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Quattro proposte per sbloccare le rinnovabili italiane



Coordinamento Free: «Il Governo afferma che ci sono tutte le condizioni per installare, ma la realtà è che ad oggi è impossibile»

In Italia il costo delle bollette energetiche sta

Le auto elettriche saranno più convenienti di quelle a petrolio già nel 2027

Nel dossier commissionato da Transport & Environment, la parità tra EV e ICE è prevista al più tardi tra 6 anni. I primi sono i furgoni elettrici nel 2024, seguiti da auto di medie dimensioni e Suv nel 2025. Servono però politiche di incentivo da parte di Bruxelles









L’orizzonte per la mobilità elettrica in Europa è il 2027. Entro 6 anni produrre auto elettriche costerà meno di un’equivalente con motore a combustione interna. E tutto questo anche in assenza di tassazioni agevolate o di eventuali incentivi economici all’acquisto. E in qualsiasi segmento di mercato: dalle utilitarie ai modelli pensati per il traffico urbano, dai Suv ai furgoni leggeri.

Lo sostiene un rapporto di BloombergNEF commissionato dalla ong Transport & Environment, che delinea un futuro a portata di mano a patto che la politica faccia la sua parte. “Auto e furgoni elettrici saranno in grado di coprire il 100% delle vendite nel territorio UE entro il 2035, se i legislatori europei e nazionali introdurranno le giuste politiche, a partire da limiti alle emissioni di CO2 più rigorosi rispetto a quelli attuali”, si legge nel dossier.

Il rapporto studia l’evoluzione dei prezzi delle auto elettriche dividendole per segmenti di mercato. Il primo segmento di veicoli elettrici a diventare più convenienti di quelli tradizionali sarà quello dei commerciali leggeri: la parità è prevista già nel 2025, fra meno di 4 anni. Per il 2025 è attesa invece la parità da parte delle auto di media dimensione e dei Suv. I modelli a raggiungere più tardi i loro omologhi a petrolio sono invece le auto più piccole, nel 2027.

Una data, questa, che T&E prende come punto di riferimento per suggerire all’Unione Europea qualche aggiustamento nella politica per la mobilità sostenibile e la decarbonizzazione dei trasporti. L’ong sottolinea l’importanza di prevedere degli obiettivi vincolanti intermedi al 2027, oltre a quelli già previsti nel 2025 e 2030, per poi raggiungere il target finale che preveda lo stop alla vendita di nuovi veicoli a combustione interna nel 2035.

Cosa succede in caso contrario; se, cioè, le politiche di agevolazione non accompagnano questa tendenza virtuosa che porterebbe, peraltro, al 100% di quota di mercato occupata dagli EV? “Senza forti politiche di indirizzo, le auto elettriche a batteria raggiungeranno una quota di mercato dell’85% e I furgoni solo l’83% entro il 2035. I veicoli inquinanti continuerebbero a essere venduti più a lungo del necessario e questo impedirebbe alla Ue di centrare l’obiettivo di decarbonizzazione che si è posta per il 2050”, spiega il rapporto.

fonte: www.rinnovabili.it


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Auto elettriche, obbligatorie in Massachusetts dal 2035

Auto elettriche, dal 2035 sarà obbligatoria la vendita in Massachusetts: ad annunciarlo è il governatore dello stato a stelle e strisce.



Le auto elettriche saranno obbligatorie in Massachusetts a partire dal 2035. È quanto ha annunciato il Governatore Charlie Baker lo scorso 31 dicembre, seguendo il percorso già tracciato da altri stati a stelle e strisce. Anche la California, ad esempio, nelle scorse settimane ha deciso di dotarsi di una normativa analoga.
Il nuovo piano prevede la vendita esclusiva di vetture elettriche entro il 2035, così come già accennato. I possessori di un’automobile a motore termico, tuttavia, potranno continuare a sfruttare il veicolo fino al termine naturale del suo ciclo di vita. 
L’iniziativa del Massachusetts sulle auto elettriche fa parte di un piano più ampio di “ decarbonizzazione”, così come lo stesso Governatore l’ha definita. Lo stato americano vuole infatti diventare il capostipite di una nuova era di sostenibilità ambientale, con l’obiettivo di compensare tutta l’anidride carbonica prodotta.

Così, entro il 2035 tutti i concessionari dello stato dovranno abbandonare la vendita di vetture diesel e benzina, favorendo invece le 100% elettriche. Come già specificato, i proprietari di una vettura a motore termico potranno continuare ad avvalersi del veicolo fino al termine del suo ciclo di vita. Tuttavia, verranno nel tempo implementati bonus e incentivi per rottamare le vecchie auto inquinanti e passare alla nuova mobilità a prezzi vantaggiosi.

Charlie Baker ha inoltre rinnovato l’obiettivo di raggiungere la piena compensazione dell’anidride carbonica prodotta entro il 2050, con interventi a tutto campo. La “2050 Decarbonization Roadmap”, così come è stata ribattezzata, oltre ai veicoli elettrici incorporerà piani per l’efficientamento energetico dei palazzi sia pubblici che privati, l’eliminazione di sistemi di riscaldamento e raffreddamento inquinanti, l’ampliamento delle aree boschive e la riduzione della dipendenza dalla plastica.

Le persone in Massachusetts stanno sperimentando siccità record, un aumentato rischio di incendi, condizioni meteorologiche avverse e allagamenti. Il costoso impatto del cambiamento climatico è ormai evidente, è necessario prendere azioni mirate.

Kathleen Theoharides, responsabile degli Affari Energetici e Ambientali dello Stato, ha aggiunto:

Sappiamo che raggiungere l’obiettivo zero emissioni entro il 2050 richiederà un duro lavoro e la collaborazione in tutti i settori dell’economia. Ma il piano mostra la via per raggiungere degli obiettivi climatici in un modo efficiente dal punto di vista dei costi e fornisce benefici significativi per tutti i residenti, soprattutto per coloro che vivono nelle comunità più vulnerabili.

Fonte: Clean Technica

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Incentivi auto 2021 dal 1 gennaio, cosa c’è da sapere

Approvati anche dal Senato i nuovi incentivi auto 2021, ecco cosa c'è da sapere e quali sono le vetture che possono usufruire del bonus.




Dal 1 gennaio 2021 sono scattati i nuovi incentivi auto per il 2021. Sono 420 milioni di euro i fondi stanziati per la nuova tornata di bonus, destinati in buona parte, ma non esclusivamente, all’acquisto di auto elettriche o ibride. Questo perché potranno usufruire del sistema incentivante anche coloro che sceglieranno vetture alimentate a benzina o diesel, purché rientranti nel limite massimo di emissioni indicato nella legge di Bilancio.

Saranno tre le fasce nelle quali rientreranno le vetture incentivate, alle quali si aggiungeranno ulteriori 50 milioni destinati ai veicoli commerciali leggeri. Ogni gruppo prevederà una diversa quota, a cominciare dai 120 milioni di incentivi auto 2021 destinati alle fasce meno inquinanti (da 0 a 20 e da 21 a 60 grammi di CO2 per chilometro percorso). Gli ulteriori 250 milioni stanziati andranno ai veicoli che emettono oltre 61 grammi di CO2/km. Attesi nei prossimi giorni i decreti attuativi per il via libera definitivo al bonus.
Incentivi auto 2021 dal 1 gennaio, cosa c’è da sapere
Incentivi auto 2021, bonus per l’acquisto di vetture a zero o basse emissioni
Bonus per i veicoli a benzina e diesel, maglie ancora più larghe
Incentivi auto 2021, bonus per l’acquisto di vetture a zero o basse emissioni

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Ammontano a 120 milioni di euro i fondi destinati all’acquisto di auto con emissioni di CO2 fino a 60 grammi per km percorso. In questa fascia figurano tutte le auto elettriche e diversi modelli catalogati come ibridi plug-in.

All’interno di questa categoria figurano due ulteriori gruppi: quello delle vetture con emissioni fino a 20 grammi e quello dei veicoli che emettono da 21 a 60 grammi di CO2/km. Alla prima “sotto-fascia” appartengono quasi esclusivamente le auto elettriche, per le quali si potranno ottenere fino a 10mila euro di incentivi. Questo il meccanismo:
5.000 euro statali + 1.000 del concessionario in assenza di rottamazione contestuale di un veicolo immatricolato prima del 1 gennaio 2011;
8.000 euro + 2.000 in presenza di rottamazione di un vecchio veicolo inquinante.

Questo bonus non è cumulabile con quello rivolto esclusivamente alle famiglie con ISEE inferiore ai 30mila euro. Chi rientra in questa seconda agevolazione (fondo di 20 milioni di euro, rifinanziabile) potrà acquistare un veicolo elettrico (costo massimo 30mila euro IVA esclusa) usufruendo di uno “sconto” pari al 40% del valore della vettura.

Tornando agli incentivi auto con quota fissa, la seconda “sotto-fascia” comprende perlopiù veicoli ibridi. In questo caso si potranno ottenere fino a 6.500 euro, secondo questo schema:
2.500 euro statali + 1.000 del concessionario senza rottamazione di un vecchio veicolo (pre 2011);
4.500 euro + 2.000 con rottamazione di una vetture pre 2011.
Bonus per i veicoli a benzina e diesel, maglie ancora più larghe

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Farà inevitabilmente discutere la decisione di allargare le maglie relative ai bonus per le vetture a benzina o diesel. Se nella precedente tornata il limite massimo di CO2 per km percorso era di 110 grammi, ora tale soglia viene innalzata a 135 (comprendendo quindi anche veicoli più inquinanti di quelli oggetto degli incentivi 2020).

Non soltanto vetture con alimentazione ibrida non rientranti nella precedente categoria, ma anche veicoli alimentati esclusivamente da combustibili fossili. In questo caso vige l’obbligo della rottamazione e il bonus che è possibile ottenere raggiunge i 3.500 euro (1.500 statali + 2.000 euro del concessionario). Inoltre le auto acquistate non dovranno costare più di 40mila euro (IVA esclusa).

fonte: www.greenstyle.it


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Glifosato, la Francia cambia strategia. Fallita l’eliminazione entro il 2020, ora punta agli incentivi

 










La Francia cambia strategia, per dire addio al glifosato. Dopo il ritiro dal mercato di 36 prodotti che lo contengono e l’ammissione della sua agenzia per la sicurezza alimentare (Anses) che in molti casi non è ancora sostituibile per mancanza di alternative efficaci, prende atto dell’impossibilità di raggiungere l’obiettivo fissato da Emmanuel Macron nel 2017 di abbandonarlo totalmente entro il 2020, e punta sugli incentivi.

Lo riferisce la Reuters, specificando che a ogni coltivatore sarà proposto un credito d’imposta di 2.500 euro se abbandonerà l’erbicida nel 2021 o nel 2022, soprattutto nelle coltivazioni dove è più utilizzato, e cioè i cereali, le viti e i frutteti, coerentemente con il voto espresso nel 2017 contro il rinnovo della licenza (i voti contrari erano stati in tutto 9, i favorevoli 18 e le astensioni una). Allo stesso tempo, il Governo aumenterà fino a 215 milioni di euro i fondi per sostituire i macchinari agricoli.

Per un coltivatore, abbandonare la discussa sostanza significa perdere, per esempio, il 16% della produzione di cereali, con un aumento dei costi pari a 80 euro per ettaro (7 mila euro per 87 ettari, per esempio). Senza un’adeguata compensazione, è chiaro come sarebbero pochissimi i coltivatori che sceglierebbero di ricorrere ad altre strategie. La stessa Anses, nel suo documento dello scorso ottobre, indicava soluzioni non del tutto convincenti, quali il ricorso alle rotazioni o ad altre sostanze, qualora ve ne siano. Ma, appunto, non ve ne sono, se non in misura limitata e con un’efficacia che non sempre è paragonabile a quella del glifosato.

L’erbicida, negli ultimi anni, è stato oggetto di pronunciamenti controversi, che l’hanno indicato come cancerogeno, oppure, viceversa, scagionato da queste accuse. Ma gli indizi di una sua responsabilità in diversi ambiti sono piuttosto solidi, a cominciare dagli effetti sulle api, per continuare con quelli sulla salute umana. Nello scorso mese di giugno, la Bayer, l‘azienda che oggi lo produce dopo aver acquistato la Monsanto che l’aveva introdotto nel mercato negli anni Novanta, ha pagato 10,9 miliardi di dollari per chiudere oltre 100 mila cause negli Stati Uniti, tutte incentrate sulla sua responsabilità nel causare tumori ai ricorrenti.

fonte: www.ilfattoalimentare.it


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Auto: noleggio e car sharing protagonisti della mobilità sostenibile

 

Il settore del noleggio veicoli si conferma nel 2020 il principale acquirente di vetture elettrificate in Italia: nei primi 9 mesi dell’anno quasi 2 auto alla spina su 5 sono state acquistate da società di noleggio. Per accelerare il rinnovo del nostro parco circolante, servono oggi misure di incentivo all’acquisto dei veicoli usati di ultima generazione, in grado di raggiungere le fasce di popolazione che non riescono a comprare il nuovo.

Sono questi i principali dati e le proposte che emergono dall’analisi ANIASA, l’Associazione che all’interno di Confindustria rappresenta il settore dei servizi di mobilità, basata sulle immatricolazioni di vetture elettriche ed ibride nel nostro Paese. Nei primi 9 mesi del 2020 le società di noleggio (a lungo e breve termine e in car sharing) hanno immatricolato 5.229 vetture ibride plug-in (+225% vs le 1.611 dello stesso periodo del 2019) e 6.132 elettriche (+125% vs 2019). Un vero e proprio boom per queste nuove alimentazioni, pur in una fase di forte contrazione del mercato del noleggio, dovuta agli effetti diretti prodotti dalla pandemia: la crisi del turismo (in particolare di quello proveniente dall’estero), le restrizioni alla mobilità cittadina che hanno duramente impattato sull’auto condivisa e l’incerto quadro economico che ha frenato la mobilità aziendale.
Il noleggio si conferma quindi protagonista assoluto degli acquisti di vetture elettrificate con una quota di immatricolazioni che sale al 42% delle ibride plug-in e al 35% delle elettriche. Quasi 4 auto elettrificate su 10 vendute nel nostro Paese sono immatricolate da società di noleggio. Una percentuale che ha ancora ampi margini di crescita, se si pensa che queste vetture rappresentano oggi il 5,2% del totale immatricolato a noleggio, percentuale che lo scorso anno era pari all’1% e che nel restante mercato automotive oggi è ferma al 2,4%. A queste si aggiungono le 22.287 vetture ibride elettriche (HEV) immatricolate sempre dagli operatori del renting nei primi 9 mesi di quest’anno, in crescita del 51% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.
“Il noleggio conferma, pur in una fase economica di forte criticità, la carica innovativa e il ruolo di volano per la diffusione delle vetture elettrificate nel nostro Paese. La svolta elettrica non può che passare da una più ampia diffusione della mobilità pay-per-use”, commenta Massimiliano Archiapatti, Presidente di ANIASA, “Le risorse del Recovery Fund costituiscono un’opportunità irripetibile per rendere la mobilità italiana più sostenibile, condivisa e sicura, accelerando la transizione dalla proprietà all’uso dell’auto e il rinnovo del nostro ormai datato parco circolante. Il noleggio costituisce un elemento strategico dell’economia circolare, grazie a una flotta composta oggi da veicoli tutti di ultima generazione e alla capacità di immettere ogni anno sul mercato dell’usato veicoli (a fine noleggio) sicuri e a basse emissioni, in grado di sostituire quelli più inquinanti”.
“Per accelerare la transizione verso un parco veicoli più sostenibile e sicuro”, conclude Archiapatti, “abbiamo chiesto all’Esecutivo di estendere l’ecobonus (oggi previsto solo per limitate fasce di veicoli) alle vetture usate elettriche, ibride e con standard di emissioni EURO6. Per venire incontro alle esigenze di cassa del Governo, il bonus potrebbe essere erogato tramite credito d’imposta o mediante esenzione dal pagamento delle tasse automobilistiche (IPT e tassa automobilistica regionale) e avrebbe il pregio di accelerare il processo di acquisto di vetture a basso impatto ambientale per le diverse fasce di utilizzo (ciclo cittadino o lunghe percorrenze), raggiungere classi sociali con minore capacità di spesa (quelle spesso in possesso di veicoli più inquinanti e che senza supporto non cambierebbero la propria auto), supportare le imprese nel ricollocare sul mercato dell’usato i prodotti a fine noleggio, evitando di bloccare il meccanismo virtuoso innescato”.

fonte: www.greencity.it


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Recuperare le città da degrado e crisi sociale, ecco la legge per la rigenerazione urbana

Il disegno di legge punta a “favorire il riuso edilizio di aree in stato di degrado incentivandone la riqualificazione e la sostenibilità ambientale”. Tiene in considerazione ricadute economiche, servizi pubblici, centri storici, mobilità sostenibile, rete digitale. Tra gli incentivi fiscali, stop al pagamento di Tasi e Tari, e detrazione al 65% delle spese





Favorire la rigenerazione urbanistica ed edilizia nelle città, soprattutto nelle aree colpite da degrado e crisi socio-economico. Con l’intenzione di riqualificare anche come opzione da preferire al consumo di suolo e combattere il dissesto idrogeologico. E’ questo, in sintesi, il cuore del disegno di legge dal nome esemplificativo ‘Misure per la rigenerazione urbana’, incardinato in commissione Ambiente a Palazzo Madama. Un provvedimento che – qualora uscisse mai dalla commissione per approdare in Aula, visti gli impatti del Covid-19 anche sull’attività legislativa e i ritmi di decretazione d’urgenza che ingolfano i lavori delle Camere – dovrebbe in ogni caso vedersela con le nuove misure introdotte sul tema dal decreto Semplificazioni. E che oggi, con il maltempo che continua a devastare il nostro Paese mettendone in risalto la fragilità storica dei territori, potrebbe essere un mezzo per arginare l’abbandono e la mancanza di cura.

Nella relazione – che accompagna il testo – si fa presente come l’approccio principale della materia sia “il coinvolgimento degli abitanti e dei soggetti pubblici e privati interessati”. Un miglioramento dell’ambiente urbano da un punto di vista sociale, ambientale e culturale viene già identificato come “rigenerazione urbana”.

In base al disegno di legge – composto da 20 articoli – la rigenerazione urbana punta a “favorire il riuso edilizio di aree già urbanizzate e di aree produttive, in stato di degrado o di abbandono o dismessi o inutilizzati, incentivandone la riqualificazione e la sostenibilità ambientale”, oltre che “il miglioramento del decoro urbano e architettonico”. Tra gli aspetti principali la necessità di prevedere “aree verdi”, il “contenimento del consumo di suolo”, la riduzione dei “consumi idrici ed energetici mediante l’efficientamento delle reti pubbliche e del patrimonio edilizio”. A questo si aggiungono le ricadute sociali e economiche, sui servizi pubblici e commerciali, sulle attività lavorative; la tutela dei centri storici e l’innalzamento del livello della qualità della vita dei cittadini; la mobilità sostenibile e il trasporto collettivo; la diffusione capillare della rete digitale.

Anima pulsante del ddl è la creazione della Cabina di regia nazionale per la rigenerazione urbana, presso Palazzo Chigi; a cui prendono parte – viene spiegato all’art.3 – i rappresentanti del ministero dell’Ambiente, del ministero delle Infrastrutture e trasporti, del ministero per i Beni culturali, il ministero dell’Economia, delle Regioni e dei Comuni. Obiettivi della Cabina saranno il coordinamento delle politiche, della normativa nazionale e regionale, e degli strumenti di intervento; inoltre incentiva l’utilizzo dei fondi pubblici, e oltre a fornire supporto porta avanti un’analisi sullo stato della ‘rigenerazione’.


Viene previsto anche un Piano nazionale per la rigenerazione urbana, che dovrà entrare a far parte – come allegato – del Documento di economia e finanza (Def); al suo interno dovranno entrare l’elenco e la descrizione degli interventi, sia quelli programmati che quelli in via di realizzazione; la stima dei costi per ciascuno degli interventi; le risorse disponibili. I suoi punti qualificanti vanno dalla “messa in sicurezza e rigenerazione del patrimonio edilizio pubblico e privato alla riduzione del consumo del suolo e degli sprechi energetici e idrici, fino alla rivalutazione degli spazi pubblici e dei servizi di quartiere”.

Inoltre, dal momento che senza soldini non si fa niente, viene prevista l’istituzione il Fondo nazionale per la rigenerazione urbana al ministero dell’Economia, con una dotazione pari a 500 milioni di euro per 20 anni, dal 2020 e fino al 2039. Vengono poi definiti i compiti delle Regioni e dei Comuni, alla necessità di inserire i Piani comunali di rigenerazione urbana che costituiscono il presupposto per accedere al bando ed eventualmente all’assegnazione delle risorse. Per le opere pubblica di rigenerazione urbana restano valide le regole del Codice appalti.

Per accelerare gli interventi è anche previsto che i Comuni possano ottenere un prestito dalla Cassa depositi e prestiti, dai fondi immobiliari privati, e la costituzione di fondi comuni di investimento. Infine, una serie di agevolazioni per snellire la catena amministrativa (con un abbattimento dei tempi della burocrazia), la parte dedicata ai controlli (che sono affidati all’Autorità nazionale anticorruzione), e le misure di incentivazione fiscale (come l’esclusione dal pagamento dell’Imu, della Tasi e della Tari, la riduzione per i Comuni fino al 50% delle tasse per l’occupazione del suolo pubblico, la detrazione del 65% delle spese, la detrazione del 50% dell’Iperf).

fonte: www.rinnovabili.it


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Autoconsumo e comunità energetiche, firmato il decreto incentivi

Firmato dal Ministero dello Sviluppo Economico Patuanelli il decreto attuativo che regolerà gli incentivi per l'autoconsumo e le comunità energetiche.





Il Ministro dello Sviluppo Economico ha firmato il decreto attuativo per l’autoconsumo collettivo e le comunità energetiche. A darne comunicazione lo stesso ministero diretto da Stefano Patuanelli. Obiettivo del provvedimento un’azione di supporto alle rinnovabili e di stimolo della “transizione energetica ed ecologica del sistema elettrico” italiano.

Il decreto attuativo per incentivare l’autoconsumo collettivo e le comunità energetiche conterrà risvolti “ambientali, economici e sociali per i cittadini”. Ha dichiarato il Ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli:

Con grande soddisfazione ho firmato oggi il decreto che introduce un incentivo a sostegno delle comunità energetiche e dell’autoconsumo. Si tratta di una svolta importante, che consentirà di sviluppare ulteriormente nel nostro Paese la produzione di energia da fonti rinnovabili, permettendo al contempo ai cittadini, alle PMI, agli enti locali di consumare l’energia che producono.

Incentivi, cosa cambierà per i consumatori italiani

Come ricordato anche dal Ministero dello Sviluppo Economico, il decreto attuativo approvato va a rendere operativa una misura inserita nel decreto Milleproroghe (2019). Oggetto del provvedimento l’autoconsumo collettivo da parte di famiglie e altri nucluei inclusi nel medesimo condominio o edificio.

Regolamentate anche le comunità energetiche, aperte a enti locali, PMI, ma anche persone fisiche, con riferimento territoriale più ampio rispetto al singolo comprensorio. L’autoconsumo verrà promosso anche attraverso i sistemi di accumulo. Per la definitiva entrata in vigore si attende soltanto la registrazione da parte della Corte dei Conti.

Cosa cambia per i consumatori? Il Ministero dello Sviluppo Economico va a introdurre una tariffa relativa all’energia autoconsumata, con importi differenti tra autoconsumo collettivo e comunità energetiche:

100 euro/MWh per l’autoconsumo collettivo;
110 euro/MWh per le comunità energetiche rinnovabili.

In termini di tempo, l’incentivo viene riconosciuto per un arco di 20 anni. A gestirlo sarà il GSE (Gestore dei Servizi Energetici). Altra notizia importante è la misura sarà cumulabile con il Superbonus al 110%, ferma restando la necessità di rispettare i limiti previsti dalla legge. 
In tal senso il ministero punta a trasformare l’attuale sistema elettrico centralizzato, alimentato da combustibili fossili, in un sistema decentrato ed efficiente, alimentato con energie pulite, inesauribili e non inquinanti.

Autoconsumo e comunità energetiche, Ministro Costa

In relazione all’approvazione del decreto attuativo è intervenuto anche il Ministro dell’Ambiente. Sergio Costa ha dichiarato in un post apparso sui suoi canali social:


Una vera rivoluzione in termini di produzione e consumo di energia. Da oggi famiglie in condomini o in singole case, aziende e imprese, enti locali e territoriali potranno attivarsi per produrre e auto consumare l’energia rinnovabile da impianti fino ai 200 kW di potenza. Quindi la condivisione avverrà tra più edifici liberando sempre più persone dal consumo di energia prodotta dal fossile.

Ha proseguito il Ministro Costa:

È l’inizio di un nuovo capitolo nella storia energetica e ambientale del nostro Paese. Un nuovo capitolo anche nel panorama energetico europeo, visto che l’Italia è tra i primi Paesi UE a inaugurare il modello dell’autoconsumo collettivo e delle comunità energetiche.

fonte: www.greenstyle.it


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Il Garage Italia soffoca di asfalto e inquinamento, ma si continua a comprare auto nuove

Eccoci all’ennesima ondata di incentivi per comprare auto nuove; che dire?? Ci sembra decisamente "un'ottima e lungimirante" politica visto che il nostro paese ha “solo” 51 milioni di veicoli di cui 39 milioni di autovetture e quasi 5 milioni di autocarri!!



Eccoci all’ennesima ondata di incentivi per comprare auto nuove; che dire?? Ci sembra decisamente "un'ottima e lungimirante" politica visto che il nostro paese ha “solo” 51 milioni di veicoli di cui 39 milioni di autovetture e quasi 5 milioni di autocarri...
Siamo ai primi posti della classifica mondiale con oltre 645 automobili ogni mille abitanti. L’Italia è ormai un immenso garage percorso da strade e autostrade dove si intasano le automobili che si debbono comprare e ricomprare all’infinito.
Visto che ne siamo sommersi, non ha alcun senso continuare a comprare automobili ma come se nulla fosse, vengono incentivate ancora, incredibilmente pure le macchine alimentate con combustibili fossili.
Ma chi potrà mai comprare auto nuove, anche incentivate, a maggior ragione in tempi di “emergenza”, crisi economica e disoccupazione? Eppure siamo bombardati ovunque da pubblicità di auto dai costi improponibili e non solo le auto costano tanto ma sono fra i peggiori investimenti che si possano fare.

Appena uscite dal concessionario si svalutano immediatamente e i costi di mantenimento reali sono migliaia di euro l’anno che fanno lavorare come pazzi le persone per pagarle. Però non dite queste cose agli italiani che quando si tratta di investire sulla coibentazione della casa o su di un impianto solare, chiedono in quanto tempo si ammortizza o se veramente conviene...

Ci si lamenta costantemente di non avere abbastanza soldi ma quando si tratta di buttarli siamo sempre in prima linea. Agiamo solo se ce lo dice la pubblicità e se la pubblicità ci fa vedere sfavillanti mostri di acciaio che sfrecciano nel deserto, non sappiamo resistere e dobbiamo comprare per forza un carro armato con le ruote, strapieno di accessori per passare il tempo durante le file. Cioè esattamente come nella realtà, fermi imbottigliati nel traffico, altro che sfrecciare nel deserto. Infatti le auto sono diventate salotti con tutti i comfort e gadget super tecnologici, così quando siamo in fila possiamo trastullarci senza pensare troppo alla pubblicità che ci faceva vedere il nostro bolide solitario nel nulla. Ed è veramente ridicolo vedere una stufa con le ruote di derivazione ottocentesca totalmente inefficiente dal punto di vista energetico ma strapiena di meraviglie tecnologiche.
Se ci sono pubblicità più fasulle, imbarazzanti e completamente anacronistiche rispetto alla realtà di crisi e inquinamento che si sta vivendo, sono proprio quelle delle automobili.
Altro aspetto da notare è che si pubblicizzano e si autorizza la costruzione di bolidi che superano abbondantemente i limiti di velocità che in Italia sono al massimo di 130 chilometri orari. Perchè quindi costruire auto che hanno velocità pazzesche e sono molto pericolose, tant’è che la velocità è una delle cause maggiori degli incidenti? Non dovrebbero essere fuorilegge le auto che superano i limiti di velocità? Ma figuriamoci se leviamo il brivido del piacere dell’affondare il piede sull’acceleratore, se poi c’è chi ci lascia la pelle, purtroppo interessa poco e niente a chi incassa.

Perché si agisce in modo così completamente senza senso, antieconomico, pericoloso e inquinante? Perchè le case automobilistiche hanno assunto negli anni un potere tale che anche le follie più assurde sono presentate come assolutamente normali.
E così per fare contenti gli industriali, che ci fanno pure credere che le loro auto hanno basse emissioni, (gli stessi che magari sono stati coinvolti nello scandalo delle emissioni truccate), si continua a supportare in ogni modo un mercato di dinosauri. E ovviamente i sindacati non hanno nulla da dire, cosa gli importa a loro se si inquina il pianeta, si esauriscono le risorse e i portafogli, l’importante è che la gente lavori, poi cosa produca e con quali negative conseguenze non è affar loro.

Si vogliono assolutamente incentivare le auto? Lo si faccia allora solo con macchine elettriche a due posti, tanto cosa ci si fa con un carro armato di auto a cinque o sette posti se ci si va pressochè sempre da soli (altrimenti come si spiegano 39 milioni di automobili in Italia). Le auto elettriche non hanno tanta autonomia? Meglio, così si usano meno le auto e più i mezzi pubblici.
Qualcuno dirà: ma poi cosa fanno i poveri lavoratori che non costruiscono più automobili? Si formano su tutto il settore della mobilità sostenibile, dell’efficienza energetica e delle energie rinnovabili dove le tecnologie sono simili a quelle automobilistiche così nessuno perde il lavoro, anzi gli occupati aumentano decisamente visto che ormai il mercato dell’auto è saturo mentre per quello dei pannelli solari, ad esempio, abbiamo da lavorare per un migliaio di anni, vista la situazione pessima da questo punto di vista del fu Paese del sole.

E chi ha detto poi che comprare una auto nuova, che sulla carta si dice inquini meno, sia più conveniente piuttosto che tenersi la propria che magari funziona ancora perfettamente? I costi energetici, di inquinamento, di costruzione e smaltimento delle auto sempre più sofisticate, sono così alti che si fa fatica a trovare tutta questa convenienza ambientale. E perché nei bei depliant patinati della automobili non si mette anche tutto il costo energetico/ambientale che è servito per costruirle e che servirà per smaltirle? Meglio di no, meglio mettere la solita donna poco vestita affianco al motore rombante, con tanti saluti al rispetto per le stesse equiparate ad oggetti.

E perché mai quindi lo Stato si ostina a voler tenere in piedi una industria dinosauro, costosa, dannosa e senza senso? Il segreto di Pulcinella è presto svelato: oltre che fare un favore agli industriali che hanno potentissime lobby, si incassano fior di soldi dai mega balzelli di accise, bolli e ogni possibile tassa che gira intorno al circo dell’automobile.
Chiedere allo Stato di incassare soldi in maniera più sana, lungimirante e intelligente è un campo che riguarda la fantascienza, inutile anche solo pensarlo.
Anche perché nelle menti del paleozoico di chi sforna queste trovate degli incentivi per le auto preistoriche, c’è ancora la storiella che il mercato dell’auto trascina la crescita, ovvero il percorso più veloce per farci affondare tutti e far arricchire i sempre più ricchi. E con questa cecità totale ci avviamo su fiammanti auto nuove verso le nostre autostrade continuando ad intasare e inquinare a più non posso.
Buon viaggio...

Paolo Ermani

fonte: www.ilcambiamento.it


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Incentivi alle imprese per l’economia circolare: pubblicato il decreto




















Via libera agli incentivi alle imprese manifatturiere e di servizio alla manifattura che investono in tecnologie e innovazione per lo sviluppo dell’economia circolare in ambito produttivo e di servizio. Tutti i dettagli nel decreto 11 giugno 2020 appena pubblicato. La presentazione delle domande, con procedura a sportello, è prevista non prima del prossimo settembre.

È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 177 del 15 luglio il decreto del ministero dello Sviluppo economico 11 giugno 2020 “Criteri, condizioni e procedure per la concessione e l’erogazione delle agevolazioni a sostegno di progetti di ricerca e sviluppo per la riconversione dei processi produttivi nell’ambito dell’economia circolare”.

Il decreto mira a “favorire la transizione delle attività economiche verso un modello di economia circolare, finalizzata alla riconversione produttiva del tessuto industriale” sostenendo azioni di decarbonizzazione e contrasto alla crisi climatica e ambientale, per un uso più efficiente e sostenibile delle risorse.
Le risorse stanziate per gli incentivi alle imprese

Le risorse disponibili, stanziate col Decreto Crescita, sono 210 milioni di euro, di cui 150 per la concessione dei finanziamenti agevolati tramite il Fondo rotativo per il sostegno alle imprese e agli investimenti in ricerca, e 60 milioni per la concessione dei contributi alla spesa tramite Fondo sviluppo e coesione e sul Fondo per la crescita sostenibile.

Al momento ne vengono sbloccati 140 (100 per i finanziamenti agevolati tramite il FRI e 40 per i contributi tramite FSC). Il 60% delle risorse è vincolato ogni anno al sostegno dei programmi proposti dalle PMI e dalle reti di imprese. All’interno di questa quota un 25% è riservato alle micro e piccole imprese.
Contributi spese e finanziamenti agevolati

Le agevolazioni previste sono di due tipi: contributo alla spesa (fino al 20% delle spese e dei costi ammissibili) e finanziamento agevolato (pari al 50% delle spese e dei costi ammissibili).

La quota massima di contributo sulle spese è diversa a seconda delle imprese: 20% per le micro e piccole imprese e per gli Organismi di ricerca; 15% per le medie imprese; 10% per le grandi imprese

Il finanziamento agevolato è destinato a coprire il 50% delle spese dei progetti di economia circolare, ma è concedibile solo in presenza di un finanziamento bancario associato concesso da una banca, che deve coprire almeno il 20% delle spese. Il finanziamento che riunisce queste due erogazioni deve essere regolato da un unico contratto e deve durare tra i quattro e gli undici anni, (con un preammortamento massimo di 8 anni).
I destinatari

Le agevolazioni sono dirette a imprese che operino prevalentemente nel settore manifatturiero o nei servizi diretti alle imprese manifatturiere:
attività industriali dirette alla produzione di beni o servizi (comprese le imprese artigiane);
attività di trasporto per terra, per acqua o per aria;
imprese agro-industriali che svolgono prevalentemente attività industriale;
imprese che svolgono prevalentemente attività ausiliarie per confronti le imprese suddette;
centri di ricerca

Le imprese possono presentare progetti in forma singola oppure congiuntamente tra loro, o con organismi di ricerca (università, agenzie per il trasferimento tecnologico, intermediari dell’innovazione ecc.), ricorrendo a contratti di rete o altre forme di collaborazione come consorzi e accordi di partenariato.

Le caratteristiche che devono avere i progetti di ricerca industriale e sviluppo sperimentale, da avviare dopo la data di presentazione della domanda di agevolazione, sono ben descritte in un articolo di EcNews.

Ulteriori requisiti indispensabili per le imprese che fanno domanda:
aver approvato e depositato almeno due bilanci;
non risultare sottoposte a procedura concorsuale e non essere in stato di fallimento, di liquidazione anche volontaria, di amministrazione controllata, di concordato preventivo o in qualsiasi altra situazione equivalente secondo la normativa vigente.

Dato che le agevolazioni consistono anche in finanziamenti agevolati concessi da una banca, i soggetti proponenti devono aver ricevuto da essa una valutazione positiva del merito di credito.
I progetti ammissibili

I progetti devono prevedere “attività di ricerca industriale e sviluppo sperimentale finalizzate alla riconversione produttiva delle attività economiche attraverso la realizzazione di nuovi prodotti, processi o servizi o al notevole miglioramento di prodotti, processi o servizi esistenti”.

La condizione vincolante, come dettagliato nell’articolo di Innovation Post, è sviluppare tecnologie abilitanti fondamentali quali:
innovazioni di prodotto e di processo in tema di utilizzo efficiente delle risorse e di trattamento e trasformazione dei rifiuti, compreso il riuso dei materiali in un’ottica di economia circolare o a “rifiuto zero” e di compatibilità ambientale (innovazioni eco-compatibili);
progettazione e sperimentazione prototipale di modelli tecnologici integrati finalizzati al rafforzamento dei percorsi di simbiosi industriale, attraverso, ad esempio, la definizione di un approccio sistemico alla riduzione, riciclo e riuso degli scarti alimentari, allo sviluppo di sistemi di ciclo integrato delle acque e al riciclo delle materie prime;
sistemi, strumenti e metodologie per lo sviluppo delle tecnologie per la fornitura, l’uso razionale e la sanificazione dell’acqua;
strumenti tecnologici innovativi in grado di aumentare il tempo di vita dei prodotti e di efficientare il ciclo produttivo;
sperimentazione di nuovi modelli di packaging intelligente (smart packaging) che prevedano anche l’utilizzo di materiali recuperati;
sistemi di selezione del materiale multileggero, al fine di aumentare le quote di recupero e di riciclo di materiali piccoli e leggeri.

In generale, i progetti devono presentare “un elevato contenuto di innovazione tecnologica e sostenibilità” ed essere realizzati nell’ambito di specifiche tematiche:
Produzione: modelli innovativi riferiti all’approvvigionamento delle risorse, al loro uso nella produzione e alla generazione di scarti durante l’intero ciclo di vita del prodotto.
Consumo: modelli innovativi di consumo, anche attraverso l’utilizzo di piattaforme informatiche o digitali.
Gestione dei rifiuti e degli scarti: soluzioni industriali caratterizzate da elevato contenuto innovativo, in una ottica di circolarità, per l’integrazione della gestione dei rifiuti e degli scarti e per la loro valorizzazione all’interno dei processi produttivi e di consumo.
Gestione delle acque: tecnologie, processi e soluzioni industriali per l’uso razionale, la gestione efficiente, il riutilizzo e riciclaggio delle acque, specie quelle reflue.
Strumenti, applicazioni e servizi: sviluppo di strumenti, applicazioni e servizi che consentano modelli di economia circolare, quali ad esempio soluzioni per la digitalizzazione delle informazioni relative ai prodotti, ivi comprese soluzioni come i passaporti, le etichettature e le filigrane digitali, e per la tracciabilità, la rintracciabilità e la mappatura delle risorse e delle sostanze, quali quelle identificate come estremamente preoccupanti, quelle con effetti cronici e quelle che presentano problemi tecnici nelle operazioni di recupero lungo le catene di approvvigionamento.

Ogni progetto deve essere svolto in unità che si trovano in Italia, prevedere spese tra 500.000 e 2 milioni di euro, durare almeno un anno e non più di tre (con possibilità di proroga di 6 mesi). Se il progetto è congiunto, ogni proponente deve partecipare ai costi per almeno 250.000 euro (per le imprese) o per il 10% dell’importo ammissibile (per gli Organismi di ricerca).
Gli sportelli per le domande

Le domande di agevolazione saranno valutate con procedura a sportello. La data di apertura e le modalità di presentazione delle domande saranno definite con un provvedimento del Direttore generale per gli incentivi alle imprese, che conterrà anche maggiori informazioni sull’istruttoria, i punteggi, i costi ammissibili nel dettaglio ecc. La valutazione verrà svolta da Invitalia (per la parte amministrativa) e da Enea (per la parte tecnico-scientifica).

La presentazione delle domande di agevolazione da parte dei soggetti interessati è prevista non prima del prossimo settembre.

fonte: http://www.recoverweb.it


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Rifiuti: la differenziata cresce in Italia, ma i materiali riciclati chi li compra?

Quagliolo (Conai): la domanda di materiale riciclato arranca, va incentivata. Altrimenti il cerchio non si chiude




Non va a gonfie vele, ma l’avvio a riciclo dei rifiuti di imballaggi in Italia è in costante crescita e nel 2019 ha segnato un +3,1%. A preoccupare semmai è la domanda di prodotti riciclati, che è debole, e che – è la richiesta esplicita del presidente del Consorzio Conai Giorgio Quagliuolo – : «Va incentivata».

Il riciclo ha toccato quota 70% e va subito ricordato che si tratta di imballaggi, che pagano il Cac e sono oggetto di raccolta differenziata, e che rappresentano il 25% del totale dei rifiuti urbani ma solo l’8% dei rifiuti totali compresi gli speciali. In peso il 70% vuol dire: 9 milioni e 560mila tonnellate sui 13 milioni e 655mila immessi al consumo. Un incremento del 3,1%, come indicato dal Conai, rispetto ai quantitativi del 2018, che aveva visto l’avvio a riciclo di 9 milioni e 270mila tonnellate. La crescita è trainata essenzialmente da un aumento del 6,2% nel riciclo dei rifiuti provenienti dalla raccolta urbana. Ma come ha detto Quagliuolo, ora è tempo di incentivare anche la domanda di materiali riciclati, altrimenti il sistema andrà gioco forza in crisi. I metodi posso essere diversi, tramite ad esempio l’Iva più bassa su prodotti da riciclo, crediti d’imposta ad hoc (quelli varati finora però non sono divenuti operativi a causa di mancanza dei decreti attuativi) e soprattutto attraverso un’effettiva applicazione degli acquisti verdi gpp (vessata quaestio di cui greenreport scrive da anni).

Il dato più negativo, se si leggono con attenzione i dati forniti dal consorzio, è che i rifiuti di imballaggio conferiti al sistema dai Comuni italiani sono cresciuti del 14,3% a causa soprattutto “del crollo dei listini del macero a fine 2019”. Questo significa che “avviare la carta a riciclo non era più profittevole”. E così, ha spiegato sempre Quagliolo, «abbiamo aperto finestre che hanno consentito a molti Comuni l’ingresso in convenzione con Comieco, il nostro consorzio che si occupa degli imballaggi in carta e cartone. Conai si è quindi fatto carico dei maggiori oneri per l’avvio a riciclo di questo materiale in un momento in cui il suo valore di mercato era negativo, dimostrando ancora una volta il suo ruolo di sussidiarietà al mercato nel considerare l’interesse ambientale superiore a quello economico».

Il consorzio segnala anche che se alle cifre del riciclo si sommano quelle del recupero energetico, i numeri lievitano: le tonnellate di rifiuti di imballaggio recuperate superano gli 11 milioni, quasi l’81% dell’immesso al consumo. Più di quattro imballaggi su cinque, insomma, evitano di finire in discarica.

«Il sistema nel suo complesso ha già superato gli obiettivi di riciclo che l’Europa chiede entro il 2025», commenta sempre il presidente del Consorzio Giorgio Quagliuolo. «L’economia circolare in Italia funziona e si impone per l’efficacia del suo modello. Anche i risultati per i sei materiali di imballaggio che Conai gestisce sono molto positivi: per quasi tutti gli obiettivi al 2025 sono stati superati. Manca solo la plastica, che però resta indietro di pochi punti percentuali, serenamente recuperabili nel corso dei prossimi cinque anni. Per questo è importante continuare a lavorare sia sulla strada dello sviluppo di nuove tecnologie per il riciclo sia su quella della prevenzione, incentivando eco design e design for recycling». Ovvero, come scrivevamo ieri, i prodotti devono essere progettati in modo tale da poter essere facilmente riciclati (e dovrebbero anche durare segnatamente di più).

Ma veniamo ai numeri: lo scorso anno l’Italia ha avviato a riciclo 399mila tonnellate di acciaio, 51mila di alluminio, 3 milioni e 989mila di carta, 1 milione e 997mila di legno, 1 milione e 54mila di plastica e 2 milioni e 69mila di vetro. In Italia sono oltre 58 milioni gli abitanti serviti grazie all’Accordo con Anci per il ritiro dei rifiuti di imballaggio in modo differenziato. A stipulare convenzioni con il sistema consortile, lo scorso anno, è stato più del 92% dei Comuni italiani.

Ma quanto ci costa? Per coprire i maggiori oneri della raccolta differenziata – quindi i costi maggior che genera questo tipo di raccolta – nel corso del 2019 Conai ha trasferito ai Comuni del nostro paese 648 milioni di euro. «Stiamo parlando di una percentuale significativa della spesa sostenuta per la raccolta differenziata degli imballaggi che, rispetto al totale dei rifiuti urbani, rappresentano una percentuale che oscilla fra il 25% e il 28%», spiega il presidente Quagliuolo. «Si tratta di risorse provenienti dalle 800.000 aziende che, aderendo al Consorzio, si fanno carico della responsabilità di una corretta gestione degli imballaggi che immettono sul mercato, quando questi diventano rifiuti». Altri 421 milioni di euro sono stati invece destinati da Conai alla copertura dei costi per attività di trattamento, riciclo e recupero.

Il costo complessivo, però, ce lo dice oggi Cispel: i costi effettivi della raccolta differenziata ammontano a oltre 2 miliardi di euro l’anno. Come noto, anche secondo l’indagine condotta dall’AgCom nel 2016 “il finanziamento da parte dei produttori (attraverso il sistema Conai) dei costi della raccolta differenziata non supera il 20% del totale, laddove invece, dovrebbe essere per intero a loro carico”.

In ogni caso, lo scorso anno i quantitativi di rifiuti di imballaggio conferiti al sistema dai Comuni italiani sono cresciuti del 14,3%. «Un incremento notevole», commenta Quagliuolo. «Una delle sue cause è sicuramente il crollo dei listini del macero a fine 2019: avviare la carta a riciclo non era più profittevole. Per questo abbiamo aperto finestre che hanno consentito a molti Comuni l’ingresso in convenzione con Comieco, il nostro consorzio che si occupa degli imballaggi in carta e cartone. Conai si è quindi fatto carico dei maggiori oneri per l’avvio a riciclo di questo materiale in un momento in cui il suo valore di mercato era negativo, dimostrando ancora una volta il suo ruolo di sussidiarietà al mercato nel considerare l’interesse ambientale superiore a quello economico».

A influenzare il +14,3% nei conferimenti al sistema Conai ha contribuito anche lo sprint delle macro-aree geografiche del Centro e del Sud, che hanno messo a segno rispettivamente un +16,4% e un +16% di raccolta in convenzione. Crescono in particolare la raccolta della plastica, che al Centro passa da 237mila a 268mila tonnellate e a Sud da 362mila a 442mila, e quella del vetro, che balza da 314mila a 364mila tonnellate nel Centro e da 472mila a 541mila tonnellate nelle Regioni del Sud.

fonte: www.greenreport.it


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Al via gli incentivi all’innovazione circolare, pronti 210mln di euro

Il Ministro dello Sviluppo economico Patuanelli firma il decreto attuativo a sostegno di progetti R&S per la riconversione dei processi produttivi in ottica circolare




Via libera ai nuovi incentivi per l’innovazione circolare. Ieri il Ministro allo Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, ha firmato il decreto attuativo con cui prende corpo una delle misure di sostegno economico inserite nel DL Crescita 2019. Parliamo dell’articolo 26, “Agevolazioni a sostegno di progetti di ricerca e sviluppo per la riconversione dei processi produttivi nell’ambito dell’economia circolare”.
Il provvedimento in questione definisce i criteri, le condizioni e le procedure per l’erogazione degli incentivi, per un totale stanziato di 210 milioni di euro“Con questa misura – si legge nella nota stampa ministeriale –  il MiSE sostiene la ricerca, lo sviluppo e la sperimentazione di soluzioni innovative e sostenibili”L’obiettivo è “promuovere la riconversione delle attività produttive verso un modello di economia circolare in cui il valore dei prodotti, dei materiali e delle risorse abbia una maggiore durata e la produzione di rifiuti sia ridotta al minimo”. Come? Sostenendo progetti di ricerca industriale e sviluppo sperimentale delle imprese.
A fini dell’ammissibilità agli incentivi, le realtà – in forma singola o come rete di imprese – devono garantire alcune caratteristiche chiave per i progetti proposti:
  1. essere realizzati nell’ambito di una o più unità locali ubicate nel territorio nazionale; 
  2. prevedere, anche in deroga agli importi minimi previsti per l’utilizzo delle risorse, spese e costi ammissibili non inferiori a euro 500 mila e non superiori a euro 2 milioni; 
  3. avere una durata non inferiore a dodici mesi e non superiore a trentasei mesi; 
  4. prevedere ricerca e sviluppo finalizzate alla riconversione produttiva delle attività economiche attraverso la realizzazione di nuovi prodotti, processi o servizi o al notevole miglioramento degli stessi, tramite lo sviluppo delle tecnologie abilitanti fondamentali Key Enabling Technologies (KETs).
In tal senso, le attività potranno riguardare innovazioni di prodotto e di processo in un’ottica di “zero rifiuti” e di compatibilità ambientale, o prototipi di modelli tecnologici finalizzati al rafforzamento dei percorsi di simbiosi industriale. I progetti potranno riguardare anche sistemi per la fornitura, l’uso razionale e la sanificazione dell’acqua, strumenti innovativi in grado di aumentare il tempo di vita dei prodotti e nuovi modelli di packaging intelligente a base di materiali recuperati.
Il provvedimento ministeriale interviene con 150 milioni di euro per la concessione dei finanziamenti agevolati a valere sulle risorse del fondo FRI e con 60 milioni per la concessione dei contributi alla spesa a valere sul Fondo sviluppo e coesione e sul Fondo per la crescita sostenibile. Sono previste due riserve, ognuna pari a circa la metà degli stanziamenti: una per i progetti delle imprese di piccole e medie dimensioni e delle reti di imprese nell’intero territorio nazionale ed una destinata esclusivamente ai progetti da realizzare nel Mezzogiorno.
fonte: www.rinnovabili.it

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Economia circolare? Istat: solo il 21,3% delle imprese usa materie prime seconde

Marginale anche l’impegno nella produzione di energia da fonte rinnovabile elettrica (7,2%) o termica





















Più sociale, che ambientale. E anche laddove si parla concretamente di riduzione dell’impatto, complessivamente la sostenibilità nelle maggior parte delle imprese italiane non è materia ancora di vitale importanza, ma nemmeno l’ultima ruota del carro. Come invece dovrebbe esserlo. Questo il quadro che emerge da una lettura attenta del report Istat “Sostenibilità nelle imprese: aspetti ambientali e sociali” pubblicato oggi.
Il tema della sostenibilità, sostiene l’Istituito, ha un crescente impatto sull’agenda politica e sui comportamenti di famiglie, imprese, istituzioni. In particolare, all’interno del perimetro organizzativo dell’impresa, questo tema induce nuove pratiche, potenzialmente in grado di coniugare crescita e performance economica, sostenibilità sociale e ambientale.
I dati del censimento permanente delle imprese – dichiara Istat – permettono ora di misurare compiutamente il tema della sostenibilità nelle imprese e integrarlo in un quadro informativo estremamente ricco e articolato. Il campione effettivamente è importante: 280mila imprese con 3 e più addetti, rappresentative di un universo di poco più di un milione di unità, corrispondenti al 24,0% delle imprese italiane che producono però l’84,4% del valore aggiunto nazionale, impiegano il 76,7% degli addetti (12,7 milioni) e il 91,3% dei dipendenti: si tratta quindi di un segmento fondamentale del nostro sistema produttivo. La rilevazione diretta è stata svolta tra maggio e ottobre del 2019, l’anno di riferimento dei dati acquisiti dalle imprese è il 2018.
Dal punto di vista strettamente ambientale – perché quello sociale riguarda praticamente solo la salute dei lavoratori in relazione alla disponibilità delle aziende rispetto alla flessibilità dell’orario – i macrotemi sono quelli dell’energia, dell’acqua, dei rifiuti e dell’aria.
Energia
Secondo le statistiche contenute nel rapporto, “uno degli ambiti di intervento delle imprese per la riduzione degli impatti sull’ambiente attiene alla gestione efficiente e sostenibile dell’energia e dei trasporti, in forte sviluppo grazie anche alle politiche di incentivazione delle fonti energetiche e rinnovabili (Fer) e dell’efficienza energetica portate avanti dal nostro Paese negli ultimi anni”.
Ma in che modo? Per ridurre i consumi energetici il 40,1% delle imprese ha provveduto a installare macchinari, impianti e/o apparecchi efficienti, quindi il 60% non ha fatto nulla. Di quel 40%, il 32,2% lo ha fatto senza usufruire di incentivi.
Tra gli investimenti finalizzati al risparmio di energia, solo 13 imprese su 100 hanno scelto l’isolamento termico degli edifici e/o la realizzazione di edifici a basso consumo energetico e di queste 10 su 100 hanno sostenuto la spesa in assenza di incentivi.
Più marginale l’impegno delle imprese nella produzione di energia da fonte rinnovabile elettrica (7,2%) o termica (4,4%) e nella realizzazione di impianti di cogenerazione, trigenerazione e/o per il recupero di calore7 (2,8%). Per queste iniziative, circa la metà degli investimenti è stata effettuata grazie all’erogazione di incentivi.
Ancora poco diffuse risultano anche le azioni a supporto della mobilità sostenibile, in media solo 4,8 imprese su 100 hanno acquistato automezzi elettrici o ibridi.
Da sottolineare che la varietà delle misure adottate dalle imprese dipende inoltre dalle caratteristiche proprie dei processi di produzione, in particolare dall’intensità di utilizzo delle risorse energetiche (così come delle risorse idriche e materiali) e dalla produzione di scarti e residui della lavorazione. Tra le iniziative più scelte dalle imprese, quelle finalizzate a un utilizzo più sostenibile dell’energia e dei trasporti prevalgono, come prevedibile, nei contesti che hanno come attività principale la gestione delle risorse energetiche.
Il settore della fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria condizionata registra dunque un’elevata incidenza di investimenti (con o senza incentivi) per l’efficientamento energetico: il 43,8% delle imprese del settore ha installato macchinari, impianti e/o apparecchi che riducono il consumo energetico e il 18,5% ha provveduto all’isolamento termico degli edifici e/o realizzato edifici a basso consumo energetico e per lo sfruttamento di fonti energetiche “pulite”. A fronte di una variabilità territoriale complessivamente contenuta, gli investimenti per energia e trasporti sostenibili tendono a essere meno diffusi nella ripartizione centrale e più frequenti nel Mezzogiorno e nel Nord-est, con differenze più marcate, in termini relativi, negli interventi finalizzati alla produzione di energia da rinnovabile: installano impianti per la produzione da Fer elettriche l’8,8% delle imprese del Mezzogiorno e il 7,6% di quelle del Nord-est contro il 5,7% delle imprese del Centro. La dimensione d’impresa si conferma fattore fortemente discriminante anche per l’impegno nella tutela dell’ambiente. La quota di imprese che effettuano investimenti per la gestione sostenibile di energia e trasporti varia positivamente con il numero di addetti. I differenziali sono particolarmente elevati nell’ambito della co/trigenerazione e recupero di calore (si passa dal 2,4% delle microimprese al 17,9% delle imprese con 500 e più addetti), per l’acquisto di automezzi elettrici o ibridi (da 3,9% a 28,3%) e la produzione elettrica da fonte rinnovabile (da 5,9% a 26,3%).
Acqua
La gestione delle risorse idriche presenta diverse criticità, specie in alcune zone più vulnerabili, in larga parte legate alle crescenti pressioni della domanda rispetto alla disponibilità naturale, alle inefficienze delle reti di distribuzione dell’acqua e alla rilevanza dei carichi inquinanti derivanti dalle attività antropiche.
Gli interventi di trattamento delle acque reflue per il recupero e il riutilizzo e per il contenimento degli inquinanti sono più diffusi nei settori a maggiore intensità di utilizzo di risorse idriche: nell’industria in senso stretto (rispettivamente 13,7% e 29,1%) e, al suo interno, nell’estrazione di minerali da cave e miniere (41,7% e 43,9%), nella fornitura di acqua, reti fognarie e attività di gestione dei rifiuti e risanamento (22,4% e 51,5%) e nell’industria manifatturiera (13,2% e 28,2%).
Le azioni volte al contenimento di consumi e prelievi di acqua vengono intraprese più frequentemente della media dalle imprese dei servizi (61,4%) e da quelle di minori dimensioni (61,5% per le imprese con 3-9 addetti 4).
Le imprese del Mezzogiorno si dimostrano più attente nell’utilizzo dell’acqua anche per la minore disponibilità della risorsa idrica in questa porzione del territorio, con il 64,5% di unità che applicano misure per la riduzione dei prelievi, il 25,7% per il controllo degli inquinanti, il 10,3% per il recupero e riutilizzo delle acque di scarico.
Rifiuti
La sostenibilità nella produzione si manifesta anche con il risparmio del materiale utilizzato nei processi produttivi, che riguarda il 52,8% delle imprese, e con l’utilizzo di materie prime seconde (ossia scarti recuperati e reimmessi nella produzione) a cui ricorre il 21,3%. Questo tipo di impegno – risparmio di materiale e riutilizzo di materie prime – è superiore alla media nel settore estrattivo (56,1% e 40,6% delle imprese) e, con riferimento al solo contenimento dei materiali di produzione, nel settore della fornitura acque, gestione rifiuti e risanamento (45,9%). Anche le imprese manifatturiere si distinguono per livelli superiori alla media: il 35,6% ha utilizzato materie prime seconde, il 67,3% ha adottato misure per contenere l’utilizzo del materiale di produzione, con limitate differenze legate al territorio e alla dimensione d’impresa.
Anche per effetto dei vincoli normativi sempre più stringenti, la raccolta differenziata e il riciclo dei rifiuti rappresentano le principali attività per ridurre l’impatto ambientale. L’86,8% delle imprese ha intrapreso azioni in questa direzione e il 58,2% ha implementato misure di gestione dei rifiuti per il controllo degli inquinanti.
A risultare più virtuose, rispetto a entrambe le sfere di azione, sono le imprese del Nord-est (89,0% per la differenziazione/riciclo e 59,3% per il controllo degli inquinanti) e dei settori manifatturiero (88,2% e 67,6%) e sanità e assistenza sociale (90,0% e 73,6), oltre alle imprese che operano proprio nella gestione dei rifiuti (il 70,5% pratica attività finalizzate al controllo degli inquinanti).
Aria
Le azioni di controllo dei contaminanti ambientali si estendono al contenimento delle emissioni atmosferiche, che interessa il 34,3% delle imprese, e dell’inquinamento acustico e/o luminoso (44,5%), con un coinvolgimento crescente all’aumentare della dimensione d’impresa soprattutto per la prima tipologia di intervento (la quota di imprese di 500 e più addetti è quasi doppia rispetto a quella delle microimprese). Le imprese più attive nel contenimento dell’inquinamento acustico e luminoso operano per lo più nei settori dell’estrazione (56,9%) e della fornitura di acqua, gestione dei rifiuti e risanamento (53,0%); lo stesso accade per le azioni di controllo delle emissioni atmosferiche (57,7% e 53,3%), ampiamente praticate anche nella fornitura di energia (42,2% delle imprese) che d’altra parte è uno dei settori a maggiore intensità di emissioni di CO2 sul valore aggiunto.
fonte: www.greenreport.it


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