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Più servizi e mezzi, per le auto in condivisione triplicare obiettivi al 2030 e 100% elettrico

Il rapporto dell’Osservatorio nazionale sulla sharing mobility e Motus-E. La sharing mobility e l’elettrificazione possono diventare due grandi alleate strategiche. Il car sharing potrà essere il segnale di una ripresa e potrà contribuire a liberare le nostre strade dall’attuale affollamento di mezzi inquinanti. Il mezzo elettrico costituisce la soluzione ideale
















Servono maggiore scambio tra offerta e domanda, più servizi e più auto, un’estensione delle aree, un aumento delle città, un incremento di tipologie di carsharing e una maggiore penetrazione dei veicoli elettrici. Questo il quadro degli obiettivi strategici per la condivisione e l’elettrificazione delle auto in futuro – secondo il rapporto ‘Lo sviluppo di servizi di carsharing con veicoli elettrici – Soluzioni e proposte’, messo a punto dall’Osservatorio nazionale sulla sharing mobility e Motus-E – con un target al 2030 che punti alla triplicazione delle auto in sharing e una flotta 100% elettrica.

“Nel quadro italiano, che registra uno dei tassi di motorizzazione privata più alti del mondo, sharing mobility ed elettrificazione – dichiara Raimondo Orsini, responsabile dell’Osservatorio nazionale della sharing mobility – possono diventare due grandi alleate strategiche. I trasporti condivisi, come il carsharing, sono fondamentali per fornire ai cittadini un’alternativa efficace e competitiva che li incentivi a rinunciare all’auto di proprietà”.

Il documento, oltre a fare il punto su come promuovere lo sviluppo del carsharing in Italia avanza una serie di proposte e raccomandazioni al livello locale e nazionale, costituendo il primo punto di partenza per un confronto tra amministratori locali, operatori e decisori politici.

“Il car sharing potrà essere il segnale di una ripresa – conclude Dino Marcozzi, segretario generale di Motus-E – secondo una diversa civiltà della mobilità e potrà contribuire a liberare le nostre strade dall’attuale affollamento di mezzi inquinanti, oltre che svecchiare il parco auto e ripulire l’aria dai veleni del traffico. Il mezzo elettrico costituisce la soluzione ideale, anche quale esempio per consumatori e pubbliche amministrazioni verso una compiuta transizione ecologica”.

La promozione del carsharing elettrico deve tenere conto della fase di transizione che attraversa il settore e alcuni elementi di contesto, come la crisi pandemica, l’uscita dal mercato di alcuni operatori elettrici (sharen’go, Bluetorino) e l’ingresso di nuovi (LeasysGo a Roma, Milano e Torino). Un quadro complessivo in cui la quota di elettrificazione del carsharing è tornata ai livelli del 2015 pur rimanendo, tra i servizi di mobilità in cui si condivide un’auto, quello più elettrificato. Una delle criticità per la diffusione dell’e-sharing e della mobilità elettrica in generale resta la non sufficiente e poco uniforme diffusione delle infrastrutture di ricarica: i ‘distributori’ elettrici sono attualmente 9.709 con un totale di 19.324 punti di ricarica e sono localizzati per il 56% nelle regioni del Nord, il 23% in quelle del Centro e solo il 21% in quelle del Sud e nelle Isole.

Secondo i rappresentanti delle istituzioni centrali e locali – nel corso del webinar di presentazione del rapporto – è di fondamentale importanza fornire “alle amministrazioni locali maggiori strumenti di tipo economico e regolatorio per supportare i servizi di carsharing con auto elettriche”, ormai “strategici per centrare gli obiettivi di mobilità sostenibile”.

fonte: www.rinnovabili.it


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Il Villaggio degli Orti: un esempio di sostenibilità ambientale, economica e sociale


 







Il Villaggio degli Orti di San Zeno è una bellissima realtà, ubicata a pochi minuti dal centro di Brescia. Si tratta di un’area di oltre 120 orti recintati, nati con l’obiettivo di salvaguardare, attraverso la coltivazione, il territorio comunale. Ma anche di tutelare la biodiversità agricola, la riduzione della produzione di rifiuti, invitando i cittadini a lavorare la terra e a far fronte, nel proprio piccolo, ai problemi ambientali legati al nostro pianeta. Oltre alla sostenibilità ambientale, c’è anche il tema legato al sociale. Sì, perché gli orti promuovono la condivisione, la creazione di “comunità”. Ci si incontra, si condividono esperienze, si sta insieme imparando cose nuove, come lavorare la terra ma anche cucinare. Il Villaggio è, infatti, dotato di una cucina interna dove si potranno organizzare lezioni di arte culinaria.
Importantissimo è inoltre il tema economico: un orto come quelli proposti dal Villaggio, di circa 40 mq ciascuno, è in grado di produrre verdura sufficiente al fabbisogno di un piccolo nucleo familiare.
Senza dimenticare poi i vantaggi per la salute: coltivare è un’occasione per fare attività fisica all’aria aperta e inevitabilmente fa aumentare il consumo di quantità di frutta e verdura mangiato. Dunque, ha una rilevanza anche a livello nutrizionale. Gli esperti, infatti, raccomandano il consumo di ortaggi e frutta fresca e, soprattutto, di stagione, per l’apporto di tutte le sostanze benefiche per la salute. Non solo lo stato di freschezza, ma anche i metodi di conservazione ed eventuali contaminazioni incidono sulla qualità e sull’apporto degli antiossidanti da parte di questi alimenti. E l’attività di coltivazione è anche estremamente rilassante ed appagante. Di questi tempi, soprattutto, diremmo quasi essenziale al proprio benessere mentale e fisico.
Con 300 euro all’anno è possibile affittare un orto di circa 40 mq. aggiungendo poi una piccola cifra, è possibile anche averlo con cassetta degli attrezzi, servizio indispensabile a chi si dedica per la prima volta a questa attività.
Per informazioni: www.villaggiodegliorti.it.

fonte: www.greencity.it


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Micropolis: L'esperienza della Rete Ecologista Umbra (REU)

 


fonte: Micropolis

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Fioriscono convergenze

Mentre Friday for Future ed Extintion Rebellion preparano lo sciopero del 9 ottobre denunciando l’interdipendenza del sistema economico e i danni che arreca sull’ambiente e sulla salute, anche in Italia spuntano un po’ da ogni parte azioni e processi di convergenza tra gruppi e movimenti in vario modo associati che avviano dialoghi e processi e programmano azioni e iniziative insieme. Spesso chiamano queste forme di condivisione – in alcuni casi parziale e a breve termine, in altri di più lungo periodo – convergenze. Un concetto aperto e interessante perché evita le pastoie di confluenze, accentramenti, cartelli elettorali per mostrare invece, come insegnano i movimenti femministi, intersezionalità, condivisione, contaminazioni e tanta empatia da sperimentare nelle pratiche comuni di resistenza e di costruzione di nuove forme di relazioni sociali

Foto Tratta dal Flicker di Christian Willner

Sotto la cappa dell’orrido «distanziamento sociale» – nel mondo si chiama più propriamente confinamento fisico – qualcosa di promettente fiorisce. Fryday for Future sta preparando il Climate Strike per il 9 ottobre per denunciare «l’interdipendenza del sistema economico» e i danni che arreca sull’ambiente e sulla salute.

Nel secondo Climate Meeting di Venezia è stato varato un Manifesto di intenti su dieci punti per creare uno «spazio politico comune» di elaborazione e di azione sulla giustizia climatica, l’uscita dal fossile, l’equa redistribuzione della ricchezza sociale, il riconoscimento dei diritti fondamentali.

Il Forum sociale mondiale delle economie trasformative sta organizzando un mese di iniziative per avviare un processo di confluenza di esperienze e movimenti che praticano forme di economie alternative, locali, fuori dalla logica del profitto e del mercato e capaci di rispondere alla crisi economica seguita alla pandemia.

Da qualche tempo le associazioni e i gruppi impegnati sulla decrescita del sistema economico hanno elaborato un documento e proposto un «forum delle convergenze comunitarie».

La Rete dei beni comuni emergenti e degli usi civici si è riunita nei giorni scorsi a Mondeggi, «fattoria senza padroni», stringendo un rapporto tra decine di realtà che stanno concretamente restituendo alla funzione sociale immobili e proprietà in disuso. Da ultimo un gruppo numerosissimo di associazioni ha proposto un manifesto: «Uscire dall’economia del profitto, costruire la società della cura».

Dall’Arci ad Attac, dalla Casa delle donne di Milano al Controsservatorio Val di Susa, da Navdanya International alle Botteghe del mondo. Propongono una conversione ecologica, il diritto al reddito, la riforma del credito, una democrazia di prossimità, l’accoglienza e la solidarietà.

Chiedono la condivisione delle vertenze e una mobilitazione comune. L’auspicio che accomuna tanti sforzi è la convergenza dei movimenti che operano in settori diversi. Un bisogno profondo, non tattico, che emerge dalle riflessioni maturate in questi anni sulle connessioni tra i sistemi socioeconomici e la loro dipendenza dalla biosfera.

Foto tratta dal Fb di @FridaysItalia

L’insegnamento che viene dal surriscaldamento globale e dalla pandemia è evidente. Vi è la convinzione che la convergenza tra tante diverse esperienze nei più svariati campi della vita può riuscire solo se emergerà un’idea forte di nuove relazioni sociali agibili e desiderabili.

Un sistema economico semplice, elementare, in cui tutte e tutti abbiano abbastanza per poter vivere bene, in pace con gli/le altri/e, in equilibrio con la natura. É davvero questa un’idea così romantica e utopica?

O, all’opposto, troppo rivoluzionaria? La sfida al decrepito sistema economico che sta acuendo le sofferenze umane e portando alla catastrofe planetaria potrebbe partire dal chiedere conto ai governi del mondo il rispetto di due semplici criteri.

Primo, il rispetto della precondizione della preservazione della vita sul pianeta. Secondo, la condivisione solidale, equa e premurosa delle ricchezze che si possono produrre tramite una cooperazione sociale responsabile.

In altre parole, bisognerebbe costringere i governi a prendere sul serio il paradigma della sostenibilità (intesa come rispetto invalicabile dei limiti naturali delle condizioni di rigenerazione dei cicli vitali) e a non impedire l’accesso ai beni fondamentali della vita (beni comuni) a nessun abitante della terra.

Che i movimenti chiamano «giustizia climatica e sociale». Un percorso non facile: entra in conflitto con le forme esistenti di relazioni di potere asimmetriche, oppressive e discriminatorie sul piano politico, sessista, classista, razzista, specista.

La convergenza – è bene ricordarlo – non contempla confluenze, accentramenti, cartelli elettorali. Ma, come insegnano i movimenti femministi, intersezionalità, condivisione, contaminazioni e tanta empatia da sperimentare nelle pratiche comuni di resistenza e di costruzione di nuove forme di relazioni sociali.

Articolo pubblicato anche su Il manifesto

fonte: www.comune-info.net

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Leila, la biblioteca degli oggetti apre alla condivisione dei saperi

Da diversi anni è già attiva a Bologna Leila, la biblioteca degli oggetti, parte di una rete europea che promuove la condivisione. Abbiamo intervistato Antonio Beraldi, coordinatore del progetto, per farci raccontare le ultime, grandi novità: uno spazio fisico permanente, un'officina per la condivisione dei saperi, un coworking e tanto altro.











Troppo spesso facciamo fatica a staccarci dagli oggetti, dalla necessità quasi viscerale di possederli. Eppure è un’idea effimera, che quasi sempre non ha ricadute concrete. «In fondo, quello di cui ho bisogno è fare un buco nel muro, non possedere un trapano». È questo il concetto da cui parte Antonio per spiegare il principio alla base di Leila, la biblioteca degli oggetti.

Abbiamo già parlato di questo interessantissimo progetto di condivisione in passato, quando si fondava su corner temporanei, scansie o scaffalature allestite all’interno di spazi di altre attività presso cui, con il supporto dei volontari di Leila, gli utenti potevano prendere in prestito oggetti messi a disposizione da altre persone, usarli e poi restituirli, proprio come i libri di una biblioteca.

Abbiamo incontrato nuovamente Antonio perché – pilota fra tutte le esperienze europee analoghe – Leila Bologna ha alzato notevolmente l’asticella. «Sabato scorso ha inaugurato la nostra nuova sede permanente in via Serra 2 g/h, una zona abbastanza centrale della città. Ci è stata assegnata grazie alla vittoria di un bando comunale per la rigenerazione urbana lo scorso dicembre», racconta.

Ma la vera novità non è solo la disponibilità di uno spazio permanente: «Siamo il primo Leila ad abbandonare la logica assistenziale, in base alla quale l’utenza media era costituita da persone che avevano davvero bisogno del nostro servizio perché magari non potevano permettersi di acquistare un oggetto e dovevano prenderlo in prestito. Oggi, pur accogliendo sempre questo tipo di utenti, c’è un progetto con un’identità precisa, fondata sulla promozione di una cultura e di una pratica orientate alla condivisione non solo degli oggetti, ma anche dei saperi».

Nella sala attigua a quella in cui stiamo chiacchierando infatti si trova un’officina, che sarà uno dei fulcri della nuova Leila: «Qui vogliamo concretizzare la condivisione dei saperi», spiega Antonio. «Sarà il luogo del “saper fare insieme”, dove gli utenti potranno andare per auto-costruirsi ciò di cui hanno bisogno, assistiti anche dagli artigiani del territorio con cui vogliamo fare rete. Ma non solo: organizzeremo anche corsi, workshop e laboratori per imparare le arti manuali, come abbiamo già fatto in passato».

Già, perché lo scorso inverno Leila ha avuto a disposizione un container posizionato in piazza Verdi, in pieno centro storico, nell’ambito di un progetto di riqualificazione urbana. Qui era già stata sperimentata la condivisione dei saperi, con momenti di incontro fra artigiani e cittadini. Lo stesso esperimento è stato replicato con una formula itinerante: «Per mesi abbiamo girato per la città con due cargo-bike: in una c’erano attrezzi da lavoro per attività manuali, nell’altra c’erano giocattoli “vintage” – palle, corde, cerchi –, che portavamo per le strade per condividerli con i bambini, recuperando da un lato il valore del gioco libero e non mediato dagli adulti e dall’altro la capacità di divertirsi anche con oggetti semplici».

Il concetto fondamentale rimane quello di “fare rete”: «Attraverso l’officina vogliamo creare un’alternativa ai tutorial che la gente cerca sempre più spesso in rete per imparare a fare qualcosa guardando dei video. Il nostro invito è venire da noi per impararlo facendo e stando insieme, aggiungendo quindi la ricchezza della relazione e dell’esperienza diretta».

Fare rete è il principio che ispira anche un altro servizio che la nuova sede di Leila ospiterà: un coworking. «Alcune postazioni sono occupate dai ragazzi di Kiez, un’agenzia che si occupa di rigenerazione urbana promuovendo processi di trasformazione dello spazio ad alta sostenibilità sociale. Ne rimangono altre, che contiamo di assegnare ad altre persone o gruppi interessati a una contaminazione reciproca, oltre che a trovare uno spazio di lavoro comune».

Per saggiare la sostenibilità a medio e lungo termine del progetto, affrontiamo anche la questione economica: «Purtroppo la situazione legata al covid pone diverse incognite, anche perché essendo in fase di start-up dobbiamo sperimentare e costruire passo dopo passo. In ogni caso i punti cardine saranno il coworking e i corsi che organizzeremo in officina. Inoltre con una sede fisica e permanente contiamo non solo di diventare un servizio con una portata estesa a tutta l’area metropolitana, ma anche di rafforzare la presenza e l’identità sul territorio, cosa che ci consentirà di avviare ulteriori dialoghi e collaborazioni con realtà importanti, oltre a quelle che già portiamo avanti con successo Senza contare la base attuale forte di oltre 200 soci».

Un altro obiettivo è quello di creare una rete con gli altri punti Leila in Italia e in Europa: «A livello europeo sono circa venticinque i progetti targati Leila, di cui due in Italia, il nostro e quello di Formigine, in provincia di Modena. Ma esistono anche altre realtà che, pur non avendo questo nome, portano avanti progetti molto simili basati sulla condivisione degli oggetti, come Zero Palermo o altre realtà a Milano, a Firenze a ad Alba».

Se volete sostenere questo splendido progetto potete farlo attraverso la campagna crowdfunding che è stata lanciata e che sarà attiva per il prossimo mese. Per chi volesse andare a visitare la nuova sede, l’orario di apertura è dalle 16 alle 19 il lunedì, mercoledì e venerdì, l’indirizzo è via Serra 2 g/h, Bologna.

fonte: www.italiachecambia.org


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Rinnovabili, Legambiente: “In Italia la crescita dell’energia pulita è troppo lenta. Obiettivi del 2030? Così si raggiungono 20 anni dopo”

Il rapporto Comunità Rinnovabili traccia un quadro sulla diffusione delle fonti pulite nell’ultimo decennio (oltre un milione di impianti tra elettrici e termici in 7.911 comuni) e dà voce al mondo che si è già messo in moto nella condivisione e autoproduzione di energia da rinnovabili. Ma sottolinea anche come nel nostro Paese eolico e solare crescano "a ritmi inadeguati rispetto a quanto la Penisola potrebbe e dovrebbe fare per rispettare gli impegni nella lotta ai cambiamenti climatici"




Dai Comuni Rinnovabili alle Comunità Rinnovabili: nonostante una crescita lenta e piena di ostacoli, in Italia si apre una nuova epoca per l’energia pulita che punta all’autoconsumo collettivo da fonti rinnovabili. Nel Paese dove, in dieci anni, sono stati installati oltre un milione di impianti tra elettrici e termici in 7.911 comuni (erano 356 nel 2005), mentre il contributo delle rinnovabili al sistema elettrico nazionale si è tradotto in un aumento della produzione energetica di quasi 50 TWh, arrivando ai 114,8 TWh del 2019. Una strada che ha portato a una graduale chiusura di centrali da fonti fossili per 13 GW. A raccontare la rivoluzione in atto con al centro territori e comunità è il rapporto di Legambiente ‘Comunità Rinnovabili’ in cui, oltre a tracciare un quadro sulla diffusione delle fonti pulite nel 2019 e nell’ultimo decennio, si dà voce al mondo che si è già messo in moto nella condivisione e autoproduzione di energia da rinnovabili. A partire dalle 32 realtà (suddivise in comunità energetiche, progetti di autoconsumo collettivo e realtà di autoconsumo che coinvolgono amministrazioni, famiglie e aziende) che vanno ad aggiungersi alle oltre 280 buone pratiche di integrazione delle fonti pulite e ai 41 comuni 100% rinnovabili autosufficienti dal punto di vista energetico, elettrico e termico con soluzioni virtuose e integrate che hanno generato qualità, lavoro e sviluppo locale. In Italia, però, la crescita dell’energia pulita continua ad essere troppo lenta (con una media di installazioni all’anno dal 2015 ad oggi di appena 459 MW di solare e 390 di eolico) “e a ritmi inadeguati – spiega Legambiente – rispetto a quanto la Penisola potrebbe e dovrebbe fare per rispettare gli impegni nella lotta ai cambiamenti climatici, perché continuando così gli obiettivi fissati al 2030 dal Pniec verrebbero raggiunti con 20 anni di ritardo”.



UNA CRESCITA LENTA – Anche nel 2019 si conferma una crescita positiva ma troppo lenta con 750 MW di solare fotovoltaico (272 MW in più rispetto a quanto installato nel 2018) e 450 MW di eolico (112 MW in meno rispetto al 2018). La produzione da rinnovabili è stata pari a 114 di TWh a fronte di una domanda elettrica nazionale di 326 TWh. Il contributo delle fonti pulite rispetto ai consumi elettrici è passato dal 15 al 36% e in quelli complessivi dal 7 al 19%. La crescita maggiore nel solare fotovoltaico e nell’eolico, che nel 2019 hanno soddisfatto rispettivamente il 7,6% e il 6,2% dei consumi elettrici nazionali (secondo i dati di Terna). Per Legambiente i prossimi dieci anni saranno cruciali per moltiplicare questi numeri e raggiungere almeno 80-100 TWh di produzione rinnovabile al 2030.

UN PO’ DI DATI – Oggi in Italia sono 7.776 i comuni dove è installato almeno un impianto fotovoltaico, 7.223 quelli del solare termico, 1.489 quelli del mini idroelettrico (in particolare al centro nord) e 1.049 quelli dell’eolico (soprattutto al centro sud), 3.616 quelli delle bioenergie e 594 quelli della geotermia. Per quanto riguarda le installazioni, sono 778mila gli impianti fotovoltaici, oltre 3.539 idroelettrici, 4.805 eolici, 2.808 a bioenergie, 15.365 geotermici, a cui aggiungere 4,4 milioni di metri quadri di impianti di solari termici e oltre 66mila impianti a bioenergie termici. La Lombardia è la regione con il maggior numero di impianti a fonte rinnovabile, con 8,3 GW di potenza installata, grazie soprattutto all’eredità dell’idroelettrico del secolo scorso. La Puglia vanta il numero maggiore di installazioni delle ‘nuove’ rinnovabili (solare ed eolico).



LE STORIE – Dal Nord al Sud della Penisola sono 32 i nuovi progetti già realizzati o in partenza, almeno uno per Regione, come le 12 storie di comunità energetiche. Alcune sono cooperative ‘storiche’, che continuano a investire in innovazione e a trasformarsi, come E-Werk Prato nel comune di Prato allo Stelvio (Bz) o la Secab in Friuli Venezia Giulia o la Acsm, che coinvolge il territorio delle Valli di Primiero e Vanoi in Provincia di Trento. Altre sono nuovi progetti come la Comunità energetica di Roseto Valfortore (Fg) o i Comuni di Tirano e Sernio che insieme si preparano a realizzare la Comunità energetica rinnovabile Alpina alimentata attraverso la gestione sostenibile boschiva. Cinque le cooperative energetiche, che coinvolgono interi comuni come nel caso di Berchidda, in Sardegna o in quello della Secab. Altre cinque coinvolgono attori territoriali come nel caso della Comunità energetica agricola del Veneto che ha già coinvolto 514 aziende, tra possessori di impianti in grado di produrre e scambiare energia verde e utenti consumatori. O ancora l’esperienza del progetto Geco che svilupperà una comunità energetica nella periferia di Bologna, coinvolgendo 7.500 abitanti, 1.400 dei quali abitano in alloggi sociali (Acer), una zona commerciale che ospita un parco agroalimentare, due centri commerciali e un’area industriale di oltre un milione di metri quadrati. Nove i progetti di autoconsumo collettivo, che coinvolgono condomini e realtà di social Housing come nel caso del progetto Qui Abito a Padova o l’edificio Nzeb realizzato dall’Energy Building Social Housing a Prato o il caso studio del Condominio Donatello di Alessandria nel progetto Energy Wave. Ci sono poi 11 imprese che hanno scelto l’autoproduzione da fonti rinnovabili integrando innovazioni importanti, come la Solis Green Log in provincia di Chieti, l’Azienda agricola Val Paradiso ad Aosta, La Green Station di Potenza o la Cantina Le Cimete a Montefalco.

LE PROPOSTE AL GOVERNO – L’associazione ambientalista, nel corso degli Stati generali dell’economia, lancia oggi al Governo dieci proposte-priorità, chiedendo iter semplificati per autorizzare gli impianti da fonti rinnovabili di piccola taglia e l’introduzione di nuove linee guida per accelerare i progetti di grandi dimensioni. Altre priorità sono il recepimento della direttiva europea sulle comunità energetiche e lo sblocco dei progetti fino a 200 kW con l’introduzione di un fondo per l’accesso al credito a tassi agevolati e la promozione di progetti di agrivoltaico, attraverso regole per l’integrazione del fotovoltaico in agricoltura e incentivi per gli agricoltori nell’ambito della Pac, oltre all’eliminazione dei sussidi alle fonti fossili e la revisione della tassazione energetica sulla base delle emissioni. “Fino al 2012, l’Italia è stata uno dei Paesi di punta nel mondo come installazioni – ricorda Edoardo Zanchini, vicepresidente di Legambiente – ma purtroppo negli ultimi anni si sono fermati gli investimenti”.

I PROSSIMI PASSI – Con l’approvazione della Direttiva Europea 2018/2001, che stabilisce i diritti dei prosumer (i produttori-consumatori) e delle comunità energetiche, è possibile abbattere le barriere che finora hanno impedito di scambiare energia prodotta da fonti rinnovabili in Italia, persino nei condomini o dentro un distretto produttivo, oppure in un territorio agricolo. “Entro giugno 2021 dovrà essere recepita la direttiva – aggiunge Katiuscia Eroe, responsabile Energia Legambiente – e nei prossimi mesi partiranno le sperimentazioni di comunità energetiche, in attuazione del Milleproroghe. Chiediamo all’Esecutivo di garantire una rapida approvazione del decreto attuativo per le comunità energetiche fino a 200 kW e di aprire anche un confronto pubblico sul recepimento della direttiva”.

fonte: www.ilfattoquotidiano.it


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Attrezzi per il fai da te condivisi: nasce "Zero", la biblioteca delle cose a Palermo

Un luogo dove poter prendere in prestito attrezzi per i lavori di casa e dopo l'utilizzo restituirli, l'idea è venuta ad un gruppo di giovani che sta aprendo sedi in tutta la città













Quante volte vi è capitato di fare un trasloco o di voler aggiustare qualcosa in casa o ancora di volere costruire con le vostre mani un oggetto utile e però non avere gli attrezzi giusti e neanche le competenze? Non avete mai pensato quanto sarebbe bello e utile se esistesse un posto dove prendere in prestito un trapano, o un cacciavite, un martello piuttosto che chiederli sempre in prestito al vostro vicino?

Ecco finalmente a Palermo sta per aprire la prima biblioteca degli oggetti dove tutti potrenno prendere in prestito degli attrezzi per il bricolage. Si chiama "Zero" e il 2 febbraio aprirà la prima sede presso il Coworking neu [nòi] di via Alloro 64, dopo è in progetto la seconda sede in piazza Kalsa con la riapertura di Booq (la bibliofficina occupata di quartiere).

Saranno circa ottanta gli attrezzi messi a disposizione di tutti (domenica 2 febbraio aperto dalle 10.30 alle 18), per prenderli in prestito per una settimana basterà tesserarsi (la tessera è annuale) e si potranno prendere fino ad un massimo di due oggetti e utilizzarli per una settimana e poi restituirli. Il progetto sul lungo periodo prevede l'apertura di un punto Zero per ogni circoscrizione.

È un progetto selezionato per la seconda edizione del bando B-Circular – Fight Climate Change, promosso da punto.sud con il sostegno di Fondazione "Con il Sud" e finanziato da European Commission, Development & Cooperation e EuropeAid. Oltre alle varie biblioteche delle cose nei quartieri sono in progetto anche dei laboratori di falegnameria di base, giardinaggio e sartoria.

«L'idea c'è venuta perché già tutto il condominio dove si trova il coworking viene a chiederci sempre in prestito attrezzi, dalla scala al trapano - racconta Michelangelo Pavia, uno dei fondatori di neu [nòi] - così quando abbiamo letto il bando e c'è venuta in mente questa idea e di coinvolgere anche Booq che ha già sperimentato una officina condivisa e Alab ha una profonda esperienza di lavoro manuale.

L'idea è di puntare sul risparmio economico per ogni famiglia o individuo che evita di acquistare un attrezzo che userà pochissime volte e anche in termini di spazio, perché un oggetto in casa poi deve anche essere conservato, mentre così lo utilizza e poi lo riporta da Zero».


fonte: https://www.balarm.it

Il baratto dei giocattoli per promuovere riuso e condivisione

Il baratto dei giocattoli è uno strumento ideale per promuovere tra i bambini il concetto di riuso e di condivisione verso chi ha bisogno. Nasce da questo presupposto l’iniziativa “Ce l’ho ce l’ho mi manca” la cui sesta edizione si terrà a Roma domenica 1 dicembre. Un evento dove il consumismo lascia il passo alla generosità (con buona pace degli inventori del black friday!).



Da una scorsa edizione dell’iniziativa 

Promuovere tra i bambini un pensiero etico, nel quale il baratto di giocattoli possa riflettere nuove pratiche di sostenibilità e di solidarietà verso chi è meno fortunato. È questo l’obiettivo della sesta edizione della manifestazione “Ce l’ho ce l’ho mi manca”, prevista domenica 1 dicembre 2019, dalle ore 10:00 alle ore 19:00 negli spazi del terzo piano di Eataly a Roma (in Piazzale 12 Ottobre 1492, a pochi passi dalla Piramide Cestia).


Una giornata gratuita, organizzata dal magazine online Family Welcome, per sensibilizzare i più piccoli e le loro famiglie al “non spreco” ed alla riduzione dei rifiuti, attraverso il riuso a fini solidali dei giocattoli non più utilizzati.


Un evento dove il consumismo lascia per una volta il passo alla generosità dimostrando che così a vincere siamo un po’ tutti.


Promuovendo la buona pratica del riuso si allunga la vita dei giocattoli che non diventano né rifiuti da smaltire né oggetto di ulteriore consumo di risorse naturali. Si può così aiutare l’ambiente e i bambini in difficoltà destinatari delle donazioni dei giocattoli non scambiati: i minori migranti, in fuga da guerra e povertà o quelli che vivono in condizioni di disagio socio-economico nei quartieri più svantaggiati delle grandi città.


Le centinaia e centinaia di giochi scambiati e donati e le migliaia di famiglie romane che hanno preso parte alle prime cinque edizioni sono la dimostrazione che il “ “Ce l’ho ce l’ho mi manca” è un momento che va ben oltre al giocattolo in sé.


Rappresenta una situazione ludica di crescita e di consapevolezza rivolto soprattutto ai bambini, impegnati in prima persona, a ragionare in modo critico su questioni sociali di grande importanza. Lo scambio dei giochi, tra i più piccini, costituisce infatti un insegnamento verso il consumo eticamente sostenibile. Così come la donazione, rivolta ai più grandi, promuove il senso di solidarietà verso i coetanei che si trovano in difficoltà.





La scoperta che donare può essere più bello di ricevere e che nel farlo si può anche tutelare l’ambiente è il messaggio che ci si può portare a casa.
Le buone regole del baratto


Ad accogliere bambini e famiglie all’ingresso della manifestazione, ci saranno i volontari di Save the Children – l’Organizzazione internazionale che dal 1919 lotta per salvare la vita dei bambini e garantire loro un futuro. Poi i Clowndottori e Cantastorie dell’Associazione no-profit di medici, La Banda Faclò, nata nel 2015 in seno alla Carovana dei Sorrisi per promuovere la terapia del sorriso, la forza della fantasia e la creatività come aiuto ai bambini malati e persone in situazione di disagio.


A tutti questi professionisti del sorriso si consegnano i giocattoli ricevendo in cambio monete simboliche per un valore il più possibile equivalente al materiale che è stato messo a disposizione per il baratto.


Con questi gettoni i bambini possono scegliere autonomamente altri giochi, “come nuovi”, all’interno dell’area dedicata al baratto.


Al termine, i giocattoli che non dovessero conoscere nuovi “proprietari” saranno donati ai Punti Luce e Spazi Mamme di Save the Children in Italia e all’Associazione La Banda Faclò, che li distribuirà in ospedali pediatrici e case famiglia.


La Banda Faclò


Baratto, Family Friendly Market, Laboratori per bambini


L’evento si articola in 3 aree tematiche:


1) BARATTO: uno spazio unicamente dedicato allo scambio dei giochi tra i bambini.


2) INTRATTENIMENTO: laboratori gratuiti didattici per bambini organizzati per temi e fasce d’età dai 3 ai 12 anni.


L’argomento dei laboratori organizzati da Musement, la piattaforma digitale leader nella ricerca e nella prenotazione di tour e attrazioni in tutto il mondo, riguarda una serie di appuntamenti focalizzati sulle diverse città dove il portale offre imperdibili esperienze. Occhi puntati su Londra e Parigi dove Musement è particolarmente attiva: i bambini possono cimentarsi nella costruzione di modellini del London Eye e della Torre Eiffel in cartone riciclato per vivere insieme il piacere di un’avventura. Un momento di stimolo per i piccoli che si spera possa avere in futuro risonanza nella loro quotidianità. Anche per questo ai bambini viene regalata una borraccia ecologica da utilizzare per i prossimi viaggi e le avventure alla scoperta del mondo.


Si legano al piacere della sperimentazione e della trasformazione, invece, i laboratori pensati da Treatwell, la piattaforma di prenotazione online per i trattamenti di bellezza e benessere leader in Europa. Un’esperienza coinvolgente che vede i bambini come piccoli erboristi, impegnati attorno a un tavolo con oli e pozioni, nella preparazione di regali per le loro mamme: creme e scrub a base di ingredienti alimentari e completamente naturali. Contemporaneamente le mamme si concedono un momento di relax grazie alla manicure offerta dai saloni che fanno parte del network.


3) XMAS MARKET: area espositiva dedicata a prodotti e servizi a misura di famiglia con bambini.

fonte: www.italiachecambia.org

Comunità dell’energia rinnovabile, una proposta per farle partire subito

L'idea di Legambiente e Italia Solare per accelerare il recepimento delle direttive europee su autoconsumo collettivo e condivisione di energia da rinnovabili.




Clean Energy Package europeo, con la Direttiva (UE) 2018/2001, apre un nuovo scenario per la produzione e cessione di energia da fonti rinnovabili, con la possibilità di supportare sistemi innovativi di produzione, accumulo e scambio di energia da fonti rinnovabili.
Che questa prospettiva sia di grande interesse da un punto di vista industriale, energetico e ambientale è opinione condivisa, e dunque sarebbe necessario accelerare il recepimento.
In questo senso va la proposta illustrata ieri, 7 novembre, a KeyEnergy da Legambiente e Italia Solare nell’ambito del convegno “Comunità energetiche e prosumer:il nuovo scenario dopo l’approvazione della direttiva UE 2001/2018”.
L’idea – che approfondiremo in un secondo articolo per valutare come e quando si potrebbe concretizzare – prevede di introdurre una disciplina sperimentale per alcune delle configurazioni previste dagli articoli 21 e 22 della Direttiva 2018/2001, e si applicherebbe ai clienti con minori consumi connessi alla rete in bassa tensione, che sono oltretutto quelli che attualmente pagano l’energia a costi maggiori.
A questi clienti verrebbe data la possibilità di associarsi per l’installazione di impianti di produzione di energia da fonte rinnovabile e di condividere l’energia autoprodotta. Gli impianti dovranno essere connessi alla stessa rete di bassa tensione dei clienti finali associati.
L’energia prodotta da tali impianti sarà immessa nella rete di distribuzione e sarà considerata condivisa nella misura in cui i clienti finali associati consumano simultaneamente alla produzione. Si fa riferimento al concetto di condivisione dell’energia declinato nella premessa 71 della direttiva rinnovabili (2018/2001) e nella premessa 46 della direttiva mercati (2019/944).
Obiettivo di queste configurazioni – sottolinea una nota che accompagna la proposta – è di spingere soluzioni efficienti di produzione, progettate per soddisfare la domanda istantanea e, dunque, di ridurre l’esigenza di capacità di riserva della rete.
In questi sistemi gli oneri di sistema saranno pagati integralmente sia per l’energia scambiata con la rete che per quella condivisa, mentre sono previsti vantaggi per l’energia prodotta e consumata istantaneamente proprio perché massimizzano l’uso dell’energia rinnovabile e spingono configurazioni capaci di garantire la massima efficienza nell’uso degli impianti e delle reti.
Le esenzioni, previste per la sola energia prodotta e consumata istantaneamente, sono studiate in modo da evitare aggravi ingiustificati nei confronti degli altri consumatori di energia, e sono coerenti con quanto scritto da Arera nella memoria 94/2019 di marzo riguardo all’energia immessa nella rete di distribuzione, ma condivisa per le tariffe di trasmissione e distribuzione.
L’esclusione dai costi di trasmissione si motiva in quanto per questa quota sono evitati, data la vicinanza fra consumo e produzione sulla stessa linea di bassa. Allo stesso modo il compenso a remunerazione delle perdite di rete, che non ha senso attribuire perché l’energia è prodotta dagli stessi cittadini che la consumano.
Mentre l’esenzione dal dispacciamento e dal capacity si motiva nella misura in cui per la quota di energia autoconsumata istantaneamente, e solo per questa, si riduce il peso sul sistema e la necessità di sicurezza del sistema. I benefici sull’Iva non ricadono sugli altri consumatori di energia e si motivano per il fatto che si produce energia a emissioni zero.
Il vantaggio principale per il cliente finale è che sull’energia da rinnovabili autoconsumata istantaneamente è possibile saltare le intermediazioni commerciali e guadagnare sulla differenza fra prezzo al dettaglio e prezzo all’ingrosso.
I clienti continuerebbero ad avere contratti di vendita come oggi, ma sarebbero anche parti di un sistema privato di produzione e scambio di energia da rinnovabili, che usa la rete pubblica di distribuzione.
Secondo la proposta, ogni associazione di clienti finali individuerà al proprio interno un soggetto mandatario delegato al riparto dell’energia condivisa fra i clienti finali associati. Tale attività non sarà soggetta alla disciplina regolatoria.
La configurazione riguarderebbe esclusivamente nuovi impianti da rinnovabili e quindi impianti che non beneficiano di incentivi alla produzione ai sensi dei vecchi conti energia.
In queste configurazioni si potrà risparmiare grazie all’autoproduzione rispetto al valore della materia prima (circa 60/65 €/MWh), non si pagheranno le tariffe variabili di trasmissione e distribuzione (circa 13 €/MWh), parte delle tariffe di dispacciamento, così come i costi del mercato della capacità e l’imposta sul valore aggiunto su tutte tali componenti esentate.
La sommatoria dei vantaggi derivanti dalle esenzioni e dal valore risparmiato dell’energia dovrebbe superare i 90 €/MWh (9 cent€/kWh) e tali esenzioni, unite alla detrazione fiscale, dovrebbero portare a una redditività adeguata a stimolare gli investimenti.
La disciplina – si sottolinea – non porta a maggiori costi, perché viene solo prevista la possibilità per le configurazioni previste di usufruire dei sistemi incentivanti già esistenti e cioè le detrazioni fiscali di cui all’articolo 16 lettera h) e gli incentivi di cui al DM 4 luglio 2019 e eventuali ulteriori incentivi potranno essere individuati da Arera solo a valere su minori costi.
Il sistema garantirà ai clienti finali associati la possibilità di autoprodursi una quota parte della propria energia senza gravare sulle bollette degli altri cittadini.
La proposta dovrebbe articolarsi come indicato qui sotto:
Autoconsumo e condivisione di energia prodotta da fonti rinnovabili
  1. I clienti finali residenziali, gli Enti Locali, le piccole e medie imprese, che sono collegati in prelievo alla rete di bassa tensione alimentata dalla medesima cabina di trasformazione, si possono associare per produrre energia destinata al proprio consumo con impianti di produzione di energia da fonte rinnovabile di potenza non superiore a 100 kW ciascuno collegati alla medesima rete di bassa tensione con configurazioni conformi a quanto previsto dall’Articolo 21 comma 4 o dall’Articolo 22 della Direttiva 2001/2018. I clienti finali associati possono condividere anche attraverso sistemi di accumulo tale energia prodotta collettivamente, utilizzando la rete di distribuzione esistente per tale condivisione. I clienti finali associati non possono avvalersi dello scambio sul posto. Gli impianti possono essere di proprietà di soggetti terzi rispetto ai clienti finali associati. La disciplina dei clienti finali associati si applica anche a un cliente finale che abbia più unità di consumo sulla stessa rete di bassa tensione.
  1. L’energia condivisa sarà pari al minimo in ciascun periodo orario tra l’energia elettrica prodotta e immessa nella rete di bassa tensione, anche con l’uso di sistemi di accumulo, dai clienti finali associati e l’energia elettrica prelevata dall’insieme di tali clienti finali sulla stessa rete di bassa tensione. La quantità di energia fatturata ai clienti finali dai venditori al dettaglio di energia non include l’energia oggetto di condivisione ai sensi del comma 1 e 2.
  1. L’energia condivisa è esentata dall’applicazione dei coefficienti di perdita convenzionali, dalla parte variabile delle tariffe di trasmissione e distribuzione, nonché, nella misura in cui tale esenzione sia giustificata, dalle tariffe di dispacciamento. I clienti finali associati ai sensi del comma 1 sono esonerati dal pagamento dei corrispettivi a copertura dei costi del mercato della capacità, se la energia condivisa corrisponde al 35 % o più dei propri consumi e viene garantita una quota minima di energia autoconsumata in specifiche fasce orarie.
  1. L’energia condivisa viene contabilizzata nelle bollette dei clienti finali ai soli fini della applicazione degli oneri generali di sistema delle accise e della quota di oneri di dispacciamento che residua ai sensi del comma 4.
  1. I clienti finali associati ai sensi del comma 1 individuano un soggetto delegato mandatario con rappresentanza, che misura la quantità di energia oggetto di condivisa e che effettua fra i clienti finali associati il riparto dell’energia secondo gli accordi di diritto privato, che intercorreranno fra gli stessi. Tale soggetto effettuerà tutte le necessarie comunicazioni ai fini della bollettazione dei consumi dei clienti finali associati. Solo il soggetto delegato sarà responsabile nei confronti degli associati dell’esatto riparto dell’energia secondo gli accordi intercorsi fra i clienti finali.

fonte: https://www.qualenergia.it

Terni: Arriva La “Libreria Di Strada”














Una “Libreria di strada” per unire le persone e promuovere l’amore per la lettura. Una libreria senza frontiere, sistemata sulla strada e messa a disposizione delle persone che vivono nel quartiere e che possono fermarsi a prendere gratuitamente un libro e arricchire quel contenitore donandone un altro. La libreria, situata nell’area verde della sede del Centro Sociale quartiere Polymer, luogo di scambio di libri e riviste ma anche di incontro e socializzazione, è una delle attività inserite nel patto di collaborazione tra il Comune di Terni e il Centro guidato da Marcello Bizzotti.
“Ci hanno donato tanti libri per tutti: giovani e vecchi, donne e uomini, stranieri e non, dice Bizzotti, senza distinzione di credo religioso, politico, di lingua e di paese. Questa iniziativa risponde anche all’esigenza di ridare vitalità ad uno spazio pubblico, riconquistando ad esempio quei cittadini che, in assenza di alternative, preferiscono i centri commerciali ad un luogo che invece può tornare ad essere abitato da persone che si ritrovano per scambiarsi parole, idee, emozioni, per condividere la cultura nella sua accezione popolare e nelle più svariate forme di partecipazione”.
L’inaugurazione della “libreria di strada” ci sarà venerdì 20 settembre alle ore 16.30, al centro socio culturale Polymer, in via Narni 154.
fonte: http://www.terninrete.it/

Svuotare le strade del traffico

"La soluzione non può che essere l’abbinamento del servizio di massa con un servizio flessibile a domanda e personalizzato che trasporti i passeggeri dai e verso i punti di origine degli spostamenti verso le fermate principali del trasporto di massa. Si tratta di affrontate un’emergenza climatica sempre più drammatica. “Ma svuotare le strade del traffico privato per sostituirlo con un trasporto pubblico e condiviso – spiega Guido Viale – non si può fare in poco tempo. È un work in progress che deve essere programmato….”

Foto di Dan Gold tratta da unsplash.com

Nel campo della mobilità l’obiettivo principale dell’emergenza climatica è quello di ridurre al massimo il traffico dei mezzi privati – auto e furgoni – una delle principali fonti di emissione, prima in città, poi anche nei percorsi interurbani, per sostituirli con mezzi condivisi, che riducano il rapporto emissioni/passeggero-chilometro ed emissioni/chilogrammo-kilometro.
Auto e furgoni in movimento sono fonte di congestione, posteggiate riducono la capacità del sistema viario, rallentando gli spostamenti (quasi un terzo delle auto in movimento non stanno percorrendo l’itinerario origine-destinazione, ma sono alla ricerca di un parcheggio).
Con le strade più libere la capacità di trasporto dei mezzi pubblici di massa (bus e tram) sarebbe moltiplicata anche per tre: più passaggi a parità di mezzi e personale, meno stop and go, principale fonte di emissioni. La sostituzione del trasporto condiviso a quello automobilistico, soprattutto per quanto riguarda il trasporto passeggeri in città non può essere fatto solo con i mezzi di linea tradizionali (bus, tram e metro). Nelle ore di morbida e nelle zone periferiche far viaggiare bestioni da sessanta-centi-deucento posti vuoti o quasi è un costo, imposto dalla legge che prescrive dei livelli minimi di servizio, che per le aziende di trasporto urbano sono la principale fonte di deficit (mentre sulle linee di forza e negli orari di maggior utilizzo il servizio sarebbe in attivo anche solo con il puro prezzo del biglietto. Inoltre, i livelli minimi di servizio non soddisfano l’utenza: troppo alte le cadenze dei passaggi, troppo lontane le fermate dai punti di origine e destinazione degli spostamenti. Questo spinge a non utilizzare il servizio, aumentando ulteriormente il suo costo per passeggero trasportato.
La soluzione non può che essere l’abbinamento del servizio di massa con un servizio flessibile a domanda e personalizzato che trasporti i passeggeri dai e verso i punti di origine degli spostamenti verso le fermate principali del trasporto di massa (metro e linee di forza, come sono a Milano, per esempio il 14 o il 3) e viceversa, con mezzi leggeri (feeder da sei-dodici posti) che effettuano di fatto un servizio personalizzato a domicilio: in pratica un taxi collettivo. Lo stesso vale per la distribuzione delle merci in città e per le consegne a domicilio. Le tecnologie ITC sono oggi perfettamente in grado di gestire soluzioni del genere. Quanto al costo, è sicuramente inferiore all’uso di grandi mezzi di linea per trasportare poche persone per gran parte della giornata e delle tratte. Il servizio può essere finanziato con i sussidi e le tariffe attuali oppure fornito gratuitamente, mettendolo a carico della collettività, il che incentiverebbe sicuramente il suo utilizzo.
Svuotare le strade del traffico privato per sostituirlo con un trasporto pubblico e condiviso non si può fare in poco tempo. È un work in progressche deve essere programmato. Il servizio flessibile di trasporto condiviso e personalizzato può supplire agli inconvenienti che si possono presentare nel corso della transizione.
fonte: https://comune-info.net

Comprare Non È Più Sostenibile. Per Salvare Il Mondo Dobbiamo Prendere In Prestito.











Tra le eredità della crisi economica iniziata nel 2008 si trova una nuova tendenza all’acquisto più consapevole e più ecologico. La moda del vintage, ormai consolidata da qualche anno, ne è stata un primo segnale: secondo i dati dell’Osservatorio 2017 Second Hand Economy di Doxa, il giro d’affari italiano per la compravendita di oggetti di seconda mano – che ha nei millennial la fascia di popolazione più attiva – ammontava nel 2017 a circa 21 miliardi di euro, grazie alla crescita costante per la diffusione del web. Alle origini di questo boom non c’è solo l’aspetto economico: dalla ricerca emerge che, tra le principali ragioni di questa compravendita, per oltre il 60% degli intervistati contano la tutela dell’ambiente e la lotta allo spreco, senza dimenticare (35%) la possibilità di trovare pezzi unici e non più in commercio, sottraendosi così agli stilemi delle mode passeggere. Che il second hand stia vivendo un momento florido è chiaro, ma lo è meno il fatto che sia visto come un modo per sfuggire alla pubblicità martellante e per limitare le ripercussioni del consumismo senza freni. Parlare della fine dell’epoca dell’usa e getta sarebbe eccessivo e ottimistico. Le file davanti ai negozi in occasione del Black Friday si formeranno ancora per molti anni, ma si sta diffondendo la consapevolezza che è possibile sottrarsi a tutto questo, acquistando con maggiore coscienza etica e ambientale, o non facendolo affatto. La possibilità di non comprare qualcosa è la prospettiva che sta emergendo negli ultimi anni, la più radicale e potenzialmente rivoluzionaria.
Se in una parte del mondo – soprattutto nei Paesi dove il boom economico è più recente, come la Cina – il consumismo ha ancora un immenso appeal, da noi iniziano a crescere nicchie sempre più numerose di persone che rifiutano lo stile di vita improntato allo spreco e alla dipendenza materiale e psicologica dagli acquisti e dalla novità. La passione per il decluttering lanciata da Marie Kondo non è che un sintomo del malessere che spesso sfocia in un cambiamento nello stile di vita, che non si limita al settore dell’abbigliamento, dove sono sempre più diffusi vintage e swap party. Si compra meno, infatti, anche nei settori un tempo considerati quelli degli investimenti a lungo termine, simbolo della conquistata indipendenza dell’età adulta: l’immobiliare e l’automobile. Stipendi bassi, precarietà e concorsi – tentati in tutto il Paese e che costringono spesso a trasferirsi da una città a un’altra – hanno tenuto lontano i millennial dalla casa di proprietà. Ma la novità è che i vantaggi dell’appartamento in affitto – dalla scelta del quartiere o della città più interessante dove abitare, all’evitare l’impegno di scelte a lungo termine, alla libertà dalle incombenze della manutenzione – vengono riscoperti anche dalle altre fasce di età, specialmente quella che più di tutte può permettersi di vivere come e dove vuole. Per il New York Times negli Stati Uniti si è infatti registrato un boom degli over 60 abbienti che prediligono l’affitto, che non è più percepito come la scelta obbligata di chi non può permettersi di comprare una casa; in Germania, dove l’economia è tra le più stabili d’Europa, grazie all’equilibrio tra intervento statale, investimenti privati e per effetto della legislazione in materia (ad esempio non ci sono detrazioni sul mutuo), il numero di affittuari è tra i più alti del continente.
Anche il mercato dell’auto deve adeguarsi alla nuova tendenza, che oltre al car sharing sta favorendo la diffusione del noleggio a lungo termine (soprattutto in America, ancora poco in Europa) in cambio del pagamento di una rata mensile in cui sono comprese tutte le spese, dal cambio gomme all’assistenza stradale, dal bollo all’assicurazione su furto e incendio. La novità sta prendendo piede anche in Italia, come emerge da un rapporto Aniasa: ogni giorno sarebbero circa 900mila le persone a usare il noleggio a lungo termine (che è cresciuto del 18% tra il 2016 e il 2017) e 130mila a breve termine. Accanto a queste possibilità si sta diffondendo anche il car sharing peer to peer, una sorta di Airbnb dell’auto in cui il proprietario di un veicolo può affittarlo nei periodi di inutilizzo. 






Recentemente il The Guardian ha dedicato la sua attenzione a iniziative come la “biblioteca delle cose” (o Lot, Library Of Things) e altri progetti simili, dal canadese Thingery al “negozio”californianoche, inaugurato nel 1979, si vanta di essere uno dei primi di questo tipo al mondo. Si tratta di spazi in cui vengono raccolti oggetti di ogni tipo, dai tosaerba alle impastatrici, che possono essere presi in prestito da tutti gli iscritti, proprio come in una biblioteca. È un modello che funziona bene soprattutto per quei prodotti, anche costosi, che si utilizzano raramente. Anche nei casi in cui il servizio non è completamente gratuito ma prevede la sottoscrizione di una quota associativa per coprire i costi di manutenzione, prendere in prestito si è rivelato comunque conveniente. Oltre al vantaggio economico, però, c’è anche il risparmio di spazio in casa e, non ultimo, quello sui costi ambientali. L’idea del prestito, nata tra i figli dei fiori e le altre sottoculture negli anni Settanta, sull’onda della presa di coscienza contro il consumismo dilagante, si è rinnovata grazie al web, che permette di far pubblicità a questi progetti e ne facilita l’organizzazione. Anche la crisi economica ha contribuito a diffonderla, perché le persone hanno cominciato a chiedersi come risparmiare senza troppe rinunce. Un contributo fondamentale è arrivato anche dalla nuova coscienza ambientalista, soprattutto tra i più giovani. 
Il prolungamento del ciclo di vita di un oggetto ha una grande influenza sul suo impatto ambientale, oltre a garantire un risparmio economico. Questo è tanto più vero per elettrodomestici ed elettronica la cui produzione necessita di sostanze anche preziose, spesso di difficile estrazione e che si trovano nei Paesi in cui le condizioni di lavoro sono pessime e la situazione politica ambigua, come nel caso del Venezuela. Si calcola che in Europa, riutilizzando i beni che ora vengono buttati, si risparmierebbero ogni anno quasi 6 milioni di tonnellate di emissioni di gas serra e 44 milioni dimetri cubi di acqua. Lo smaltimento degli oggetti dismessi ha dei costi altrettanto pesanti: tra ferro, rame, alluminio e altri metalli, gettare elettrodomestici e prodotti tecnologici significa da un lato sprecare le materie preziose e la plastica con cui sono realizzati e dall’altro mettere in circolazione rifiuti pericolosi. Si calcola che in Europa circa un terzo dei prodotti gettati potrebbe essere riutilizzato se sottoposto a manutenzione e la situazione è tanto più drammatica se si considera il divario tra la durata ideale di un bene e quella effettiva. Secondo i calcoli del rapporto dell’Onu The long view. Exploring product lifetime extension, per ottimizzare l’impatto ambientale causato dalla sua produzione, uno smartphone dovrebbe essere utilizzato fino a 12 anni (contro gli uno o due anni di effettivo utilizzo) e un computer dai 7 agli 88 anni, a seconda dei parametri presi in considerazione; per quanto riguarda gli elettrodomestici, in media dovrebbero durare circa 10 anni, ma spesso si rompono o smettono di funzionare molto prima. Secondo l’Eurobarometro il 77% dei cittadini europei preferirebbe riparare i propri oggetti anziché sostituirli, ma non lo fa perché costa troppo, finendo per comprare un nuovo prodotto.
Questo meccanismo, noto come obsolescenza programmata, è stato dichiarato fuorilegge in Francia nel 2015, con l’introduzione di un’etichetta che attribuisce un punteggio al prodotto in base alla sua durata. L’allungamento del ciclo di vita dei prodotti, tra miglioramento della durata, manutenzione e riutilizzo, può avere effetti positivi non solo per il singolo consumatore, ma anche per le aziende stesse, che guadagnerebbero in fiducia e fidelizzazione degli acquirenti e quindi una maggiore competitività sul mercato. Ne beneficerebbe l’intera società, grazie alla creazione di nuovi posti di lavoro non delocalizzabili: circa 296 nel solo settore della riparazione ogni 10mila tonnellate di beni riutilizzati, secondo i dati della relazione redatta nel 2017 dalla Commissione per il Mercato Interno e la Protezione dei Consumatori presso il Parlamento Europeo. Nonostante il parere positivo dell’Unione europea, l‘organizzazione RReuse, che riunisce le imprese del continente impiegate nel riciclo e riutilizzo di prodotti, denuncia gli attuali ostacoli esistenti per la riparazione, dai costi elevati (talvolta superiori all’acquisto di un prodotto nuovo) alla scarsa accessibilità dei punti di riparazione, al design stesso che spesso rende difficile se non impossibile la riparazione di alcune componenti (ad esempio, negli elettrodomestici, la fusione di alcuni componenti anziché l’impiego di viti). Le istituzioni si stanno muovendo per tagliare gli sprechi soprattutto sul lato della qualità del prodotto: in Italia, ad esempio, il decreto 140/2016  ha chiesto ai produttori di implementare le strategie di eco-progettazione con accorgimenti che prolunghino la vita media dei prodotti e ne facilitino la riparazione, permettendone l’aggiornamento tecnico. 
Nell’attesa di vedere effetti concreti dell’azione normativa, i cittadini da parte loro rispondono puntando sulla condivisione di oggetti, dall’auto all’attrezzatura per il giardino, verso cui emerge un nuovo approccio: quel che conta non è più possedere un bene, ma usufruire del servizio che garantisce. Negli ultimi anni sono aumentati anche i punti di freecycling e i repair cafè, negozi in cui si riparano, anche gratuitamente, gli oggetti che necessitano di manutenzione. Il ciclo acquisto-consumo-smaltimento può essere spezzato in più modi, producendo beni più duraturi e di migliore qualità, promuovendone la manutenzione, prolungando il periodo di garanzia e condividendoli con altre persone, con un grande risparmio ambientale oltre che economico. Un nuovo stile di vita e di acquisto è possibile, spostando il nostro focus dall’acquisto e possesso all’utilizzo. È l’economia circolare e può cambiare la tua vita e quella del pianeta. 
fonte: https://thevision.com