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Riutilizzo piattaforme offshore, 6 realtà italiane vincono un bando Esa

Enea farà da coordinatore. Il progetto prevede lo smantellamento in sicurezza sia di piattaforme petrolifere e di gas naturale che di parchi eolici marini giunti a fine vita.




Una cordata a guida italiana composta da Enea, in veste di coordinatore, Eni, Metaprojects, Irpsp, Next Ingegneria dei Sistemi, Srs Servizi di Ricerche e Sviluppo e Tim ha vinto il bando dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa) per lo smantellamento in sicurezza sia di piattaforme petrolifere e di gas naturale che di parchi eolici marini giunti a fine vita, oltre alla valutazione di possibili soluzioni di ‘second life’.

Il progetto – spiega una nota Enea – si chiama Insure (INnovation in SUstainable offshoRe dEcommissioning) e punta all’utilizzo di tecnologie innovative, droni, sensori, sistemi IoT e di intelligenza artificiale nell’ambito del programma ARTES 4.0 voluto dall’Esa per esplorare nuove opportunità di impiego delle proprie tecnologie satellitari.

Sono previste due fasi: la prima è incentrata sulla realizzazione di uno studio di fattibilità tecnica ed economica e un’ampia raccolta dati utilizzando sensori, servizi di ingegneria, logistica, tecnologie laser per il monitoraggio e robotica.

La seconda fase sarà dimostrativa e prevede l’approfondimento di possibili soluzioni, ad esempio l’uso dei pozzi esausti come siti per lo stoccaggio dell’anidride carbonica, lo sfruttamento delle piattaforme per produrre energia solare o eolica – riconvertendo il surplus di energia prodotta in ossigeno e idrogeno green – ma anche per scopi turistici o come ‘palestra educativa’ per studenti nel campo della meteorologia, della dinamica delle onde e degli studi ambientali e biologici.

Il team e la suddivisione del lavoro

In particolare, Enea metterà a disposizione il know-how e le tecnologie di cui dispone, con particolare riferimento a sensori laser montati su droni subacquei per la visione sottomarina in 3D e per il monitoraggio ambientale di eventuali rilasci di inquinanti. I droni, in grado di operare anche in modalità sciame, comunicando fra loro e con i satelliti, verranno utilizzati anche per indagini sullo stato delle strutture delle piattaforme. Le informazioni saranno rielaborate e restituite in ambiente virtuale e realtà aumentata per i partner di progetto.

Eni si occuperà di supportare le attività sul tema del decommissioning, ovvero la fase finale del ciclo di vita degli asset appartenenti alla filiera dell’Oil & Gas e, in generale, degli impianti industriali. Un’attività che è parte fondamentale del processo di investimento, avendo importanti risvolti economici, sociali e ambientali nel contesto in cui è realizzato.

Il decommissioning rappresenta un’opportunità sia in termini occupazionali sia di rigenerazione di materie prime e asset che, alla fine del ciclo di vita industriale per il quale erano stati progettati, hanno ancora il potenziale per essere riconvertiti e riutilizzati in favore di altre iniziative.

Tim realizzerà in collaborazione con Olivetti, la digital farm per l’IoT del Gruppo, una piattaforma digitale di ‘Business Intelligence’ che permette di monitorare in tempo reale le attività previste nel piano di decommissioning.

Questa innovativa soluzione consente di migliorare i parametri di sicurezza e di generare benefici sui costi. In particolare, grazie all’adozione dell’Intelligenza Artificiale e di sensori installati sulle piattaforme offshore abbinati al 5G, a segnali per comunicazioni a banda stretta Narrowband-IoT e a sistemi di comunicazione satellitare, si potranno inviare alla centrale di controllo i dati raccolti che verranno elaborati in tempo reale, segnalando eventuali situazioni in cui occorre un intervento manutentivo.

Metaprojects, ente di ricerca privato che già collabora con Enea presso il Centro Ricerche Brasimone (Bologna) nel progetto Exadrone per lo sviluppo di droni dotati di sensoristica per il controllo ambientale, contribuirà nel progetto Insure alla realizzazione dei droni e a integrare le tecnologie Enea, curando la progettazione hardware, firmware e software dei sistemi autonomi volanti.

Next Ingegneria dei Sistemi SpA studierà gli aspetti relativi alle soluzioni SW di supporto per la gestione automatica dei dati di posizionamento finalizzata alle attività di decommissioning. Inoltre si occuperà di analizzare le tematiche relative alla definizione dei piani di volo di UAV a supporto della logistica e della sicurezza delle operazioni grazie all’implementazione delle realtà virtuale/aumentata con il supporto dei partner del consorzio.

Il “cuore” del sistema, in fase di sviluppo da Next Ingegneria dei Sistemi, sarà il Fleet Management Tool in grado di ricevere in tempo reale informazioni provenienti da sensori installati su piattaforme aeree autonome, imbarcazioni e veicoli sottomarini, ma anche da sistemi satellitari quali il Global Navigation Satellite Systems (GNSS), Satellite communications (SatCom) ed Earth observation (EO) del sistema Copernicus.

La Scuola di Ricerca Internazionale di Scienza Planetaria (IRSPS) dell’Università di Chieti-Pescara metterà a disposizione le proprie competenze per l’analisi dei requisiti di sistema geologici ed ambientali, per definire le linee guida per lo smantellamento e riuso delle piattaforme offshore basandosi sulle tecnologie terrestri e satellitari.

IRSPS, quale spin-off dell’università stessa, sta acquisendo una piattaforma off-shore in Adriatico, non più operativa, che potrà essere utilizzata per effettuare test end-to-end realistici dei processi di decommissioning e per esplorare la fattibilità di riutilizzo delle piattaforme come “palestra educativa” per studenti dei corsi universitari e per ricerche sia nel campo della meteorologia che delle dinamiche delle onde che degli studi ambientali e biologici.

La S.R.S. Servizi di ricerche e sviluppo ha una notevole esperienza specifica nella progettazione di attività di smantellamento di impianti industriali e nelle conseguenti attività di “Waste Management”. L’esperienza maturata, in particolare, nel settore del decommissioning nucleare l’ha portata a specializzarsi nel settore dello smantellamento con specifico riferimento ai seguenti aspetti: selezione delle tecniche di taglio e smantellamento, definizione delle procedure di intervento, confinamento delle aree di lavoro, minimizzazione dei rifiuti secondari, tracciabilità dei materiali, identificazione delle modalità di trattamento dei materiali di risulta, gestione dei materiali di risulta. In INSURE curerà in dettaglio questi aspetti logistici non secondari.

fonte: www.qualenergia.it



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Mediterraneo e cambiamento climatico

 

Le Nazioni Unite, il 5 giugno, giornata mondiale dell'ambiente, hanno dato avvio ad un nuovo decennio per la salvaguardia della biodiversità, che, insieme ai cambiamenti climatici, rappresenta una delle più importanti sfide ambientali che dovremo affrontare nel prossimo futuro.

In occasione, invece, della giornata mondiale degli oceani, l'attenzione è stata puntata sul Mediterraneo e il cambiamento climatico. Da una parte, il WWF ha pubblicato un nuovo report dal titolo “ Gli effetti del cambiamento climatico nel Mediterraneo. Sei storie da un mare sempre più caldo”, dove mette in luce come il cambiamento climatico abbia già influenzato e alterato il "nostro mare", per alcuni versi in modo irreversibile; dall'altra, Enea ha presentato un innovativo modello per proiezioni climatiche ad alta risoluzione dell’area mediterranea, dal nome ENEA-RegESM, che è in grado di simulare le dinamiche atmosfera-oceano in relazione con i processi fisici e biologici che avvengono sulla superficie terrestre, come flussi di calore, assorbimento di CO2 da parte degli ecosistemi terrestri e ciclo idrologico.

Secondo Enea, il Mar Mediterraneo è un "sorvegliato speciale". Da un punto di vista atmosferico, la regione mediterranea è una zona di transizione compresa tra la fascia temperata e quella tropicale caratterizzata da basse precipitazioni totali annue; durante l’inverno, la pioggia è portata dai venti occidentali, mentre le estati secche e calde dipendono dall’influenza innescata dal monsone indiano.

Conformazione del territorio, natura frastagliata delle aree costiere con un numero considerevole di isole e stretti e variabilità dell’orografia delle aree continentali interne rendono il bacino del Mediterraneo una regione particolarmente complessa.

Le temperature delle acque del Mediterraneo stanno aumentando il 20% più velocemente rispetto alla media globale, questo comporta gravi conseguenze, destinate ad aumentare nei prossimi decenni; se non verrà fatto nulla, assisteremo all’aumento del livello del mare che potrebbe superare il metro entro il 2100, con impatti su un terzo della popolazione che vive in questa regione.

Il WWF, nel suo nuovo report, evidenzia come siano necessarie azioni urgenti e significative, sia per ridurre ulteriori emissioni di gas serra, sia per adattarsi alle nuove condizioni con un mare sempre più caldo, pur consapevoli che non esiste un modo veloce per sconfiggere il cambiamento climatico. Infatti anche con un’azione globale immediata di riduzione delle emissioni di gas serra, le temperature probabilmente continuerebbero ad aumentare per decenni, quindi quello che dobbiamo fare è aumentare la resilienza e proteggere e ripristinare le risorse naturali del Mar Mediterraneo.

Nel report si sottolinea come sia in atto un'allarmante perdita di biodiversità marina, la fauna marina, sottoposta a enormi pressioni, sta diminuendo a causa di inquinamento, sviluppo costiero, eutrofizzazione, traffico marittimo, produzione di energia e altre attività antropiche. A questo si aggiunge una presenza sempre maggiore di specie non autoctone, nel Mediterraneo, si registrano 1.000 specie animali aliene tipiche dei mari tropicali, la cui sopravvivenza e diffusione, soprattutto verso nord e ovest del bacino, è favorita dall’aumento della temperatura media dell’acqua dovuta ai cambiamenti climatici.

Al tempo stesso, il cambiamento del clima comporta lo spostamento di alcune specie native, che stanno muovendo i propri areali verso nord per seguire le acque più fredde, mentre altre specie endemiche sono state spinte sull’orlo dell’estinzione.

Tutto questo determina
un'alterazione degli equilibri tra specie, come è evidente con la proliferazione di meduse, che affligge pescatori e turisti
l’emergere di nuovi patogeni
l’aumento di fenomeni atmosferici estremi, che sta devastando habitat marini fragili come quelli della Posidonia e i fondali corallini.

Per approfondimenti leggi: “Gli effetti del cambiamento climatico nel Mediterraneo. Sei storie da un mare sempre più caldo”

fonte: www.arpat.toscana.it


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Peggiora l’indice di transizione energetica dell’Italia

Peggiora l’ISPRED sotto i nuovi obiettivi climatici UE e la ripresa di consumi ed emissioni. Italia in ritardo su tecnologie low carbon



Scemato l’effetto lockdown dei primi mesi di pandemia, i consumi di energia in Italia sono tornati a crescere e con essi le emissioni. Una ripresa che unitamente ai nuovi obiettivi sul clima ha impresso un netto peggioramento all’ISPRED, ossia l’indice di transizione energetica nazionale. A calcolarlo è l’ENEA pubblicando, ogni tre mesi, i dati sull’andamento del sistema energetico italiano.

L’ultima analisi dell’agenzia arriva oggi e fa il punto sui trend di gennaio, febbraio e marzo 2021. Il primo dato a saltar all’occhio è la profonda discrepanza tra l’anno in corso e il 2020. Passata la prima fase emergenziale e iniziate le vaccinazioni per il Covid-19 l’economia globale ha potuto tirare un sottile sospiro di sollievo, forte anche dei grandi piani fiscali che accompagnano la ripresa. E se l’economia rialza la testa, anche i consumi energetici, petrolio in primis, tornano a crescere.

L’Italia non fa differenza: qui la domanda di energia primaria ha toccato quota 43 Mtep nel primo trimestre 2021 (+1,5% rispetto sul I trimestre 2020). Un valore, tuttavia, ancora inferiore del 5% rispetto ai livelli pre-coronavirus. La differenza – spiega l’ENEA – è quasi completamente riconducibile ai minori consumi di petrolio. Nel compenso sono aumentati i consumi di gas naturale (+5%), rinnovabili (+5%) e delle importazioni nette di elettricità (+6%). E anche del carbone (+17%, dati parziali) sebbene i valori siano ancora al di sotto del I trimestre 2019.

La ripresa ha ovviamente fermato il calo della CO2 registrato lo scorso anno. Nel dettaglio, le emissioni del settore energetico sono stimate sui livelli di gennaio e febbraio 2020, con un incremento marginale. Ma domanda energetica e dati emissivi sono solo due delle cause del peggioramento dell’indice di transizione energetica. La ragione principale del calo dell’ISPRED sta anche nei nuovi obiettivi climatici 2030 decisi in sede UE (legge europea sul clima). Obiettivi che hanno scombussolato anche la traiettoria di crescita delle fonti rinnovabili.

“Tutto ciò comporta un sostanziale allontanamento della traiettoria di decarbonizzazione del sistema”, spiega Francesco Gracceva, il ricercatore ENEA che coordina l’Analisi. “Un altro segnale negativo si registra sul fronte sicurezza, dove permangono la forte criticità nel settore della raffinazione e gli alti costi per la gestione in sicurezza del sistema elettrico. Sul lato prezzi, invece, si conferma la positiva riduzione della forbice fra l’Italia e il resto d’Europa per l’elettricità e per il gas naturale, sia all’ingrosso che al dettaglio”.

fonte: www.rinnovabili.it


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Energia: ENEA lancia la prima rete nazionale per l’agrivoltaico sostenibile

 










Una rete italiana aperta a imprese, istituzioni, università e associazioni di categoria per promuovere l’agrivoltaico sostenibile, che consente di produrre energia elettrica da fotovoltaico e, al tempo stesso, di coltivare i terreni. È l’iniziativa coordinata dall’ENEA cui hanno già manifestato il sostegno: l’Associazione Italiana Architettura del Paesaggio (AIAPP), Confagricoltura, Consiglio dell’Ordine Nazionale dei Dottori Agronomi e Dottori Forestali (CONAF), Coordinamento FREE (Coordinamento Fonti Rinnovabili ed Efficienza Energetica), Italiasolare, Legambiente, REM Tec, Società Italiana di Agronomia (SIA) e Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza.

L’obiettivo del network è di arrivare alla definizione di un quadro metodologico e normativo, di linee guida per la progettazione e valutazione degli impianti, di strumenti di supporto ai decisori e di contribuire alla diffusione di conoscenze e promuovere le eccellenze italiane nei settori delle nuove tecnologie per l’energia rinnovabile, dell’agricoltura e del paesaggio[1].

A livello operativo, ENEA ha costituito un'apposita task force multidisciplinare nell’ambito di due dipartimenti – “Tecnologie energetiche e fonti rinnovabili” e “Sostenibilità dei sistemi produttivi e territoriali” - con la possibilità di utilizzare laboratori, infrastrutture e professionalità pluriennali nei settori delle tecnologie green e dell’agroindustria.

L’iniziativa si inserisce nel più ampio contesto della missione “Rivoluzione verde e transizione ecologica” del Piano Nazionale Ripresa e Resilienza, che per lo sviluppo dell’agrivoltaico prevede investimenti per 1,1 miliardi di euro, una capacità produttiva di 2,43 GW, con benefici in termini di riduzione delle emissioni di gas serra (circa 1,5 milioni di tonnellate di CO2) e dei costi di approvvigionamento energetico.



Inoltre, lo sviluppo dell’agrivoltaico potrebbe contribuire a superare alcune delle criticità che oggi ostacolano la crescita del fotovoltaico. “La specificità dei contesti urbani italiani e il limitato potenziale di integrazione del fotovoltaico negli edifici, ma anche le incertezze legate al cambiamento di uso del suolo e alla trasformazione del paesaggio bloccano le autorizzazioni”, rimarca Ezio Terzini, responsabile divisione ENEA di Fotovoltaico e Smart Devices. “I sistemi agrivoltaici possono quindi rappresentare una valida risposta e per incoraggiarne la diffusione è necessario sviluppare soluzioni tecnologiche innovative e criteri di progettazione e valutazione delle prestazioni degli impianti”, aggiunge.

Secondo uno studio ENEA-Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, pubblicato sulla rivista scientifica Applied Energy, le prestazioni economiche[2] e ambientali[3] degli impianti agrivoltaici sono simili a quelli degli impianti fotovoltaici a terra, soprattutto se si utilizzano tensostrutture per limitare l’impiego di acciaio e cemento: il costo dell’energia elettrica prodotta risulta essere di circa 9 centesimi di euro per kWh, mentre le emissioni di gas serra ammontano a circa 20 g di CO2eq per megajoule di elettricità. “Ma i valori aggiunti sono rilevanti, in quanto alcune tipologie di installazioni agrivoltaiche (es. pannelli a 5 m di altezza, ricorso a tensostrutture) incidono in misura relativamente limitata sul consumo di suolo rispetto agli impianti a terra e, in specifiche condizioni ambientali (es. stress idrici), possono permettere di conseguire un aumento della resa di alcune colture in quanto l’ombra generata dagli impianti agrivoltaici, se ben calibrata, riduce la temperatura del suolo, e il fabbisogno idrico delle colture. In specifici contesti, l’agrivoltaico può contribuire ad aumentare la resilienza del settore agroalimentare rispetto agli impatti del cambiamento climatico e contribuire al raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda 2030”, spiega Alessandro Agostini, ricercatore ENEA della Divisione Produzione, Storage e Utilizzo dell’Energia, e tra gli autori dello studio.

Secondo il World Energy Outlook 2020 dell’Agenzia internazionale dell’energia (IEA), il fotovoltaico rappresenta la fonte di elettricità più economica e pertanto la sua diffusione risulta cruciale nell’ambito degli obiettivi energetici europei e del Piano Nazionale Energia e Clima, che al 2030 prevede un incremento della produzione elettrica da fotovoltaico da circa 24 TWh/anno a 73 TWh/anno e dell’ulteriore incremento previsto nell’ambito del Piano “Next Generation Italia”.

“Il sistema agroalimentare deve affrontare i temi della decarbonizzazione, della sostenibilità e della competitività e, in questo contesto, l’agrivoltaico può rappresentare una nuova opportunità per gli agricoltori tramite modelli win-win che esaltino le sinergie tra produzione agricola e generazione di energia”, commenta Massimo Iannetta, responsabile della Divisone ENEA di Biotecnologie e Agroindustria. “Il settore, inoltre, può contribuire a rafforzare il tessuto produttivo agricolo attraverso l'approccio Nexus che guarda alla stretta interdipendenza tra produzione di cibo, energia e acqua, allargando la visione ad un altro fattore cruciale, il suolo, con le sue caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche che vanno salvaguardate”, aggiunge.

“L’agrivoltaico è un settore dalle caratteristiche uniche in grado di combinare energia, nuove tecnologie, agricoltura e conservazione del paesaggio anche a tutela delle comunità locali e delle loro attività, con benefici in termini di sostenibilità ambientale, economica e sociale”, sottolinea Alessandra Scognamiglio, ricercatrice ENEA del Laboratorio Dispositivi innovativi presso il Centro ricerche di Portici e coordinatrice della task force AgrivoltaicoSostenibile@ENEA. “Riteniamo che non esista un solo agrivoltaico, ma diverse soluzioni da declinare secondo le specifiche caratteristiche dei siti oggetto di intervento: la sfida è trasformare una questione tecnica in una questione di cultura complessa, con un approccio transdisciplinare supportato dai risultati della ricerca sulle migliori combinazioni colture/sistemi fotovoltaici”, aggiunge. Occorre infatti valutare i potenziali impatti dell’agrivoltaico sotto diversi punti di vista, includendo i servizi ecosistemici associati ai sistemi agrari integrati con la produzione di energia e gli impatti ambientali e paesaggistici associati a tutto il ciclo di vita delle infrastrutture associate a questi impianti. Su questi temi è fondamentale il ruolo della ricerca scientifica a supporto delle decisioni politiche, rispetto allo sviluppo economico associato all’industria delle energie rinnovabili. “Il rischio è che una diffusione decontestualizzata di questi impianti porti di fatto a un cambio di destinazione d’uso di terreni agricoli, dal momento che la produzione di energia oggi permette redditi ben superiori alle coltivazioni, in quanto nella valutazione economica non vengono contabilizzati servizi ecosistemici, inclusi la qualità del paesaggio e del suolo, di cui la società beneficia senza che questi siano remunerati ai produttori”, dichiara Michele Perniola, presidente della Società Italiana di Agronomia.

Dopo la presentazione nell’ambito della 29th European Biomass Conference & Exhibition (EUBCE), in collaborazione con ETA-Florence Renewable Energies, la rete nazionale dell’agrivoltaico sostenibile farà il suo esordio in Europa l’11 maggio dalle 11:35 alle 12:20 nel contesto del SolarPower Summit 2021, l’evento annuale di SolarPower Europe, con oltre 2000 partecipanti tra rappresentanti di istituzioni, associazioni, aziende e policy maker del settore energetico europeo, in programma dal 10 al 12 maggio 2021.

Luogo di confronto sulle varie iniziative nazionali, la rete è dotata di una piattaforma web aperta al più ampio coinvolgimento dei diversi attori interessati con diverse modalità, tra cui la partecipazione al comitato scientifico o al comitato consultivo, lo sviluppo di dimostratori, lo scambio di informazioni su casi studio reali o su nuovi risultati scientifici.

fonte: www.enea.it


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Nasce la banca dati sul ciclo di vita di prodotti e servizi

Frutto del progetto Arcadia, lo strumento copre 15 filiere nazionali e supporta le PA nella preparazione dei bandi di acquisto e nella valutazione delle offerte



Nasce prima la banca dati italiana sul ciclo di vita di prodotti e servizi. Uno strumento innovativo messo a disposizione di pubbliche amministrazioni, associazioni di categoria e imprese per facilitare la transizione circolare. A realizzarla, i partner di Arcadia, progetto avviato il 27 settembre 2019, sotto il coordinamento dell’Enea.

L’iniziativa di ricerca, che si concluderà nel 2023, ha un preciso obiettivo: rafforzare le competenze delle PA al fine di integrare correttamente la metodologia LCA (Life Cycle Assessment) a livello economico e ambientale nella definizione di bandi per appalti pubblici. Dopo un’analisi preliminare dello stato dell’arte e la valutazione delle ultime normative in tema di Green Public Procurement (GPP) e Criteri Ambientali Minimi (CAM), il progetto ha rilasciato la nuova banca dati.

“Abbiamo costruito una rete di relazioni con PA, associazioni di categoria, aziende, enti certificatori, enti ricerca, università e istituzioni di ricerca per arrivare a produrre una banca dati LCA di qualità e rappresentativa del tessuto produttivo italiano”, sottolinea Simona Scalbi, ricercatrice del Dipartimento ENEA di Sostenibilità dei sistemi produttivi e territoriali e responsabile tecnico-scientifico del progetto.

Lo strumento offre informazioni sul ciclo di vita di prodotti e servizi in 15 filiere, con l’obiettivo di facilitare la diffusione della metodologia LCA a livello nazionale. E nel contempo di promuovere iniziative di mitigazione degli impatti. “Abbiamo rivolto la prima iniziativa pubblica di Arcadia al settore delle costruzioni che risulta strategico nell’ambito del Green Public Procurement. In futuro, auspichiamo che sempre più aziende siano disposte a dare un contributo allo sviluppo della banca dati, in particolare nei settori delle pietre ornamentali, aggregati riciclati e naturali, cemento, calcestruzzo, infissi e serramenti, demolizione e impianti di riciclo”, conclude Simona Scalbi.

fonte: www.rinnovabili.it


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ENEA: nel 2020 calo record di consumi ed emissioni

 

Nel 2020 i consumi di energia primaria sono stimati in calo del 10% rispetto all'anno precedente. Si tratta della contrazione maggiore rilevata dal secondo dopoguerra ad oggi, assai superiore anche alla crisi del 2009 (-5,7% dei consumi).


I dati riportati nella prima analisi trimestrale 2021 del sistema energetico, elaborata dall'ENEA, mostrano come la pesante caduta dei consumi energetici registrata nel 2020 sia risultata maggiore di quella del PIL (-8,8%). Un fatto piuttosto inconsueto e diverso da quando accaduto nel 2009 (quando il calo dei consumi risultò perfettamente allineato alla caduta del PIL), spiegabile soprattutto con la forte riduzione della mobilità privata e dei volumi di traffico sia stradale che aereo, molto maggiore di quella dell'attività economica.

Infatti, ben il 60% della riduzione dei consumi di energia primaria è imputabile al petrolio. Nel 2020, la quota di fossili nel mix energetico è stata ai livelli più bassi dal 1961, anche se il gas naturale continua a mantenere il podio come prima fonte energetica.

Il calo del 2020 è da record anche per quanto riguarda le emissioni di CO2, in diminuzione del 12% (-38 MtCO2) rispetto al 2019. A fine 2020, le emissioni del sistema energetico italiano sono risultate inferiori di quasi il 40% rispetto ai livelli del 2005. Il settore della generazione elettrica ha contribuito per circa un terzo a questo calo, ancor più del settore dei trasporti.

Naturalmente, riducendosi i consumi energetici totali, la quota di FER nel 2020 è stimata in aumento, con una quota di circa il 20% (+2% rispetto al 2019). Sembrerebbe dunque essere confermato il raggiungimento del target Ue per il 2020 assegnato all'Italia (17%). Però — osserva l'ENEA — se i consumi totali fossero rimasti sui livelli dell'anno precedente, la quota di FER sarebbe stata di ben poco superiore al 18,1% del 2019.

Questo, purtroppo, conferma il fatto che il nostro Paese non è sulla strada giusta verso il target stabilito nel PNIEC per il 2030 (30%); ancora più lontani sembrano gli obiettivi climatici al 2030 recentemente fissati in sede europea (-55% emissioni CO2). Nel 2020, infatti, le installazioni di nuova capacità elettrica rinnovabile sono state solo 1/4 di quanto sarebbe necessario per raggiungere gli obiettivi europei 2030.


Riferimenti
Analisi trimestrale del sistema energetico italiano
sul sito dell'ENEA

fonte: www.nextville.it

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Economia circolare: ENEA brevetta innovativa compostiera domestica per gestire i rifiuti organici

 

ENEA ha brevettato un’innovativa compostiera per trasformare i rifiuti organici domestici in compost con elevate qualità agronomiche e nel rispetto dell’ambiente. Il dispositivo consente di risparmiare sia sull’energia consumata per attivare il processo aerobico che sulla tariffa per lo smaltimento dei rifiuti.


“La compostiera sfrutta un sistema di produzione di energia elettrica con pannello fotovoltaico integrato nella struttura che alimenta il sistema di aerazione, con una piccola resistenza elettrica per il pre-riscaldamento del materiale in ingresso. Grazie al controllo della temperatura è anche possibile velocizzare il processo nei periodi freddi”, spiega Daniele Fiorino del Dipartimento Sostenibilità dei Sistemi Produttivi e Territoriali dell’ENEA.

La compostiera è fornita di 3 camere poste in verticale separate da pannelli estraibili che permettono il trasferimento del materiale per caduta. Al suo interno è dotata di un sistema di movimentazione del materiale, di un sistema di fornitura di aria fresca che sfrutta il calore contenuto nei gas esausti prodotti dalla reazione di degradazione della sostanza organica e di un bio-filtro che assicura l’abbattimento della carica odorigena dei gas prodotti.

“Nel progettarla abbiamo pensato di realizzare un vero e proprio elettrodomestico: ne abbiamo previsto una versione stand-alone, ovvero autonoma, grazie all’integrazione di un pannello fotovoltaico nel coperchio di apertura, per una sua installazione in balcone, in giardino o in tutte le utenze isolate. Ma trattandosi di una compostiera domestica stagna, che non consente fuoriuscita di cattivi odori dovuti a rimescolamenti e/o emmissione di aria, è possibile anche un suo utilizzo in ambienti interni, direttamente allacciata alla rete elettrica”, aggiunge Daniele Fiorino.

La quantità di rifiuto che può essere trattato dal prototipo realizzato è di circa 5 kg/giorno, ma è in corso la realizzazione di prototipi più piccoli per un uso strettamente familiare.

Grazie al compostaggio domestico è possibile ridurre i volumi della frazione organica dei rifiuti, costituiti essenzialmente da acqua, e quindi i costi dovuti alla raccolta e movimentazione degli stessi. A regime, questo si tradurrebbe in una riduzione della tariffa sullo smaltimento dei rifiuti.

“La compostiera è un formidabile strumento casalingo di economia circolare, perché trasforma uno scarto in risorsa (compost), permette un risparmio di emissioni di CO2 equivalente nella filiera integrata di gestione dei rifiuti urbani e garantisce una totale indipendenza nella gestione dei propri rifiuti organici permettendo così alle singole utenze di ridurre il costo della tariffa. Dopo la fase di test stiamo migliorando il design dell’oggetto in modo che possa integrarsi gradevolmente con l’ambiente domestico circostante”, conclude Maria Velardi del Dipartimento Sostenibilità dei Sistemi Produttivi e Territoriali dell’ENEA.

La compostiera ha un TRL alto, pari a un Livello di Maturità Tecnologica 7 (su 9) che corrisponde a un prototipo sperimentato in ambiente operativo.


Per maggiori informazioni:

Maria Velardi, ENEA - Dipartimento Sostenibilità dei Sistemi Produttivi e Territoriali, maria.velardi@enea.it

Daniele Fiorino, ENEA - Dipartimento Sostenibilità dei Sistemi Produttivi e Territoriali, daniele.fiorino@enea.it

fonte: www.enea.it

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Il 23 marzo 2021 la terza Conferenza nazionale sull’economia circolare 2021

Durante l’evento verrà presentato il terzo Rapporto sull’economia circolare in Italia 2021, elaborato dal Circular Economy Network in collaborazione con Enea









La Conferenza Nazionale sull’Economia Circolare arriva quest’anno alla sua terza edizione, in diretta streaming dai canali ufficiali del Circular Economy Network, il 23 marzo 2021 alle ore 10:00. Durante l’evento verrà presentato il terzo Rapporto sull’economia circolare in Italia 2021, elaborato dal Circular Economy Network in collaborazione con Enea.

Quest’anno il tema centrale è il rapporto tra economia circolare e transizione alla neutralità climatica.

Il rapporto farà il punto della situazione aggiornando dati e proposte, anche alla luce del nuovo Piano di azione europeo per l’economia circolare. Saranno presentati gli indicatori e i numeri che consentono di misurare lo stato di avanzamento della circolarità nell’insieme dell’economia italiana e di profilare le azioni necessarie al raggiungimento della neutralità climatica in relazione alle sfide ambientali e al Green Deal.

Alla vigilia del lancio del Piano nazionale di Ripresa e Resilienza quali sono le priorità per rilanciare l’economia circolare? Quali sono le principali sfide da affrontare? È in che modo lo sviluppo dell’economia circolare può contribuire anche al raggiungimento degli obiettivi sul clima.

La Conferenza sarà l’occasione per un confronto su questi temi, di grande valore strategico per il nostro Paese, con gli esperti e i rappresentanti delle imprese, degli enti di ricerca, del Governo.

Il programma sarà disponibile a breve, è intanto possibile registrarsi al seguente form online per ricevere tutti gli aggiornamenti e le modalità di collegamento.

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fonte: www.ecodallecitta.it


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Ambiente: nuovo record nel 2020 per il riscaldamento degli oceani

Lo studio internazionale, al quale hanno partecipato ricercatori ENEA e INGV, ha evidenziato anche che i cinque anni più caldi si sono verificati tutti a partire dal 2015 e ciascuno degli ultimi nove decenni è stato più caldo del decennio precedente









È stato completato il primo studio sul riscaldamento globale degli oceani con i dati relativi all’anno 2020 elaborato da un team internazionale di scienziati tra cui ricercatori italiani dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) e dell’ENEA.

Secondo lo studio dal titolo ‘Upper Ocean Temperatures Hit Record High in 2020’ appena pubblicato sulla rivista internazionale Advances in Atmospheric Sciences, la temperatura media globale dell’oceano nel 2020 è il valore più caldo finora registrato. Ma non è tutto. L’analisi mostra anche che i cinque anni più caldi mai registrati si sono verificati tutti a partire dal 2015.

I dati del 2020 evidenziano che lo strato dell’oceano tra la superficie e i 2.000 metri di profondità, ha assorbito 20 Zettajoule di calore rispetto all’anno precedente, equivalenti al calore prodotto da 630 miliardi di asciugacapelli in funzione giorno e notte per un anno intero.

Per il ruolo che l’oceano riveste nel modulare il clima della Terra, il contenuto di calore dell’oceano rappresenta il miglior indicatore del fatto che il pianeta si stia riscaldando o meno. Come peraltro affermato pochi giorni fa per l’ambito atmosferico dal servizio europeo Copernicus Climate Change, il 2020 e il 2016 sono i due anni più caldi mai registrati considerando, però, che il 2016 è stato l’anno de El Niño, il fenomeno climatico periodico che determina un forte riscaldamento delle acque oceaniche.

“Il 90% del calore del riscaldamento globale finisce negli oceani quindi in realtà il ‘riscaldamento globale’ non è altro che il ‘riscaldamento dell’oceano’, sottolinea Simona Simoncelli dell’INGV di Bologna e co-autrice italiana dello studio insieme a Franco Reseghetti del Centro Ricerche Ambiente Marino S. Teresa dell’ENEA.

“Oceani più caldi influiscono notevolmente sulle condizioni meteorologiche locali, generando tempeste più potenti e favorendo l’innalzamento del livello del mare. I risultati della ricerca rappresentano un ulteriore chiaro dato che indica la necessità di agire al più presto per limitare gli effetti del cambiamento climatico in atto”, aggiunge Simoncelli.

Il valore del riscaldamento determinato in questo lavoro fornisce, inoltre, un quadro anche sul lungo termine. Infatti, è risultato che ciascuno degli ultimi nove decenni è stato più caldo del decennio precedente. Il grafico seguente confronta il valore relativo al 2020 con alcuni decenni precedenti.


Il riscaldamento dell’oceano, per decennio, dagli anni ‘40

“Il riscaldamento osservato ha delle conseguenze: la Terra sta diventando ogni anno più calda e questo non è un problema solo del mondo accademico, perché il cambiamento climatico influisce quotidianamente sulle nostre vite e sulla nostra società. La vita di un numero sempre maggiore di persone viene messa in serio pericolo e purtroppo non si sta facendo abbastanza per cercare di limitare gli effetti nefasti del cambiamento climatico globale”, evidenzia il ricercatore ENEA Franco Reseghetti.

Pianeta e oceani sempre più caldi determinano effetti sorprendenti e terribili come, ad esempio, gli incendi di vastissime dimensioni scoppiati in Australia, in parti della regione amazzonica e negli Stati Uniti occidentali. Tali fenomeni così estremi sono, purtroppo, destinati a divenire sempre più comuni nel futuro. Inoltre, oceani più caldi portano ad un riscaldamento maggiore dell'atmosfera e un’atmosfera più calda provoca piogge più intense, un numero maggiore di tempeste e uragani, per giunta di maggiore intensità, aumentando anche il rischio di inondazioni.

Ad esempio, nel Nord Atlantico quest’anno si è verificato un numero record di tempeste che hanno colpito il nord America, lo stesso fenomeno si è verificato in Vietnam e l’arcipelago delle isole Fiji è stato recentemente devastato da un uragano di categoria 5 (valore massimo). È quindi tutto il pianeta ad essere interessato dal fenomeno del riscaldamento, non solo qualche area specifica.

Immagine da satellite del ciclone Yasa, 17 dicembre 2020

Anche i Paesi dell’area mediterranea sono stati colpiti da importanti incendi estivi (Spagna, Portogallo, Grecia e Italia), e hanno subito danni da trombe d'aria e piogge di intensità estrema nell'anno più caldo mai misurato in Europa.

Secondo i ricercatori “Il mar Mediterraneo non è da meno, anzi: tra tutte le aree analizzate in dettaglio in questa ricerca il Mediterraneo è il bacino che evidenzia il tasso di riscaldamento maggiore negli ultimi anni, confermando peraltro quanto già riscontrato nel Rapporto sullo Stato dell’Oceano del Servizio Marino Europeo Copernicus del 2016 e del 2018, proseguendo un processo iniziato una trentina di anni fa ma con un incremento più elevato rispetto alle altre aree oceaniche”.


Gli scienziati del team hanno potuto portare a termine lo studio, malgrado le difficoltà legate alla pandemia, grazie all’utilizzo di nuove metodologie per l’analisi dei dati di temperatura delle acque marine e vari tipi di sonde che hanno permesso di raggiungere i 2000 m. di profondità.

“I risultati ottenuti sono la riprova che sono in atto effetti globali di ampia portata sull'ambiente e sulla società, pertanto, forte è l’invito ad intervenire per limitare in modo importante le emissioni di gas serra e allo stesso tempo ad adattarsi alle conseguenze ormai inevitabili dell’incessante riscaldamento avvenuto negli ultimi decenni”, concludono i ricercatori.

Oltre alla collaborazione internazionale di altissimo livello, lo studio è frutto di una solida partnership pluriennale tra INGV ed ENEA relativa all’analisi dei dati del monitoraggio della temperatura della colonna d’acqua lungo la linea marittima commerciale “Genova-Palermo” che proseguirà nei prossimi tre anni nell’ambito di un progetto INGV. Il monitoraggio continuo lungo questa tratta è infatti una componente importante del sistema osservativo globale degli oceani.

La scheda

Chi: ENEA e Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV)

Cosa: studio Upper Ocean Temperatures Hit Record High in 2020’ pubblicato sulla rivista internazionale Advances in Atmospheric Sciences https://link.springer.com/article/10.1007/s00376-021-0447-x

Per maggiori informazioni:

Simona Simoncelli, ricercatrice INGV: simona.simoncelli@ingv.it

Franco Reseghetti, ricercatore ENEA: franco.reseghetti@enea.it

fonte: www.enea.it


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ENEA: produrre idrogeno e ossigeno dall’acqua con il Sole

 








Produrre idrogeno ed ossigeno attraverso la decomposizione termica dell’acqua realizzata con l’energia solare. Questo l’oggetto del nuovo brevetto nato nei laboratori dei Centri Ricerche ENEA di Frascati e Casaccia con il coinvolgimento di ricercatori dei dipartimenti di “Fusione e Tecnologie per la Sicurezza Nucleare” e di “Tecnologie Energetiche e Fonti Rinnovabili”.

“Nella decomposizione termica la molecola dell’acqua è scissa ad alta temperatura direttamente in idrogeno ed ossigeno che devono poi essere opportunamente separati. Con l’utilizzo di processi tradizionali ciò avviene a temperature tanto alte da rendere non praticabile questo processo”, spiega il ricercatore ENEA Silvano Tosti.

Per ovviare al problema delle alte temperature il brevetto propone un innovativo reattore a membrana costituito da una camera di reazione dove sono presenti contemporaneamente due tipi di membrane: una in tantalio per separare l’idrogeno ed una in materiale ceramico per separare l’ossigeno.

“In questo modo riusciamo a produrre con 500 °C in meno la stessa quantità di idrogeno e ossigeno di un reattore tradizionale”, aggiunge Tosti.

L’altra innovativa proposta consiste nell’unire questo reattore a membrana ad impianti solari a concentrazione, in grado di fornire calore ad alta temperatura, rendendo così possibile la produzione di idrogeno direttamente dall’energia solare.

“La produzione diretta di idrogeno dal Sole rispetto ad altri sistemi, come ad esempio l’accoppiamento di solare fotovoltaico con elettrolizzatori alcalini, è di grande interesse per la realizzazione di una catena energetica green ed è caratterizzata dal raggiungimento di elevate efficienze energetiche e da costi di investimento contenuti sia in applicazioni stazionarie, come utenze elettriche civili ed industriali, sia in quelle mobili come i veicoli elettrici”, conclude Tosti.

Un altro settore interessato da notevoli ricadute è quello della produzione di gas puri, in questo caso idrogeno ed ossigeno, che possono trovare impiego nella chimica fine, nella farmaceutica, e nell’industria elettronica. L’ulteriore sviluppo di questo tipo di reattore potrà beneficiare dei progressi tecnologici dei sistemi solari ad alta temperatura e dei materiali per alti flussi termici.


fonte: www.italicom.net


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Con le comunità dell’energia arriva l’elettricità a km zero

Le fonti rinnovabili potranno alimentare case, uffici e imprese nell’area vicina al punto in cui l’energia viene prodotta










Una rivoluzione da 17 gigawatt di energia pulita in 10 anni: tanti sarebbero, secondo Legambiente, i nuovi impianti installati da qui al 2030 grazie alle nuove norme sulle comunità energetiche: un ritmo più che triplicato rispetto ai circa 460 megawatt/anno attuali. E forse tra qualche anno nemmeno ricorderemo più l’epoca in cui poche grandi centrali alimentate con fonti fossili producevano tutta l’energia per i nostri frigoriferi, i macchinari delle imprese, i semafori.

La pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del decreto Incentivi ha reso finalmente realizzabili – grazie al recepimento anticipato di parte della direttiva europea sulle rinnovabili (RED II) – l’autoconsumo collettivo e le comunità energetiche. Il primo permette, a chi abita o lavora nello stesso edificio, di produrre e consumare insieme energia sul posto. Le seconde, una vera rivoluzione già attiva in altri Paesi del nord Europa come Danimarca e Germania, consente di dare vita a vere comunità composte di tanti soggetti (persone fisiche, piccole e medie imprese, istituzioni locali) purché vicini tra loro: il confine lo stabilisce la connessione alla medesima cabina di trasformazione di media/bassa tensione.

Si potrà produrre e consumare sul posto energia rinnovabile senza passare per la rete elettrica nazionale. Con il vantaggio di ridurre le perdite di rete. “Un cambiamento”, sottolinea Gianni Girotto, presidente della commissione Industria del Senato, uno dei fautori di questa possibilità, “che sposta il baricentro della produzione e del consumo di energia sul territorio, sui Comuni, sulle comunità locali, sulle piccole imprese. Un cambio culturale del modello produttivo industriale che determinerà vantaggi e benefici ambientali, sociali ed economici per tutti”.

La nascita delle energy community, secondo Legambiente, porterebbe investimenti di oltre 13 miliardi di euro e quasi 40 mila posti di lavoro, tra quelli diretti per la realizzazione degli impianti e quelli legati a gestione, efficientamento, integrazione con la mobilità sostenibile. Altra conseguenza non irrilevante sarebbe l’aumento del gettito fiscale di circa 1,1 miliardi di euro. Per non parlare dei vantaggi ambientali: 47 milioni di tonnellate di CO2 in meno al 2030.

Una stima, spiega Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente, delle “potenzialità nel nostro Paese di uno scenario di condivisione e autoproduzione dell’energia, che ha grandi vantaggi perché permette di sviluppare le rinnovabili dove c’è la domanda: nei quartieri, nei distretti produttivi, nelle aree interne e agricole”. Per l’Italia, aggiunge, questo “vuol dire anche rilanciare il settore edilizio, che può puntare su progetti integrati di efficienza energetica e di rinnovabili con le comunità energetiche e con la connessione alla mobilità elettrica”.

Ottenere questi risultati dipenderà dal recepimento integrale della direttiva. Oggi si possono realizzare progetti fino a 200 kW: il disegno di legge delega è alla Camera per l’approvazione, poi spetterà al governo presentare un decreto legislativo.

E dipenderà dall’adesione degli italiani. Per questo la Commissione industria del Senato sta lavorando affinché le amministrazioni locali incoraggino “politiche sociali attive” che coinvolgano i cittadini nella creazione delle comunità energetiche. Anche grazie a sportelli informativi.

Nel cammino per la crescente penetrazione dall’autoconsumo nelle comunità entra anche Enea, uno dei partner italiani del progetto europeo COME RES (Community Energy for the uptake of renewables in the electricity sector), finanziato con circa tre milioni di euro dal programma Horizon 2020: “Nell’ambito di questo progetto Enea mette a disposizione le competenze tecnico scientifiche per la progettazione delle comunità energetiche”, spiega Elena De Luca ricercatrice del Dipartimento tecnologie energetiche e fonti rinnovabili. “Oltre alla capacità di fare rete a livello territoriale per lo stretto rapporto con decisori politici a livello nazionale e locale, operatori del mercato energetico, associazioni di categoria e del terzo settore, cittadini”

fonte: www.huffingtonpost.it


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Quando l’energia rinnovabile è anche circolare: dal metodo Gogla al brevetto Enea

Il tema dell’energia è fondamentale per il nostro Pianeta. Le fonti rinnovabili, però, non devono ripetere gli errori del fossile. Per affrontare il tema del “fine vita” sono tante le soluzioni prospettate. Tra le più interessanti c’è il processo ideato da Marco Tammaro che consente di recuperare il silicio










In un mondo che tra 30 anni o poco più potrebbe sforare i 10 miliardi di esseri umani, il tema della produzione di energia resta fondamentale. Se i combustibili fossili sono tra i principali responsabili del disastro attuale – cambiamenti climatici, sfruttamento dei territori e diritti calpestati – sempre più si guarda alle energie rinnovabili come alternativa concreta. Dalla natura verrà la soluzione? Sì, ma a patto di non ripetere gli stessi errori. Ecco perché alle fonti energetiche rinnovabili – luce solare, vento, pioggia, maree, onde e calore geotermico – vanno accompagnati principi e modelli dell’economia circolare. E, in questo senso, le soluzioni prospettate sono davvero interessanti.

L’esempio olandese contro l’ibernazione

Uno dei temi principali che si pone (anche) con le rinnovabili è quello del rifiuto. Da tempo infatti si lavora per estendere la durata del prodotto, migliorare la riparabilità e il rinnovamento, promuovendo il ritiro, la raccolta e il riciclaggio. Che fare, ad esempio, con i pannelli solari alla fine del ciclo di vita? A questa domanda prova a dare una risposta Gogla, un’associazione globale senza scopo di lucro, con sede ad Amsterdam che dal 2012 lavora nel campo dell’industria solare off grid (non in rete). Attraverso il modulo E-Waste Toolkit, sviluppato nel 2019, Gogla intende aiutare gli operatori del mercato a ridurre al minimo i rifiuti elettronici attraverso un sistema a circuito chiuso. Sono previste sei fasi: dall’individuazione delle migliori pratiche per lo stoccaggio alla definizioni di casi di studio, dallo studio delle varie normative alla fornitura di un catalogo di fornitori.

“Attualmente il settore è avanzato in termini di modelli e principi di business, ma c’è ancora spazio per miglioramenti – dice Drew Corbyn, responsabile degli investimenti di Gogla – Crediamo che la crescita nella circolarità aggiunga valore a clienti, aziende e ambiente. Se come industria saremo in grado di promuovere la circolarità nel nostro settore, potremo dare impulso anche alla crescita del mercato. È facile vedere lo spreco come un costo. Ma se guardiamo alla circolarità come un’opportunità per dare più valore ai clienti e creare posti di lavoro e opportunità di business, possiamo facilmente far capire che l’economia circolare conviene”. Resta il fatto che, dopo l’esaurimento del pannello solare, privati e aziende che non sanno come smaltirlo preferiscono tenerlo: è il fenomeno noto come ibernazione. Anche in questo caso Gogla ha delineato una possibile alternativa.

“Il primo passo è selezionare i componenti e controllare quelli che possono essere riparati o rimessi a nuovo localmente – dice ancora Corbyn – Ad esempio, le batterie possono essere riavviate e rimesse in funzione. Nell’Africa orientale, ad esempio, i componenti che non possono essere riutilizzati verranno riciclati localmente, ovvero plastica, alluminio, cavi e vetro. Pannelli fotovoltaici, batterie e PCB verranno spediti in Europa poiché non ci sono aziende che riciclano questi delicati componenti nella regione”.

E in Italia?

Per via della sua collocazione geografica e della scarsità di materie prime, il nostro Paese è “naturalmente” portato alla produzione di energia solare. A fine 2019 risultano installati oltre 880mila impianti fotovoltaici per una potenza totale di circa 21 gigawatt. I dati, ricavati dal Rapporto Statistico sul Solare Fotovoltaico 2019 che è redatto dal Gestore Servizi Energetici, parlano chiaro: in un solo anno sono stati realizzati oltre 58mila nuovi impianti, molti dei quali dedicati all’autoconsumo. In totale, rispetto all’energia elettrica prodotta dalle fonti rinnovabili, il 20% è coperto dal sole. Ecco perché il tema del fine vita nel fotovoltaico assume un’importanza rilevante.

Recentemente Enea ha brevettato un nuovo processo a basso consumo energetico e ridotto impatto ambientale per il recupero dei principali componenti dei pannelli fotovoltaici in silicio cristallino. Il processo consente di separare i materiali utili (strati polimerici, contatti elettrici, celle e vetro) e di smaltire il resto in sicurezza. Come? In pratica il pannello viene riscaldato, in maniera tale che si posso “rammollire” in zone localizzate; da qui, poi, arriva il successivo scollamento a strappo degli strati polimerici. Vale a dire che per recuperare i componenti bisogna slegarli dallo strato che fa da collante.

“L’aumento esponenziale dei rifiuti costituiti dai pannelli fotovoltaici a fine vita ha reso estremamente urgente affrontare il problema della loro gestione, anche a fronte delle leggi nazionali ed europee che impongono regole severe”, sottolinea Marco Tammaro, responsabile del Laboratorio Tecnologie per il Riuso, il Riciclo, il Recupero e la valorizzazione di Rifiuti e Materiali e inventore del brevetto, i cui diritti sono condivisi al 50% con la start-up Beta-Tech Srl. “Con questo processo – continua Tammaro – si evitano il rischio di degrado dei materiali, inutili dispendi di energia e si riducono sensibilmente pericolose emissioni gassose. Inoltre, l’impiantistica necessaria è semplice, adatta a un trattamento in continuo e altamente automatizzabile, senza necessità di un’atmosfera controllata mediante uso di gas specifici”.

fonte: economiacircolare.com

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