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L’acqua del disastro di Fukushima finirà in mare dalla primavera 2023



Arrivano i dettagli di uno dei passaggi più controversi del processo di decommissioning dell’impianto di Dai-ichi: lo sversamento nell’oceano di 1,27 mln di t di acqua contaminata e poi trattata. Sarà costruito un tunnel lungo 1 km per il rilascio

Inizierà nella primavera del 2023 lo sversamento nell’oceano delle acque contaminate (e poi trattate) dal disastro di Fukushima. Lo ha annunciato oggi la...

Fukushima: ancora contaminato l'85% dell’area speciale di decontaminazione

 

A quasi dieci anni di distanza dall'incidente nucleare di Fukushima Daiichi, Greenpeace ha pubblicato due rapporti che evidenziano la complessa eredità del terremoto e dello tsunami dell'11 marzo 2011. Nel primo rapporto, "Fukushima 2011-2020", vengono descritti i livelli di radiazione nelle città di Iitate e Namie, nella prefettura di Fukushima. I risultati delle prime indagini mostrano che gli sforzi di decontaminazione sono stati limitati e che l'85% dell'Area Speciale di Decontaminazione è ancora contaminata. Il secondo rapporto, "Decommissioning of the Fukushima Daiichi Nuclear Power Station From Plan-A to Plan-B Now, fromPlan-B to Plan-C", analizza l'attuale piano ufficiale di smantellamento in 30-40 anni. Un programma deludente e senza prospettive di successo.

«I governi che si sono succeduti negli ultimi dieci anni, soprattutto quelli guidati dal primo ministro Shinzo Abe, hanno cercato di ingannare il popolo giapponese, mistificando l'efficacia del programma di decontaminazione e ignorando i rischi radiologici», ha commentato Shaun Burnie, Senior Nuclear Specialist di Greenpeace East Asia. «Allo stesso tempo, continuano a sostenere che il sito di Fukushima Daiichi può essere riportato allo stato originario di cosiddetto "greenfield" entro la metà del secolo. Il decennio di inganni da parte del governo e della TEPCO deve finire. Un nuovo piano di smantellamento è inevitabile, non possiamo perdere altro tempo e continuare a negare la realtà», conclude Burnie.
Il primo team di esperti in radiazioni di Greenpeace è arrivato nella prefettura di Fukushima il 26 marzo 2011. Negli ultimi 10 anni, ha condotto 32 indagini sulle conseguenze radiologiche del disastro, l'ultima nel novembre 2020. In sintesi, i risultati del rapporto Fukushima 2011-2020 mostrano che:
-la maggior parte degli 840 chilometri quadrati della Special Decontamination Area (SDA), per cui il governo è responsabile della decontaminazione, rimane contaminata da cesio radioattivo.
-l'analisi dei dati dello stesso governo confermano che nella SDA è stato decontaminato in media solo il 15%.
-è indefinito il quadro temporale entro cui il livello obiettivo di decontaminazione a lungo termine del governo giapponese - di 0,23 microsievert per ora (μSv/h) - sarà raggiunto in molte aree. I cittadini saranno comunque esposti per decenni a radiazioni superiori al massimo raccomandato di 1 millisievert all'anno.
Nelle aree in cui gli ordini di evacuazione sono stati revocati nel 2017, in particolare a Namie e Iitate, i livelli di radiazione rimangono al di sopra dei limiti di sicurezza, potenzialmente esponendo la popolazione a un maggiore rischio di cancro. Fino al 2018, decine di migliaia di lavoratori sono state impiegate nella decontaminazione nella SDA. Come documentato da Greenpeace, i lavoratori - la maggior parte dei quali sono subappaltatori mal pagati - sono stati esposti a rischi ingiustificati di radiazioni per un programma di decontaminazione limitato e inefficace

Dal rapporto "Decommissioning of the Fukushima Daiichi Nuclear Power Station From Plan-A to Plan-B Now, from Plan-B to Plan-C", inoltre, emerge che:
-Non ci sono piani credibili per il recupero delle centinaia di tonnellate di detriti di combustibile nucleare che rimangono all'interno e sotto i tre contenitori a pressione del reattore;
-La contaminazione dell'acqua usata per il raffreddamento dei reattori, delle acque sotterranee e di quelle successivamente accumulate nei serbatoi, continuerà ad aumentare nel futuro, a meno che non si adotti un nuovo approccio;
-Tutto il materiale nucleare contaminato dovrebbe rimanere sul sito a tempo indeterminato. Se i detriti di combustibile nucleare verranno recuperati, anch'essi dovrebbero rimanere sul posto. Fukushima Daiichi è già e dovrebbe rimanere un sito di stoccaggio di rifiuti nucleari a lungo termine;
Il piano attuale è irraggiungibile nell'arco di tempo di 30-40 anni definito dall'attuale tabella di marcia. È inoltre impossibile da realizzare se l'obiettivo è il ritorno allo status di greenfield.

Greenpeace raccomanda un fondamentale ripensamento nell'approccio e un nuovo piano per lo smantellamento del sito di Fukushima Daiichi, inclusa una revisione dei tempi di rimozione del combustibile fuso a 50-100 anni o più, con la costruzione di edifici di contenimento sicuri per il lungo termine. Una volta rinforzato, il sistema di contenimento primario (il vessel) dovrebbe essere usato come barriera primaria. Il corpo del reattore dovrebbe diventare una barriera secondaria per il medio-lungo termine, mentre si lavora allo sviluppo della tecnologia robotica che potrebbe operare senza esporre il personale ad alti rischi.
Infine per prevenire l'ulteriore aumento di contaminazione radioattiva delle acque, il raffreddamento dei detriti di combustibile nucleare dovrebbe passare dall'acqua al raffreddamento ad aria, e il sito di Fukushima Daiichi dovrebbe essere isolato dalle acque sotterranee - diventando una "dry island" - con la costruzione di un profondo fossato.

fonte: www.greencity.it


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Fukushima, il governo verso il rilascio di acqua radioattiva in mare

In meno di due anni finirà spazio di stoccaggio nelle cisterne




Il governo giapponese è pronto a riversare in mare l'acqua contaminata utilizzata per raffreddare gli impianti danneggiati nella catastrofe nucleare di Fukushima. Lo anticipano i media nipponici, spiegando che una decisione potrebbe esser presa entro fine mese, malgrado continui l'aspro dibattito sulle controversie di tale scelta per l'ambiente. Già all'inizio dell'anno una sottocommissione governativa aveva giudicato il rilascio della acqua nell'oceano, o la sua evaporazione nell'atmosfera, come 'opzioni realistiche'.

Diversamente, le associazioni locali dei pescatori e i residenti hanno sempre espresso la loro disapprovazione, temendo un crollo della domanda di prodotti marini della regione e per le ripercussioni ambientali sull'intera area geografica. Secondo le fonti citate dal giornale Yomiuri, il governo di Tokyo è pronto a istituire un comitato di esperti per confrontarsi con le municipalità della prefettura e discutere il piano con le attività produttive locali. L'eventuale immissione dell'acqua radioattiva in mare avrebbe bisogno dell'approvazione dell'Autorità nazionale di regolamentazione del nucleare (Nra), e la realizzazione di strutture adeguate per il trasporto, che richiederebbero almeno due anni di lavori.

L'acqua che serve a raffreddare gli impianti è filtrata usando un sistema avanzato di trattamento dei liquidi (Alps), capace di estrarre 62 dei 63 elementi radioattivi presenti, tranne il trizio, un isotopo radioattivo dell'idrogeno. Secondo i calcoli del gestore dell'impianto, la Tokyo Electric Power (Tepco) - con un aumento giornaliero di 170 tonnellate di liquido trattato, lo spazio per lo stoccaggio all'interno delle cisterne dovrebbe esaurirsi entro l'estate del 2022.

In base ai dati della prefettura attualmente sono presenti 1.044 serbatoi che contengono 1,23 milioni di tonnellate di liquido. Lo scorso febbraio, durante una visita alla centrale di Fukushima, il direttore dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica (Aiea), Rafael Grossi, aveva ammesso che il rilascio dell'acqua nell'Oceano Pacifico sarebbe in linea con gli standard internazionali dell'industria nucleare. Il premier giapponese Yoshihide Suga, nel corso di una sua recente visita all'impianto, ha detto che il governo intende prendere una decisione in tempi rapidi. L'incidente del marzo 2011, innescato dal terremoto di magnitudo 9 e il successivo tsunami, provocò il surriscaldamento del combustibile nucleare, seguito dalla fusione del nocciolo, a cui si accompagnarono le esplosioni di idrogeno e le successive emissioni di radiazioni.

fonte: www.ansa.it

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Idrogeno solare, a Fukushima l’impianto più grande del mondo

Entra nel vivo il Fukushima Hydrogen Energy Research Field (FH2R), l’impianto da 10 MW, realizzato in Giappone dalla Toshiba. Ad alimentarlo sarà il vicino campo fotovoltaico




Taglio del nastro per il Fukushima Hydrogen Energy Research Field (FH2R), il più grande impianto di produzione idrogeno solare mai realizzato al mondo. L’annuncio arriva da Toshiba che, assieme all’organizzazione di ricerca NEDO, a Tohoku Electric Power e a Iwatani, sta portando avanti il progetto da febbraio 2018.

L’iniziativa, come dice il nome stesso, ha come oggetto l’avvio della produzione di idrogeno nella prefettura di Fukushima, e più precisamente nella città di Namie. Ad alimentare l’impianto non sarà solo la rete nazionale, ma anche la vicina centrale fotovoltaica. L’obiettivo dell’iniziativa è infatti dimostrare di poter realizzare una struttura in grado di sfruttare i picchi di produzione rinnovabile (e, in un sistema integrato, l’eccesso di offerta in rete) per sintetizzare idrogeno a basso costo.

A livello impiantistico non si tratta di una novità. Paesi come Olanda, Australia e Germania hanno già intrapreso iniziative simili. Tuttavia, la taglia della centrale – 10 MW – ha fatto per ora meritare alla Toshiba il record mondiale.

Come funziona l’FH2R?

Nel dettaglio FH2R utilizza 20 MW di moduli fotovoltaici, installati su un sito di 180.000 metri quadrati, assieme all’elettricità della rete per far funzionare un’unità di elettrolisi da10 MW. “Ha la capacità di produrre, immagazzinare e fornire fino a 1.200 Nm 3 di idrogeno all’ora (funzionamento a potenza nominale)”, spiega la società giapponese in una nota stampa.

L’idrogeno solare viene prodotto e immagazzinato in base alla domanda del vettore e alle previsioni di offerta. “La sfida più importante nell’attuale fase di test è quella di utilizzare il sistema di gestione dell’energia a idrogeno per ottenere la combinazione ottimale di produzione e stoccaggio, regolando il bilanciamento della domanda della rete elettrica, senza l’uso di batterie di accumulo”, ha aggiunto Toshiba.

Per riuscire nell’intento, i test identificheranno la tecnologia di controllo del funzionamento ottimale in grado di combinare la risposta alla domanda della rete con quella del vettore.

Il gas prodotto sarà, quindi utilizzato per rifornire mezzi di trasporto, utenti domestici e industriali nella prefettura di Fukushima, nell’area metropolitana di Tokyo e in altre regioni.

fonte: www.rinnovabili.it

La rinascita di Fukushima: diventerà un hub di energia rinnovabile

L’intero fabbisogno energetico della prefettura sarà soddisfatto attraverso geotermia, biomasse, eolico e solare entro il 2040



















La rinascita di Fukushima passerà per le energie rinnovabili. Lo ha annunciato in questi giorni il governo locale presentando una tabella di marcia per la trasformazione energetica da qui al 2040. L’obiettivo? Implementare nuova capacità verde e riuscire a soddisfare l’intero fabbisogno elettrico della prefettura, completamente stravolta dopo lo tsunami del 2011 e il conseguente disastro della centrale nucleare. In realtà i lavori per costruire una solida base di energia pulita erano già iniziati alcuni anni dopo l’incidente ai reattori. Oggi la zona ha installato 1,5 GW di rinnovabili – un mix composto da eolico, biomasse, solare, geotermia e idroelettrico – vale a dire ben 1,1 GW in più rispetto al dato del 2012.

Il piano, secondo quanto anticipato dalla Nikkei Asian Review, prevede di sviluppare undici nuove centrali fotovoltaiche e dieci parchi eolici, concentrandosi su aree montuose e zone agricole che, a causa della contaminazione radioattiva, non possono essere più coltivate. Secondo quanto riferito dal ministro dell’energia di Fukushima, Masashi Takeuchi, il primo progetto sarà probabilmente una fattoria solare da 20 MW nella città di Minamisoma, nella parte settentrionale della prefettura.
Ma non si tratta solo di autosufficienza: il governo vuole che Fukushina rinasca come un vero e proprio hub regionale di energie rinnovabili, fornendo elettricità anche alla grande area metropolitana di Tokyo.  Ed entro il 2030 dovrebbe poterfornire il 13-14 percento del mix elettrico giapponese.
In questo senso, la prefettura ha firmato specifici protocolli d’intesa con il Ministero dell’Ambiente dello stato del Nord Reno-Westfalia (NRW) e l’Ambasciata di Danimarca in Giappone per cooperare nel campo delle green energy e del risparmio energetico. Riuscire nell’intento significherà per il Paese sborsare circa 2,75 miliardi fino al 2024. La Development Bank of Japan di proprietà del governo e il finanziatore privato Mizuho Bank fanno parte di un gruppo di finanziatori che hanno preparato una linea di credito per sostenere parte del costo di costruzione degli impianti.
Tuttavia per il territorio il ritorno alla normalità è un percorso ancora tutto in salita. E non solo perché sta quotidianamente lottando con problemi aperti, legati all’accumulo delle acque contaminate, alla bonifica della centrale e delle zone limitrofe e al reinsediamento delle decine di migliaia di sfollati. A metà ottobre di quest’anno, il tifone Hagibis ha dato alla regione quello che in molti considerano il colpo di grazia: fiumi esondati, comunità sommerse, infrastrutture distrutte e 25 vittime solo in quest’area. Un ulteriore colpo che rende il percorso di rinascita di Fukushima sempre più fragile e, con il progressivo intensificarsi dei fenomeni climatici estremi, sempre più incerto.

fonte: www.rinnovabili.it

Prima visione nazionale di FUKUSHIMA Il coperchio sul sole con l'ex primo ministro giapponese Naoto Kan - 1/11


Il primo novembre sarà da noi l'ex primo ministro giapponese Naoto kan  protagonista, suo malgrado, delle vicende collegate al disastro di Fukushima del 2011.
Con il produttore cinematografico Tachibana presenteranno in PRIMA VISIONE ITALIANA alle 20,45 presso l'auditorium Paccagnini di Castano, il film IL COPERCHIO SUL SOLE che narra i primi cinque giorni del disastro alla centrale nucleare di Fukushima: cosa accadde in centrale con l'esplosione di tre reattori nucleari, cosa accadde tra gli sfollati, e cosa accadde negli uffici del primo ministro con le tante menzogne diffuse dalla corporation nucleare. 

E' un film verità, inedito in Italia, che in Giappone ha suscitato accesi dibattiti e che grazie ai  potenti mezzi di cui dispone, la corporation nucleare sta boicottando. 

Questa iniziativa è importante per molti motivi, non ultimo per l'attualità del tema tutt'altro che risolto. (Non sanno più dove stoccare le continue acque di raffreddamento, pensano addirittura di sversarle nel Pacifico, con tutte le ricadute che questo avrà sull'ambiente, sulla catena alimentare e sulla salute a livello globale). Per non parlare del tentativo di rilanciare il nucleare con la scusa della lotta ai cambiamenti climatici!!!

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Oreste Magni
Ecoistituto della Valle del Ticino
Via San Rocco 48
20012 Cuggiono
tel      +39 02974075
cell    +39 3483515371
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skype   oreste.magni

Fukushima, nel 2022 sarà esaurito lo spazio per l’acqua radioattiva

Tra tre anni alla centrale nucleare di Fukushima non ci sarà più spazio per stoccare l’acqua contaminata. E nessuno ha ancora individuato una soluzione.
















Tre anni ancora. Poi non ci sarà più spazio per stoccare acqua radioattiva nella centrale nucleare di Fukushima, in Giappone. A rendere nota la “data-limite” del 2022, il 9 agosto, è stata la Tokyo Electric Power (Tepco), società che gestisce l’impianto.

Per raffreddare i reattori utilizzati 200 metri cubi di acqua al giorno

Ad otto anni e mezzo dall’incidente che, l’11 marzo 2011, a seguito di un terremoto e uno tsunami, ha devastato il nord-est della nazione asiatica, le autorità non sono dunque riuscite a decidere cosa fare. A seguito della catastrofe, infatti, i reattori danneggiati devono essere costantemente raffreddati, al fine di evitare nuove fughe radioattive.
Per farlo, è necessaria dell’acqua. Moltissima acqua: più di 200 metri cubi al giorno. Che una volta utilizzata, malgrado i trattamenti, resta fortemente contaminata. E dunque deve essere conservata sul posto. La centrale di Fukushima si è così trasformata in un cimitero di cisterne. Ne sono state installate ormai circa mille. Per stoccare più di un milione di tonnellate di acqua radioattiva: l’equivalente di 400 piscine olimpioniche.
fukushima radioattività acqua
Dopo oltre otto anni dall’incidente nucleare, a Fukushima ancora non si è trovata una soluzione per l’acqua contaminata © Christopher Furlong/Getty Images
Il problema, secondo l’operatore Tepco, è che la capienza del sito nucleare è limitata. Benché la compagnia abbia confermato la volontà di costruire altre cisterne, il totale massimo che potrà essere stoccato è pari a 1,37 milioni di tonnellate d’acqua. E tale livello sarà raggiunto, appunto, nell’estate del 2022.

Pescatori e abitanti di Fukushima contrari allo sversamento in mare

Il governo di Tokyo ha per questo incaricato un gruppo di esperti per comprendere cosa fare. Ebbene, secondo il team, composto da membri dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica, la si potrebbe iniettare sottoterra. Oppure farla evaporare nell’atmosfera. Ma la sola soluzione “realistica”, a loro avviso, sarebbe quella di riversarla in mare. Un’ipotesi alla quale si oppongono con decisione pescatori, abitanti della zona e associazioni ambientaliste. E anche la Corea del Sud.
Chang Mari, militante di Greenpeace, ha spiegato alla radio francese Rfi che “quando quest’acqua contaminata e il trizio in essa contenuto saranno nell’oceano, seguiranno le correnti marine e verranno disperse ovunque. Si stima che ci vorranno diciassette anni prima che la radioattività sia sufficientemente diluita da essere scesa al di sotto dei livelli di guardia. È un problema che riguarda il mondo intero”.
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Sono già circa mille le cisterne nelle quali viene stoccata l’acqua contaminata alla centrale di Fukushima, in Giappone © Chrisopher Furlong/Getty Images

Anche l’opzione di costruire altre cisterne presenta dei rischi

Secondo l’associazione sarebbe dunque meglio costruire altre cisterne, estendendo il perimetro del sito nucleare nella provincia. Operazione fattibile dal momento che a causa della radioattività la zona è oggi prima di attività economiche (agricoltura, allevamenti, industrie) e dunque capace di garantire la superficie necessaria.
Il problema, però, è che la zona è anche fortemente sismica. E qualora le cisterne dovessero venire danneggiate da un terremoto, si andrebbe incontro ad una nuova catastrofe. Per la centrale nucleare di Fukushima, in altre parole, dopo quasi un decennio dall’incidente non si è ancora riusciti a trovare una soluzione.

fonte: www.lifegate.it

Fukushima: al via il recupero di 566 barre di combustibile nucleare dal reattore 3

La società che gestisce l’impianto danneggiato dallo tsunami del 2011 ha annunciato l’avvio del recupero di combustibile nucleare: termine delle operazioni previsto per il 2021.




















Iniziate le operazioni di rimozione del combustibile nucleare dalla centrale di Fukushima, in Giappone. A otto anni di distanza dallo tsunami che investì la costa della regione di Tohoku causando quasi 16 mila vittime e una delle crisi nucleari più gravi dopo il disastro di Chernobyl, la società incaricata della gestione dell’impianto Daiichi, la Tokyo Electric Power (Tepco) ha annunciato l’inizio della rimozione dei primi 566 complessi di combustibile nucleare (usati e non) stoccati all’interno del reattore n°3.

Si tratta della prima operazione di recupero del combustibile dalla data del disastro. Gli operatori della Tepco utilizzeranno apposite bracci robotizzati telecomandati a distanza di 500 metri per estrarre le barre di biossido d’uranio e di Mox (uranio e ossido di plutonio) dalle piscine di raffreddamento dell’edificio 3 per poi reinserirle in un contenitore protettivo. L’intero processo dovrà avvenire sott’acqua per prevenire il rischio di perdite radiottive. Secondo Tepco, la rimozione di tutte le 566 barre di combustibile verrà completato entro marzo 2021.


La stessa operazione verrà effettuata anche sui reattori 1 e 2 della centrale e dovrebbe arrivare a completamento entro il 2023. Nel 2014, la Tepco ha portato a termine la rimozione di tutte le 1.535 unità di combustibile nucleare stoccate nel reattore 4, uno dei più danneggiati dallo tsunami. La messa in sicurezza degli impianti nucleari è prevista entro i prossimi 40 anni.

L’annuncio della Tepco è arrivato il giorno seguente l’invito del primo ministro, Shinzo Abe, a ripopolare i dintorni della centrale di Fukushima. A marzo, il Governo nipponico aveva revocato l’ordine di evacuazione per la città di Okuma, uno dei due centri abitati più vicini alle centrali di Fukushima, ma al momento solo 367 residenti su 10.341 (il 3,5%) risulta rientrato nelle proprie case.

fonte: www.rinnovabili.it

8 anni dopo il disastro di Fukushima, lavoratori e bambini sono ancora minacciati dalle radiazioni

Le radiazioni rilevate a Fukushima sono fino a 100 volte superiori rispetto ai limiti, secondo Greenpeace Giappone ma Tokyo nasconderebbe i dati alle Nazioni Unite.










Nei pressi di Fukushima, dove è avvenuto il più grande incidente nucleare della storia dopo Chernobyl, esistono ancora alti livelli di radiazioni sia nelle zone di esclusione sia nelle aree aperte, anche dopo gli enormi sforzi di decontaminazione.
È quanto rivela il rapporto “Sul fronte dell’incidente nucleare di Fukushima: lavoratori e bambini“, pubblicato da Greenpeace Giappone in occasione dell’ottavo anniversario dell’incidente di Fukushima.


Il rapporto su Fukushima

Il rapporto rivela come il governo giapponese stia deliberatamente ingannando gli organismi e gli esperti delle Nazioni Unite che si occupano di violazioni dei diritti umani. Nelle pagine dello studio viene documentato quanto siano estese le violazioni del governo in materia di diritti umani regolati da convenzioni e linee guida internazionali, in particolare per quanto concerne lavoratori e bambini.
“Nelle aree in cui operano alcuni di questi addetti alle bonifiche, i livelli di radiazione rilevati sarebbero considerati un’emergenza se fossero registrati all’interno di un impianto nucleare”, afferma Shaun Burnie, esperto sul nucleare di Greenpeace Germania.

Livelli radiazione da 5 a 100 volte superiori il limite massimo

Secondo lo studio di Greenpeace i livelli di radiazione nella zona di esclusione e le aree di evacuazione di Namie e Iitate sono da cinque a oltre cento volte più alti del limite massimo raccomandato a livello internazionale e rimarranno tali per molti decenni e nel prossimo secolo. È evidente come tali valori rappresentino un rischio significativo per i cittadini in particolare i bambini.
Nella zona di esclusione di Obori in Namie, i livelli medi registrati di irradiazione sono pari a 4,0 μSv all’ora. Giusto per capire, tali livelli sono così alti che se un operatore lavorasse lì per otto ore al giorno durante un intero anno, potrebbe ricevere una dose equivalente a più di cento radiografie del torace.














In pericolo bambini e lavoratori

In una foresta situata di fronte all’asilo e alla scuola della città di Namie, dove sono state revocate le ordinanze di evacuazione, il livello medio di radiazioni era di 1,8 μSv all’ora. Tutti i 1.584 punti misurati hanno superato l’obiettivo di decontaminazione a lungo termine fissato dal governo giapponese di 0,23 μSv all’ora. Nel 28 per cento di questa area, la dose annuale di radiazioni a cui sarebbero esposti i bambini potrebbe essere 10-20 volte superiore al massimo raccomandato a livello internazionale.
Non solo i bambini in pericolo, ma anche i lavoratori che stanno lavorando per la decontaminazione. I lavoratori, secondo l’associazione ambientalista, non hanno ricevuto nessuna formazione sulla tutela da radiazioni, sono inoltre poco protetti, mal pagati, esposti ad alti livelli di radiazioni e se denunciano qual è la situazione rischiano di perdere il posto di lavoro. “I relatori speciali delle Nazioni Unite per i diritti umani hanno assolutamente ragione nel mettere in guardia il governo giapponese su questi rischi e violazioni”, ha detto Shaun Burnie.

Tecnici di Fukushima al lavoro
Lavoratori impegnati nel processo di decontaminazione della centrale di Fukushima © Christopher Furlong/Getty Images
Secondo il regport di Greenpeace lo sfruttamento dei lavoratori per operare nelle aree contaminate è un fenomeno molto diffuso, compreso il reclutamento di persone svantaggiate e senzatetto a cui non viene effettuata alcuna seria formazione in materia di radioprotezione. Spesso vengono falsificati i certificati di identificazione o sanitari e si attuano registrazioni ufficiali non affidabili.

La pericolosa politica energetica del Giappone

Il rapporto arriva a un mese dalla stesura di una serie di severe raccomandazioni che il Comitato delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia ha indirizzato al governo giapponese. Se attuate, queste raccomandazioni porrebbero fine alle attuali politiche condotte a Fukushima e avrebbero come effetto il ripristino degli ordini di evacuazione, il pieno risarcimento agli sfollati e la piena applicazione di tutti gli obblighi relativi al rispetto dei diritti umani nei confronti degli sfollati e dei lavoratori.
Il problema del Giappone è la sua politica energetica che oggi, dopo otto anni da Fukushima ha intenzione di riaccendere le sue centrali nucleari nonostante i cittadini chiedano una transizione energetica verso le fonti rinnovabili.
“Alla radice del disastro nucleare di Fukushima, con le violazioni dei diritti umani che ne conseguono, c’è la pericolosa politica energetica promossa dal governo giapponese Quello che la maggioranza dei giapponesi chiede è una transizione verso le fonti rinnovabili”, ha detto Kazue Suzuki, della campagna Energia di Greenpeace Giappone. Nonostante questo, il governo sta cercando di riavviare i reattori nucleari e allo stesso tempo aumentare drasticamente il numero di centrali a carbone, il che contribuirà ad alimentare i cambiamenti climatici.
fonte: www.lifegate.it

Fukushima, l'acqua radioattiva potrebbe finire nell'oceano

Oltre un milione di tonnellate pronte ad essere sversate nel Pacifico. L'ira degli ambientalisti: "I livelli sono ben oltre il consentito"













Oltre un milione di tonnellate di acqua altamente radioattiva è pronta a essere sversata nel Pacifico. Il Giappone ha deciso di sbarazzarsi così della tossica eredità di Fukushima, la centrale nucleare devastata dallo tsunami del 2011 e che per diversi mesi fece rivivere a tutto il mondo l'incubo di Chernobyl. Lo spazio per immagazzinare l'acqua che venne a contatto con i reattori danneggiati, infatti, sta quasi per finire. E così Tokyo sta pensando di svuotare 900 maxi cisterne, l'equivalente di 1,09 milioni di tonnellate, direttamente nell'oceano. Il piano ha scatenato l'ira di chi abita sulle coste e delle associazioni ambientaliste nipponiche. Anche Corea del Sud e Taiwan hanno espresso le loro perplessità al governo giapponese, visto che l'acqua contaminata potrebbe raggiungere le loro spiagge.

La Tepco, l'azienda che gestisce l'impianto e che diverse volte è stata pizzicata a mentire su questioni legate alla sicurezza, ha assicurato che l'unico elemento radioattivo presente nelle cisterne è il trizio, pericoloso solo in grandi quantità. Per stare dalla parte dei bottoni, Tokyo aveva inoltre promesso di eliminare qualsiasi altro eventuale materiale pericoloso, grazie all'Advanced Liquid Processing System, un sistema di pulizia ultrasofisticato progettato da Hitachi. Peccato che il Telegraph abbia già scoperto diverse falle in questo meccanismo perfetto solo sulla carta. “L'Alps, secondo i documenti che abbiamo potuto consultare, ha costantemente omesso di eliminare un cocktail di altri elementi radioattivi, tra cui – scrive il quotidiano – iodio, rutenio, rodio, antimonio, tellurio, cobalto e stronzio”. Hitachi per ora si è rifiutata di commentare lo scoop, così come il governo giapponese, che sapeva da tempo, sempre secondo le fonti del Telegraph, dei difetti dell'Alps.

Secondo il Kahoko Shinpo, un quotidiano giapponese locale, i livelli di iodio 129 e rutenio 106 hanno superato i livelli accettabili in 45 campioni su 84 nel 2017. Lo iodio 129 ha un'emivita di 15,7 milioni di anni e può causare il cancro della tiroide. Il rutenio 106 è prodotto dalla fissione nucleare e alte dosi possono essere tossiche e cancerogene se ingerite. “Finché non sapremo esattamente cosa contengono le cisterne – spiega Ken Buesseler, esperto di chimica alla US Woods Hole Oceanographic Institution – è praticamente impossibile valutare qualunque piano di rilascio e capire quali effetti potrà avere sull'oceano”. La comunità scientifica teme particolarmente la contaminazione dei prodotti ittici. La presenza di stronzio 90 nelle cisterne è una minaccia per chiunque consumi pesce in Giappone. Le specie più piccole, infatti, possono immagazzinare nelle ossa alte quantità di questa sostanza, che se ingerita dagli esseri umani può causare cancro e leucemia.

fonte: https://www.quotidiano.net

Sette anni dopo il disastro nucleare di Fukushima le analisi sono buone ma la fiducia poca. I test sulla radioattività dei prodotti non bastano


















Sette anni dopo il disastro nucleare causato da uno tsunami, la regione di Fukushima cerca di rinascere, partendo dalle sue attività tradizionali, agricoltura e pesca. E anche se le analisi effettuate da una task force istituita presso il Fukushima Agricultural Technology Center sono rassicuranti, la ripresa economica appare lontana. Lo racconta un reportage dell’agenzia France Press (AFP), in cui si spiega come le rassicurazioni degli esperti si scontrino con i timori dei consumatori, che da una parte vorrebbero aiutare gli abitanti della regione di Fukushima ma dall’altra temono per la propria salute.
Da marzo 2011, nel Centro sono stati testati più di 205 mila prodotti coltivati e animali allevati, e nell’ultimo anno nessuno ha superato il livello massimo di 100 becquerel di radioattività per chilogrammo (bq/kg) stabilito dal Giappone, che è ben più alto di quelli dell’Unione europea (1.250 bq/kg) e degli Stati Uniti (1.200 bq/kg). Su migliaia di campioni analizzati – più di 150 al giorno – solo otto pesci allevati in stagni interni e un fungo selvatico hanno superato il limite. Questo anche grazie al programma di decontaminazione realizzato a Fukushima, dove, tranne che nelle foreste, lo strato superficiale dei terreni è stato rimosso, gli alberi lavati e il potassio spruzzato per ridurre l’assorbimento del cesio.
Il problema rimane la percezione che i consumatori hanno dei prodotti provenienti da Fukushima, osserva l’AFP, sebbene i test effettuati da laboratori indipendenti confermino i risultati di quelli governativi. Tra i 54 paesi che hanno imposto restrizioni al cibo da Fukushima dopo il 2011, 27 hanno revocato i divieti. Altri 23, tra cui Usa e Ue, le hanno rese meno severe, ma alcuni paesi vicini al Giappone, tra cui Cina e Corea del Sud, hanno mantenuto i divieti intatti.
Ciò di cui gli esperti stanno prendendo atto è che l’approccio scientifico del governo giapponese è servito ben poco a convincere le persone. Come osserva Tomiko Yamaguchi, professore di sociologia alla International Christian University di Tokyo, parlare di questo argomento è quasi un tabù ma se sei molto preoccupato per i tuoi figli, poco importa se ci sono prove scientifiche o meno.
In una fattoria di Fukushima dove le pesche sono pronte per essere raccolte, un contadino di 69 anni commenta: “Non ha senso sprecare le nostre energie cercando di convincere coloro che non vogliono i nostri prodotti. Non possiamo fare altro che aspettare che cambino idea”.
fonte: www.ilfattoquotidiano.it

Fukushima: il Giappone rilascerà l’acqua radioattiva nell’oceano?


















Cosa fare del milione di tonnellate di acqua radioattiva contenuta nei serbatoi della centrale nucleare di Fukushima Daiichi? Se lo chiede il Governo giapponese alle prese con una difficile scelta che divide nettamente esperti e cittadini. A sei anni dall’incidente che nel 2011 provocò la fusione dei noccioli dei tre reattori, la situazione generale è ben lontana dall’aver trovato un punto fermo.

I lavori della TEPCO (Tokyo Electric Power Co.) per rimuovere le barre di uranio esausto procedono in maniera estremamente lenta. Le prime immagini del combustibile fuso nel terzo reattore sono state ottenute solo a luglio di quest’anno. I funzionari sperano ora di riuscire a persuadere una comunità piuttosto scettica che l’impianto sia passato dalla modalità di “crisi post-disastro” a una fase molto meno pericolosa, quale quella della pulizia. “Fino a ieri non sapevamo esattamente dove fosse il carburante, o come sarebbe apparso”, ha spiegato Takahiro Kimoto, direttore generale della divisione nucleare della Tepco. “Ora che l’abbiamo visto, possiamo fare progetti per recuperarlo”.

La stessa immagine del sito sta cambiando. Oggi qui lavorano 7000 persone impegnate a costruire nuovi serbatoi di stoccaggio dell’acqua, a recuperare i detriti radioattivi e a erigere enormi impalcature introno ai reattori distrutti. Come hanno potuto appurare i media stranieri, nel tour organizzato dal Giappone il mese scorso, il sito ospita oggi un nuovo ed elegante edificio amministrativo, una caffetteria e persino un minimarket. L’accesso all’impianto è più facile di quanto non fosse un anno fa, quando i visitatori dovevano coprirsi con speciali indumenti protettivi. Ma dietro questo nuovo e ricercato aspetto, la maggior parte dei problemi rimane aperta.

Primo fra tutti, il destino dell’acqua radioattiva contenuta nelle 900 vasche dell’impianto. Alcuni esperti hanno consigliato il Governo di rilasciarla lentamente nell’Oceano Pacifico. I trattamenti effettuati ha rimosso tutti i contaminanti ad eccezione del trizio, che secondo gli scienziati è sicuro se rilasciato in piccole quantità. Al contrario, se lasciata stoccata nella centrale, un nuovo terremoto o tsunami potrebbe danneggiare le vasche e far fuoriuscire il contenuto in maniera incontrollata. I pescatori locali, ancora in profonda crisi dopo l’incidente, temono tuttavia che i consumatori non acquisteranno pesce catturato nella regione se Tokyo dovesse decidere di liberarsi nell’oceano dell’acqua radioattiva.

Ad aggravare il problema c’è il fatto che la quantità di acqua radioattiva, a Fukushima, cresce di 150 tonnellate al giorno.  I reattori sono danneggiati irreparabilmente, ma per evitare il surriscaldamento deve essere costantemente pompata al loro interno acqua per il raffreddamento. Il fluido contaminato esce quindi dalle camere di contenimento e si raccoglie a livello dei basamenti dove si mescola con le falde acquifere, aumentando il volume totale.

fonte: www.rinnovabill.it