Visualizzazione post con etichetta #ProdottiAllaSpina. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta #ProdottiAllaSpina. Mostra tutti i post

Ricarica o riconsegna, in casa o in negozio… Ecco i 4 modelli di sistemi di riuso

Dai singoli prodotti venduti senza imballaggi – riso, pasta, cereali, frutta secca, detersivi ma anche dentifrici e cosmetici – ai sistemi di riuso che si diffondono in Europa, Usa, Giappone. Dal coinvolgimento della grande distribuzione fino alle start up. I sistemi di riuso, per ridurre gli imballaggi e riutilizzare quelli necessari, non sono più esperienze di nicchia ma avanguardie di un modo diverso di pensare i prodotti, i modelli di business e di consumo



Startup, progetti pilota, joint-venture tra piccole realtà innovative e grandi marchi interessati a sperimentare nuovi sistemi. A livello mondiale negli ultimi anni i progetti di riuso del packaging si sono moltiplicati e continuano ad aumentare ed evolversi in direzioni a volte molto diverse. Per mettere ordine tra le diverse opzioni disponibili, la Fondazione Ellen MacArthur (EMAF) ha ideato una classificazione che divide i sistemi di riuso dei contenitori in quattro tipologie, in base a dove si svolge la ricarica o a dove avviene la riconsegna dell’imballaggio vuoto.

Alcuni esempi non certamente esaustivi rispetto alla varietà di iniziative che crescono di settimana in settimana si possono trovare nel rapporto Upstream Innovation: a guide to packaging solutions della Emaf, un database di casi studio consultabile anche online. Ma vediamo nel dettaglio quali sono le caratteristiche delle quattro diverse tipologie di sistemi.



1. Refill at home: la ricarica a casa tua

Si parla di sistemi “refill at home” quando il riempimento avviene a casa, usando ricariche spesso in formula concentrata confezionate da quello che viene definito “parent packaging” (letteralmente un ‘imballaggio genitore’) che si può acquistare online o in negozi fisici. In questo modello, il contenitore è di proprietà dell’utente: è lui a occuparsi del lavaggio e della eventuale igienizzazione. Sono un esempio di questa modalità i diversi prodotti del settore della detergenza per la casa e la cura del corpo che sono stati sviluppati da diverse startup negli ultimi 3-4 anni e più recentemente da multinazionali, come nel caso della linea Cif Refill di Unilever che impiega capsule di prodotto concentrato da sciogliere poi in acqua, oppure ricariche come nel caso dei deodoranti solidi della linea di Humankind. Per l’igiene dei denti ci sono gli esempi della statunitense Bite Toothpaste Bits e della britannica PÄRLA che hanno sviluppato delle pastiglie da usare al posto del dentifricio che possono essere acquistate online come sottoscrizione. In entrambi i casi si riceve un primo vasetto in vetro con la quantità di tavolette che coprono quattro mesi e successivamente le sole tavolette in confezione compostabile tramite servizio postale. Tra le diverse aziende che commercializzano detergenti concentrati con il servizio in abbonamento e con vendita online abbiamo tra le altre: Everdrop, Splosh e Blueland. Quest’ultima, ad esempio, vende contenitori riutilizzabili e tablet da sciogliere in acqua per ottenere detersivi e sapone per le mani: ogni compressa pesa due grammi e permette di ottenere più di mezzo litro di detergente. Lo stesso modello è adottato anche da Replenish, che però ha optato per una formula di concentrato liquido con ricariche che pesano poco più di 100 grammi sufficienti per realizzare sei flaconi di prodotto che vengono agganciate al flacone riutilizzabile con spruzzatore.
Alcuni dei grandi marchi che hanno sviluppato questi prodotti aderiscono anche ad altri modelli di riuso (li vedremo a seguire), che rendono gli stessi prodotti disponibili in negozi fisici (refill on the go) e/o distribuiti da piattaforme online come Loop. Questa piattaforma ha infatti come modello preponderante il “return from home”, ma ha integrato il business con i negozi fisici dei suoi partner del settore retail.

Questo dato fa capire quanto ampio sia il potenziale dei sistemi di riuso nello stimolare la collaborazione tra il mondo produttivo e distributivo tradizionale, nel liberare innovazione in nuovi modelli più circolari di erogazione dei prodotti, e nel contaminare positivamente tutti gli stakeholder per diventare parte del cambiamento verso una maggiore sostenibilità dei consumi.

2. Refill on the go: la ricarica la fai “in trasferta”

Con il sistema “refill on the go” è sempre l’utente a occuparsi del riempimento dei suoi contenitori, ma la ricarica avviene fuori casa, per esempio attraverso erogatori installati nei punti vendita. Qui gli esempi ispirati dalla filosofia Zero Waste sono molti anche in Italia, trattasi di negozi di prodotti sfusi legati sia a catene come Negozio leggero, sia negozi indipendenti che fanno capo alla rete dello sfuso o che sono mappati da Sfusitalia.it. Ma è in Francia che si registra un grande fermento con associazioni multi-stakeholder come la storica Réseau Consigne e Réseau Vrac che da un lustro promuove i modelli di vendita sfusa che sono entrati a pieno titolo nella legislazione francese in quanto tutti gli emendamenti proposti da Réseau Vrac sono stati adottati dall’Assemblea nazionale come parte del disegno di legge sul clima e la resilienza.

Nella grande distribuzione generalista, esperienze molto interessanti si trovano principalmente in Gran Bretagna. Il marchio della grande distribuzione Waitrose ha avviato nel 2019 la sperimentazione Unpacked affiancando ai prodotti confezionati alternative sfuse, sia nel caso di freschi e gastronomia da asporto, sia per vino, birra e detergenti, con prezzi inferiori del 15%. Il progetto è iniziato in un supermercato di Oxford e, secondo quanto riportato sul sito web di Waitrose, coinvolge altri tre punti vendita. I risultati sono stati definiti da subito “fenomenali” dall’insegna: le performance di vendita dei prodotti sfusi registrate nei primi mesi di avvio del progetto sono state maggiori del 68% rispetto agli stessi prodotti confezionati. Dati più aggiornati vedono le vendite di prodotti ricaricabili cresciute in media del 9% in quattro dei suoi negozi Unpacked negli ultimi sei mesi, con le vendite relative a ortofrutta surgelata aumentate di oltre il 50%, le vendite di detergenti cresciuti del 24% mentre per legumi, pasta e cereali la crescita arriva a quasi l’8%.



Nel 2019 anche un’altra insegna britannica, Marks and Spencer, ha avviato il servizio Fill Your Own nel supermercato Hedge End e lo ha poi esteso ad altri due punti vendita. A un anno dall’avvio del progetto, l’azienda ha reso noto che oltre il 30% dei prodotti offerti in versione sfusa stavano vendendo più di quelli imballati. M&S ha appena annunciato l’intenzione di estendere l’iniziativa ad altri otto punti vendita sparsi nel Regno Unito visto il successo del pilota che consentirà ai clienti di acquistare sfuse più di 60 referenze di generi alimentari tra cui pasta, riso, cereali, noci, prodotti da forno e frutta congelata. La mossa supporta l’obiettivo dell’insegna di evitare l’impiego di oltre 300.000 unità di imballaggi monouso nei prossimi 12 mesi.

A questi si aggiunge un terzo progetto in ambito GDO, quello di Asda, che ha avviato una sperimentazione a Leeds a ottobre 2020 con l’obiettivo di capire meglio le tendenze di acquisto di prodotti sfusi ed estendere poi la nuova offerta ad altri punti vendita. Allo scopo di coinvolgere il maggior numero possibile di clienti Asda sta collaborando con diversi marchi che commercializza per trovare più opzioni di acquisto da implementare allo stesso tempo sempre basate sul concetto di ricarica e riuso, interagendo con i suoi clienti in diverse parti del Regno Unito. Sono quattro le nuove aperture previste di negozi che offrono le stesse opportunità di acquisto sfuso del punto vendita di Leeds nei prossimi mesi. In particolare aprirà a York in ottobre con 18 postazioni che offriranno oltre 70 prodotti di marca e a marchio proprio acquistabili con contenitori ricaricabili sia nel settore alimentare che della detergenza. Da quest’anno Asda ha inserito in tutti i suoi punti vendita sacchetti riutilizzabili per l’ortofrutta.

Sempre il modello “refill on the go” comprende progetti di refill avviati anche da insegne di profumerie, come The Body Shop o L’Occitane. Interessanti sono i modelli di joint-venture tra multinazionali e marchi della grande distribuzione, che ospitano erogatori per la ricarica di prodotti sfusi. È il caso degli shampoo Unilever venduti alla spina nei supermercati Walmart in Messico, dei detersivi Henkel nei supermercati Rossmann in Repubblica Ceca oppure dei detergenti We love Nature (Henkel) nei supermercati Kaufland in Germania.

In Francia l’azienda cosmetica CoZie (Cosmétique Objectif Zéro Impact Environnemental ) ha sviluppato un sistema specifico denominato la Dozeuse per erogare prodotti cosmetici sfusi come creme, detergenti e altri prodotti per il viso che consente di acquistare piccole quantità di prodotto.

I diversi prodotti all’interno della macchina erogatrice sono contenuti in sacche sottovuoto che garantiscono una conservazione ottimale impedendo che il prodotto entri in contatto con la macchina, nel rispetto dei più rigorosi standard igienici e di tracciabilità per i prodotti cosmetici.

Con il primo acquisto viene aggiunto al prezzo del prodotto 1,5 euro che corrisponde al prezzo del flaconcino in vetro. Lo stesso importo viene detratto dall’acquisto successivo quando si riporta il contenitore vuoto nei negozi che vendono cosmetici CoZie. I contenitori vengono recuperati e lavati centralmente da CoZie che provvede a ridistribuirli ai punti vendita. Fino ad ora CoZie ha utilizzato le sue macchine solamente per i propri prodotti ma sta integrando la sua offerta con marchi esterni per altri prodotti come shampoo e gel doccia.

Indubbiamente CoZie ha il merito di avere aperto la strada alla vendita sfusa nel settore della cosmetica ed è probabile che altri marchi e prodotti del settore introducano prossimamente una tecnologia simile all’interno dei punti vendita.



Tra le joint venture che hanno coinvolto start up e grandi marchi di prodotti di consumo non si può non citare in termini di innovazione i casi studio delle start up Algramo e Miwa che continuano a perfezionare e implementare il proprio modello di business.

Algramo

Algramo è stata fondata nel 2013 in Cile da José Manuel Moller, con l’obiettivo di abbattere la cosiddetta “tassa sulla povertà” generata dall’alta incidenza del costo degli imballaggi sul prezzo dei prodotti. In alcuni anni erogatori di prodotti di vario tipo, dal riso ai detersivi, sono stati installati in oltre 2000 piccoli supermercati di quartiere. Nel 2018 ha preso il via la partnership con Unilever: accanto agli erogatori alla spina presenti nei negozi fisici, è nato anche un servizio di ricarica a domicilio che avviene prenotando tramite app il passaggio di stazioni di refill itineranti montate su un furgoncino e tre ruote. Ricarica e pagamento avvengono entrambi tramite l’app Algramo che si interfaccia con l’etichetta Rfid di cui il flacone è provvisto. Nel tempo la gamma dei prodotti e le partnership si sono ampliate e oggi tra le collaborazioni ci sono anche quelle con i marchi Colgate e Nestlè.


Miwa

Anche Miwa basa il suo funzionamento sull’internet delle cose: è un sistema di dispenser modulari da cui è possibili rifornirsi attraverso appositi contenitori riutilizzabili provvisti di un’etichetta Rfid che comunica con l’erogatore e la cassa del negozio: non c’è pertanto bisogno di pesare il contenuto o scansionare ulteriormente l’etichetta. L’app consente di pagare, ma fornisce anche informazioni sui prodotti acquistati. Creato nel 2014 nella Repubblica ceca, il sistema oggi è operativo a Praga e in diverse località della Svizzera. A maggio 2020 ha infatti preso il via la partnership con Nestlé, per la commercializzazione di cibo per animali e caffè solubile nei suoi punti vendita elvetici attraverso i dispenser del sistema Miwa. Partito come progetto pilota da tre negozi Nestlè, oggi è attivo in 15 punti vendita. Nestlé sta ora valutando la fattibilità di sfruttare la tecnologia degli erogatori per altre categorie di prodotti, oltre a testare la fattibilità operativa delle soluzioni nei supermercati più grandi lungo la sua catena di approvvigionamento. Miwa fornisce ai produttori (offerta B2B) i suoi contenitori intelligenti riutilizzabili che vengono riempiti per erogare merci sfuse come riso o detersivo per bucato e i moduli o scaffali intelligenti dotati di valvole di rilevamento a controllo elettronico con interfaccia utente. Ai clienti B2C viene offerto un imballaggio riutilizzabile e app corrispondente che collega tutti i moduli del sistema consentendo un riutilizzo in autonomia. Secondo la start up sulla base di una valutazione del ciclo di vita (LCA), la loro soluzione è progettata per ridurre l’impronta ambientale fino al 71% rispetto ai modelli di consumo lineare, utilizzando solo il 10% di materiali di imballaggio rispetto all’impiego monouso e con un 62% in meno di impronta di carbonio.



Tazze e bicchieri da passeggio

Abbiamo poi tutto il settore dei contenitori riutilizzabili dai bicchieri, alle tazze ai contenitori di varie forme e dimensioni che all’estero stanno vivendo un proprio boom negli ultimi 3 anni a partire dai sistemi di tazze riutilizzabili da passeggio (on the go). Ecco qualche iniziativa per rendere l’idea tra quelle attive in Europa che rendono possibile a singoli, aziende e istituzione varie l’utilizzo di tazze riutilizzabili anche in occasioni di eventi. Alcune sono partite con il sistema refill on the go in cui la proprietà del contenitore appartiene al cliente ma integrando anche altre formule a seconda dei clienti se singoli, aziende e istituzioni o organizzatori di eventi.

La catena indipendente di caffetterie Boston Tea Party è stata l’unica nel suo genere a interrompere definitivamente nel 2018 l’utilizzo di monouso e a servire le sue bevande calde e fredde in contenitori riutilizzabili nelle sue 23 caffetterie. I clienti portando la loro tazza ricevono 25 pence di sconto sul prezzo della bevanda e quando la dimenticano possono prenderne una a fronte di una cauzione che recuperano riportandola.

Segue menzione di alcune tra le iniziative in corso che possono includere sia il modello “refill on the go” in cui l’utente rimane proprietario del contenitore che il “return on the go” anche nella modalità del PaaS (Product as a service) dove una società terza gestisce le tazze per conto del rivenditore di bevande che paga una fee per ogni utilizzo della tazza. Nel Regno Unito: CupClub; in Germania: Freiburg Cup, ReCup, CupforCup, FairCup. Seguono altri esempi come : BillieCup (Belgio), Muuse (Singapore), Vessel (California).

Sempre in UK la piattaforma Loop che viene descritta nella sezione dedicata al modello “return from home” ha lanciato un progetto pilota in collaborazione con McDonald per testare l’impiego di tazze riutilizzabili in 6 punti vendita selezionati del Regno Unito allo scopo di ridurre i 2,5 miliardi di tazze di caffè monouso che finiscono in discarica ogni anno. I sei esercizi sono stati selezionati per la loro vicinanza al centro di lavaggio che serve la piattaforma Loop ma l’idea è quella di estenderlo a tutti i 1.300 ristoranti del gruppo del Regno Unito, e si spera anche ai 36.000 a livello globale. Per ovviare al fatto che i clienti dimenticano la propria tazza o non vogliono portarla in borsa dopo l’uso presso i caffè partecipanti della catena si otterrà uno sconto di 20 centesimi su ogni caffè, tè o cioccolata calda chiedendo una tazza riutilizzabile.

I clienti pagano un deposito di 1 sterlina che ricevono indietro, in contanti o come credito su un’app quando restituiscono la tazza. Quest’ultima può essere restituita immediatamente dopo la consumazione oppure in un momento successivo. I punti di consegna che verranno presto implementati includono anche postazioni ospitate nei supermercati della catena Tesco il partner della Gdo di Loop nel Regno Unito.

In Italia

Nel settore dei contenitori intelligenti l’apripista per l’Italia è stato Pcup, un bicchiere termico in silicone praticamente indistruttibile che è stato adottato in diversi eventi sparsi nella penisola. Il bicchiere realizzato in Italia contiene un chip sul fondo che consente di associare il bicchiere all’account dell’applicazione appoggiandolo sul telefono. Una volta che il bicchiere viene interfacciato con l’account è possibile ordinare le bevande da consumare per sé e altri utilizzando il credito caricato sull’app senza code alla cassa e ad accedere ad altre funzioni personalizzabili. I dati raccolti attraverso il bicchiere permettono di quantificare l’usa e getta risparmiato all’ambiente ma anche di acquisire informazioni interessanti per pianificare e progettare servizi mirati alle diverse tipologie di utilizzo tra eventi e applicazioni a locali della movida, ad esempio, ottimizzando i costi e prevenendo sprechi di ogni tipo.

Contenitori da asporto

Nel settore dei contenitori per cibo da asporto – non ancora affollato come il settore delle tazze – ci sono operatori della ristorazione pionieri come Just Salad che iniziò già nel 2006 a mettere a disposizione dei clienti un’alternativa riutilizzabile per l’asporto nei suoi ristoranti a New York. Recentemente ha sviluppato un programma di ordinazione online che prevede un servizio di consegna con ciotole riutilizzabili sia nella formula “return from home” che “return on the go”, che viene spiegata nella seconda parte dell’articolo.

Nella formula “Return on the go” il cliente è tenuto a riportare la ciotola entro due settimane dall’ordine per non incorrere nell’addebito di una piccola fee per ogni giorno in più che passa dal 14° giorno.

Tra le new entry che meritano una speciale menzione abbiamo ShareWare una piattaforma appena lanciata a Vancouver che offre a singoli e aziende la possibilità di aderire tramite un’app per potere usufruire di un servizio di noleggio di contenitori riutilizzabili – sia per cibo che bevande da asporto – che vengono poi recuperati, igienizzati e rimessi in circolazione. L’aspetto interessante del modello di ShareWare sta nel servizio di wash-as-a-service che mettono a disposizione di altre aziende con sede a Vancouver che sono alla ricerca di un partner di lavaggio su scala commerciale per i loro contenitori.

ReCIRCLE è nata nel 2016 in Svizzera come prima impresa sociale specializzata nella fornitura di contenitori riutilizzabili per piatti e bevande da asporto a ristoranti, campus universitari, aziende ed altri soggetti. Al momento è operativa e consolidata in Svizzera e Germania ma con l’ambizione di esportare il modello in altri paesi con alcune iniziative in fase di definizione o in partenza in Estonia, Danimarca, Germania, Paesi Bassi e Italia.

Il sistema basato sul modello product as a service vede gli utilizzatori del servizio pagare una commissione sull’utilizzo dei contenitori scegliendo la tipologia di contratto più congeniale alla loro attività. Anche ReCIRCLE sta passando per una parte dei suoi contenitori a una gestione digitale del deposito tramite la ReCIRCLE APP che permette altre funzioni come accedere alla lista di locali che aderiscono al sistema o aderire a programmi di fidelizzazione.

Per quanto riguarda l’Italia l’iniziativa in collaborazione con ReCIRCLE prevede la creazione di circuiti di riutilizzo dei contenitori in alcune attività di ristorazione (NoPla Take Away) e nei bar (NoPla Drink). Il progetto parte a Milano dove coinvolgerà una quarantina di ristoratori e una ventina di bar.

Per citare qualche caso studio europeo – partendo dalla Germania e Olanda dove c’è particolare fermento – non c’è che l’imbarazzo della scelta. In Germania opera Rebowl, in Olanda abbiamo Ozarka ora in partnership con Deliverzero, PackBack, Swap-box in fase di lancio ad Amsterdam e Deliveroo operativo anche in Belgio.

Come nel caso delle tazze da passeggio queste iniziative che coinvolgono i contenitori da asporto possono operare sia nella formula “refill on the go” che “return from home” .

3. Return from home: il vuoto si ritira a domicilio

Nel caso in cui la ricarica dei contenitori non venga effettuata direttamente dagli utenti, ma siano le aziende a riempirli (soprattutto se serve l’igienizzazione), le alternative sono due, e qui arriviamo al terzo e al quarto modello applicabile ai sistemi di riuso e ricarica degli imballaggi: “return from home” e “return on the go”. In entrambi i casi i contenitori non sono di proprietà degli utenti e vengono caricati di una cauzione che viene riaccreditata ad avvenuta restituzione dei contenitori. Nei sistemi che seguono il modello “return from home”, il contenitore vuoto viene ritirato a domicilio da un’impresa incaricata, per esempio in occasione della consegna di nuovi prodotti, e in molti casi attraverso servizi in abbonamento che consentono una fidelizzazione del cliente e un’ottimizzazione delle operazioni di ritiro e sanificazione degli imballaggi.




Il progetto Loop basa il suo funzionamento su entrambi i modelli dal momento che i clienti della piattaforma possono non muoversi da casa (return from home) oppure rendere i contenitori vuoti presso i punti vendita che fanno parte della rete attraverso apposite reverse vending machine posizionate allo scopo (return on the go). Nonostante sia passato poco più di un anno dal suo lancio nei primi Paesi il sistema, che coinvolge grandi marchi leader dei prodotti di largo consumo, ha già fatto scuola nel suo genere. Si tratta di una piattaforma che permette di acquistare sul proprio shop online più di 500 prodotti dei marchi più noti a livello globale: quando il prodotto è finito, l’imballaggio viene ritirato a casa dell’utente, può essere portato in un punto UPS oppure presso negozi fisici. I contenitori vengono successivamente igienizzati, ricaricato e messi nuovamente in commercio.

Una parte importante del progetto ha riguardato la completa riprogettazione degli imballaggi avvenuta in collaborazione con i diversi marchi. Se l’imballaggio primario dei prodotti è stato ripensato per poter essere sottoposto a numerosi cicli di riuso anche l’imballaggio secondario che contiene i prodotti acquistati ha cambiato pelle: a casa dei destinatari non arriva più una scatola in cartone da smaltire ma una box riutilizzabile, da usare per la restituzione dei contenitori vuoti. L’utente paga una quota di deposito per i contenitori che viene riaccreditata quando vengono restituiti: il credito può essere gestito facilmente tramite app e utilizzato per nuovi acquisti.

Creato dalla società di riciclo Terracycle, Loop ha avviato i primi progetti pilota di commercializzazione di prodotti in imballaggi riutilizzabili nel periodo dello scoppio della pandemia, tra marzo e aprile 2020, a Parigi e New York. Ad oggi sono attive partnership con più di 30 marchi, sia di prodotti di largo consumo come Pantene, Purina, Tide, sia di insegne della grande distribuzione tra cui Tesco in UK, Kroger e Walgreens in USA , Aeon in Giappone e Carrefour in alcune aree della Francia. Il lancio in Canada, Germania e Australia è previsto a metà del 2021, mentre già da ottobre 2020 è stato avviato, a partire dalla Francia, lo sviluppo del progetto con postazioni Loop nei negozi fisici. Anche in Giappone sono 19 i punti vendita dell’insegna Aeon ad ospitare una postazione Loop.



Un esempio che arriva dal Regno Unito è il servizio Club Zero sviluppato dal rivenditore online Abel & Cole che permette ai suoi clienti di acquistare alimenti secchi come cereali, legumi, cioccolato, riso e pasta in semplici contenitori riutilizzabili low cost senza addebito di deposito. I contenitori sono stati disegnati con in mente la funzionalità nel trasporto evitando così che i clienti siano tentati di trattenerli. I contenitori vuoti vengono riconsegnati all’interno di una box riutilizzabile quando ricevono una nuova consegna.

Anche il progetto olandese Pieter Pot, ricalca il modello “return from home”. Si tratta di un circuito che commercializza prodotti alimentari secchi in barattoli e bottiglie di vetro, permettendo agli utenti di riconsegnare quelli vuoti alla consegna dell’ordine successivo: il consumatore paga un deposito che viene riaccreditato una volta che restituisce i vuoti. Al momento il sistema, attivo in alcune zone dei Paesi Bassi, ha 3.000 utenti sta riscuotendo parecchio interesse al punto che conta una lista di attesa di altri 30.000.

4. Return on the go: usa il contenuto e riporta il contenitore

Nel modello “return on the go”, come accennato, i consumatori acquistano un prodotto in un contenitore riutilizzabile che non rimane in loro proprietà ma va restituito presso punti vendita (possono essere più di uno e parte di una rete) o altri luoghi di raccolta anche tramite reverse vending machine (RVM) o distributori automatici inversi.

Qualora assoggettati ad una cauzione, la medesima viene riaccreditata una volta che i contenitori vengono restituiti. I contenitori usati vengono raccolti igienizzati e redistribuiti nei punti vendita al dettaglio o dove avviene la somministrazione dei prodotti che veicolano.

Sono comunque diverse le iniziative “ibride” anche tra quelle accennate in precedenza che non possono essere inserite in una sola categoria in quando permettono più modalità nella resa e gestione dei contenitori che può essere decisa dall’operatore. È sicuramente il caso delle tazze da passeggio che per comodità sono state raccolte nella sezione “refill on the go”.

Esempi nel servizio ristorazione sono Dabbadrop nel Regno Unito e Belgio, Reusabol a Barcellona, Relevo e Vytal che sono attivi in diverse città della in Germania. Quest’ultimo non offre solamente tazze e contenitori nei formati classici per piatti pronti e prodotti di gastronomia ma anche contenitori adatti per l’asporto di pizze e sushi.

Al sistema esistente prima della pandemia si è affiancato un nuovo servizio che prevede anche la consegna e ritiro dei contenitori: Vytal, Reusable Packaging-as-a-Service. Dalla scorsa estate è in essere una collaborazione con Rewe (seconda catena della GDO tedesca per fatturato) per rendere disponibile il riutilizzo dei contenitori nelle postazioni salad bar a libero servizio dell’insegna. Vytal ha posizionato allo scopo delle reverse vending machine (RVM) nei sei punti vendita che partecipano al pilota per ritirare i contenitori puliti e rendere quelli usati da igienizzare con una procedura digitale gestita tramite un’App e la scannerizzazione del QR code che include il pagamento alla cassa. Un’ultima collaborazione raggiunta con Gorillas, un servizio consegna spesa a casa in bici, permette l’impiego dei contenitori riutilizzabili per alcune referenze vendute sfuse dal rivenditore nel negozio fisico.

Un altro esempio per questo modello ancora nella ristorazione è il sistema statunitense OZZI, pensato per garantire un ciclo chiuso per i contenitori per i pasti fuori casa, con macchine per il deposito dei contenitori vuoti e un sistema per il riaccredito della cauzione pagata dal consumatore. Il sistema è pensato sia per ristoranti con pasti da asporto, sia per luoghi pubblici come college, università, mense aziendali, ospedali.



Altri esempi di riutilizzo dei contenitori che ricalcano il vecchio vuoto a rendere delle bottiglie del latte arrivano dalla Germania dove tradizionalmente esiste un sistema di vuoto a rendere di vasetti in vetro utilizzati per gli yogurt da alcune importanti aziende lattiero-casearie in Germania. Recentemente alcune aziende come Bananeira, Unverpackt für Alle e Fairfood hanno aderito al sistema (e all’infrastruttura esistente di recupero e riutilizzo di questi contenitori) impiegandoli per loro prodotti che non richiedono refrigerazione, venduti principalmente nei negozi biologici. I consumatori possono restituire i contenitori vuoti grazie a una rete di distributori automatici inversi (reverse vending machine) presenti nei supermercati, in modo che possano essere riconsegnati ai produttori che li utilizzano e che sono responsabili dell’igienizzazione prima della ricarica.




fonte: economiacircolare.com


#RifiutiZeroUmbria - Sostienici nelle nostre iniziative, anche con un piccolo contributo su questo IBAN IT 44 Q 03599 01899 050188531897Grazie!

#Iscriviti QUI alla #Associazione COORDINAMENTO REGIONALE UMBRIA RIFIUTI ZERO (CRU-RZ) 


=> Seguici su Blogger 
https://twitter.com/Cru_Rz
=> Seguici su Telegram 
http://t.me/RifiutiZeroUmbria
=> Seguici su Youtube 

Negozio Leggero, dove fare la spesa alla spina per un nuovo commercio di vicinato

Negozi dove poter acquistare prodotti alimentari, per la casa e per la persona, alla spina o con il vuoto a rendere. Una delle prime esperienze in Italia è il Negozio Leggero, nato a Torino dall’idea di cinque ragazzi e ragazze impegnati da lungo tempo nell’ambito della riduzione dei rifiuti e che in questi anni sono riusciti ad avviare numerosi progetti “leggeri” per ripensare collettivamente il nostro modo di fare la spesa.














Torino - Di negozi sfusi, alla spina e zero waste ne sentiamo sempre più parlare in questi anni: sono diventati per molte persone un nuovo modo di acquistare generi alimentari, una filosofia di vita per un consumo più consapevole e quando si comincia a frequentarli, diventa molto difficile tornare indietro. Sì, perché attraverso un gesto quotidiano come fare la spesa, diventiamo tutti parte di quel cambiamento più urgente che mai, non solo individuale ma soprattutto collettivo. I negozi sfusi diventano quindi un punto di partenza per ripensare ai nostri stili di vita partendo dalle piccole cose quotidiane come ciò che mangiamo e beviamo, i detersivi che utilizziamo, i cosmetici che acquistiamo, quanta plastica produciamo.

L’articolo di oggi è dedicato a uno tra i primi negozi sfusi in Italia, che in questi anni, per il successo che ha avuto, si è diffuso in sempre più città uscendo perfino dai confini nazionali, come nel caso della Francia e della Svizzera: stiamo parlando del Negozio Leggero. Molti di voi lo conosceranno già, ma per chi fosse la prima volta, è questa l’occasione per scoprirne 
 di più.

 

Possiamo considerare il Negozio Leggero un precursore in Italia in fatto di negozi alla spina. La prima attività ha infatti aperto a Torino nell’aprile del 2009, anno in cui in Europa ancora non esistevano progetti simili, che condividessero la volontà di creare una rete diffusa sul territorio. Come scritto sul sito, “è stato il primo negozio al mondo in cui acquistare prodotti senza imballi o con vuoto a rendere”. La parola d’ordine è zero waste: attraverso il negozio fisico e online, la vendita alla spina permette di acquistare prodotti di qualità a filiera controllata senza imballaggio, alleggerendo la produzione dei rifiuti domestici e la spesa. Non solo: acquistando prodotti sfusi si minimizzano anche gli sprechi perché, come ben sappiamo, si compra solo ciò di cui si ha realmente bisogno.

«Abbiamo dato a Negozio Leggero la forma del franchising – spiegano i fondatori – perché volevamo far arrivare il progetto in più territori e volevamo farlo con persone che ci assomigliano, che hanno voglia di fare impresa e allo stesso tempo dare il proprio contributo al cambiamento». I negozi leggeri sono infatti pensati per essere facilmente replicabili e per questo nascono come punti vendita di piccole e medie dimensioni che possono essere avviati ovunque, diventando parte di un commercio di prossimità che offre un’alternativa diversa e sostenibile.

Ideatore del progetto è l’ente di ricerca ambientale Ecologos che negli anni è riuscito a disimballare oltre 1.500 prodotti di qualità, a filiera controllata e provenienti da produttori medio-piccoli che garantiscono condizioni di lavoro eque. La rete in franchising è invece gestita dalla società Rinova, costituita da giovani imprenditori e impegnata nello sviluppo di tecnologie e sistemi volti alla riduzione dei rifiuti: insieme, queste due realtà lavorano in modo coordinato per portare una virtuosità “circolare” nel commercio locale e fare in modo che il cambiamento di un singolo individuo porti al cambiamento della collettività verso uno stile di vita più sano ed etico.

Come ha raccontato Cinzia Vaccaneo, founder di Negozio Leggero, «scegliere sfuso non è solo semplice e sostenibile, ma anche conveniente: chi acquista risparmia in media dal 30% al 70% rispetto all’equivalente confezionato e riduce notevolmente la produzione di rifiuti. Abbiamo calcolato che una famiglia di quattro persone che fa la spesa abitualmente al Negozio Leggero arriva a risparmiare in un anno oltre 200 chili di rifiuti».

In negozio è possibile portare i propri recipienti da casa e riempirli con la quantità desiderata di prodotto, altrimenti sono presenti diverse soluzioni come contenitori riutilizzabili, principalmente in vetro, da acquistare solo la prima volta e da riutilizzare quelle seguenti. Ovviamente non ci sono delle quantità definite per l’acquisto minimo e si possono comprare dai pochi grammi a qualche chilo, in base alle esigenze di ciascuno, così 
da ridurre gli scarti alimentari.


Il team di Negozio Leggero

Al suo interno si trova poi tutta la gamma di prodotti cosmetici e per alcuni generi alimentari è stato utilizzato il sistema di vuoto a rendere che permette di avere prodotti sigillati in imballaggi di vetro che, una volta riportati in negozio, vengono opportunamente igienizzati e riutilizzati nel circuito. «La parola d’ordine per la cosmetica è sicuramente “plastic free” e i prodotti per la cura della persona a marchio Negozio Leggero, oltre ad essere senza parabeni, EDTA, siliconi, oli minerali e derivati animali, sono tra i pochissimi, e per alcuni prodotti, gli unici, ad essere confezionati nel vetro, materiale nobile che ci permette di riutilizzare i contenitori innumerevoli volte».

Oltre alla rete del Negozio Leggero, negli anni sono stati sviluppati altri progetti per una sostenibilità a 360°: l’ultimo nato è Liberi dalla plastica, il primo “giornale di bordo” nato su Instagram che raccoglie dati, promuove soluzioni all’uso indiscriminato della plastica monouso, e dialoga con le esperienze reali degli utenti.

«Il nostro lavoro di ricerca ci permette inoltre di monitorare costantemente quanto incide a livello ambientale la mancata produzione di imballaggi: ad esempio, in un anno l’eliminazione delle confezioni sulle sole vendite di vino e detersivo porta un risparmio complessivo di risorse pari a 104.290 kWh di energia, 34 tonnellate di CO2 non emessa in atmosfera e oltre 9,8 milioni di litri di acqua che non sono stati utilizzati per la produzione e lo smaltimento del packaging in eccesso».



Da anni la diffusione dei negozi leggeri è in crescita. Il più recente progetto è il Negozio Leggero di Rivoli (TO), avviato da Sara Forlani e Stefano Premoli. Due giovani che contribuiscono a diffondere la rivoluzione zero waste: Sara lavora da sempre a contatto con il pubblico e partecipa attivamente in campagne di sensibilizzazione ambientale mentre Stefano, economista ed editore, negli ultimi anni ha deciso di dedicarsi a scelte imprenditoriali nel campo della sostenibilità ambientale. Insieme si sono lanciati in questa nuova avventura, per fare la propria parte verso un consumo più sano, etico e circolare che ci auguriamo diventi sempre più un’abitudine condivisa.

fonte: www.italiachecambia.org


#RifiutiZeroUmbria - Sostienici nelle nostre iniziative, anche con un piccolo contributo su questo IBAN IT 44 Q 03599 01899 050188531897Grazie!

#Iscriviti QUI alla #Associazione COORDINAMENTO REGIONALE UMBRIA RIFIUTI ZERO (CRU-RZ) 


=> Seguici su Blogger 
https://twitter.com/Cru_Rz
=> Seguici su Telegram 
http://t.me/RifiutiZeroUmbria
=> Seguici su Youtube 

Fabiana: “Con Serendipity offro il mio contributo per un mondo plastic free”

Il coraggio e l'entusiasmo di una giovane che ha mollato una vita e un lavoro sicuri per dare il proprio contributo alla riduzione dell'impatto ambientale dei nostri consumi. Ecco la storia di Fabiana, fondatrice di un negozio di prodotti plastic free, ecologici e alla spina.




«Mollare il lavoro a tempo indeterminato non è stata una scelta facile: mi occupavo della parte digital in azienda, l’ambiente era giovane, ma nella mia testa c’erano altri progetti, altri sogni. Avevo in mente di creare uno spazio virtuale in cui potessi parlare di prodotti che non fossero legati a un consumo compulsivo e immediato, ma che fossero un risultato di scelte consapevoli, che non danneggiassero il pianeta».

È così che Fabiana Cakilli, 32 anni, brianzola DOC, mi racconta di Serendipity, un progetto che nasce all’esigenza di fare qualcosa di concreto per contrastare l’inquinamento da plastica usa e getta, un problema a dir poco dilagante. Un’idea carica di sfida e di coraggio che racchiude e racconta un mondo bello e buono. In pratica si tratta di un e-commerce di prodotti 100% plastic free, che vende alternative alla plastica monouso nella vita quotidiana. Ci facciamo raccontare meglio da lei la storia e la filosofia del suo progetto.

Com’è nato tutto?

Il mio sogno era quello di realizzare uno spazio in cui la gente potesse conoscere prodotti nuovi, organici, ma senza packaging e soprattutto potesse acquistarli, ricevendoli in un pacco senza imballaggi in plastica o incarti superflui. Rimuginavo su queste idee da mesi, ma non avevo ancora realizzato che avrei potuto mettere in piedi tutto. Mi sembrava troppo grande come progetto e gestirlo da sola mi spaventava un po’. Ma davvero il supporto (morale e concreto, nel montare scaffali e altre attività) della mia famiglia è stato fondamentale, senza di esso non avrei mosso un passo.

La famosa goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la visione di alcuni documentari su Netflix, in particolare “A Plastic Ocean”: tantissimi animali marini e uccelli che morivano per colpa del comportamento dell’uomo. Sono rimasta scioccata quando ho visto come le tartarughe soffocavano a causa dei sacchetti di plastica o come interi ecosistemi venivano distrutti dall’accumulo di rifiuti su spiagge un tempo paradisiache. Non potevo accettare tutto questo, non potevo continuare ad andare per la mia strada senza far niente. Non sarebbe bastato cambiare abitudini di consumo come singolo e renderle più sostenibili per il pianeta. Dovevo fare di più. Un anno dopo, la consapevolezza di quello che potevo creare ha raggiunto il suo apice e ho trovato il coraggio di mollare il lavoro sicuro e gettarmi in quest’avventura.

Com’è strutturato Serendipity?

Il progetto e lo shop Serendipity nascono per il bisogno di condividere con gli altri una strada più sostenibile, seguendo la serendipità: imbattersi in qualcosa che non si sta cercando, ma che si rivela la scelta giusta, il destino da inseguire. Nel negozio online si possono trovare prodotti alternativi alla plastica usa e getta per vari ambiti: bagno, cucina, viaggi, pulizie, bambini, regali ed in ogni categoria è possibile trovare il sostituto naturale e plastic free all’accessorio che usiamo nel quotidiano. Shampoo solido, dentifricio in crema in barattoli di vetro o in pastiglia, detersivo solido per i piatti, spugne in luffa, cannucce di bambù e di metallo.



Come l’ecologia e questo progetto hanno cambiato la tua vita?

Il progetto Serendipity mi ha permesso di credere nuovamente in me stessa, negli altri e nelle capacità che ognuno di noi ha di cambiare realmente la propria strada e le proprie abitudini. Sembra che quando si impara qualcosa, la si interiorizza per sempre e non si possa mettere in discussione, ma è così che cominciamo ad appassire. L’ideale sarebbe metterci in gioco su qualsiasi argomento, farci domande (anche scomode), informarci su quello che non conosciamo a fondo e non abbatterci se non troviamo risposte o se falliamo nel cambiare qualcosa. Non c’è un vero fallimento, è tutto un percorso di sperimentazione, di mattoncini da impilare, e se qualcuno di questi cade pazienza, ci si costruisce intorno oppure si inizia da un’altra parte.

In che modo la tua community familiare e social ti hanno aiutata in questo percorso?

Cerco di ritrasmettere l’entusiasmo e la positività che loro trasmettono per creare davvero un ambiente di cambiamento ottimista e senza colpevolizzazioni. Tutti possono fare la differenza nel proprio piccolo e l’energia che ci mettono è davvero contagiosa. Si cambia con l’esempio delle altre persone, senza terrorizzare nessuno. Si cambia tutti insieme, si cade e ci si rialza, sempre cercando di comprendere che ognuno ha un livello di consapevolezza diverso. In quest’ultimo anno ho notato che sempre più persone si sentono coinvolte in questo clima di cambiamento di abitudini e cercano davvero di apportare delle modifiche importanti ai propri consumi.



Che suggerimenti daresti per chi vuole avvicinarsi al plastic free nel quotidiano?

Il primo passo è sempre quello della consapevolezza di voler cambiare abitudini piano piano, perché ci si è informati da fonti attendibili e si è arrivati alla conclusione che si può agire concretamente. Se sono arrivati sui miei canali, allora hanno già sviluppato un interesse verso questo universo eco-compatibile e sicuramente sono pronti a fare il salto. Ognuno può fare la differenza, ogni persona può avviare dei cambiamenti nella propria routine quotidiana e farà la differenza per il mondo. In senso pratico, si può quindi iniziare a usare la saponetta al posto del sapone liquido; oppure cominciare a rifiutare le borse della spesa al supermercato perché se ne ha una riutilizzabile con sé. Si può cominciare a bere da una borraccia e poi passare a usare cannucce di metallo o bambù al posto di quelle monouso. La trasformazione graduale è importante e non si è mai soli in questo percorso. Tramite il blog e l’account Instagram di Serendipity si sta creando uno scambio importante tra le persone con cui ci si confronta e si dialoga attorno all’adozione di prodotti plastic free. Ci si dà consigli e cerco di offrire ogni giorno nuovi spunti per cambiare abitudini o meglio per tornare a quelle dei nostri nonni, che la plastica usa e getta non sapevano nemmeno cosa fosse. Il mio shop permette a tutti di accedere a questa tipologia di prodotti (sia per la possibilità di riceverli a casa sia per i prezzi accessibili) e, piano piano, di diminuire il proprio impatto.

Progetti futuri?

Per ora ci sono progetti di divulgazione e sensibilizzazione sui canali social e sul blog dello shop, con il coinvolgimento di esperti e green influencer. A settembre dovremmo riuscire a organizzare una pulizia spiagge o sul territorio di Milano con alcune associazioni. E poi chissà, tutto cambia velocemente: sono contenta che Serendipity faccia parte di questa piccola rivoluzione gentile. Stiamo andando nella giusta direzione e anche se la strada è lunga sono sicura che ne usciremo tutti migliori… e anche il Pianeta ringrazierà!

fonte: www.italiachecambia.org


#RifiutiZeroUmbria - Sostienici nelle nostre iniziative, anche con un piccolo contributo su questo IBAN IT 44 Q 03599 01899 050188531897Grazie!

#Iscriviti QUI alla #Associazione COORDINAMENTO REGIONALE UMBRIA RIFIUTI ZERO (CRU-RZ) 


=> Seguici su Blogger 
https://twitter.com/Cru_Rz
=> Seguici su Telegram 
http://t.me/RifiutiZeroUmbria
=> Seguici su Youtube 

Francia, entro il 2030 il 20% della superficie dei grandi supermercati dedicata a prodotti alla spina

Un nuova legge approvata dal parlamento francese, che dovrà comunque ripassare in Senato, impone ai supermercati oltre i 400 mq di dedicare un quinto del loro scaffali a prodotti alimentari senza imballaggi per consentire ai clienti di acquistare cibo usando contenitori riutilizzabili. Entusiasmo generale ma per alcuni ambientalisti comunque è una legge timida












Come ha reso noto con grande entusiasmo la ministra francese per la Transizione Ecologica, Barbara Pompili, venerdì 2 aprile il Parlamento transalpino ha votato a favore di una nuova norma che obbliga i supermercati di oltre 400 metri quadri a dedicare il 20% della loro superficie a prodotti alimentari senza imballaggio entro il 2030. Il disegno di legge fa parte di una serie di misure di resilienza ambientale e climatica e dovrà ancora essere discusso e approvato dal Senato il mese prossimo, prima di essere implementato.

La Loi Climat vuole rendere più facile ai clienti fare acquisti usando contenitori riutilizzabili, magari i propri portati da casa, rinunciando quasi definitivamente all’usa e getta. Se approvata, si applicherà a prodotti alimentari secchi, come pasta, cereali, fagioli e riso. Le piccole imprese e i negozi non alimentari non saranno soggetti alle nuove regole, così come le enoteche, i negozi di cosmetici, le profumerie. A questo proposito Zero Waste Europe parla di occasione persa perchè la norma di fatto escluderebbe il vetro, accettando le “argomentazioni fallaci” di alcuni deputati come quelle che “il vetro riutilizzato emetterebbe più gas serra a causa del suo peso” o che non sia necessario riutilizzarlo “poiché è già molto ben riciclato”.

Pompili ha affermato tuttavia che la legge è progettata per “non mettere in difficoltà le reti di distribuzione”, ma piuttosto per promuovere l’eliminazione graduale degli imballaggi usa e getta per combattere la crescente crisi dei rifiuti nel mondo, soprattutto di plastica. In Francia si consumano 1,2 milioni di tonnellate di imballaggi in plastica per uso domestico all’anno.

A partire dal 2023, la nuova legislazione richiederà inoltre ai produttori che i propri articoli abbiano dei componenti staccabili in modo che possono essere riparati per almeno cinque anni dopo essere stati venduti. Il disegno di legge è simile a un piano anti-usa e getta annunciato dalla Commissione europea nel marzo 2020, che costringerebbe i produttori a realizzare prodotti che durano più a lungo e possono essere facilmente sostituiti e ripristinati.

fonte: www.ecodallecitta.it


#RifiutiZeroUmbria - Sostienici nelle nostre iniziative, anche con un piccolo contributo su questo IBAN IT 44 Q 03599 01899 050188531897Grazie!

=> Seguici su Twitter - https://twitter.com/Cru_Rz
=> Seguici su Telegram - http://t.me/RifiutiZeroUmbria

Enter your email address:

Delivered by FeedBurner

Spreco alimentare, un fenomeno più grande di quanto pensavamo. Ma i negozi di prossimità potrebbero aiutare a ridurlo


















Lo spreco alimentare, che nel 2005 la FAO ha stimato interessare tra il 30 e il 40% di tutto il cibo prodotto, potrebbe avere dimensioni molto più ampie, addirittura doppie rispetto a tale stima. Uno studio condotto dai ricercatori dell’Università olandese di Wageningen, e pubblicato su PLoS One, prova infatti a rivalutare il fenomeno tenendo presente fattori che, all’epoca, non erano stati considerati come determinanti: Tra i nuovi elementi ci sono i comportamenti dei consumatori, che possono essere molto diverso in situazioni economiche differenti.

I ricercatori hanno messo in relazione la produzione alimentare, i guadagni e il consumo di calorie (sempre in base a dati della FAO e della Banca mondiale). Hanno scoperto che la quantità di cibo sprecata cresce con il reddito, a partire da una spesa media di 6,70 dollari pro capite al giorno. Inizialmente l’aumento è molto vistoso, mentre quando il reddito sale la tendenza al rialzo è meno evidente. Se si traduce tutto questo in calorie si vede come in media, a livello mondiale, si passi dalle 214 kcal (pro capite al giorno) sprecate indicate dalla FAO nel 2015 a ben 527 kcal.

La realtà, naturalmente, è diversa da paese a paese: gli Stati Uniti sono i peggiori, mentre i più virtuosi sono diversi stati africani e asiatici. Questo conferma indirettamente la relazione tra ricchezza e spreco.

Per arginare il fenomeno, gli autori indicano come priorità sia la riduzione dello spreco nei paesi più ricchi, sia la prevenzione nei paesi emergenti e in via di sviluppo, che rischiano di raggiungere quelli più sviluppati anche a livello di cibo gettato. Inoltre, i ricercatori ricordano che è stato messo in piedi un grande database, aggiornato via via che giungono nuovi dati, per poter seguire il fenomeno in modo più accurato.
Mercati e negozi di prossimità possono aiutare a ridurre lo spreco alimentare

Negli stessi giorni, una possibile soluzione per i paesi più ricchi è stata proposta indirettamente da uno studio uscito su Manufacturing & Service Operations Management, relativo agli Stati Uniti. secondo una ricercatrice della Cornell University, in alcune zone, l’aumento del numero di negozi di prossimità sarebbe collegato a un calo significativo dello spreco, che potrebbe sfiorare il 10%.

Anche in questo caso, l’autrice ha tenuto conto di dati economici, demografici e industriali, e ha concluso che quando la quantità di negozi scende al di sotto di un livello considerato ottimale, lo spreco si impenna. Non bisogna però eccedere in senso opposto, perché anche un numero troppo grande di punti vendita può favorire lo spreco, per la presenza di negozi che non riescono a vendere tutto a causa della concorrenza.

Così, per esempio, in alcune zone di Chicago basterebbe aprire pochi punti vendita (3-4 ogni 10 km quadrati) per avere un calo del 6-9% dello spreco e del 4% della spesa pro capite, con un abbattimento delle emissioni pari a quello che si avrebbe convertendo 20 mila automobili a combustibili fossili in auto elettriche. L’ideale sarebbe arrivare a 200 ogni 10 km quadrati, contro attuali.

Al contrario, in alcune zone di Manhattan lo spreco è già molto basso perché ci sono molti negozi e la densità è vicina a quella ideale. Questo aiuta i consumatori a comprare in modo graduale, più fedele alle esigenze quotidiane, e a non accumulare alimenti che possono scadere tropo presto. Ovviamente, avere vicino a casa un negozio significa anche ridurre molto la propria impronta ambientale associata ai trasporti, soprattutto quando si va a fare la spesa a piedi.

fonte: www.ilfattoalimentare.it

Greenatural - COSMETICI ALLA SPINA E NORMATIVA

Finalmente un'informazione chiara sulla legge e una proposta per permettere il riuso dei contenitori !





Cogli l'opportunità di vendere cosmetici e detergenti sfusi!!
Scegli i prodotti più indicati alla tua clientela.
Per maggiori informazioni consulta il sito www.greenatural.it





GREENATURAL EcoBio

La richiesta di cosmetici sfusi è molto alta. La legislazione di riferimento per la produzione e la commercializzazione di cosmetici è il Regolamento Europeo 1223 del 2009. Questa normativa prevede la possibilità di vendere cosmetici sfusi seguendo la corretta etichettatura del prodotto ma introduce un vincolo molto rigoroso: per tutelare la salute dei consumatori la produzione deve essere effettuata secondo le buone pratiche di fabbricazione. Occorre quindi garantire la massima sicurezza in tutte le fasi del processo produttivo, dalla scelta delle materie prime, durante la produzione fino all'immissione nel mercato. Nella vendita di cosmetici sfusi, il riempimento e l'etichettatura sono fasi di produzione effettuate dal negoziante, spesso in un luogo aperto al pubblico. Questo aumenta il rischio di contaminazione del sistema di vendita perché è esposto alle persone. Ma sempre più clienti chiedono anche i cosmetici perchè considerano il riuso del flacone un aspetto molto importante. Molto spesso sono già abituati a prendere prodotti alimentari sfusi come l'acqua, il vino ed anche frutta dove le normative sono ancora più rigorose. Nel caso della frutta, ad esempio, i prodotti sono esposti alla clientela ma i negozi mettono a disposizione guanti usa e getta per garantire l'igiene ai consumatori. Allo stesso modo noi abbiamo cercato una soluzione per proporre i prodotti cosmetici sfusi ai clienti e garantire la sicurezza richiesta dalla legge. Per la vendita usiamo i bag in box, con sacche di grado alimentare, dove il prodotto viene conservato in modo ottimale. Infatti le sacche si svuotano mano a mano che il prodotto viene spinato senza mai venire a contatto con l'aria. Forniamo ai negozianti i flaconi con il sigillo di garanzia per garantire al consumatore finale che il flacone è pulito e non è mai stato usato prima. Nel caso in cui sia il cliente a portare il flacone, la responsabilità della corretta pulizia è in capo al cliente, non del negoziante. Ad ogni modo in ogni etichetta riportiamo i suggerimenti per una corretta pulizia del flacone prima di un nuovo ri-uso. *** La fase più importante e l'aspetto chiave sia operativo e che normativo è il riempimento che deve avvenire in maniera sicura. Abbiamo brevettato un distanziatore che ripara e protegge il rubinetto da contaminazioni e consente di riempire il flacone senza contatto. Di conseguenza, il passaggio del liquido dalla sacca al flacone avviene senza rischio di contaminazione. Il negoziante dovrà infine eseguire la corretta etichettatura applicando al flacone l'etichetta corrispondente al prodotto venduto, oltre al numero di lotto e data inizio PAO per garantire la tracciabilità della produzione.

Porta la Sporta Campagna

Street soap: il furgoncino itinerante che consegna i detersivi alla spina sotto casa

Una start up cilena ha lanciato un nuovo servizio a domicilio per ricaricare i flaconi vuoti di detersivo con prodotti alla spina




Nel quartiere Las Condes di Santiago, in Cile, i flaconi vuoti di detersivo non vengono più gettati via ma riutilizzati per acquistare detergenti alla spina direttamente sotto casa.
Algramo, una start up cilena, ha lanciato la consegna porta a porta di detersivi alla spina a basso costo, grazie alla quale i cittadini possono ricaricare i contenitori vuoti dei loro saponi e detersivi liquidi sia presso i punti vendita sia presso erogatori mobili nel proprio quartiere.
Il flacone viene acquistato durante la prima spesa ed è realizzato con una tecnologia particolare in grado di identificare, tracciare e gestire i prodotti: dopo il primo acquisto, l’imballaggio può essere riutilizzato infinite volte dallo stesso cliente.
In questo modo si riducono sensibilmente i rifiuti di plastica e le persone sono più incentivate ad acquistare alla spina perché chi è impossibilitato a recarsi al supermercato, può sfruttare il servizio di ricarica gratuito a domicilio.
Oltre alla comodità e ai prezzi convenienti, a invogliare i consumatori c’è anche un premio in denaro: ogni ogni volta che un cliente ricarica un flacone vuoto, riceve infatti in cambio un buono spesa per gli acquisti futuri.
Il servizio è offerto a bordo di un mezzo elettrico da cui per il momento si possono acquistare solo prodotti per la pulizia della casa.
In futuro l’azienda conta di espandere la propria offerta e proporre anche detergenti liquidi per l’igiene personale e alimenti per cani e gatti.
Una bella idea che potrebbe essere copiata anche in Italia dove, grazie alle agevolazioni previste dal decreto Ambiente   previste per chi decide di vendere alla spina, attirerebbe sicuramente numerosi consumatori.
fonte: www.greenme.it

Una bottega "A Tutto Sballo": anche a Verbania la spesa si fa sfusa!

Luca Rubietti è uno dei tanti giovani che ha lasciato la grande città per costruire una nuova vita improntata alla sostenibilità in un centro più piccolo. A Verbania, all’interno della sua bottega che ha chiamato “A tutto sballo - Spesa sfusa senza imballo” promuove una filosofia improntata all’acquisto consapevole e all’abbattimento degli sprechi in campo alimentare.





Sono sempre più numerosi i negozi, grandi o piccoli, che stanno ripensando in chiave consapevole il nostro modo di acquistare: limitare l’uso della plastica, riabituarci a fare una spesa sfusa che ci risvegli dalla dipendenza da involucri e imballaggi inquinanti, riconsiderare il nostro modo di alimentarci scegliendo la provenienza e la qualità prima di tutto.

Nelle grandi città questi negozi sono sempre più numerosi ma c’è chi, proprio dalla grande città, ha deciso di spostarsi, per diffondere queste nuove culture anche in centri più piccoli.
Un esempio virtuoso è proprio quello di Luca Rubietti che, a Verbania, ha realizzato il suo grande sogno di avviare un’attività improntata alla cura dell’ambiente e capace di portare tra gli abitanti un nuovo messaggio di sostenibilità, ricordando che un’alternativa non solo è possibile ma anche comoda e alla portata di tutti.

A tutto sballo - Spesa SFUSA senza imballo” è il nome ma anche il motto del negozio di alimentari sfusi e biologici che Luca, con molta soddisfazione, ci racconta: «Il nome vuole essere un gioco di parole, un modo simpatico per esaltare il fatto di mettere a disposizione delle persone prodotti senza imballo». Insomma, un luogo dove comprare tutto “sballato” e dove l’imballo lo si porta direttamente da casa contribuendo a ridurre l’impatto ambientale.




La scelta di aprire un negozio di alimenti sfusi nasce con lo scopo di ridurre, da tutti i punti di vista.
«Ridurre attraverso la lotta alla plastica eliminando ogni imballo possibile, ma anche attraverso la lotta allo spreco, acquistando esattamente la quantità che si desidera e non quella che siamo obbligati a comprare coi prodotti preconfezionati. Infine, si tratta di “andare alla sostanza delle cose”: a parità di prezzo, scegliere la qualità delle piccole realtà locali anziché il packaging della grande distribuzione».

All’interno della bottega di Luca nessun imballaggio è ammesso: «Ciascuno può portare il proprio contenitore, tanto per gli alimenti quanto per i detergenti, l'importante è che sia idoneo e pulito. Al momento dell’acquisto viene calcolata la tara sulla bilancia pagando il prezzo netto del prodotto, senza limiti nel quantitativo».




Come racconta Luca, l’attività è partita da qualche mese ma a Verbania sembra esserci già una grande partecipazione. «Fin da subito molti sono arrivati con i propri barattoli e flaconi, segno che qualcosa si sta muovendo contro gli imballi inutili, in particolare la plastica!».

Luca, all’interno della bottega, valorizza prodotti che arrivano e che sono stati lavorati nel carcere di Torino, dimostrando come l'utilità ambiente si possa facilmente coniugare con l'utilità sociale.
I prodotti che si trovano all’interno della bottega sono per la maggior parte piemontesi o importati da aziende della regione, ovvero cibi sani e prodotti localmente, verificati in tutta la filiera.
Pasta, riso, cereali, legumi, caffè, farine, spezie, ma anche frutta e verdura su ordinazione oltre che prodotti per l'igiene personale.



Gli innumerevoli vantaggi di comprare senza imballo ci sembrano ormai chiari ma quali sono effettivamente le sfide più grandi che dobbiamo affrontare nel modificare le nostre abitudini nell’acquisto dei prodotti?
«Penso che siamo troppo concentrati sui prezzi» mi risponde Luca. «Mi capita spesso di sentir dire: "i prodotti sfusi sono cari!". Poi, facendo un paragone tra i prezzi, a parità di unità di misura, i miei sono più economici rispetto a quelli venduti in pacchetti piccoli nella grande distribuzione. Per non parlare del fatto che in negozio, talvolta, c'è qualche minuto da aspettare: ci sembra di perdere un sacco di tempo, ma quanto tempo perdiamo percorrendo tutte le corsie di un supermercato?».

Comprare sfuso significa anche tornare alla semplicità e all’essenza delle cose, eppure è fondamentale che ognuno di noi si impegni in un cambio di mentalità che ci spinga ad acquistare solo ciò che è veramente necessario.
«Una difficoltà che spesso riscontro tra le persone che frequentano il negozio è dover realmente pensare a che cosa comprare – mi spiega Luca – infatti non essendo presenti offerte sensazionali, prodotti posizionati nel posto più strategico o grandi pubblicità, siamo noi a dover decidere autonomamente che cosa mangiare o acquistare, senza farcelo imporre dal supermercato ed è solo con questa mentalità che potremo davvero iniziare a cambiare le cose».

fonte: http://piemonte.checambia.org