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Codice rosso per i ghiacciai italiani: in 30 anni ridotta del 70% la massa glaciale dei ghiacciai alpini

Torna la Carovana dei ghiacciai di Legambiente e Comitato Glaciologico Italiano per monitorare lo stato di salute dei ghiacciai alpini e del Calderone




Legambiente e il Comitato Glaciologico Italiano (CGI) denunciano che è ormai «Codice rosso per i ghiacciai italiani minacciati sempre più dalla crisi climatica. Entro la fine del secolo la maggior parte di essi, secondo studi scientifici, potrebbe scomparire ed entro il 2050 quelli al di sotto dei 3.500 metri saranno destinati molto probabilmente alla stessa sorte. Le temperature medie degli ultimi 15 anni non ne permettono la sopravvivenza».

Nell’ultimo secolo i ghiacciai alpini hanno perso il 50% della loro area. Di questo 50%, il 70% è sparito negli ultimi 30 anni. Preoccupa anche lo stato di salute del Calderone, un ghiacciaio appenninico quasi del tutto scomparso e declassato a “glacionevato”, cioè un accumulo di ghiaccio di ridotta superficie, di limitato spessore e senza un moto di deflusso verso valle del ghiaccio. La campagna glaciologica 2020, coordinata dal CGI, ha confermato «La tendenza trentennale di marcata contrazione delle masse glaciali del nostro paese. Una tendenza che appare in accelerazione negli ultimi 15 anni, seppure con modalità e velocità differenziate nei vari settori alpini monitorati». Altro aspetto che emerge riguarda la frammentazione dei ghiacciai. In seguito alla deglaciazione i ghiacciai si stanno frammentando da un corpo glaciale in più parti separate.

Cigno Verde e CGI sono pronti a partire con la seconda edizione della Carovana dei ghiacciai, la campagna itinerante che dal 23 agosto al 13 settembre monitorerà lo stato di salute di 13 ghiacciai alpini e del glacionevato del Calderone, nel massiccio del Gran Sasso. Legambiente spiega che «Si partirà con i ghiacciai dell’Adamello (Lombardia e Trentino) per proseguire in Alto Adige con quelli della Val Martello nel Parco dello Stelvio e quindi il ghiacciaio del Canin in Friuli Venezia Giulia. Si scenderà poi sull’Appennino, per osservare il glacionevato del Calderone, in Abruzzo, tra i più meridionali d’Europa per poi risalire nel nord-ovest alpino con i ghiacciai del massiccio del Gran Paradiso (Piemonte e Valle D’Aosta) e concludere la campagna il 13 settembre presso il Forte di Bard (AO)».

La campagna è stata inserita nella piattaforma All4Climate – Italy che raccoglie tutti gli eventi dedicati alla lotta contro i cambiamenti climatici che si svolgeranno quest’anno in vista della COP26 di Glasgow. Durante ogni tappa, Legambiente e CGI realizzeranno monitoraggi scientifici ad alta quota per osservare le variazioni storiche dei ghiacciai e le trasformazioni glaciali. Il CGI, principale riferimento in Italia per gli studi dell’ambiente glaciale e partner scientifico della Carovana dei ghiacciai, condividerà le sue esperienze di ricerca ed un patrimonio di dati secolare custodito nell’archivio del Comitato all’università degli studi di Torino. Marco Giardino, segretario del Comitato Glaciologico Italiano, ricorda che «Sin dal 1911, il CGI promuove e coordina campagne glaciologiche annuali, e grazie al lavoro di operatori glaciologici volontari e ad un protocollo scientifico stabilito dal Comitato è stato possibile documentare storicamente lo stato dei ghiacciai italiani e quantificare le fluttuazioni delle fronti glaciali per più di un secolo. Un patrimonio di conoscenze indispensabile anche per disegnare anno dopo anno gli scenari futuri dell’ambiente d’alta quota nel nostro Paese».

Le due organizzazioni sottolineano che «Il monitoraggio in questione, oltre a permettere di documentare l’impatto della crisi climatica, consentirà anche valutarne gli effetti sul territorio. La deglaciazione, infatti, coinvolge il deflusso delle acque e il suo stoccaggio così come gli ecosistemi alpini nella loro globalità. Già adesso si osservano i primi effetti concreti su acqua potabile, raccolti, irrigazione, servizi igienico-sanitari, energia idroelettrica e stazioni sciistiche».

Di tappa in tappa, nel corso della Carovana dei ghiacciai verranno organizzati anche incontri, mostre, escursioni per conoscere il territorio montano. Come lo scorso anno, sarà anche previsto uno speciale momento di raduno, il “saluto al ghiacciaio”. Gli eventi al chiuso (convegni e conferenza) saranno a numero programmato, si potrà partecipare iscrivendosi per tempo consultando le tappe su https://www.legambiente.it/campagna/carovana-dei-ghiacciai/

Giorgio Zampetti, direttore generale di Legambiente, evidenzia che «Mentre l’Italia brucia soffocata da una grave emergenza incendi, i ghiacciai delle nostre montagne continuano a soffrire. Tutto ciò accade in un’estate caratterizzata sempre più da eventi estremi. Per comprendere meglio le cause e gli effetti di una tendenza apparentemente irreversibile anche quest’anno Legambiente monitorerà l’ambiente montano insieme al Comitato Glaciologico con la Carovana dei ghiacciai, una campagna che ha la capacità di raccontare in maniera tangibile gli effetti della crisi climatica sul territorio a partire proprio dai ghiacciai, indicatori sensibilissimi del cambiamento climatico».

Vanda Bonardo, responsabile nazionale Alpi di Legambiente e coordinatrice della campagna, aggiunge: «La stessa IPCC, l’Intergovernmental Panel on Climate Change, che recentemente ha denunciato l’intensificazione e l’irreversibilità degli effetti dei cambiamenti climatici elenca le Alpi tra le aree strategiche più importanti in cui è fondamentale acquisire dati per elaborare strategie di adattamento. Strategie sulle quali Legambiente da anni sta riflettendo chiedendo che vengano messe in campo misure e politiche ambiziose così come su quelle della mitigazione sul clima per arrivare a emissioni nette pari a zero al 2040, in coerenza con l’Accordo di Parigi».

La prima tappa di Carovana dei Ghiacciai, che rientra nella campagna ChangeClimateChange, sarà sui ghiacciai dell’Adamello (Lombardia e Trentino) dal 23 al 25 agosto. Il 23 agosto ci sarà dalle ore 17.00 alle 19.00 la conferenza “Il futuro dei ghiacciai dell’Adamello” presso il Musil di Cedegolo (Bs), moderata Vanda Bonardo, responsabile Alpi Legambiente, e che vedrà intervenire Valter Maggi, vicepresidente Comitato Glaciologico Italiano; Marco Giardino, segretario Comitato Glaciologico Italiano; Carlo Baroni, coordinatore Alpi Centrali Comitato Glaciologico Italiano; Franco Capitanio, Consigliere Centrale CAI; Guido Calvi, direttore del Parco dell’Adamello; Amerigo Lendvai, Servizio Glaciologico Lombardo. Martedì 24 agosto ci sarà l’escursione al ghiacciaio dell’Adamello e a seguire Flash Mob Change Climate Change, momento dedicato al silenzioso e prezioso lavoro che svolgono i ghiacciai. Riflessioni, brani e poesie a cura di Paola Turroni. Mercoledì 25 agosto ore 10.30 la conferenza stampa – Sala dell’Unione dei Comuni Ponte di Legno (Bs).

Il viaggio della Carovana dei ghiacciai si potrà seguire anche sulla pagina facebook di Legambiente Alpi dove verranno postate news, foto, video, interviste. Hashtag della campagna: #Carovanadeighiacciai #Changeclimatechange. Tutte le iniziative saranno organizzate nel rispetto dei protocolli Covid.

fonte: www.greenreport.it



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Quanto sono protetti la terra e il mare europei?


















L'Unione europea (UE) ha la più grande rete coordinata di aree protette al mondo, nota come Natura 2000 e costituita da circa 27.000 siti terrestri e marini.

Nel 2019, quasi 764.000 km2 della superficie terrestre dei 27 Stati membri dell'UE sono stati designati per la conservazione della biodiversità come siti Natura 2000, proposti ai sensi della direttiva Habitat e della direttiva Uccelli (noti come "Direttive sulla natura"). Ciò rappresenta quasi un quinto (18%) della superficie terrestre totale dell'UE.

Nel 2019 i siti Natura rappresentavano il 20% o più della superficie totale in 12 dei 27 Stati membri dell'UE, con le quote più elevate registrate nella penisola balcanica: Slovenia (38%, o 7.700 km2), Croazia (37%, o 20.700 km2) e Bulgaria (35%, o 38.700 km2).

Al contrario, le quote più basse di aree protette sono state osservate in Danimarca (8%, o 3.600 km2), Svezia (12%, o 55 600 km2) e Lettonia (12%, o 7 400 km2).



Nel 2019, oltre 440.000 km2 delle acque marine dell'UE sono state protette come aree marine Natura 2000. Ciò rappresenta un aumento del 5% rispetto al 2018 e quasi un aumento del 150% rispetto al 2013.



L'identificazione di aree di valore da proteggere è molto più impegnativa nei mari che sulla terra. Questo è uno dei motivi per cui la designazione dei siti marini Natura 2000 è meno avanzata, rispetto ai siti terrestri Natura 2000, e osserviamo ancora grandi progressi di anno in anno negli Stati membri dell'UE.

Tra il 2018 e il 2019, gli aumenti più elevati sono stati registrati a Cipro (oltre il 6.300%, o 8.300 km2), Italia (76%, o 5.200 km2), Portogallo (12%, o 4.400 km2), Croazia (5 %; 300 km2) e Francia (2% o 3.100 km2).

In termini assoluti, la più grande rete nazionale di aree marine Natura 2000 si trova nelle acque costiere intorno alla Francia (132.689 km2). Insieme alla seconda più grande rete nazionale - in Spagna (84.405 km2) - rappresentano quasi la metà (49%) dell'area marina protetta dell'UE.



fonte: http://www.arpat.toscana.it



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Terre incontaminate: bisogna aumentare l’estensione delle aree protette

Le aree incontaminate occupano ancora una vasta parte del pianeta. Tuttavia, la loro frammentazione, dovuta alla presenza di ostacoli morfologici e antropici, mette a rischio gli ecosistemi




Circa la metà della superficie terrestre non coperta dai ghiacci rimane relativamente selvaggia, anche se molte di queste terre incontaminate risultano frammentate in piccole porzioni isolate e, per questo motivo, in grave pericolo. 

A suggerirlo sono i risultati dell’enorme inventario compilato dal 2017 al 2018 dalla National Geographic Society e pubblicato  a inizio ottobre. Lo studio conclude che, nonostante i danni ambientali diffusi causati dallo sviluppo umano (insediamenti urbani e coltivazioni in primis), esiste ancora la possibilità di proteggere le terre incontaminate o rimaste relativamente selvagge. “Non è troppo tardi per puntare in alto“, ha detto Andrew Jacobson, professore di sistemi di informazione geografica al Catawba College nella Carolina del Nord e autore principale dello studio.


Jacobson ha guidato un team di ricercatori utilizzando tecniche di mappatura satellitare per misurare gli impatti umani in tutto il mondo e identificare le aree con la più bassa concentrazione umana. La maggior parte di queste aree si trovano oggi nelle remote foreste boreali del Canada settentrionale e della Russia, lungo gli altopiani dell’Asia centrale, in particolare in Tibet e Mongolia, nei deserti del Nord Africa e dell’Australia e nelle foreste pluviali tropicali del bacino amazzonico. “È una buona notizia per il pianeta: i risultati suggeriscono che circa la metà della terra non ghiacciata è ancora relativamente vergine dall’attività umana, il che lascia aperta la possibilità di espandere la rete globale di aree protette e costruire habitat più grandi e tra loro collegati”, ha aggiunto Jacobson.
Lo studio si è infatti concentrato non solo sulla posizione geografica delle aree a basso impatto umano, ma anche sulle loro dimensioni e forme. In questo caso, i risultati sono stati meno rassicuranti, dimostrando al contrario che molte terre incontaminate risultano frammentate in piccoli pezzi isolati e tra loro separati sia da caratteristiche morfologiche naturali (come corsi d’acqua o rilievi montuosi) che da opere umane, come strade, coltivazioni ed insediamenti. “La metà delle zone in foreste temperate, foreste tropicali secche o foreste di conifere tropicali, ha spiegato Jason Riggio, scienziato della conservazione presso la UC Davis e coautore del rapporto “erano a meno di un miglio da insediamenti umani”.

La frammentazione delle aree selvagge e, soprattutto, la loro estrema vicinanza agli insediamenti sono il principale pericolo per gli ecosistemi: “se vogliamo raggiungere gli obiettivi climatici globali e gli obiettivi di sviluppo sostenibile evitando una crisi di estinzione globale, dobbiamo incoraggiare una maggiore protezione degli ecosistemi”, ha detto Jonathan Baillie, vicepresidente esecutivo e capo scienziato della National Geographic Society.
Questo rapporto ha concluso Jacobson mostra che è tardi ma che c’è ancora del tempo. Possiamo ancora notevolmente aumentare l’estensione delle aree protette ma dobbiamo agire rapidamente. Le pressioni stanno aumentando e la perdita e la frammentazione dell’habitat stanno rapidamente erodendo gli ecosistemi e la biodiversità in essi contenuta”. 

fonte: www.rinnovabili.it

Greenpeace, si può tutelare 1/3 degli oceani entro il 2030

Studio, con una rete di aree protette. Appello ai governi



Tutelare con una rete di aree protette oltre un terzo degli oceani del Pianeta entro il 2030 è possibile e salvaguarderebbe l'intero spettro della vita marina. Lo afferma Greenpeace che pubblica uno studio scientifico "mentre i governi di tutto il mondo sono riuniti alle Nazioni Unite per negoziare un accordo storico per la tutela degli oceani", spiega l'ong auspicando una riforma delle regole di gestione delle aree d'alto mare.

"I negoziati in corso potrebbero aprire la strada per la protezione di 230 milioni chilometri quadrati di mare, al di fuori della giurisdizione degli Stati costieri" aggiunge Greenpeace precisando che nel rapporto "30x30: Un piano per la tutela degli oceani" i ricercatori dell'Università di York e di Oxford "hanno scomposto gli oceani in 25 mila quadrati di 100 chilometri di lato e poi hanno mappato la distribuzione di 458 diversi indicatori, tra cui fauna selvatica, habitat e principali caratteristiche oceanografiche, generando centinaia di scenari di quella che potrebbe essere una rete di Santuari marini d'Alto mare su scala planetaria, libera da attività umane dannose, con il minimo impatto socio-economico".

Callum Roberts, biologo marino presso l'Università di York, rileva che "è drammatica la velocità con cui le zone d'Alto mare stanno perdendo le loro specie più iconiche, perdite eccezionali di uccelli marini, tartarughe, squali e mammiferi sono la conseguenza di un sistema di governance sbagliato, a cui i governi riuniti alle Nazioni Unite devono porre rimedio subito".

Nel rilevare che "dai cambiamenti climatici, alla pesca eccessiva e all'inquinamento, i nostri oceani sono in pericolo", Sandra Schoettner della campagna Oceani internazionale di Greenpeace spiega che si tratta di una "catena di protezione coerente e interconnessa che comprende punti chiave per la fauna selvatica, corridoi migratori ed ecosistemi critici".

(ANSA).

30 Comuni italiani nella Rete Europea delle Città Libere dai Pesticidi

Realtà di tutta la Penisola italiana hanno deciso di aderire al Pesticide Action Network (Pan) Europe per diminuire o eliminare del tutto l’uso dei pesticidi.

















Trenta Comuni italiani fanno parte del Pesticide Action Network Europe, la Rete Europea delle Città Libere dai Pesticidi nata in Italia a novembre scorso con lo scopo di diffondere le buone pratiche riguardo l’uso dei pesticidi, riducendo al minimo l’uso di queste sostanze chimiche e promuovendo quelle alternative, sostenibili, naturali ed ecologiche. Il Pesticide Action Network è stato fondato nel 1982 e comprende oltre 600 organizzazioni non governative, ed istituzioni in oltre 60 paesi in tutto il mondo. “L’obiettivo principale del network – ha spiegato su Repubblica Michela Bilotta, coordinatrice per l’Italia di Pan Europe – è quello di creare una massa critica di Comuni europei che decidono di vietare l’utilizzo dei pesticidi chimici nelle aree verdi destinate alla popolazione. Si tratta di parchi, campi sportivi, marciapiedi, aiuole: tutti luoghi a uso e consumo dei cittadini. Non imponiamo un unico metodo alternativo all’impiego di sostanze chimiche. Alcuni Comuni hanno optato per il diserbo manuale, altri per il pirodiserbo. Altre città ancora utilizzano quali diserbanti naturali l’aceto o l’acido pelargonico. Richiedono forse maggiore manodopera e più tempo, ma i benefici a livello di sostenibilità ambientale sono enormi”.

Occhiobello, in provincia di Rovigo, è stato il primo Comune italiano ad aderire alla Rete Europea delle Città Libere dai Pesticidi, seguito da Belluno, Varese, Ragusa, Bolzano. Proprio lo scorso aprile è nata la partnership con l’Associazione Borghi Autentici d’Italia che ha portato all’inclusione nella Rete Europea delle Città Libere dai Pesticidi di altri 15 Comuni: Melpignano, Aggius, Cassano delle Murge, Copertino, Fallo, Galatone, Matino, Miglierina, Salve, Sorradile, Roseto Capo Spulico, Acquaviva delle Fonti, Biccari, Montesegale, Aradeo. Le città che decidono di aderire alla Rete devono firmare un protocollo in modo che i risultati conseguiti possano essere utilizzati anche per sostenere ulteriori adesioni a livello nazionale ed europeo. Si va da chi sta facendo sforzi per bandire i pesticidi dal proprio territorio a chi ha già eliminato l’uso di queste sostanze chimiche ma vuole vietarlo anche in aree agricole o vuole estendere le buone pratiche all’agricoltura biologica nel proprio territorio.

Un gesto che dimostra come in Italia molti Comuni stiano perseguendo la strada di una politica ambientale sostenibile, che abbia come obiettivo la protezione della salute dei propri cittadini e la biodiversità del proprio territorio. E chissà che il divieto arrivato proprio pochi giorni fa dalla Commissione europea circa l’uso dei pesticidi neonicotinoidi, tra i principali responsabili della scomparsa delle api, non porti altre città ad intraprendere questo percorso di sostenibilità. Tra gli obiettivi della Rete Europea delle Città Libere dai Pesticidi c’è riunire una massa critica di città impegnate ad eliminare l’uso dei pesticidi e fornire una piattaforma europea all’interno della quale condividere esperienze, pratiche e conoscenze, ricevendo un supporto reciproco.

fonte: www.rinnovabili.it

Plastica in mare, il Great Pacific Garbage è più grande e sta crescendo rapidamente

Contiene fino a 16 volte più plastica di quanto precedentemente stimato, con livelli di inquinamento in aumento esponenziale






















Secondo lo studio “Evidence that the Great Pacific Garbage Patch is rapidly accumulating plastic” appena pubblicato su Scientific Reports da un team di The Ocean Cleanup Foundation e di esperti internazionali, attualmente nell’area di oceano nota come Great Pacific Garbage Patch galleggiano 1.800 miliardi di pezzi di plastica che in tutto pesano 80.000 tonnellate e la situazione «sta rapidamente peggiorando». Sono in sintesi  risultati di un lavoro durato tre anni condotto da un team internazionale di scienziati di The Ocean Cleanup Foundation, 6  università e una compagnia di sensori aerei.


A The Ocean Cleanup spiegano che «Il Great Pacific Garbage Patch (Gpgp), situato a metà strada tra le Hawaii e la California, è la più grande zona di accumulo per la plastica oceanica sulla Terra», ma ce ne sono altre di grosse dimensioni nell’Oceano Pacifico meridionale, a Nord e a Sud dell’Atlantico e nell’Oceano Indiano e “vortici di plastica molto densi non mancano nemmeno nel Mediterraneo, a cominciare da quello tra Corsica, Elba e Capraia.


Per cercare di quantificare il problema, di solito i ricercatori utilizzano reti a maglie fini, in genere di dimensioni inferiori a un metro, ma il team di The Ocean Cleanup Foundation fa notare che «Tuttavia, questo metodo produce un’elevata incertezza a causa della piccola superficie coperta. Inoltre, questi metodi non sono in grado di misurare l’entità del problema nella sua massima estensione, poiché tutte le reti di campionamento, piccole e grandi, non sono state in grado di acquisire oggetti più grandi della dimensione della rete».


Per analizzare la vera dimensione e consistenza del Gpgp, il team ha attuato il campionamento più completo del Gpgp mai fatto finora  attraversando l’enorme area dove si accumulano i rifiuti marini contemporaneamente con 30 navi, appoggiate da aeromobili. Sebbene la maggior parte delle navi fosse equipaggiata con reti di campionamento superficiali standard, la nave madre della flotta, la RV Ocean Starr, trainava due dispositivi di sei metri di larghezza, consentendo al team di campionare oggetti di dimensioni medio-grandi. Per aumentare la superficie esaminata e quantificare i pezzi di plastica più grandi – oggetti che comprendono reti da pesca abbandonate lunghe diversi metri – un aereo Hercules o C-130 è stato dotato di sensori avanzati per raccogliere immagini multispettrali e scansioni 3D dei rifiuti oceanici. In totale la flotta ha raccolto 1,2 milioni di campioni di plastica, mentre i sensori aerei hanno scansionato oltre 300 km2 di superficie oceanica.


I risultati, pubblicati su Scientific Reports , rivelano che «il GPGP, definito come un’area con più di 10 kg di plastica per km2, misura 1,6 milioni di Km2, tre volte la dimensione della Francia continentale. Accumulati in questa zona ci sono 1,8 trilioni di pezzi di plastica, del peso di 80.000 tonnellate, l’equivalente di 500 Jumbo Jets. Queste cifre sono da 4 a 16 volte superiori rispetto alle stime precedenti. Il 92% della massa è rappresentato da oggetti più grandi; mentre solo l’8% della massa è rappresentato da microplastiche, definite come pezzi di dimensioni inferiori a 5 mm».


Julia Reisser di The Ocean Cleanup Foundation, la scienziata che ha guidato la spedizione, spiega: «Siamo rimasti sorpresi dalla quantità di grandi oggetti di plastica che abbiamo incontrato. Pensavamo che la maggior parte dei detriti fosse costituita da piccoli frammenti, ma questa nuova analisi getta una nuova luce sulla portata dei detriti».
Infatti, confrontando la quantità di microplastiche con le misurazioni storiche del Gpcp, il team ha scoperto che i livelli di inquinamento da plastica all’interno del vortice  sono cresciuti in modo esponenziale dall’inizio delle misurazioni negli anni ’70.  Il principale autore dello studio, Laurent Lebreton di The Ocean Cleanup Foundation, evidenzia: «Sebbene non sia ancora possibile trarre conclusioni definitive sulla persistenza dell’inquinamento da plastica nel Gpgp, questo tasso di accumulo di plastiche all’interno del Gpgp, che era maggiore rispetto alle acque circostanti, indica che l’afflusso di plastica nel patch continua a superare il deflusso».


Il  Gpgp si sta muovendo molto più di quanto ci si aspettasse e probabilmengte la plastica trascinata in mare dallo tsunami verificatosi dopo il terremoto del Giappone del 2011 – lo stesso che ha provato il disastro nucleare di Fukushima Daiichi – potrebbero rappresentare fino al 20% di quella accumulatasi negli ultimi anni nel Great Pacific Garbage Patch.
Un altro autore dello studio, il fondatore di The Ocean Cleanup Boyan Slat, ha elaborato i risultati per eventuali progetti di bonifica evidenzia: «Per essere in grado di risolvere un problema, crediamo sia essenziale capirlo prima. Questi risultati ci forniscono dati chiave per sviluppare e testare la nostra tecnologia di pulizia, ma sottolineano anche l’urgenza di affrontare il problema dell’inquinamento della plastica. Poiché i risultati indicano che la quantità di microplastiche pericolose è destinata ad aumentare di oltre dieci volte se lasciata a frammentarsi, il momento di iniziare è ora».
Lebreton  conclude: «Il messaggio dello studio è chiaro: ci riporta a come utilizziamo la plastica. Non bisogna abbandonare la plastica – a mio parere è molto utile, in medicina, nei trasporti e nelle costruzioni – ma penso che dobbiamo cambiare l modo in cui usiamo la plastica, in particolare in termini di plastica monouso e di quegli oggetti che ha una durata di vita utile molto breve».

fonte: www.greenreport.it

Verso un pianeta libero dall’inquinamento

La dichiarazione ministeriale adottata dall’United Nations Environment Assembly dell’United Nations environment programme a Nairobi


























Noi, Ministri dell’ambiente di tutto il mondo, pensiamo che tutti dobbiamo poter vivere in un ambiante sano. Ogni minaccia contro il nostro ambiente costituisce una minaccia per la nostra salute, la nostra società, le nostre economie, la nostra sicurezza, il nostro benessere e la nostra stessa sopravvivenza. Questa minaccià incombe già su di noi : l’inquinamento costa la vita ogni anno a milioni di persone.
Ci siamo riuniti in occasione della terza sessione dell’United  Nations Environment Assembly per operare a favore di un pianeta senza inquinamento, in collaborazione  con delle personalità politiche e scientifiche così come con dei leader del settore privato e della società civile.
Riaffermiamo che l’azione che conduciamo contro l’inquinamenti deve continuare ad essere guidata dai Pruncipi di Rio sull’ambiente e lo sviluppo.




fonte: www.greenreport.it