti leggi: “Gli effetti del cambiamento climatico nel Mediterraneo. Sei storie da un mare sempre più caldo”

fonte: www.arpat.toscana.it


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Ecosistemi in Costituzione

La Commissione affari costituzionali ha varato una sorprendente proposta di modifica di due fondamentali articoli della Costituzione dedicati alla tutela della biodiversità, degli ecosistemi e degli animali. Se la proposta dovesse passare, sarebbe la prima volta che il Parlamento propone di modificare la prima parte – quella dei principi – della Carta del ‘48. Segno evidente di una maturata sensibilità in tema ambientale, emersa e coltivata dal basso. «L’iter, comunque, sarà lungo… – aggiunge Paolo Cacciari – C’è da rallegrarsi anche del non accoglimento da parte della maggioranza della Commissione affari costituzionali del Senato della proposta, più volte caldeggiata dal neoministro Enrico Giovannini, di introdurre in Costituzione l’ambiguo sintagma dello “sviluppo sostenibile”, che avrebbe concesso una dignità persino costituzionale alle discutibili pratiche della green economy…»




Una inaspettata buona notizia viene dal Senato. La Commissione affari costituzionali ha varato una proposta di modifica di due fondamentali articoli della Costituzione che regolano i diritti e i beni fondamentali della Repubblica. L’Articolo 9 viene modificato con una aggiunta di due commi finali (che qui evidenziamo scrivendoli in corsivo): “La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione. Tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. La legge dello Stato disciplina i modi e le forme di tutela degli animali”. Altre due integrazioni all’Articolo 41: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana, alla salute, all’ambiente. La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali”.

Se la proposta dovesse passare in aula al Senato, sarebbe la prima volta che il Parlamento propone di modificare la prima parte – quella dei principi – della Carta del ‘48. Segno evidente di una maturata sensibilità in tema ambientale che ha raggiunto i vertici delle istituzioni. L’iter, comunque, sarà lungo (doppia lettura in Camera e Senato, eventuale referendum confermativo) e alcune forze politiche (tra cui la Lega) hanno già il mal di pancia.

É ben vero che l’inserimento della tutela della salute potrebbe apparire pleonastico (l’Articolo 32 esiste già) e che gli orientamenti della Corte costituzione includono già la tutela dell’ambiente naturale all’interno del più ampio significato di “paesaggio”. Ma non sempre è facile per i movimenti ecologisti raggiungere in giudizio la Suprema corte e non sempre si sono ottenuti pronunciamenti favorevoli. Il nuovo articolato, quindi, rafforza il principio della tutela degli ecosistemi naturali riconoscendone esplicitamente il loro valore fondamentale per il bene comune del paese. E ciò non può che fare piacere, poiché incoraggia a promuovere una legislazione ambientale più avanzata in un paese massacrato da una industrializzazione e da una urbanizzazione scellerata. Così come fa molto piacere il riconoscimento degli animali non umani e quello delle generazioni future. Non sono quindi solo gli aventi diritto al voto i “sovrani” al potere, ma anche tutti gli esseri viventi, presenti e futuri, con cui va condiviso il mondo.

C’è da rallegrarsi anche del non accoglimento da parte della maggioranza della Commissione affari costituzionali del Senato della proposta, più volte caldeggiata dal neoministro Enrico Giovannini e dalla sua associazione ASviS, di introdurre in Costituzione l’ambiguo sintagma dello “sviluppo sostenibile”, che avrebbe concesso una dignità persino costituzionale alle discutibili pratiche della green economy. Un grazie, doveroso, alla senatrice Loredana De Petris che da qualche decennio ha insistito per adeguare la Carta del ’48 alle nuove evidenze e responsabilità ecologiche.

Ci si potrebbe invece rammaricare del mancato esplicito riconoscimento legale dei Rights of Nature. “Il movimento per i diritti della natura sta crescendo – scrive il Right-of-Rivers-Report, redatto da diversi istituti di ricerca: Cyrus R. Vance Center for International Justice, Earth Law Centere International Rivers – È guidato da popoli indigeni, società civile, esperti legali, e giovani, che chiedono una riforma sistemica del nostro modo di rapportarci con la natura”. La Natura viene intesa come soggetto dotato di “personalità giuridica” (esattamente come lo è un ente economico o una società di persone) portatore di diritti ad esistere, evolvere e prosperare. Diritti che possono essere difesi in tribunale tramite organismi di tutela (amministratori, piuttosto che proprietari) composti da gruppi di persone o da enti che hanno questo obbligo legale. Il salto logico e filosofico, etico e politico è evidente. Si tratta di passare dal diritto degli umani ad avere un ambiente salubre, al diritto della natura, in quanto tale, a rigenerarsi. Un passaggio di approccio dall’antropocentrismo all’ecocentrismo.

Esistono ormai esperienze di “costituzionalizzazione” dei diritti di particolari ecosistemi (bacini fluviali, laghi, foreste, montagne…) in molte parti del mondo. Non solo in Sua America (con Ecuador e Bolivia apripista), ma in vari paesi dell’Oceania, in Asia (India, Bangladesh e Filippine), Nord e Centro America (Stati Uniti Stati Uniti, Costa Rica e Messico) e Africa (Uganda). Certo, la giurisprudenza dei diritti della natura è ancora agli inizi, ma è sicuro che solo se i nostri “stati di diritto” sapranno compiere questo salto culturale epocale inclusivo degli animali non umani e del vivente in generale (come lo è stato con l’abolizione della schiavitù o con i diritti politici delle donne) sarà possibile preservare i cicli vitali del pianeta dalla “macro criminalità di sistema”, per usare le parole di Luigi Ferrajoli, e pensare a una vera Costituzione della Terra (www.costituenteterra.it).

fonte: comune-info.net

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