Visualizzazione post con etichetta #TheOceanCleanup. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta #TheOceanCleanup. Mostra tutti i post

Il 27 Novembre di Reborn Ideas sarà nuovamente Green Friday

Per il secondo anno consecutivo, Reborn Ideas porterà avanti il Green Friday, la risposta sostenibile al Black Friday e donerà il 20% dei profitti a The Ocean Cleanup


Cos’è il Green Friday

Per contrastare il consumismo eccessivo e gli sprechi legati alla ricorrenza del Black Friday, nel 2017 nasce in Francia il Green Friday per merito dell’associazione di imprese Envie.

L’obiettivo dell’iniziativa è educare a un consumo più responsabile ricordando alle persone che ogni acquisto ha un impatto e che esistono alternative alle logiche commerciali tradizionali.


Il Green Friday non prevede sconti che incentivano all’acquisto eccessivo, ma fin dall’inizio dell’iniziativa ogni azienda che prende parte a questo progetto dona una parte del proprio ricavato a enti che lavorano nel nome della sostenibilità e a favore dell’ambiente.

REBORN IDEAS

Quest’anno, per il secondo anno consecutivo, Reborn Ideas aderisce all’iniziativa e donerà il 20% del ricavato di ogni vendita realizzata dal 27 ottobre al 27 novembre, giorno del vero Black Friday, a The Ocean Cleanup, una fondazione impegnata nello sviluppo di tecnologie in grado di rimuovere la plastica dagli oceani.


Reborn Ideas è la prima social commerce community di prodotti realizzati secondo i principi dell’upcycling, recycling e del riciclo creativo.

Una piattaforma che vuole essere punto di incontro tra i produttori e i consumatori consapevoli, con un’offerta di prodotti che varia dall’abbigliamento all’arredamento, passando per gli accessori.


Tutti i prodotti a cui viene data visibilità su www.rebornideas.com si caratterizzano per la grande originalità e unicità e soprattutto sono prodotti che rappresentano una storia.


«Con il nostro Green Friday – spiega Maurizio Mazzanti, co-founder di Reborn Ideas – vogliamo trasmettere ai consumatori un ulteriore stimolo a creare community: donare il 20% del ricavato delle vendite significa condividere obiettivi insieme, contribuendo al tempo stesso a una causa importante come la riduzione dell’inquinamento delle acque. Lo scorso anno abbiamo aderito all’iniziativa e quest’anno abbiamo deciso di allungarne il periodo per poter dare un contributo di visibilità ed economico ancora più importante».

fonte: www.economia-circolare.info


#RifiutiZeroUmbria - Sostienici nelle nostre iniziative, anche con un piccolo contributo su questo IBAN IT 44 Q 03599 01899 050188531897Grazie!

=> Seguici su Twitter - https://twitter.com/Cru_Rz
=> Seguici su Telegram - http://t.me/RifiutiZeroUmbria

Plastica in mare: le tecnologie per raccoglierla non funzionano o sono poco efficaci

Non è così che si risolverà il problema del marine litter e della sua eredità a lungo termine



Il nuovo studio “The long-term legacy of plastic mass production”, pubblicato su Science of the Total Environment da un team di ricercatori del Leibniz-Zentrum für Marine Tropenforschung (ZMT), università di Exeter, Leibniz-Institut für Zoo-und Wildtierforschung (IZW), università Jacobs di Brema e Making Oceans Plastic Free, dimostra che «I dispositivi per la pulizia che raccolgono i rifiuti dalla superficie dell’oceano non risolveranno il problema dell’inquinamento da plastica».

I ricercatori tedeschi e britannici hanno confrontato le stime dei rifiuti di plastica attuali e future con la capacità dei dispositivi di pulizia galleggianti di raccoglierli e hanno scoperto che l’impatto di tali dispositivi è «molto modesto», ma – al contrario di alcuni esperti – dicono che «Le barriere fluviali potrebbero essere più efficaci e, sebbene non abbiano alcun impatto sulla plastica già negli oceani, potrebbero ridurre l’inquinamento in modo significativo se utilizzato in combinazione con la tecnologia di pulizia di superficie.

Visto che, a seconda delle dimensioni e della posizione, i rifiuti affondati sono difficili o impossibili da rimuovere, lo studio si concentra sulla plastica galleggiante e gli autori stimano che la quantità di plastica raggiungerà il picco nel 2029 e che entro il 2052 la plastica sulla superficie oceanica arriverà a più di 860.000 tonnellate, più del doppio delle attuali 399.000 tonnellate stimate, mentre una ricerca precedente suggeriva che il tasso di inquinamento da plastica prevede che a quel tempo si potrebbe arrivare allo zero inquinamento.

Uno degli autori dello studio, Jesse F. Abrams, del Global Systems Institute e dell’Institute of Data Science and Artificial Intelligence dell’università di Exeter e dell’IZW, sottolinea che «Il messaggio importante di questo documento è che non possiamo continuare a inquinare gli oceani e sperare che la tecnologia risolva il casino. Anche se potessimo raccogliere tutta la plastica negli oceani – cosa che non possiamo – è davvero difficile riciclarla, soprattutto se i frammenti di plastica galleggiano da molto tempo e sono stati degradati o contaminati biologicamente. Le altre soluzioni principali sono seppellirli o bruciarli, ma interrarli potrebbe contaminare il terreno e la combustione porta a emissioni di CO2 in più nell’atmosfera».

Lo studio pesa come un macigno sulle speranze sollevate da iniziative private che propongono di raccogliere la plastica dagli oceani e dai fiumi che hanno recentemente guadagnato l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale.

Una di queste, Ocean Cleanup, punta a ripulire il “Pacific garbage patch” nei prossimi 20 anni utilizzando barriere galleggianti lunghe 600 metri per raccogliere la plastica per poi avviarla al riciclo o all’incenerimento. Il nuovo studio ha analizzato l’impatto della distribuzione di 200 di questi dispositivi e del loro funzionamento senza interruzioni per 130 anni, dal 2020 al 2150. Secondo i ricercatori, «In questo scenario, i detriti di plastica fluttuanti globali verrebbero ridotti di 44.900 tonnellate, poco più del 5% del totale globale stimato entro la fine di quel periodo».

Il principale autore dello studio, Sönke Hohn dello ZMT, evidenzia che «L’impatto previsto dei dispositivi di pulizia sia singoli che multipli è molto modesto rispetto alla quantità di plastica che entra costantemente nell’oceano. Questi dispositivi sono anche relativamente costosi da produrre e mantenere per unità di plastica rimossa».

Dato che la maggior parte della plastica entra negli oceani attraverso i fiumi, gli autori dello studio dicono che «UN “complete halt” di tale inquinamento che penetra nell’oceano utilizzando barriere fluviali – specialmente nei fiumi inquinanti chiave – potrebbe prevenire la maggior parte dell’inquinamento che altrimenti si prevede nei prossimi tre decenni», ma fanno notare che «Tuttavia, a causa dell’importanza dei grandi fiumi per la navigazione globale, è improbabile che tali barriere vengano installate su larga scala».

Agostino Merico, dello ZMT e della Jacobs, evidenzia che «Data la difficoltà del riciclaggio e gli effetti negativi del conferimento in discarica o dell’incenerimento della plastica, lo studio afferma che bisogna ridurre lo smaltimento e aumentare i tassi di riciclaggio sono cose essenziali per affrontare l’inquinamento degli oceani».

Roger Spranz, co-fondatore dell’ONG Making Oceans Plastic Free, conclude: «La plastica è un materiale estremamente versatile con una vasta gamma di applicazioni di consumo e industriali, ma dobbiamo cercare alternative più sostenibili e ripensare il modo in cui produciamo, consumiamo e smaltiamo la plastica. Abbiamo sviluppato esperienza nel cambiare comportamento per cambiare abitudini riguardo alla plastica e fermare l’inquinamento da plastica alla fonte. Siamo registrati in Germania ma il fulcro delle nostre attività e collaborazioni è in Indonesia, che è la seconda fonte di inquinamento marino da materie plastiche. Collaborando con partner locali, l’implementazione della nostra campagna Tasini in Indonesia ha finora contribuito a impedire che circa 20 milioni di sacchetti di plastica e 50.000 bottiglie di plastica finissero nelle aree costiere e nell’oceano».


fonte: www.greenreport.it




RifiutiZeroUmbria - #DONA IL #TUO 5 X 1000 A CRURZ - Cod.Fis. 94157660542

=> Seguici su Twitter - https://twitter.com/Cru_Rz 
=> Seguici su Telegram - http://t.me/RifiutiZeroUmbria

Rifiuti in mare: per risolvere il problema bisogna guardare ai fiumi

“Per risolvere il problema dell’inquinamento da plastica dobbiamo ripulire gli oceani e impedire che la plastica ci arrivi”, così dichiara il fondatore di Ocean Cleanup. Applicando una tecnologica simile al Seasweeper dell’iniziativa italiana “Un Po d’amare”, la ong punta la sua attenzione sui fiumi, responsabili dell’80% dell’inquinamento nei mari



















La Ocean Cleanup Foundation, un’organizzazione non governativa nota per i suoi sforzi contro l’inquinamento degli oceani e la grande isola di plastica Great Pacific Garbage Patch, ha affermato di aver trovato un nuovo dispositivo per combattere il problema dei rifiuti in mare. Si tratta di una barriera galleggiante in grado di raccogliere la plastica nelle acque dei fiumi, che rappresentano uno dei principali mezzi di trasporto attraverso cui i nostri scarti raggiungono i mari e gli oceani.

Come ha dichiarato a Reuters Boyan Slat, fondatore della ong, “per risolvere il problema dell’inquinamento da plastica dobbiamo fare due cose: ripulire gli oceani e impedire che la plastica ci arrivi”. Infatti, secondo i dati di Ocean Cleanup, l’1% dei fiumi è responsabile dell’80% dell’inquinamento nei mari del mondo.

Per portare a termine questo secondo obiettivo, è stato creato Interceptor, vale a dire una barca (che viene ancorata al letto del fiume) dalla quale si dipartono dei bracci galleggianti che, lasciando spazio per il passaggio di animali e il traffico fluviale, riescono a deviare i rifiuti in un punto di raccolta.

Il sistema è già stato testato a Jakarta, in Indonesia e a Klang (Malesia), ha riferito l’organizzazione. Altri due Interceptors saranno utilizzati a Can Tho, nel delta del Mekong in Vietnam, e a Santo Domingo, nella Repubblica Dominicana. Ocean Cleanup ha affermato che sta ancora testando questo sistema e non distribuirà numeri e percentuali sulla plastica raccolta fino al completamento della fase di sperimentazione.

Un sistema contro i rifiuti in mare per alcuni versi simile è stato proposto anche in Italia con l’iniziativa “Il Po d’amare”, promossa da Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, Corepla e Castalia. In questo caso, per la cattura del marine litter è stato installato a 40 km dalla foce del più grande fiume italiano un sistema di barriere galleggianti, Seasweeper, in grado di trattenere i rifiuti senza interferire con flora e fauna. Da luglio a novembre 2018, le barriere fluviali progettate da Castalia, combinate con l’utilizzo imbarcazioni a pescaggio ridotto (“Sea Hunter”), hanno permesso di recuperare ben 540 kg di rifiuti di cui 92 solo di plastica.
Come a marzo di quest’anno si augurava Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo Sviluppo sostenibile, in occasione della presentazione del progetto, la legge Salvamare ha tenuto conto anche dell’importanza del ruolo dei fiumi rispetto al problema dei rifiuti in mare, assimilando i materiali inquinanti pescati lungo i fiumi ai rifiuti urbani e permettendo ai pescatori di poterli imbarcare e portare in apposite aree di raccolta. Inoltre, per la prima volta la norma introduce la possibilità di raccogliere lungo i fiumi anche tutto il materiale organico, composto da piante o alghe morte, per poterlo utilizzare a scopi energetici.

fonte: www.rinnovabili.it

Plastica in mare, il Great Pacific Garbage è più grande e sta crescendo rapidamente

Contiene fino a 16 volte più plastica di quanto precedentemente stimato, con livelli di inquinamento in aumento esponenziale






















Secondo lo studio “Evidence that the Great Pacific Garbage Patch is rapidly accumulating plastic” appena pubblicato su Scientific Reports da un team di The Ocean Cleanup Foundation e di esperti internazionali, attualmente nell’area di oceano nota come Great Pacific Garbage Patch galleggiano 1.800 miliardi di pezzi di plastica che in tutto pesano 80.000 tonnellate e la situazione «sta rapidamente peggiorando». Sono in sintesi  risultati di un lavoro durato tre anni condotto da un team internazionale di scienziati di The Ocean Cleanup Foundation, 6  università e una compagnia di sensori aerei.


A The Ocean Cleanup spiegano che «Il Great Pacific Garbage Patch (Gpgp), situato a metà strada tra le Hawaii e la California, è la più grande zona di accumulo per la plastica oceanica sulla Terra», ma ce ne sono altre di grosse dimensioni nell’Oceano Pacifico meridionale, a Nord e a Sud dell’Atlantico e nell’Oceano Indiano e “vortici di plastica molto densi non mancano nemmeno nel Mediterraneo, a cominciare da quello tra Corsica, Elba e Capraia.


Per cercare di quantificare il problema, di solito i ricercatori utilizzano reti a maglie fini, in genere di dimensioni inferiori a un metro, ma il team di The Ocean Cleanup Foundation fa notare che «Tuttavia, questo metodo produce un’elevata incertezza a causa della piccola superficie coperta. Inoltre, questi metodi non sono in grado di misurare l’entità del problema nella sua massima estensione, poiché tutte le reti di campionamento, piccole e grandi, non sono state in grado di acquisire oggetti più grandi della dimensione della rete».


Per analizzare la vera dimensione e consistenza del Gpgp, il team ha attuato il campionamento più completo del Gpgp mai fatto finora  attraversando l’enorme area dove si accumulano i rifiuti marini contemporaneamente con 30 navi, appoggiate da aeromobili. Sebbene la maggior parte delle navi fosse equipaggiata con reti di campionamento superficiali standard, la nave madre della flotta, la RV Ocean Starr, trainava due dispositivi di sei metri di larghezza, consentendo al team di campionare oggetti di dimensioni medio-grandi. Per aumentare la superficie esaminata e quantificare i pezzi di plastica più grandi – oggetti che comprendono reti da pesca abbandonate lunghe diversi metri – un aereo Hercules o C-130 è stato dotato di sensori avanzati per raccogliere immagini multispettrali e scansioni 3D dei rifiuti oceanici. In totale la flotta ha raccolto 1,2 milioni di campioni di plastica, mentre i sensori aerei hanno scansionato oltre 300 km2 di superficie oceanica.


I risultati, pubblicati su Scientific Reports , rivelano che «il GPGP, definito come un’area con più di 10 kg di plastica per km2, misura 1,6 milioni di Km2, tre volte la dimensione della Francia continentale. Accumulati in questa zona ci sono 1,8 trilioni di pezzi di plastica, del peso di 80.000 tonnellate, l’equivalente di 500 Jumbo Jets. Queste cifre sono da 4 a 16 volte superiori rispetto alle stime precedenti. Il 92% della massa è rappresentato da oggetti più grandi; mentre solo l’8% della massa è rappresentato da microplastiche, definite come pezzi di dimensioni inferiori a 5 mm».


Julia Reisser di The Ocean Cleanup Foundation, la scienziata che ha guidato la spedizione, spiega: «Siamo rimasti sorpresi dalla quantità di grandi oggetti di plastica che abbiamo incontrato. Pensavamo che la maggior parte dei detriti fosse costituita da piccoli frammenti, ma questa nuova analisi getta una nuova luce sulla portata dei detriti».
Infatti, confrontando la quantità di microplastiche con le misurazioni storiche del Gpcp, il team ha scoperto che i livelli di inquinamento da plastica all’interno del vortice  sono cresciuti in modo esponenziale dall’inizio delle misurazioni negli anni ’70.  Il principale autore dello studio, Laurent Lebreton di The Ocean Cleanup Foundation, evidenzia: «Sebbene non sia ancora possibile trarre conclusioni definitive sulla persistenza dell’inquinamento da plastica nel Gpgp, questo tasso di accumulo di plastiche all’interno del Gpgp, che era maggiore rispetto alle acque circostanti, indica che l’afflusso di plastica nel patch continua a superare il deflusso».


Il  Gpgp si sta muovendo molto più di quanto ci si aspettasse e probabilmengte la plastica trascinata in mare dallo tsunami verificatosi dopo il terremoto del Giappone del 2011 – lo stesso che ha provato il disastro nucleare di Fukushima Daiichi – potrebbero rappresentare fino al 20% di quella accumulatasi negli ultimi anni nel Great Pacific Garbage Patch.
Un altro autore dello studio, il fondatore di The Ocean Cleanup Boyan Slat, ha elaborato i risultati per eventuali progetti di bonifica evidenzia: «Per essere in grado di risolvere un problema, crediamo sia essenziale capirlo prima. Questi risultati ci forniscono dati chiave per sviluppare e testare la nostra tecnologia di pulizia, ma sottolineano anche l’urgenza di affrontare il problema dell’inquinamento della plastica. Poiché i risultati indicano che la quantità di microplastiche pericolose è destinata ad aumentare di oltre dieci volte se lasciata a frammentarsi, il momento di iniziare è ora».
Lebreton  conclude: «Il messaggio dello studio è chiaro: ci riporta a come utilizziamo la plastica. Non bisogna abbandonare la plastica – a mio parere è molto utile, in medicina, nei trasporti e nelle costruzioni – ma penso che dobbiamo cambiare l modo in cui usiamo la plastica, in particolare in termini di plastica monouso e di quegli oggetti che ha una durata di vita utile molto breve».

fonte: www.greenreport.it

Boyan Slat è pronto per ripulire gli Oceani dalla plastica














Dal 2018 oceani ripuliti dalla plastica grazie a Ocean CleanUp Array, la straordinaria invenzione dell'allora 18enne BoyanSlat. Un'idea partita come un sogno dall'acuta mente del giovane, che ha ideato un dispositivo in grado di catturare milioni di tonnellate di rifiuti in appena 5 anni.
E adesso è realtà. Dopo aver raccolto i fondi necessari a realizzare il prototipo attraverso una campagna di crowdfunding, adesso la società olandese che si sta occupando della produzione del dispositivo ha annunciato che il programma di pulizia degli oceani partirà entro i prossimi 12 mesi, in anticipo di due anni rispetto al 2020, la data inizialmente prevista.

Cos'è Ocean CleanUp Array?

Si tratta di un sistema composto da due lunghe braccia posizionate a pelo d'acqua. Il dispositivo è profondo circa 3 metri, una scelta non casuale visto che è in grado di intercettare la maggior parte della plastica che si trova in mare e che galleggia in superficie. Le panne assorbenti di cui è dotato, pur rimanendo ferme, bloccano i rifiuti lavorando come una sorta di imbuto: la plastica viene spinta proprio dall'angolo dei bracci. Infine, viene fatta arrivare alla piattaforma di raccolta, poi filtrata, separata dal plancton e conservata per il riciclo.
















Rispetto all'idea originale, gli scienziati olandesi che si sono occupati di realizzare il progetto, hanno pensato a una rete per raccogliere i detriti sul fondo dell'acqua.



















L'obiettivo di Boyan è quello di recuperare 5 milioni di detriti dagli oceani. Secondo Ocean Cleanup, 8 milioni di tonnellate di rifiuti di plastica finiscono negli oceani ogni anno. Questi detriti sono per lo più bottiglie o buste.
“Il progetto di pulizia sfrutterà le correnti oceaniche per raccogliere la spazzatura”, dice il giovane.
Questa nuova tecnologia modulare e il successo di finanziamento annunciato il 3 maggio 2017, faranno sì che già a fine anno si svolgano i test in mare al largo della costa occidentale degli Stati Uniti. Poi, nel 2018 CleanUp si occuperà del Great Pacific Garbage Patch, l'isola di plastica del Pacifico.
La soluzione che stavamo aspettando? Di certo, sarebbe più utile andare alla radice del problema, evitando di inquinare.

fonte: www.greenme.it

 

Ocean Cleanup, a 21 anni comincia a dirigere la più grande operazione di pulizia dalla plastica negli oceani

boyan
Nel 2013 aveva soltanto 18 anni ma stupì il mondo con una geniale idea sulla pulizia degli oceani dai milioni di tonnellate di plastica che stanno mettendo a rischio l'habitat marino. Ora Boyan Slat è riuscito a raccogliere il denaro necessario per mettersi all'opera e cominciare il progetto ambientalista più vasto e ambizioso mai realizzato sul pianeta Terra.
Gli oceani sono ormai intasati dagli oggetti di plastica che gli esseri umani scartano e che vanno a finire in mare. Grazie alle correnti sono cinque le enormi isole di spazzatura che ingorgano le acque oceaniche: soltanto nel Pacifico si parla di 150milioni di tonnellate di rifiuti che in alcune zone superano la concentrazione di plankton. In tutto sono 5250 miliardi i pezzi di rifiuti che inquinano gli oceani e i mari. Fino a questo momento l'unica strada consigliata è stata quella di consumare meno plastica per non peggiorare la situazione.
plastic ocean

plastic ocean

Boyan Slat, nato in Olanda nel 1994, ha rovesciato la percezione del problema: "Era deprimente per me pensare che non si potesse fare nulla se non limitare il consumo". E così nel 2012, chiuso nella propria camera di studente, ha immaginato un sistema che sfrutta le correnti dell'oceano per concentrare la plastica in un unico luogo, riducendo drasticamente a pochi anni il tempo di pulizia delle acque.
Nel 2013 ha fondato a questo scopo The Ocean Cleanup, con la quale ha ottenuto grazie al crowdfunding il denaro necessario (1 milione e mezzo di euro) per costruire il primo prototipo di barriera sottomarina che comincia il test in questi giorni nel mare del Nord. E' la prima volta che Boyan Slat e i tecnici della sua fondazione sperimentano il dispositivo su larga scala. Un momento storico.
L'idea in sintesi è la seguente: un muro a forma di V spingerà la spazzatura in una area delimitata, dalla quale sarà poi semplice prenderla e riciclarla.
slat

Se la tecnologia ideata da Slat avrà successo, potrà essere usata per rimuovere in soli 10 anni almeno la metà dei 154 milioni di rifiuti e plastica che ormai galleggiano in quella che viene ormai chiamata la Great Pacific Garbage Patch, una enorme isola di immondizia che si trova nell'Oceano pacifico. Senza la barriera di The Ocean Cleanup e dunque soltanto con l'aiuto delle correnti naturali, gli umani ci metterebbero 79mila anni a ripulire le acque dalla plastica.
“Invece di rincorrere la plastica usano reti e navi, che richiederebbero un tempo infinito, abbiamo sviluppato questo sistema", ha spiegato il giovane fondatore di The Ocean Cleanup alla edizione americana dell'Huffington Post. "La plastica si muove verso il centro e dunque la concentrazione aumenta di 100mila volte. Puoi davvero camminare sull'acqua".
The Ocean Cleanup ha calcolato che se nessuno intervenisse, entro il 2050 gli oceani conterrebbero più plastica che pesci. Un'apocalisse ambientalista che Boyan vuole assolutamente evitare, e con lui gli imprenditori che lo stanno aiutando a materializzare il suo sogno ecologista.
Per Slat è anche una lotta contro il tempo: già ora la plastica che galleggia negli oceani interferisce con la vita degli animali e dei pesci, andando a finire nel loro stomaco o imprigionandoli fino alla morte. Ma con il passare del tempo la spazzatura si decompone in micro-plastica ancora più difficile da recuperare, perciò non è il caso di attendere.
All'Huffington Post statunitense il giovane parla dell'emozione di cominciare finalmente la sperimentazione concreta: "Questa è la prima volta che testiamo davvero la nostra idea. Quando ho pensato a tutto questo nel 2012, dovevamo capire se poteva funzionare. Abbiamo lanciato una grossa spedizione per capire quanta plastica ci fosse attualmente negli oceani. Attraversando l'isola di spazzatura nel Pacifico dalle Hawaii alla California con 30 imbarcazioni, abbiamo scoperto che c'era molta più plastica di quanto pensassimo, almeno 10 tonnellate in più".

"Ora con questo esperimento testiamo sul serio le nostre idee", continua Slat riferendosi alla struttura di 100 metri che verrà adagiata in questi giorni cinque metri sopra e cinque metri sotto il mare, dove rimarrà per un anno: "Il mare del Nord registra tempeste più forti del Pacifico - perciò se resiste qui, può resistere ovunque".
Mentre parte la prima vera sperimentazione della barriera di The Ocean Cleanup, la stessa fondazione raccomanda di cambiare le nostre abitudini quotidiane cercando di usare meno plastica possibile: per esempio smettendo di acquistare acqua in bottiglia o riutilizzando gli oggetti di questo materiale come le borse per la spesa, e prediligere il cibo senza imballaggio in plastica. Piccoli cambiamenti che non peggiorano la situazione, e renderanno il lavoro di Boyan Slat sostanzialmente più veloce.

fonte: http://www.huffingtonpost.it/