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Pesticidi, cala l’uso in Europa. E intanto si sperimentano trattamenti alternativi dagli scarti della birra








Gli agricoltori europei stanno riducendo velocemente l’impiego di pesticidi, in linea con il programma Farm to Fork, che prevede un abbattimento del 50% dei fitofarmaci in generale e di quelli pericolosi in particolare entro il 2030. Lo certificano gli ultimi dati resi noti dalla Commissione, secondo i quali, rispetto al periodo di riferimento 2015-2017, nel 2018 c’è stata una diminuzione dell’8% nell’uso di pesticidi e nel rischio di utilizzo, e nel 2019 un’ulteriore diminuzione del 5%.

Si tratta di valori incoraggianti. Tra il 2011 e il 2016, infatti, il calo medio annuale è stato del 4%, mentre negli ultimi anni questa percentuale è aumentata. Inoltre, sempre rispetto al periodo di riferimento, nel 2019 si è avuta una diminuzione del 12% dei pesticidi più pericolosi per la salute, quasi tutti candidati alla sostituzione: un dato particolarmente significativo, perché dal 2011 si era registrata invece una tendenza all’aumento.


Un gruppo di ricercatori ha sperimentato un composto a base di scarti della produzione della birra e della colza miscelato con letame fresco

Nel frattempo crescono i progetti che hanno l’obiettivo di trovare sostituti sostenibili ai pesticidi, meglio ancora se ottenuti da materiali di scarto. Uno degli esempi è stato illustrato su Frontiers in Sustainable Food Systems dai ricercatori dell’Istituto basco per la ricerca agricola e lo sviluppo di Derio, in Spagna, e si basa su un’inedita miscela: quella tra gli scarti della lavorazione della birra e della colza e il letame fresco. L’unione di questi composti, infatti, fornisce al terreno tutto ciò che serve per far sviluppare un microbiota che tiene lontani i parassiti (in particolare i nematodi) e, al tempo stesso, essendo una fonte di azoto, funziona da fertilizzante.

Per verificarne l’efficacia, i ricercatori baschi lo hanno utilizzato in una serra dove veniva coltivata lattuga. La miscela è stata testata utilizzando la tecnica della biodisinfestazione, cioè con la copertura del terreno attorno alla pianta con un telo di plastica dopo l’aggiunta di concimi, proprio per limitare il rischio di infestanti. Metà del campo è stata trattata con il solo letame e senza copertura, come controllo. All’altra metà è stato aggiunto il compost sperimentale e il telo plastico per sette settimane, mentre si effettuava un controllo regolare della temperatura del terreno a tre diverse profondità.


Il composto, oltre ad agire come fertilizzante, stimola il microbiota del terreno, riducendo malattie e parassiti e migliorando la resa

In base a quanto registrato subito prima e subito dopo il trattamento, dopo il primo raccolto e infine a un anno di distanza, tutti gli indici sono risultati a favore del compost. Infatti, il raccolto è aumentato del 15% in un anno, mentre il terreno è risultato modificato in senso positivo, soprattutto a partire dal momento del primo raccolto. È stata osservata una chiara diminuzione dei nematodi (in particolare di Meloidogyne incognita) e delle patologie delle radici a essi associate, e un aumento della presenza di specie batteriche considerate favorevoli, come confermato dall’aumento dei parametri della “respirazione” del terreno. Secondo gli autori, ci potrebbero essere anche altre miscele con sottoprodotti delle lavorazioni agricole in grado di assicurare gli stessi risultati: vale la pena di continuare a sperimentarle.

fonte: www.ilfattoalimentare.it

 

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Dal pane invenduto nasce la birra Briciola

La birra Baladin è nata dal progetto visionario e innovatore del piemontese Teo Musso. La sua ultima avventura è Briciola, una birra nata in collaborazione con l’Associazione Autonoma Panificatori della Provincia di Cuneo per recuperare il pane invenduto trasformandolo in ingrediente per produrre una birra artigianale



Il nome, Briciola, la dice lunga. Una birra nata dal pane invenduto, altrimenti destinato a diventare un rifiuto. Tutto comincia da un ragazzo piemontese, visionario, innovatore e determinato. L’avventura di una birra inizia nel 1986 con la trasformazione di una vecchia osteria in birreria: Le Baladin, che in francese significa cantastorie. Un nome che spiega lo spirito di Teo Musso, che con la birra Baladin racconta storie di vita e di agricoltura. È nel 1996 che Teo avvia finalmente la produzione della birra artigianale Baladin.

Molti prodotti sono legati a momenti particolari della vita di Teo, come la birra Nora dedicata alla sua compagna e la Wayan, legata alla nascita della figlia. Nora è stata la prima birra a certificazione completamente biologica, come pure Wayan: un’altra occasione in cui Teo ha manifestato il suo spirito pionieristico.

Briciola, una birra buona come il pane

L’ultima avventura di questo produttore legato alla terra, al rispetto dell’ambiente e contrario allo spreco è Briciola, una birra nata in collaborazione con l’Associazione Autonoma Panificatori della Provincia di Cuneo per recuperare il pane invenduto trasformandolo in ingrediente per produrre una birra artigianale. Briciola è una birra in lattina, chiara e leggera, che fa pensare al pane appena sfornato.

Il suo messaggio è forte – «la birra è terra» – e coraggioso in un Paese come l’Italia dove a tavola si beve vino. In Italia è scontato abbinare l’idea del vino alla terra e all’agricoltura, non lo è altrettanto quando si parla di birra. Tanto si è impegnato Teo Musso a produrre da sé la maggior parte della materia prima necessaria alla birra che nel 2012 Baladin è diventato Birrificio Agricolo. Anche sul fronte dell’energia Baladin cerca la sostenibilità: l’energia elettrica e motrice viene prodotta con i pannelli solari e i fabbisogni extra sono acquistati da filiera ecologica.

Oggi le sue numerose birre abbinabili ai cibi sono entrate nel salotto buono delle eccellenze italiane, apprezzate da Eataly come da Slow Food. Nel 2016, nella nuova edizione della Guida alle birre d’Italia edita da Slow Food Editore, il birrificio Baladin ottiene la chiocciola oltre a diversi riconoscimenti.

È di Teo Musso anche l’idea del progetto Open «come open source, basato sulla condivisione», nato per condividere la ricetta della birra con lo scopo di promuovere la birra artigianale italiana.

Birra come cultura e impegno etico

La birra, per Teo Musso è una passione, una forma di espressione, ma anche un modo per fare cultura attraverso la creazione di eventi di vario tipo (musica, progetti didattici, incontri gastronomici, ricerca) e una forma di impegno etico. Baladin sostiene alcuni progetti sociali, tra cui la scuola di musica Una Nota in Più e il sostegno dei 10.000 Orti in Africa di Terra Madre, promosso dalla Fondazione Slow Food per la biodiversità onlus.

Una Nota in Più è un progetto che coinvolge ragazzi con handicap o malattia mentale in una scuola di musica: «L’obiettivo del progetto non è mettere dentro della musica, ma tirare fuori le note che abbiamo dentro». Un’esperienza talmente entusiasmante da uscire all’esterno, con CD e tour di concerti.

Il progetto di Slow Food è realizzare 10.000 orti nelle scuole e nei villaggi africani per garantire alle comunità cibo fresco e sano, e formare una rete di leader consapevoli del valore della propria terra e della propria cultura. Baladin sostiene il progetto con l’adozione di 4 orti in Sudafrica (orti comunitari) e in Marocco (orti scolastici).

fonte: www.rinnovabili.it


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Biova Project: “Così trasformiamo il pane invenduto in birra artigianale” – Io faccio così #324

Lo sapevate che dal pane si può realizzare una gustosa birra artigianale di qualità, recuperando chili di prodotto invenduto nelle panetterie e nei supermercati? E sapevate che in Piemonte tutto questo è già diventato realtà? Biova Project è una startup innovativa che combatte lo spreco alimentare e che, in poco tempo, è diventata un vero e proprio movimento composto da tantissime persone che dimostrano che proprio dalle briciole… può nascere la rivoluzione!





Ogni giorno in Italia rimangono invenduti 13 mila quintali di pane, una cifra davvero impressionante. Secondo uno studio condotto dall’Associazione Internazionale del Panificio Industriale, in media una persona ne consuma circa 52 chili all’anno. Pensate: in pratica con il pane scartato ogni giorno si potrebbero alimentare 25 mila persone per un anno! Il pane rappresenta un prodotto particolare, poiché la domanda varia moltissimo da giorno a giorno e, ahimè, siamo comunemente abituati ad associare il “pane fresco” con il pane “appena sfornato”, come se quello giunto a fine giornata non fosse più buono! Ma sappiate che già nell’antichità questo prodotto era considerato sacro e gli egizi ricavavano dal pane raffermo un’ottima bevanda. Allora perché non ispirarci alle antiche tradizioni?





Oggi vi raccontiamo la storia di un progetto che nel suo piccolo, ma con grandi risultati, contribuisce ogni giorno a salvare parte di quell’enorme quantitativo di pane che rimane invenduto sugli scaffali di panetterie, supermercati, catene di ristoranti o fast food. Parliamo di Biova Project, startup innovativa torinese che nasce nel 2019, i cui soci fondatori sono Franco Dipietro, Emanuela Barbano e Simone Oro. Insieme stanno lavorando a un modello virtuoso attraverso la trasformazione del nostro pane da “scarto” a nuova risorsa, ritrovandone la sacralità in un modo certamente originale. Una “piccola goccia nell’oceano”, come loro si definiscono. Ma per porre un freno agli sprechi, come raccontano i nostri protagonisti, forse sarà proprio una birra a salvare il mondo!

«Biova è il nome di una tipica pagnotta piemontese», ci spiega Franco. «A lei ci siamo ispirati, poiché ci racconta di una lunga e centenaria tradizione. Ma per noi la biova è simbolicamente tutto il pane, è quello ancestrale, che da sempre ne identifica tutte le tipologie». Così nasce il progetto, da un sogno ormai divenuto realtà: trasformare tutto quel pane di scarto in un prodotto nuovamente commercializzabile.

«L’idea ci è venuto dopo aver conosciuto da vicino la problematica dello spreco alimentare, perché finché la conosci solo attraverso i numeri, non riesci a quantificarla davvero. Emanuela ed io abbiamo collaborato con progetti che si occupano di recuperare le eccedenze di cibo, specialmente dai catering aziendali. Quando vedi il quantitativo di cibo che avanza e sei consapevole del suo destino, cambia automaticamente anche il tuo atteggiamento nei confronti di questo problema».

Franco ed Emanuela si sono occupati di sviluppare un sistema che potesse andare a intercettare gli scarti nel momento giusto, ovvero quando sono ancora adatti a essere trasformati attraverso la birrificazione. Ma come funziona il progetto? Per prima cosa, i produttori – per esempio commercianti o panettieri – mettono da parte, all’interno di ceste, l’invenduto della giornata. Raggiunta la quantità necessaria, i dipendenti e i volontari di Biova Project lo recuperano e lo portano all’interno di appositi centri, dove viene tostato per bloccarne il deperimento. Dopo essere stato tritato e poi impacchettato all’interno di sacchi – rigorosamente riciclati – viene trasportato ai birrifici della città che, come per magia, lo trasformano in birra.




«Per noi è importante essere attivi sul territorio nel punto più vicino al recupero e per questo motivo lavoriamo attraverso partnership con birrifici, fornendo da una parte un servizio di recupero e dall’altra un servizio di consegna». Il cerchio si chiude, infatti, quando la birra prodotta viene distribuita proprio a quelle panetterie e a quei supermercati che hanno donato il loro pane.

L’aspetto interessante, nella fase di trasformazione, è che il pane va sostituire fino al 30% della materia prima normalmente utilizzata per fare la birra, come nel caso del malto d’orzo. Ecco perché il processo di economia circolare è particolarmente efficace: oltre al recupero del pane invenduto infatti, si risparmia anche l’utilizzo della materia prima che servirebbe per realizzare una birra equivalente. Come ci racconta Franco, «i birrai che collaborano con noi e che noi consideriamo veri “alchimisti”, sono i migliori nel preparare una particolare ricetta e hanno una profonda etica che ci accomuna, legata al recupero degli alimenti».

Biova Beer è molto più di una birra, è un movimento diffuso e attivo che sta partecipando a un cambiamento collettivo. «Uno dei fattori principali di successo della nostra attività è il coinvolgimento di tantissimi attori sul territorio: dai panettieri di quartiere che mettiamo in contatto per recuperare gli sprechi alle associazioni di panificazione provinciali, dai grandi produttori di pane come le S.p.a alle grandi catene di supermercati. A volte arriviamo addirittura a essere un centinaio di persone che collaborano per un periodo di tempo su un preciso progetto. Ecco perché ci consideriamo un movimento: perché con noi possono partecipare diverse professionalità oltre che cittadini attivi interessati ad agire insieme e concretamente contro lo spreco alimentare».




Ad oggi Biova Project è attivo sul territorio piemontese, lombardo e ligure. Le sue birre si possono trovare sull’e-commerce, in diversi grandi supermercati, nelle piccole attività locali e sono distribuite anche a hotel, caffetterie e ristoranti. «Quest’ultimo anno, tra le difficoltà e le limitazioni del Covid-19, siamo riusciti a salvare una tonnellata di pane e a produrre circa 15.000 litri di birra, vendendoli praticamente tutti. Perché noi lo spreco…ce lo beviamo!».

La missione di Biova Project è parte integrante della transizione verso quel mondo con meno sprechi e con più attenzione all’ambiente che tanto sogniamo e che vediamo sempre più concretizzarsi in questi anni. Un progetto innovativo e replicabile che ci auguriamo possa diffondersi in sempre più contesti territoriali, nella speranza che prima o poi il mondo non avrà più bisogno di trovare soluzione agli sprechi.

fonte: www.italiachecambia.org


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Premio #sprecozero, da birra ibrida a cibo sempre-fresco

 


Dalla Birra Ibrida prodotta con il pane invenduto nei forni milanesi creata da 4 studenti del Politecnico di Milano, alla tecnologia di un’azienda di Pordenone che attraverso sistemi di riscaldamento allunga la shelf life al cibo fresco, al processo di ultima generazione che risolve i problemi di gestione dei prodotti e delle scorte. Sono alcuni dei 21 progetti vincitori degli ‘Oscar’ 2020, l’ottava edizione del premio che promuove le buone pratiche di enti pubblici, imprese, cittadini, scuole e associazioni. Tanti esempi virtuosi e creativi che uniscono sostenibilità e spirito imprenditoriale, veicolando valori di aggregazione sociale che sono stati festeggiati il 26 novembre alla presenza della testimonial Veronica Pivetti e del fondatore Spreco Zero Andrea Segrè. Per vivere a #sprecozero nel segno della dieta mediterranea arriva il ricettario “La cucina del riciclo” di un Liceo di Portici scritto in collaborazione con il MedEatReserarch. Al turismo ecologico ci ha pensato la Regione Toscana con il progetto ‘Urban Waste’ per la diffusione dell’uso di doggy Bag in buffet e ristoranti e per aver favorito la donazione di cibo da parte degli hotel alle associazioni solidali. Menzione special poi alla Regione Emilia Romagna con il progetto ‘Stop allo spreco: il gusto del consumo consapevole’, che ha coinvolto studenti e fattorie didattiche. Tanti i riconoscimenti, come il premio Biodiversità ai video di casa Surace che sensibilizzano sulla varietà del gusto e dei cibi o il premio Ortofrutta al Gruppo Rivoira per la tecnologia Cherry Vision 3.0 che ha permesso di recuperare i raccolti di ciliegie danneggiate dal maltempo.


fonte: www.ansa.it


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Materiale riciclabile: le nuove frontiere di pizza e birra

Ogni anno, in Italia, vengono prodotti 6 milioni di pizze, molte delle quali da asporto. Si tratta di un’enorme quantità di rifiuti non riciclabili. L’azienda di birra Carlsberg propone così BetterBox, il primo cartone per la pizza composto dagli scarti di produzione della birra.



















Pizza e birra sono, da sempre, un connubio perfetto. E da oggi non solo per i nostri palati. La Carlsberg, una delle più importanti società produttrici di birra al mondo, ha presentato recentemente BatterBox, un cartone per la pizza fatto di materiale riciclabile, compostabile al 100% perché realizzato con gli scarti di produzione della birra.

Ogni anno, in Italia, vengono prodotte una media di 6 milioni di pizze, molte delle quali da asporto. I cartoni della pizza, però, non possono essere riciclati nella carta perché, molto spesso, sporchi di cibo. Si tratta, dunque, di un’enorme quantità di rifiuti che non può essere trasformata e re-immessa nel ciclo produttivo. Ma attraverso l’uso del materiale compostabile proveniente dalla produzione della birra, anche il cartone nella pizza può essere inserito nel circuito dell’economia circolare.

“Gli scarti di produzione della birra sono un’ottima risorsa per produrre i contenitori della pizza: si crea una mescola con agenti aggreganti naturali e si lascia essiccare l’impasto”, spiega Serena Savoca, responsabile del marketing di Carlsberg Italia, all’agenzia di stampa Adnkronos. “Crediamo che dalle materie prime, come il nostro lievito e orzo, si possa arrivare a realizzare innovazioni incredibili, sempre seguendo la filosofia del continuo miglioramento portata avanti dal nostro fondatore. La missione di Carlsberg è sempre stata quella di impegnarsi e lavorare per un oggi e un domani migliore”


Infatti, l’azienda ha annunciato di stare lavorando a un altro prodotto: la bottiglia fatta di carta. Si tratta di bottiglie composte da materiale riciclabile perché realizzate in fibre di legno, circondate da un sottile strato di bioplastica che permette di evitare la fuoriuscita del liquido dal contenitore. Per creare questo prodotto, chiamato Green Fiber Bottle, dal 2015 Carlsberg ha lavorato in stretta collaborazione con EcoXpac, azienda di packaging, la società di confezionamento BillerudKorsnäs e con i ricercatori dell’Università della Danimarca, supportati da Innovation Fund Denmark.

fonte: http://www.rinnovabili.it

Economia circolare: Ichnusa lancia il nuovo bicchiere in vetro riciclato

Oggi Ichnusa lancia il suo nuovo bicchiere in vetro riciclato, testimone di un impegno verso il territorio e della promozione dell'economia circolare. Riuso, impegno e rispetto sono valori alla base della mission di Ichnusa e con questo bicchiere, disponibile in tutti i supermercati d'Italia per un mese, il birrificio di Assemini vuole sottolineare questa scelta.





Attenzione costante verso il territorio e amore per la propria terra. Nasce da qui il simbolo che racconta il rispetto di Ichnusa verso la Sardegna: un bicchiere in vetro riciclato.Creato anche grazie a scarti e rimanenze di bottiglie provenienti dal Birrificio di Assemini, il bicchiere in vetro riciclato di Ichnusa racconta glioltre cent’anni che legano il marchio alla sua terra.
Il vetro ambrato e spesso sottolinea tutto il “peso” di una birra espressione di un popolo libero e fiero, e di una terra forgiata dalla natura e dal tempo. Il fondo riporta le parole chiave “riuso, impegno e rispetto”che incorniciano la silhouette dell’Isola e raccontano l’anima del marchio e della Sardegna che Ichnusa celebra con questo bicchiere.

Perché quello che unisce Ichnusa alla sua isola è un legame profondo, fatto di impegno costante nel tempo e scelte responsabili, che cominciano proprio dall’attenzione che il Birrificio di Assemini ripone verso l’ambiente e una produzione più sostenibile. Da sempre, in Sardegna, Ichnusa sostiene e utilizza il Vuoto a Buon a Rendere, il formato che, in un’ottica di economia circolare, permette il riutilizzo della stessa bottiglia fino e oltre i vent’anni. Per sostenere crescita e diffusione di questo formato, dal 2019 è attiva nel Birrificio di Assemini una nuova linea di confezionamento interamente dedicata alle bottiglie di vetro a rendere.

Significativo anche l’impegno del marchio a una gestione puntuale di tutte le risorse. Negli ultimi cinque anni (2013-2018), il Birrificio ha tagliato del60% le emissioni di CO2, del 36% i consumi di energia termica e del 22% quelli di energia elettrica. Per dare un’idea, l’energia che il birrificio è riuscito a risparmiare negli ultimi 5 anni equivale al consumo annuo di un paese di medie dimensioni. Alta anche l’attenzione al consumo di acqua:una risorsa preziosa nella produzione della birra che il Birrificio Ichnusa utilizza in modo responsabile, registrando un taglio del 12% rispetto al 2013.

Il bicchiere in vetro riciclato, simbolo dell’amore di Ichnusa per la Sardegna, sarà disponibile - in edizione limitata – come omaggio per tutti coloro che effettueranno un acquisto di Ichnusa nella grande distribuzione dal 1 agosto al 30 settembre 2019.Sul sito dedicatowww.inostribicchieri.it tutte le informazioni per ricevere i bicchieri direttamente a casa. Ma l’attenzione di Ichnusa all’ambiente si inserisce in un disegno più ampio, che coinvolge dipendenti del Birrificio, partner e popolazione locale in un’iniziativa- chiamata #ILNOSTROIMPEGNO - che ha visto impegnato il Birrificio indiverse tappe su tutto il territorio; appuntamenti in cui la Birra di Sardegna ha invitato i propri partner –Legambiente, Cagliari Calcio, Dinamo Basket – e la comunità a unirsi in una grande squadra e “sporcarsi le mani” per pulire il territorio dai rifiuti abbandonati.

Dal 1912 Ichnusa racconta con orgoglio e passione la sua terra, difendendola con la stessa fermezza granitica del carattere del suo popolo. Sinonimo stesso di Sardegna, ne incarna valori e anima, un’anima fatta di istinto, cuore e fierezza.

fonte: http://www.alternativasostenibile.it/

Birra, caffè e marijuana in cambio di plastica e mozziconi

Raccolta rifiuti in cambio di birra, caffè o marijuana, ecco le soluzioni più curiose contro l'inquinamento da plastica e mozziconi di sigaretta.














Riciclare i rifiuti conviene e può portare inattesi vantaggi. Grazie ad alcune curiose iniziative che stanno nascendo in giro per il mondo, dove in cambio di plastica e mozziconi di sigaretta è possibile ricevere in omaggio una birra, un caffè e, laddove tale pratica risulta in qualche modo legale, persino della marijuana.
A ciascun Paese la sua usanza e i suoi vantaggi. In Italia è già attivo in alcuni spiagge l’iniziativa che vede possibile scambiare mozziconi di sigaretta raccolti tra la sabbia con un caffè. Un’operazione che vedeva protagonista alcuni anni fa il locale storico Gambrinus e che ora sembra sia stata rilanciata nel Cilento, dove alcuni gestori di stabilimenti balneari sono stati convinti dal titolare della torrefazione CaffèCilento a offrire un espresso in cambio di una busta di rifiuti raccolti tra la sabbia.
Dalla Liguria arriva invece una trovata che molto ha in comune con la Spagna, dove è già presente da tempo (lanciata dal Tibu-Ron Castelldefels, un bar di Barcellona). Alcuni locali di Bordighera (fra i primi ad aderire lo stabilimento balneare/ristorante Amarea, il bar Hakuna Matata e il bar Eclisse) offriranno una birra omaggio in cambio di un bicchiere colmo di mozziconi di sigaretta.
In Giamaica è stato lanciato il progetto che vede come premio per la raccolta dei rifiuti uno spinello realizzato con “pura marijuana“. L’idea è del 33enne tedesco Marian Erbach, che ha deciso di contrastare l’ondata di rifiuti in plastica che sta infestando la zona di Port Antonio stimolando la coscienza ambientalista e non degli ospiti del vicino Germaican-Hostel.
Una proposta che qualche critica legale l’ha scatenata, ma respinta al mittente dal giovane tedesco, che sostiene come si tratti di un “semplice scambio” e non di vendita. Inoltre manterrebbe in maniera accurata il quantitativo disponibile al di sotto dei 56 spinelli (equivalenti a 56 grammi, il limite entro il quale non si rischia l’arresto in quanto ritenuto “a uso personale”). Una scelta che ha alla base anche un intento provocatorio, allo scopo di attirare l’attenzione sull’inquinamento da plastica degli oceani.
fonte: https://www.greenstyle.it

Addio anelli di plastica rischiosi per i pesci: Corona ha inventato le lattine che si avvitano













Un design ecologico tutto nuovo per le lattine di Corona, in grado di eliminare la necessità degli anelli di plastica.

Ogni lattina ha una filettatura in alto e in basso in modo che la parte superiore possa essere avvitata alla parte inferiore di un'altra lattina. Con il sistema studiato per la famosa birra "sale e limone", si possono impilare fino a 10 lattine, consentendo l'eliminazione di uno dei rischi maggiori per la fauna marina.

Corona insieme a Leo Burnett per il fit pack ecologico

Il "fit pack", questo il nome della novità introdotta dal brand di birra, nasce dalla collaborazione tra Corona e l'agenzia di Chicago di Leo Burnett. Il progetto ha anche vinto il Leone di Bronzo al recente Cannes Lions Festival.



LEGGI ANCHE: Cannes Lions 2019: tutti i vincitori e le pubblicità più belle

Un breve video è stato diffuso per mostrare il funzionamento del nuovo sistema: l'industria delle bevande produce oltre 16,5 milioni di tonnellate di imballaggi in plastica ogni anno e, secondo gruppo di conservazioneOceana, ben 8,8 milioni di tonnellate finiscono direttamente nell'oceano.

Inoltre, solo il 9% di tutti i rifiuti di plastica viene effettivamente riciclato.





L'iniziativa fa parte di un concetto più ampio che Grupo Modelo, il brand proprietario di Corona, sta sperimentando da tempo: Circa sette mesi fa, abbiamo lanciato un anello senza plastica fatto di materiale biodegradabile, un materiale di origine vegetale" ha dichiarato Carlos Ranero, vice-presidente marketing di Anheuser-Busch InBev, azienda "madre " di Grupo Modelo.


fonte: https://www.ninjamarketing.it

Birra gratis in cambio di plastica da riciclare a Milano

L'iniziativa Pay With Plastic, realizzata da Parley e Corona, permette l'acquisto di una bottiglia di birra Corona in cambio di bottiglie in plastica.

















Acquistare birra pagando con rifiuti in plastica. Sembra un sogno, ma è una delle idee del progetto Protect Paradise, frutto della collaborazione tra il noto marchio di birra Corona e l’associazione Parley for the Oceans.

Un’iniziativa che nasce in concomitanza con la Settimana mondiale per gli Oceani e avviata in zona Navigli, a Milano. Un quartiere della capitale lombarda caratterizzato da un’intensa vita notturna dove da oggi staziona, in via di Ripa Ticinese 43, un’installazione artistica raffigurante una grande onda fatta di plastica. Presentata da Lorenzo Jovanotti l’opera, realizzata mediante il riciclo di 12 mila bottigliette e bicchieri in plastica, raffigura artisticamente la condizione attuale dell’inquinamento marino, in particolare degli ecosistemi oceanici.


Posta sotto l’installazione artistica troviamo la “Plastic Machine”, un macchinario che permette il ritiro di bottigliette in plastica, in cambio di un coupon da spendere nei locali aderenti, utilizzabili per l’acquisto di una birra Corona. Le bottiglie in giacenza nella macchina verranno poi riciclate

Un gesto simbolico, alle quali verranno aggiunte le altre iniziative dell’iniziativa Pay With Plastic, come la realizzazione di un packaging speciale di birra Corona, in edizione limitata: per ogni pack venduto, Corona e Parley si impegneranno a ripulire un metro quadrato in aree oggetto dell’iniziativa. Tra le zone interessate: il porticciolo di Marina Grande a Cagliari e piazzale John Fitzgerald Kennedy a Rimini.

fonte: www.greenstyle.it

Birra Ichnusa, ecco la bottiglia con il tappo verde, torna il vuoto a rendere, impegno per l’ambiente!

Birra Ichnusa, chiedi la bottiglia con il tappo verde, torna il vuoto a rendere: la bottiglia Ichnusa col tappo verde, colore non scelto a caso ma quale simbolo del rispetto per l’ambiente, era stata annunciata già lo scorso anno. Bene, adesso è stato presentato alla stampa l’impianto che produrrà il “Vuoto a buon rendere“, la nuova linea “green” che verrà prodotta anch’essa presso lo stabilimento di Assemini, il più antico birrificio della Sardegna, che impiega ben 97 lavoratori (più un ulteriore 205 in alta stagione).




Ma in cosa si differenzia l’Ichnusa dal tappo verde? Si tratta di una bottiglia destinata al momento soprattutto ai bar e alla ristorazione che si caratterizza per il “vuoto a buon rendere“, che riprende la vecchia usanza di lasciare un deposito di poche lire al negoziante e di riottenere la “cauzione” alla riconsegna delle bottiglie di vetro, una volta utilizzate.

Il “Vuoto a buon rendere” di Ichnusa permette il riutilizzo della stessa bottiglia per oltre vent’anni, riducendo di molto la quantità di vetro necessario e tagliando di oltre un terzo le emissioni di gas a effetto serra. Insomma una scelta green, una filosofia sostenibile in linea con la medesima tendenza in grande crescita in Europa (Greta docet).

La nuova birra si riconosce dal tappo verde e dalla scritta “rispetto, riuso e impegno“, nel collarino della bottiglia da 66 cl, il formato più venduto in Italia, ma anche da 33 e 25 cl.

Una pratica già promossa dai sardi con un sondaggio lo scorso anno, il 98% degli abitanti della nostra isola giudicava positivamente l’iniziativa e il 93,5% pensava di supportare la campagna chiedendo l’Ichnusa tappo verde.

fonte: https://www.sardegnainblog.it

Inchnusa: arriva "Vuoto a buon rendere"

Storico marchio sardo di birra avvia una nuova campagna



















"Vuoto a buon rendere" è il nome del progetto con cui Ichnusa, storico marchio sardo di birra, rilancia il formato del vuoto a rendere. Grazie a una nuova veste grafica, a una campagna di comunicazione e nuovi investimenti a potenziamento della capacità di confezionamento dello storico birrificio di Assemini, il marchio lancia un messaggio chiaro: il vuoto a rendere è il formato su cui investire.
    In passato era consuetudine: quella del vuoto a rendere è infatti una pratica antica, una vecchia usanza che consisteva nel lasciare un deposito di poche lire al negoziante e di riottenere la "cauzione" alla riconsegna delle bottiglie di vetro, una volta utilizzate. Che contenessero latte, birra, acqua o vino poco importava; la procedura era la stessa per qualsiasi prodotto. A partire dagli anni '60 però, questa pratica virtuosa è andata a perdersi in Italia, dove le bottiglie riutilizzabili sono andate via via sostituite dal cosiddetto "vuoto a perdere", ovvero usa e getta. In Sardegna, il vuoto a rendere tutt'oggi resiste e può quasi essere definita una tradizione locale: sull'isola rappresenta infatti una pratica consolidata e virtuosa, sopravvissuta nel tempo a mode e cambiamenti culturali, ma che è oggi messa a rischio da nuove abitudini di consumo.
    In Sardegna il vuoto a rendere negli anni ha mutato forma.
    Ancora oggi gran parte delle acque minerali locali destinate alla ristorazione vengono commercializzate proprio col vuoto a rendere. Una pratica che anche Ichnusa, da sempre adopera. In questo modo, le bottiglie vengono riutilizzate anche per vent'anni; sono bottiglie che portano un peso speciale, quello del tempo che scorre. Le si riconosce dai segni che, orgogliosi come rughe su un volto, ne incorniciano il vetro e ne scandiscono il passare degli anni. Sono bottiglie che hanno una storia. Da oggi, con Ichnusa, queste bottiglie ci parlano e mandano un messaggio importante: quello del rispetto verso l'ambiente. E i sardi promuovono l'impegno di Ichnusa. Secondo una ricerca Doxa, realizzata su un panel di 400 persone rappresentativo della popolazione dell'isola, il 65% dei sardi sa che il vuoto a rendere è una pratica virtuosa tipica della regione. Il 98% giudica in maniera positiva l'iniziativa che Ichnusa sta per prendere nel rilanciare questa pratica e il 93,5% pensa di supportare fattivamente la campagna cercando e chiedendo, al bar o al ristorante, proprio l'Ichnusa tappo verde, perché ritiene giusto preservare l'ambiente e le bellezze della Sardegna.
    La nuova bottiglia continuerà a essere prodotta nei tre formati storici: 0,20, 0,33 e 0,66 cl. A renderla ancora più distintiva, il tappo verde con su scritto "Vuoto a buon rendere. Ichnusa per la Sardegna".

fonte: www.ansa.it

Glifosato: tracce in diverse birre austriache, lo studio















Un’indagine condotta dal Konsument svela che le birre austriache sono piene di glifosato, ovvero contengono tracce del pesticida tossico forse più noto e sotto accusa al mondo, che entra nell’amata bevanda attraverso il grano.

Lo studio è stato condotto da un laboratorio straniero specializzato in analisi degli inquinanti. Su un totale di 13 birre analizzate al microscopio, di cui 11 provengono da birrifici austriaci e due dall’estero, sono stati trovato residui di glifosato in cinque birre austriache (Gösser Märzen, Gösser Gold, Ottakringer Gold Fassl Special Beer, Wieselburger Gold, Ottakringer Helles Beer) e nella Pilsner Urquell. In quantità per nulla trascurabili, dato che secondo quanto rilevato oscillano da 0,7 a 12 microgrammi per chilo.

Già nel 2016 aveva suscitato scalpore un’indagine del German Environmental Institute di Monaco, che aveva saputo dimostrare come il pesticida sia presente nelle 14 birre tedesche più popolari.
Un problema comune, dunque, anche se il test in Austria è stato condotto su un campione ristretto di birre e mancano marchi forti, come Budweiser, Becks, Schwechater, Stiegl, Heineken, peraltro venduti anche in Italia. Occorrerebbero dunque altri test per capire con certezza quali siano tutte le birre contenenti glifosato, ma indubbiamente quanto emerso finora non è rassicurante.
fonte: http://www.greenstyle.it

Da scarti di pane, frutta e brioches la birra del futuro che non ti aspetti

Trasformare la produzione di birra in un virtuoso esempio di economia circolare: molte aziende nel mondo hanno già accettato la sfida, con soluzioni davvero impensabili.
birra
Della birra non si butta via niente? Di certo concorderanno gli estimatori, ma esistono anche produttori che puntano a fare di questo motto rivisitato una strategia aziendale da seguire alla lettera. Avvicinarsi il più possibile all’eliminazione dell’impatto ambientale della produzione di birra è la sfida raccolta dal birrificio Northern Monk Brew Co, di Leeds.
L’obiettivo Zero Waste non è mai semplice da raggiungere, ma appare particolarmente ambizioso quando si tratta di inseguirlo attraverso un prodotto che, ebbene sì, tradizionalmente ha un impatto ambientale notevole. Qualche dato: la produzione di questa amatissima bevanda richiede in media l’uso di 0.2 kw/h per ogni bottiglia, pari ai consumi di un televisore 40 pollici in tre ore e mezza. Un litro di birra, poi, richiede fino a 300 litri d’acqua. Non proprio ciò che viene in mente quando si pensa alla sostenibilità.
Wasted, questo il nome dell’innovativa birra, è una farmhouse ale realizzata grazie alla collaborazione con l’associazione benefica Real Junk Food Project, impegnata nel recupero di cibo in scadenza e scarti da supermercati e ristoranti. Wasted nasce dalla lavorazione di scarti come pere e brioches, trasformati nel nettare con il quale riempire i boccali.
Non poteva mancare, a questo punto, un packaging sostenibile: ogni bottiglia è fatto con vetro 100% riciclato. Wasted è un virtuoso esempio di economia circolare: luppoli e malto utilizzati per la produzione vengono poi donati a coltivatori locali per essere usati come concimi e fertilizzanti.
L’esperimento di Leeds non è il solo: Toast è il nome di una birra, prodotta a Londra da Hacney Brewery, realizzata a partire da pane di scarto. Anche in questo caso il progetto è portato avanti in collaborazione con un’associazione benefica locale, Feedback. La tostatura del pane permetterebbe così di recuperare parte dei 24 metri di fette gettate via ogni anno dalle famiglie londinesi.
Non mancano, poi, le aziende produttrici che si concentrano sulla riduzione dell’impatto ambientale del packaging e degli scarti: Sierra Nevada è giunta al recupero del 99.8% dei suoi rifiuti solidi attraverso il riciclo, il riuso e il compostaggio, mentre la Purity Brewing Co è riuscita a dare vita a un sistema di recupero delle acque reflue non solo inoffensivo, ma perfino benefico per l’ecosistema circostante.
I segnali, insomma, ci sono tutti: sembra stiamo andando incontro a un futuro nel quale bere birra non ci darà più alcun motivo per sentirci in colpa nei confronti dell’ambiente. Per quanto riguarda il senso di colpa nei confronti della nostra forma fisica beh, per questo pare ci sia da aspettare ancora un po’.


fonte: http://nonsoloambiente.it