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Etichettatura imballaggi slitta al 2022

Con la conversione in legge del Decreto Sostegni rinviato all'anno prossimo l'obbligo a carico di produttori e utilizzatori di imballaggi.



Nel settembre dell'anno scorso è entrata in vigore l’etichettatura ambientale degli imballaggi (Dlg 3 settembre 2020, n. 116 ), che recepisce la Direttiva UE 2018/852 relativa agli imballaggi e ai rifiuti di imballaggio, apportando modifiche al comma 5 dell’art. 219 relativamente ai “criteri informatori dell’attività di gestione dei rifiuti di imballaggio”.

La norma diverrà però operativa solo all'inizio dell'anno prossimo. Un rinvio parziale era già stato introdotto col Decreto Milleproroghe 2021 (leggi articolo), ma il Parlamento si era dimenticato di includere l’obbligo di apporre su tutti gli imballaggi (primari, secondari, terziari) la codifica identificativa del materiale.

A porre rimedio è arrivato un emendamento del Decreto Sostegni, appena convertito il legge, che rimanda in toto l'obbligo di etichettatura al 1° gennaio 2022.

Sullo stesso tema, nei giorni scorsi, il Ministero della Transizione ecologica (MITE) ha emanato una circolare nella quale si specifica che l'obbligo di etichettatura ambientale ricade anche sulla categoria degli "utilizzatori": acquirente-riempitore di imballaggi vuoti, importatore di imballaggi pieni, autoproduttore e commercianti di imballaggi pieni o vuoti.

fonte: www.polimerica.it


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Carta e cartone: pubblicato il decreto end of waste

Pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto con i criteri per la cessazione della qualifica di rifiuto per gli scarti in matrice cellulosica










fonte: Ricicla.tv


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Autoconsumo e comunità energetiche, firmato il decreto incentivi

Firmato dal Ministero dello Sviluppo Economico Patuanelli il decreto attuativo che regolerà gli incentivi per l'autoconsumo e le comunità energetiche.





Il Ministro dello Sviluppo Economico ha firmato il decreto attuativo per l’autoconsumo collettivo e le comunità energetiche. A darne comunicazione lo stesso ministero diretto da Stefano Patuanelli. Obiettivo del provvedimento un’azione di supporto alle rinnovabili e di stimolo della “transizione energetica ed ecologica del sistema elettrico” italiano.

Il decreto attuativo per incentivare l’autoconsumo collettivo e le comunità energetiche conterrà risvolti “ambientali, economici e sociali per i cittadini”. Ha dichiarato il Ministro dello Sviluppo Economico Stefano Patuanelli:

Con grande soddisfazione ho firmato oggi il decreto che introduce un incentivo a sostegno delle comunità energetiche e dell’autoconsumo. Si tratta di una svolta importante, che consentirà di sviluppare ulteriormente nel nostro Paese la produzione di energia da fonti rinnovabili, permettendo al contempo ai cittadini, alle PMI, agli enti locali di consumare l’energia che producono.

Incentivi, cosa cambierà per i consumatori italiani

Come ricordato anche dal Ministero dello Sviluppo Economico, il decreto attuativo approvato va a rendere operativa una misura inserita nel decreto Milleproroghe (2019). Oggetto del provvedimento l’autoconsumo collettivo da parte di famiglie e altri nucluei inclusi nel medesimo condominio o edificio.

Regolamentate anche le comunità energetiche, aperte a enti locali, PMI, ma anche persone fisiche, con riferimento territoriale più ampio rispetto al singolo comprensorio. L’autoconsumo verrà promosso anche attraverso i sistemi di accumulo. Per la definitiva entrata in vigore si attende soltanto la registrazione da parte della Corte dei Conti.

Cosa cambia per i consumatori? Il Ministero dello Sviluppo Economico va a introdurre una tariffa relativa all’energia autoconsumata, con importi differenti tra autoconsumo collettivo e comunità energetiche:

100 euro/MWh per l’autoconsumo collettivo;
110 euro/MWh per le comunità energetiche rinnovabili.

In termini di tempo, l’incentivo viene riconosciuto per un arco di 20 anni. A gestirlo sarà il GSE (Gestore dei Servizi Energetici). Altra notizia importante è la misura sarà cumulabile con il Superbonus al 110%, ferma restando la necessità di rispettare i limiti previsti dalla legge. 
In tal senso il ministero punta a trasformare l’attuale sistema elettrico centralizzato, alimentato da combustibili fossili, in un sistema decentrato ed efficiente, alimentato con energie pulite, inesauribili e non inquinanti.

Autoconsumo e comunità energetiche, Ministro Costa

In relazione all’approvazione del decreto attuativo è intervenuto anche il Ministro dell’Ambiente. Sergio Costa ha dichiarato in un post apparso sui suoi canali social:


Una vera rivoluzione in termini di produzione e consumo di energia. Da oggi famiglie in condomini o in singole case, aziende e imprese, enti locali e territoriali potranno attivarsi per produrre e auto consumare l’energia rinnovabile da impianti fino ai 200 kW di potenza. Quindi la condivisione avverrà tra più edifici liberando sempre più persone dal consumo di energia prodotta dal fossile.

Ha proseguito il Ministro Costa:

È l’inizio di un nuovo capitolo nella storia energetica e ambientale del nostro Paese. Un nuovo capitolo anche nel panorama energetico europeo, visto che l’Italia è tra i primi Paesi UE a inaugurare il modello dell’autoconsumo collettivo e delle comunità energetiche.

fonte: www.greenstyle.it


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Incentivi alle imprese per l’economia circolare: pubblicato il decreto




















Via libera agli incentivi alle imprese manifatturiere e di servizio alla manifattura che investono in tecnologie e innovazione per lo sviluppo dell’economia circolare in ambito produttivo e di servizio. Tutti i dettagli nel decreto 11 giugno 2020 appena pubblicato. La presentazione delle domande, con procedura a sportello, è prevista non prima del prossimo settembre.

È stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 177 del 15 luglio il decreto del ministero dello Sviluppo economico 11 giugno 2020 “Criteri, condizioni e procedure per la concessione e l’erogazione delle agevolazioni a sostegno di progetti di ricerca e sviluppo per la riconversione dei processi produttivi nell’ambito dell’economia circolare”.

Il decreto mira a “favorire la transizione delle attività economiche verso un modello di economia circolare, finalizzata alla riconversione produttiva del tessuto industriale” sostenendo azioni di decarbonizzazione e contrasto alla crisi climatica e ambientale, per un uso più efficiente e sostenibile delle risorse.
Le risorse stanziate per gli incentivi alle imprese

Le risorse disponibili, stanziate col Decreto Crescita, sono 210 milioni di euro, di cui 150 per la concessione dei finanziamenti agevolati tramite il Fondo rotativo per il sostegno alle imprese e agli investimenti in ricerca, e 60 milioni per la concessione dei contributi alla spesa tramite Fondo sviluppo e coesione e sul Fondo per la crescita sostenibile.

Al momento ne vengono sbloccati 140 (100 per i finanziamenti agevolati tramite il FRI e 40 per i contributi tramite FSC). Il 60% delle risorse è vincolato ogni anno al sostegno dei programmi proposti dalle PMI e dalle reti di imprese. All’interno di questa quota un 25% è riservato alle micro e piccole imprese.
Contributi spese e finanziamenti agevolati

Le agevolazioni previste sono di due tipi: contributo alla spesa (fino al 20% delle spese e dei costi ammissibili) e finanziamento agevolato (pari al 50% delle spese e dei costi ammissibili).

La quota massima di contributo sulle spese è diversa a seconda delle imprese: 20% per le micro e piccole imprese e per gli Organismi di ricerca; 15% per le medie imprese; 10% per le grandi imprese

Il finanziamento agevolato è destinato a coprire il 50% delle spese dei progetti di economia circolare, ma è concedibile solo in presenza di un finanziamento bancario associato concesso da una banca, che deve coprire almeno il 20% delle spese. Il finanziamento che riunisce queste due erogazioni deve essere regolato da un unico contratto e deve durare tra i quattro e gli undici anni, (con un preammortamento massimo di 8 anni).
I destinatari

Le agevolazioni sono dirette a imprese che operino prevalentemente nel settore manifatturiero o nei servizi diretti alle imprese manifatturiere:
attività industriali dirette alla produzione di beni o servizi (comprese le imprese artigiane);
attività di trasporto per terra, per acqua o per aria;
imprese agro-industriali che svolgono prevalentemente attività industriale;
imprese che svolgono prevalentemente attività ausiliarie per confronti le imprese suddette;
centri di ricerca

Le imprese possono presentare progetti in forma singola oppure congiuntamente tra loro, o con organismi di ricerca (università, agenzie per il trasferimento tecnologico, intermediari dell’innovazione ecc.), ricorrendo a contratti di rete o altre forme di collaborazione come consorzi e accordi di partenariato.

Le caratteristiche che devono avere i progetti di ricerca industriale e sviluppo sperimentale, da avviare dopo la data di presentazione della domanda di agevolazione, sono ben descritte in un articolo di EcNews.

Ulteriori requisiti indispensabili per le imprese che fanno domanda:
aver approvato e depositato almeno due bilanci;
non risultare sottoposte a procedura concorsuale e non essere in stato di fallimento, di liquidazione anche volontaria, di amministrazione controllata, di concordato preventivo o in qualsiasi altra situazione equivalente secondo la normativa vigente.

Dato che le agevolazioni consistono anche in finanziamenti agevolati concessi da una banca, i soggetti proponenti devono aver ricevuto da essa una valutazione positiva del merito di credito.
I progetti ammissibili

I progetti devono prevedere “attività di ricerca industriale e sviluppo sperimentale finalizzate alla riconversione produttiva delle attività economiche attraverso la realizzazione di nuovi prodotti, processi o servizi o al notevole miglioramento di prodotti, processi o servizi esistenti”.

La condizione vincolante, come dettagliato nell’articolo di Innovation Post, è sviluppare tecnologie abilitanti fondamentali quali:
innovazioni di prodotto e di processo in tema di utilizzo efficiente delle risorse e di trattamento e trasformazione dei rifiuti, compreso il riuso dei materiali in un’ottica di economia circolare o a “rifiuto zero” e di compatibilità ambientale (innovazioni eco-compatibili);
progettazione e sperimentazione prototipale di modelli tecnologici integrati finalizzati al rafforzamento dei percorsi di simbiosi industriale, attraverso, ad esempio, la definizione di un approccio sistemico alla riduzione, riciclo e riuso degli scarti alimentari, allo sviluppo di sistemi di ciclo integrato delle acque e al riciclo delle materie prime;
sistemi, strumenti e metodologie per lo sviluppo delle tecnologie per la fornitura, l’uso razionale e la sanificazione dell’acqua;
strumenti tecnologici innovativi in grado di aumentare il tempo di vita dei prodotti e di efficientare il ciclo produttivo;
sperimentazione di nuovi modelli di packaging intelligente (smart packaging) che prevedano anche l’utilizzo di materiali recuperati;
sistemi di selezione del materiale multileggero, al fine di aumentare le quote di recupero e di riciclo di materiali piccoli e leggeri.

In generale, i progetti devono presentare “un elevato contenuto di innovazione tecnologica e sostenibilità” ed essere realizzati nell’ambito di specifiche tematiche:
Produzione: modelli innovativi riferiti all’approvvigionamento delle risorse, al loro uso nella produzione e alla generazione di scarti durante l’intero ciclo di vita del prodotto.
Consumo: modelli innovativi di consumo, anche attraverso l’utilizzo di piattaforme informatiche o digitali.
Gestione dei rifiuti e degli scarti: soluzioni industriali caratterizzate da elevato contenuto innovativo, in una ottica di circolarità, per l’integrazione della gestione dei rifiuti e degli scarti e per la loro valorizzazione all’interno dei processi produttivi e di consumo.
Gestione delle acque: tecnologie, processi e soluzioni industriali per l’uso razionale, la gestione efficiente, il riutilizzo e riciclaggio delle acque, specie quelle reflue.
Strumenti, applicazioni e servizi: sviluppo di strumenti, applicazioni e servizi che consentano modelli di economia circolare, quali ad esempio soluzioni per la digitalizzazione delle informazioni relative ai prodotti, ivi comprese soluzioni come i passaporti, le etichettature e le filigrane digitali, e per la tracciabilità, la rintracciabilità e la mappatura delle risorse e delle sostanze, quali quelle identificate come estremamente preoccupanti, quelle con effetti cronici e quelle che presentano problemi tecnici nelle operazioni di recupero lungo le catene di approvvigionamento.

Ogni progetto deve essere svolto in unità che si trovano in Italia, prevedere spese tra 500.000 e 2 milioni di euro, durare almeno un anno e non più di tre (con possibilità di proroga di 6 mesi). Se il progetto è congiunto, ogni proponente deve partecipare ai costi per almeno 250.000 euro (per le imprese) o per il 10% dell’importo ammissibile (per gli Organismi di ricerca).
Gli sportelli per le domande

Le domande di agevolazione saranno valutate con procedura a sportello. La data di apertura e le modalità di presentazione delle domande saranno definite con un provvedimento del Direttore generale per gli incentivi alle imprese, che conterrà anche maggiori informazioni sull’istruttoria, i punteggi, i costi ammissibili nel dettaglio ecc. La valutazione verrà svolta da Invitalia (per la parte amministrativa) e da Enea (per la parte tecnico-scientifica).

La presentazione delle domande di agevolazione da parte dei soggetti interessati è prevista non prima del prossimo settembre.

fonte: http://www.recoverweb.it


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Bozza decreto fanghi, più sostanze tossiche nei terreni agricoli?

La bozza del decreto fanghi dello scorso giugno desta forti preoccupazioni da parte di European Consumers e dell'Associazione Medici per l'Ambiente ISDE Italia. Questo nuovo decreto mira, secondo noi ma anche di fatto, a rendere più agevole lo spandimento dei fanghi di depurazione a prescindere dalla presenza o meno in essi di sostanze tossiche”.


















Acque reflue urbane. I fanghi prodotti attraverso il loro processo di depurazione sono da tempo utilizzati come fertilizzanti in agricoltura, forti del loro contenuto di sostanze organiche. Il riutilizzo agronomico dei fanghi costituisce infatti, da un lato, una soluzione al problema del loro smaltimento. Tuttavia, a causa della possibile presenza di composti organici nocivi e metalli pesanti, i fanghi di depurazione sono a tutti gli effetti dei rifiuti e, in quanto tali, le loro attività di deposito, trattamento e trasporto devono essere regolamentate. In particolare -pena la sicurezza agroalimentare- la garanzia della qualità dei fanghi deve essere costantemente assicurata da controlli e analisi.
Eppure, secondo quanto denunciato in una nota congiunta da parte di European Consumers e dell'Associazione Medici per l'Ambiente ISDE Italia, la bozza del decreto fanghi tuttora in esame non garantisce la sicurezza auspicata. La bozza del decreto, attualmente in discussione presso il Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare e intitolato “Disciplina della gestione dei fanghi di depurazione delle acque reflue e attuazione della direttiva 86/278/CEE concernente la protezione dell'ambiente, in particolare del suolo, nell'utilizzazione dei fanghi di depurazione in agricoltura”, è stata presentata il 28 Giugno. Riguarda la revisione sulla Normativa sui Fanghi di depurazione per uso agricolo, inserita surrettiziamente la prima volta nel “Decreto Genova” del 2018.


“Questo nuovo decreto mira, secondo noi ma anche di fatto, a rendere più agevole lo spandimento dei fanghi di depurazione a prescindere dalla presenza o meno in essi di sostanze tossiche” si legge nel comunicato. “Nonostante i nostri appelli e richieste di chiarimenti, le Autorità Competenti non sono state in grado di spiegare perché i limiti non dovrebbero rispettare il decreto legislativo 152/2006 e cioè la soglia più bassa. I reflui urbani che finiscono nei depuratori non contengono solo idrocarburi di origine animale o vegetale, ma anche 10 oli e idrocarburi minerali. Appare giusto pretendere che in questi, attraverso opportuni processi di selezione, fermentazione e compostaggio, gli idrocarburi siano al di sotto dei più bassi limiti identificati come sicuri per la salute umana e ambientale. Per rendere accettabili i livelli non si deve sollevare il limite, ma prevenire la dispersione a monte”.
In particolare, le maggiori preoccupazioni riguardano:
  • la declassificazione dei fanghi, compresi quelli industriali, dall’originaria categoria di “rifiuto speciale”, con una conseguente eccessiva semplificazione nella gestione;
  • limiti inadeguati e riguardanti anche nuovi composti e sostanze potenzialmente pericolose come, ad esempio, il mercurio; il recepimento di una direttiva già recepita e senza delega al Governo;
  • assenza di sanzioni riguardanti alcuni casi e rischi;
  • la profilazione di possibili deroghe da parte delle regioni e, di contro, l'obbligo imposto agli enti locali ad accettare sul proprio territorio lo spandimento.
Secondo i due enti, mancano alcune fondamentali precauzioni necessarie a gestire in modo adeguato la raccolta, il trattamento e la distribuzione dei reflui urbani (sottovasche ai serbatoi non idrici, controtubi agli impianti che veicolano sostanze pericolose, incentivi per trattamenti sostenibili, per citarne alcune).
Per queste e altre ragioni, il comunicato (qui pubblicato in versione integrale) conclude con parole a dir poco sconfortanti: “Sono necessarie, quindi, significative correzioni del Decreto in oggetto per evitare la diffusione di POPs e altre sostanze nocive nei terreni agricoli così come è necessario agire per la definizione di limiti guida nazionali per individuare e monitorare l’inquinamento dei suoli agricoli, in particolare, in coincidenza con lo spandimento di fanghi. Si considera quindi incoerente e pericolosa dal punto di vista ambientale l’intera impalcatura di tale normativa che, invece di andare verso produzioni sempre più sicure, favorisce di fatto la contaminazione ambientale”.

fonte: https://www.nonsoloambiente.it

Traporto marittimo, approvato il decreto anti-emissioni






















Nuove sanzioni per chi sfora i limiti di CO2 nell'ambito del trasporto marittimo internazionale. Il fine del decreto, recentemente approvato, è di ridurre le emissioni di gas ad effetto serra in tutti i settori dell'economia, senza eccezioni per il trasporto via mare.
Emissioni di anidride carbonica e trasporto marittimo: nuove sanzioni per chi sfora i limiti. Durante il Consiglio dei Ministri di venerdì 19 luglio 2019, il Governo ha approvato in esame definitivo il decreto legislativo che riporta la "Disciplina sanzionatoria per la violazione delle disposizioni di cui al regolamento (UE) 2015/757 concernente il monitoraggio, la comunicazione e la verifica delle emissioni di anidride carbonica generate dal trasporto marittimo". Le firme sul provvedimento, che darà attuazione al Regolamento UE in materia, sono dei ministri per gli Affari europei, della Giustizia e dell’Ambiente.
Il fine è lampante: ridurre le emissioni di gas a effetto serra in tutti i settori dell’economia, senza eccezioni per il trasporto via mare“È necessario” ha dichiarato il ministro Costa “che tutti i settori dell'economia, compreso il settore del trasporto marittimo internazionale, concorrano alla riduzione delle emissioni di gas ad effetto serra. Con questo provvedimento andiamo in questa direzione. Il contributo di tutti è fondamentale nella battaglia globale per il clima”.
Il decreto si inserisce in un sistema che, sulla base dell'emergenza climatica globale, intende punire il mancato rispetto degli obblighi di monitoraggio e comunicazione delle emissioni.


In particolare, il testo calcola la sanzione pecuniaria amministrativa a seconda della gravità della condotta illecita: l'inadempienza totale o parziale degli obblighi di monitoraggio, la mancata predisposizione e trasmissione del piano di monitoraggio,  il mancato rispetto degli obblighi di verifica periodica e di modifica del piano stesso costituiranno oggetto di sanzioni differenti in termini quantitativi. 
L'attività di vigilanza e di accertamento sarà esercitata dal Corpo delle Capitanerie di porto - Guardia Costiera, che dipende funzionalmente dal Ministero dell’Ambiente. L’irrogazione delle sanzioni spetterà, invece, al Comitato nazionale per la gestione della direttiva 2003/87/CE e per il supporto nella gestione delle attività di progetto del Protocollo di Kyoto, quale autorità nazionale competente.
I proventi delle sanzioni saranno riassegnati al Ministero dell’Ambiente per il finanziamento delle misure di riduzione delle emissioni, in un circolo virtuoso -si spera- quanto più possibile efficiente nella lotta al surriscaldamento globale.

fonte: https://www.nonsoloambiente.it

Stop ai pannolini negli inceneritori: Costa firma il decreto End of Waste

Il ministro dell'Ambiente Sergio Costa ha firmato un decreto End of Waste per regolamentare il riciclo dei pannolini, che non andranno più inceneriti.















Stop ai pannolini bruciati negli inceneritori o smaltiti in discarica. Il ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha firmato ieri il decreto “End of Waste“, con l’obiettivo di ridefinire lo smaltimento di oltre 900 mila tonnellate di rifiuti all’anno. Con il testo verrà ridefinito più in generale il riciclo dei PAP, ovvero la categoria di prodotti assorbenti per la persona.
Il decreto End of Waste permetterà il riciclo dei pannolini, ha spiegato il ministro Costa, ma anche di creare molti posti di lavoro riducendo al contempo il volume di rifiuti non riciclabili. Come riportato sul sito del Ministero dell’Ambiente:
Un giorno importante e un passaggio epocale per l’economia circolare. Oggi ho firmato il decreto con cui può finalmente decollare un’industria tutta italiana che coniuga il riciclaggio e la conseguente riduzione del problema dello smaltimento dei rifiuti con la creazione di tantissimi posti di lavoro.
A seguire arriveranno anche altri decreti “End of Waste”, che dovranno tuttavia rispettare alcuni iter istituzionali (inclusa la valutazione da parte della Commissione UE). Si tratterà di normative che regolamenteranno il recupero di: carta e cartoneplastiche mistepneumatici e rifiuti da costruzione e demolizione. Come ha dichiarato in conclusione il ministro Costa:
Questi sono i sì che ci piacciono. Questi sono i passi giusti per un futuro sostenibile e un’economia circolare che coniughi posti di lavoro e tutela ambientale dando piena realizzazione alla gerarchia dei rifiuti come fissata dall’Unione Europea.

End of waste, neanche il decreto Semplificazione semplifica l’economia circolare

Fise Unicircular: «È paradossale che il M5S che fa a parole dell’economia circolare una sua bandiera nei fatti distrugga il tanto di buono realizzato in questi anni in Italia»























Dopo un intenso lavoro delle commissioni riunite Affari costituzionali e Lavori pubblici del Senato il ddl di conversione in legge del decreto Semplificazione sta per approdare in aula, ma le norme più attese dal mondo dell’economia circolare italiana – quelle sull’end of waste, necessarie per stabilire quando un rifiuto può tornare sul mercato come prodotto al termine di un processo di recupero – non ci saranno: entrambi gli emendamenti sul tavolo, avanzati da M5S e Lega e di natura praticamente opposta, sono stati ritirati.
A darne notizia sono direttamente gli imprenditori di settore, riuniti all’interno dell’associazione Fise Unicircular, che già nel novembre scorso avevano protestato mettendo in chiaro che «senza end of waste l’economia circolare è una bufala», ricevendo in cambio le rassicurazioni del ministro dell’Ambiente: «Abbiate solo il tempo di aspettare i passaggi tecnici». Dopo quasi tre mesi il problema non ha ancora trovato soluzione, ma anzi ha alimentato nuovi paradossi.
Dopo aver scampato il pericolo rappresentato da un complicatissimo e dannoso emendamento che il Governo aveva presentato in legge di Bilancio e poi saggiamente ritirato a seguito dell’azione di sensibilizzazione di associazioni di categoria, Regioni e mondo ambientalista avevamo riposto grande fiducia nell’emendamento a firma dei senatori leghisti Arrigoni e Briziarelli, che ha trovato però la contrapposizione di un emendamento a Cinque stelle ritenuto però del tutto inadeguato.
«Il settore – commenta Andrea Fluttero, presidente Fise Unicircular – aspetta da quasi un anno una piccola e semplice modifica normativa che risolva il problema creatosi con la sentenza del Consiglio di Stato del 28 febbraio dello scorso anno (la n.1229, ndr). Il mondo produttivo che crede nell’economia circolare apprende con sorpresa, disappunto e grande contrarietà che il Movimento 5 Stelle impone alla Lega di abbandonare l’ottima soluzione proposta e che dunque il tema esce dal decreto Semplificazione lasciando irrisolto il problema. È  paradossale che il M5S che fa a parole dell’economia circolare una sua bandiera nei fatti distrugga il tanto di buono realizzato in questi anni in Italia. Non risolvere il problema end of waste porta alla chiusura di impianti di riciclo, perdita di posti di lavoro, fuga all’estero di investimenti innovativi e di fatto alla riduzione dei quantitativi di rifiuti riciclati con l’aumento esponenziale dello smaltimento in discarica e negli inceneritori».


fonte: www.greenreport.it

Vuoti a rendere e rivolte silenziose

















Dopo due anni (alla buon’ora) dall’approvazione del “vuoto a rendere(collegato ambientale 12/2015 art.219), ideato e proposto dal deputato Stefano Vignaroli del M5S, finalmente è arrivato il decreto attuativo che ci spiega nei dettagli come far partire la sperimentazione.In sostanza, a partire dal 10 ottobre, per dodici mesi, il barista, albergatore o ristoratore che volontariamente aderisce all’iniziativa, al momento dell’acquisto delle bottiglie piene versa una cauzione al grossista (distributore o produttore), cauzione che verrà restituita al momento della resa dei vuoti. Saranno quindi interessate dal vuoto a rendere solo le bottiglie consumate nel locale, di volume compreso tra gli 0,20 e gli 1,5 litri, in particolare bottiglie di birra e acqua minerale, in materiale riusabile (vetro o policarbonato duro). Un’etichetta trasparente con il logo del ministero dell’Ambiente distinguerà gli esercenti che aderiscono al sistema. Il valore della cauzione sarà proporzionale a quello del “vuoto”: l’importo potrà variare da 0,05 euro per le lattine da 200 ml, fino a 0,3 euro per le bottiglie da un litro e mezzo e “in nessun caso comporta un aumento del  prezzo  di  acquisto per  il  consumatore”.Un comitato tecnico valuterà la sperimentazione. Purtroppo questa legge ha un grosso limite: non prevede incentivi economici da parte del ministero dell’Ambiente. È fondamentale quindi l’impegno dei comuni, che dovrebbero ideare progetti per sensibilizzare gli esercenti con forme di sconto o altri incentivi. È un po’ quello che stiamo facendo qui a Faenza (Ravenna). Si chiama Disimballiamoci ed è un progetto ideato dalle associazioni ambientaliste e sottoposto al Comune.
Il progetto faentino è rivolto a bar, ristoratori, gelaterie e negozi alimentari e mira proprio a ridurre gli imballaggi. Quei commercianti che compiono azioni virtuose per la riduzione dei rifiuti (come appunto il vuoto a rendere) avranno uno sconto sulla Tari, la tassa sui rifiuti. Lo sconto Tari aumenta se i baristi, oltre ad aderire al vuoto a rendere, servono ai clienti acqua “pubblica” o da erogatori, se macinano caffè in grani, (o usano cialde completamente biodegradabili), se adottano la dosatrice di zucchero al posto delle bustine monodose, se usano esclusivamente coppette o contenitori da asporto compostabili, oppure se accettano contenitori da gelato portati da casa dai clienti.
All’estero è già pratica comune da anni: in Germania, in Danimarca, Estonia, Finlandia, Croazia, Norvegia, Svezia, Svizzera, Ungheria e Repubblica Ceca, non solo il vuoto a rendere è obbligatorio, ma tutti gli esercizi che vendono una determinata bibita sono costretti ad accettarne i vuoti, anche se la specifica bottiglia non è stata acquistata da loro. In Germania sono i consumatori a pagare la cauzione (in tedesco pfand) che viene restituita solo se riportano la bottiglia. Gli imballaggi riusabili sono avviati alla filiera del riuso, quelli riciclabili vengono riciclati, aiutando a diminuire l’indifferenziata e i rifiuti abbandonati.
Il risparmio per la comunità, per la salute e per l’ambiente sono enormi; basti pensare che una bottiglia di vetro, con il sistema del vuoto a rendere, può essere riutilizzata fino a quaranta volte prima di essere avviata alla filiera del riciclo.
Forse a causa del basso prezzo del petrolio, forse per le pressioni delle lobby dell’imballaggio, forse per colpa della pubblicità che ha sempre più “imballato” la mente dei consumatori, in Italia questa pratica, una volta così diffusa, è stata abbandonata. Per troppi anni, il familismo “igienico” e amorale degli italiani si è unito a una burocrazia gretta e ottusa, facendo disastri. Abbiamo inquinato l’ambiente circostante a livelli incredibili, riempiendo le discariche, avvelenando cibo aria e terreni di diossina. Mentre fioccano multe contro i piccoli produttori che riusano i contenitori, languono i controlli contro gli inceneritori e le discariche. Il riuso, il vuoto a rendere, è diventata una pratica clandestina, quasi da obiettori di coscienza.
Attualmente però la rete delle famiglie che tendono ai rifiuti zero è sempre più fitta. I mercatini, i gruppi di acquisto, i piccoli negozi sfusi sono sempre più diffusi, come una rivolta silenziosa. Noi da anni acquistiamo nei mercatini portandoci le sporte per la frutta e verdura, riportando i contenitori vuoti per le uova, i barattoli vuoti del miele da ridare all’apicoltrice, le bottiglie vuote del latte da riempire alla spina, acquistiamo pasta e riso e legumi nei piccoli negozi dello sfuso o tramite gruppi di acquisto. In un anno, in media, abbiamo così prodotto pochissimi rifiuti (0,5 kg di indifferenziata e 0,7 kg di plastica a testa l’anno).
La speranza è che la sperimentazione del vuoto a rendere abbia successo, sia estesa e resa obbligatoria come all’esteroIn un mondo pieno di rifiuti (4 miliardi di tonnellate ogni anno), disimballarsi è un imperativo, non più prorogabile.

Linda Maggiori

fonte: https://comune-info.net

Gli Appalti Verdi dopo il decreto correttivo n.56/2017



































Il decreto correttivo n.56/2017, che stabilisce l’obbligatorietà dell’adozione dei Criteri Ambientali Minimi per gli acquisti della Pubblica Amministrazione, pone l’Italia tra i Paesi più attenti allo sviluppo sostenibile e ambientale.
 
Il 18 settembre a Milano, Metropolitana Milanese MMacademy con il supporto scientifico di Nonsoloambiente, vi invita a un momento di confronto con un parterre di relatori istituzionali e associativi, volto a incoraggiare un dialogo dove le varie voci possano contribuire attivamente alla condivisione delle idee.
 
Il dibattito pubblico che desideriamo realizzare ha tra le finalità la creazione di una coscienza sostenibile anche nella Pubblica Amministrazione, con la speranza che i criteri di sostenibilità, etica e trasparenza diventino sempre più elementi imprescindibili.


REGISTRATI QUI

fonte: nonsoloambiente.it  

Tariffa puntuale: dopo vent’anni, il decreto è in Gazzetta Ufficiale
















È stato pubblicato ieri in Gazzetta Ufficiale il decreto del Ministero dell’Ambiente recante “Criteri per la realizzazione da parte dei Comuni di sistemi di misurazione puntuale della quantità di rifiuti conferiti al servizio pubblico o di sistemi di gestione caratterizzati dall’utilizzo di correttivi ai criteri di ripartizione del costo del servizio, finalizzati ad attuare un effettivo modello di tariffa commisurata al servizio reso a copertura integrale dei costi relativi al servizio di gestione dei rifiuti urbani e dei rifiuti assimilati”. Il regolamento, formalmente emanato in attuazione dell’art.1, comma 668, della legge 147 del 2013 (legge di stabilità), ha in realtà origini ben più “antiche”, visto che la sua adozione era prevista già dal dlgs 22 del 1997, il cosiddetto “decreto Ronchi”. Di fatto, insomma, l’adozione del regolamento è in ritardo di poco più di vent’anni.
Obiettivo del decreto pubblicato oggi è quello di fornire ai Comuni una serie di criteri omogenei funzionali sia alla misurazione puntuale dei rifiuti prodotti da utenze singole o aggregate, consentendo alle amministrazioni di quantificarli in termini di peso o anche solo di volume, che alla messa a punto di sistemi di gestione caratterizzati dall’utilizzo di correttivi ai criteri di ripartizione del costo del servizio in funzione del servizio reso. Lo scopo, insomma, è quello di attuare una vera e propria tariffa corrispettiva, il cui importo sia commisurato al servizio reso. Anche se, chiarisce il decreto, la misurazione dei rifiuti concorrerà a determinare la sola parte variabile della tariffa, mentre la quota fissa continuerà a rispondere ai criteri fissati nel dpr 158 del 1999. Presupposto fondamentale è naturalmente l’adozione di sistemi tecnologici, dal transponder RFID al codice a barre, che permettano di associare il contenitore, il sacco o il conferimento a un singolo utente o a un utente aggregato, registrare il numero dei conferimenti e misurare attraverso sistemi di pesatura diretta o indiretta le quantità conferite.
Già, ma come si misureranno i rifiuti prodotti da ogni utente? Stando all’articolo 6 la misurazione potrà essere “diretta”, se verrà quantificato il peso del conferimento, “indiretta”, se invece ne verrà misurato il volume sulla base dei contenitori utilizzati per la raccolta, e potrà avvenire alternativamente: a bordo dell’automezzo, tramite un dispositivo in dotazione all’operatore della raccolta,  potrà essere integrata nel contenitore stesso o avvenire in un centro di raccolta comunale. Nei casi di registrazione indiretta, cioè basata sul volume, «la quantità di rifiuto per le frazioni di riferimento, prodotta dall’utenza (RIFut), può essere calcolata anche come sommatoria del prodotto del volume espresso in litri del contenitore conferito per lo svuotamento, o del sacco ritirato o del volume accessibile nel caso di contenitore con limitatore volumetrico, moltiplicato per il coefficiente di peso specifico (Kpeso)» che dovrà essere stabilito dal Comune «per ciascun periodo di riferimento e per ciascuna frazione di rifiuto» in base «alla densità media dello specifico flusso di rifiuto, determinata come rapporto tra la quantità totale di rifiuti raccolti e la volumetria totale contabilizzata».

fonte: http://www.riciclanews.it