Visualizzazione post con etichetta #Governo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta #Governo. Mostra tutti i post

Plastica usa e getta: votato in Consiglio dei ministri il recepimento della Direttiva SUP

Nel Consiglio dei Ministri di giovedì 5 agosto 2021, è stato votato il recepimento della cosiddetta “Direttiva SUP” (Single Use Plastics). Lo rende noto il Ministero della Transizione Ecologica






















Nel Consiglio dei Ministri di giovedì 5 agosto 2021, è “stato votato il recepimento della cosiddetta “Direttiva SUP” (Single Use Plastics), volta a prevenire e ridurre l’impatto sull’ambiente di determinati prodotti in plastica e a promuovere una transizione verso un’economia circolare introducendo un insieme di misure specifiche, compreso un divieto a livello europeo sui prodotti in plastica monouso ogniqualvolta siano disponibili alternative”. E’ quanto annuncia il Ministero della Transizione Ecologica. “La direttiva, che si basa sul principio chi inquina paga, prevede una riduzione quantitativa ambiziosa e duratura del consumo di questi prodotti entro il 2026. Alcuni prodotti in plastica monouso immessi sul mercato devono recare una marcatura chiaramente leggibile e indelebile sull’imballaggio o sul prodotto stesso”.


fonte: www.ecodallecitta.it


#RifiutiZeroUmbria - Sostienici nelle nostre iniziative, anche con un piccolo contributo su questo IBAN IT 44 Q 03599 01899 050188531897Grazie!

#Iscriviti QUI alla #Associazione COORDINAMENTO REGIONALE UMBRIA RIFIUTI ZERO (CRU-RZ) 


=> Seguici su Blogger 
https://twitter.com/Cru_Rz
=> Seguici su Telegram 
http://t.me/RifiutiZeroUmbria
=> Seguici su Youtube 

Rifiuti elettronici, da Erion un appello al Governo con 64 proposte

 

“Il ritardo dell’Italia rispetto ai target di raccolta dell’Unione Europea rende evidente l’urgenza di intervenire sulla filiera dei RAEE. Nel 2020 Erion ha gestito circa 270.000 tonnellate di RAEE, un risultato in crescita rispetto all’anno precedente. Eppure, non è abbastanza, se pensiamo che a livello complessivo l’Italia viaggia a circa 6 chilogrammi di RAEE raccolti per abitante quando dovrebbe essere arrivata già da due anni a più di 9 kg/abitante. Siamo ancora lontani dall’obiettivo fissato dall’Unione Europea del 65% dell’immesso sul mercato. C’è un gap da colmare…”. Lo afferma Giorgio Arienti, direttore generale di Erion WEEE. Erion è il più importante Sistema multi-consortile no profit di Responsabilità Estesa del Produttore operante in Italia per la gestione dei rifiuti associati ai prodotti elettronici e la valorizzazione delle materie prime che li compongono. Nato nel 2020 dalla fusione dei consorzi Ecodom e Remedia, Erion rappresenta attualmente oltre 2.400 aziende del settore dell’hi-tech e dell’elettronica di consumo.

Il Sistema Erion è composto da Erion WEEE, Erion Professional, Erion Energy ed Erion Packaging, quattro Consorzi di settore che assicurano ai produttori i servizi di conformità normativa e il coordinamento delle attività di gestione dei Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche domestici e professionali, dei Rifiuti di Pile e Accumulatori e di quelli di Imballaggi.
“Da una parte, lo Stato sembra assolutamente impotente e non sta facendo nulla per migliorare le cose, dall’altra l’UE preme per risultati concreti e non credo tollererà ancora a lungo questa situazione – prosegue -. Come può migliorare la filiera dei Rifiuti di Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche? Come incrementare la raccolta? Siamo convinti che l’unico modo per trovare e implementare soluzioni efficaci sia ascoltare le esperienze dei soggetti che da anni lavorano nel settore, le loro criticità, le ipotesi di miglioramento. E’ da questa riflessione, e dal confronto con i principali stakeholder della filiera, che nasce l’idea di un Libro Bianco dei RAEE: 64 proposte frutto dell’esperienza pluriennale maturata sul campo, che mirano a far crescere un settore fondamentale per un’evoluzione sostenibile della nostra economia. Rivolgiamo, quindi, un appello alle Istituzioni – Governo e Parlamento – affinchè aprano un tavolo di confronto con tutti coloro che ogni giorno si impegnano con passione e competenza affinchè i RAEE non siano più un problema ma un’opportunità”.
Il Libro Bianco, che raccoglie i suggerimenti – non sempre coincidenti – di tutti gli attori del Sistema RAEE, contiene soluzioni di natura organizzativa e normativa che interessano tutta la filiera, suddivise in quattro le aree: riduzione della burocrazia tramite la semplificazione dei procedimenti autorizzativi relativi alla gestione dei RAEE; misure di incentivazione, sanzione e controllo; linee di intervento su settori specifici (come il riutilizzo), e comunicazione e informazione per i cittadini e gli utilizzatori.
Tra le proposte più significative: introduzione di nuove modalità di raccolta dei RAEE – raccolta domiciliare, micro-centri, contenitori intelligenti – così da aumentare il numero di punti di raccolta, in particolare nell’area Centro-Sud, e ridurre il ritardo dell’Italia rispetto al raggiungimento dei target europei. In Italia, si contano circa 5.000 Punti di Raccolta, contro gli oltre 10.000 presenti negli altri stati europei (1 punto di raccolta ogni 12.000 abitanti); rafforzamento del sistema di controllo per contrastare i flussi illegali paralleli di RAEE, che intercettano circa la metà di questi rifiuti; realizzazione di impianti e centri che permettano la preparazione per il riutilizzo dei RAEE, area ancora totalmente scoperta nel nostro Paese; incremento di campagne di informazione sui temi specifici come il ritiro “uno contro uno”, “uno contro zero”, sulla necessità di separare le batterie dai RAEE e sulle tipologie di rifiuti che sono maggiormente soggette a scorretto conferimento; introduzione di meccanismi premianti per favorire il riciclo delle materie prime critiche (CRM) come cobalto, terre rare, silicio, platino e tungsteno.


fonte: ITALPRESS


#RifiutiZeroUmbria - Sostienici nelle nostre iniziative, anche con un piccolo contributo su questo IBAN IT 44 Q 03599 01899 050188531897Grazie!

#Iscriviti QUI alla #Associazione COORDINAMENTO REGIONALE UMBRIA RIFIUTI ZERO (CRU-RZ) 


=> Seguici su Blogger 
https://twitter.com/Cru_Rz
=> Seguici su Telegram 
http://t.me/RifiutiZeroUmbria
=> Seguici su Youtube 

Greenpeace: 300 droni, 1 messaggio: è ora di agire!














In questo video straordinario 300 droni luminosi hanno dato forma agli animali che condividono il Pianeta con noi per inviare un messaggio urgente ai leader del mondo, riuniti al G7 in Cornovaglia: 
STOP ESTINZIONE. È ora di agire! GUARDA E CONDIVIDI IL VIDEO! 

#RifiutiZeroUmbria - Sostienici nelle nostre iniziative, anche con un piccolo contributo su questo IBAN IT 44 Q 03599 01899 050188531897Grazie!

#Iscriviti QUI alla #Associazione COORDINAMENTO REGIONALE UMBRIA RIFIUTI ZERO (CRU-RZ) 


=> Seguici su Blogger 
https://twitter.com/Cru_Rz
=> Seguici su Telegram 
http://t.me/RifiutiZeroUmbria
=> Seguici su Youtube 

Salvare la biodiversità significa salvare l’economia. Lo dice uno degli studi più importanti mai condotti sul tema

Includere la natura nel calcolo del pil, retribuire gli stati che tutelano gli ecosistemi. A proporlo è l’analisi sull’economia della biodiversità voluta dal governo britannico

“La natura è la nostra casa. Una buona economia ci richiede di gestirla meglio”. Parola di Partha Dasgupta, professore emerito di economia all’università di Cambridge. A lui il dipartimento del Tesoro britannico ha affidato il compito di passare al vaglio la letteratura scientifica sull’economia della biodiversità. È la prima volta in cui un ministero delle Finanze assegna un incarico simile. Al termine di un anno e mezzo di lavoro, con il supporto di una commissione di 18 esperti, il risultato è la cosiddetta Dasgupta review. Più di 600 pagine, fitte di grafici, tabelle e riferimenti bibliografici, che giungono a una conclusione molto chiara: dobbiamo rivoluzionare il modo in cui pensiamo, agiamo e misuriamo il successo economico, a beneficio della natura e della nostra stessa prosperità. E dobbiamo farlo in fretta, prima che sia troppo tardi.

In tutto il mondo il numero di insetti è in drammatico declino, con un tasso di estinzione otto volte più rapido di quello dei vertebrati © Sean Gallup/Getty Images

Non esiste prosperità economica senza un equilibrio con la natura

“Una crescita economica davvero sostenibile significa riconoscere che la nostra prosperità nel lungo termine fa perno sulla capacità di trovare un equilibrio tra la nostra domanda di beni e servizi naturali e la capacità da parte della natura di offrirli. Significa anche tener pienamente conto di qualsiasi impatto derivante dalle nostre interazioni con la natura, a ogni livello della società. La Covid-19 ci ha mostrato cosa può accadere quando non lo facciamo”, dichiara Partha Dasgupta tramite una nota.

Era giunto a conclusioni simili la Piattaforma intergovernativa scientifico-politica sulla biodiversità e gli ecosistemi (Ipbes), organismo intergovernativo indipendente accreditato dalle Nazioni Unite. Nel suo Global assessment pubblicato nel 2019 aveva infatti messo nero su bianco che “la biosfera, da cui dipende l’umanità nel suo insieme, subisce alterazioni di dimensioni inaudite”. E “il declino della biodiversità procede a ritmi più rapidi di quelli raggiunti in qualsiasi altra epoca della storia umana”. Qualche esempio? La degradazione del suolo ha ridotto la produttività del 23 per cento dei terreni. La scomparsa degli insetti impollinatori, compromettendo la produzione agricola, potrebbe tradursi in perdite monetarie annue comprese tra i 235 e i 577 miliardi di dollari. Circa un milione di specie animali e vegetali rischia l’estinzione.


Le proposte concrete per un’economia della biodiversità

Oltre a scattare una fotografia dell’allarmante situazione in cui ci troviamo, il report sull’economia della biodiversità suggerisce alcune soluzioni.

Per soddisfare le esigenze di una popolazione globale in crescita senza forzare i limiti del nostro Pianeta, innanzitutto, bisogna tutelare il capitale naturale – per esempio stabilendo altre aree protette o investendo nelle cosiddette nature-based solutions, soluzioni basate sulla natura – e cercare di riparare i danni fatti finora. “Nell’ambito dei pacchetti di stimoli fiscali a seguito della Covid-19, gli investimenti nel capitale naturale hanno il potenziale per assicurare un ritorno in tempi rapidi”, si legge nello studio.

L’analisi entra anche nel merito di una questione ampiamente dibattuta: qual è la metrica più affidabile per misurare la crescita economica? Il pil è utile, sostiene lo studio, ma troppo lacunoso. Se gli stati vogliono dotarsi degli strumenti giusti per delineare le proprie politiche economiche, devono introdurre anche le risorse della natura nei loro sistemi contabili.

Infine bisogna ricucire una frattura. Quella per cui le comunità locali custodiscono conoscenze preziose sugli ecosistemi, ma a tenere le redini dei processi decisionali sono le autorità nazionali e internazionali, oppure le filiere produttive dell’industria. Quando gli ecosistemi sono entro i confini nazionali, come nel caso delle foreste tropicali, gli stati devono essere retribuiti perché li custodiscono per il bene di tutti. Quando invece ricadono in zone extraterritoriali, come nel caso degli oceani, bisogna imporre tariffe per il loro sfruttamento commerciale (che va proibito nelle zone troppo delicate a livello ambientale). Cambiamenti rilevanti, sottolinea lo studio, che diventano possibili solo se alla base c’è un profondo ripensamento del nostro sistema educativo e finanziario.

fonte: www.lifegate.it


#RifiutiZeroUmbria - Sostienici nelle nostre iniziative, anche con un piccolo contributo su questo IBAN IT 44 Q 03599 01899 050188531897Grazie!

=> Seguici su Twitter - https://twitter.com/Cru_Rz
=> Seguici su Telegram - http://t.me/RifiutiZeroUmbria

«L'Italia dopo la pandemia? Togliere ai petrolieri per dare alla Sanità Pubblica»

Togliere ai petrolieri per investire nella Sanità Pubblica, cancellare le Grandi Opere, garantire il risanamento ambientale, ripubblicizzare la gestione dei servizi essenziali, rilanciare l'occupazione e accelerare la transizione energetica: sono le richieste-proposte al centro di una lettera aperta al Governo sottoscritta da diverse associazioni, comitati e Movimenti, tra cui il Coordinamento nazionale No Triv, la Campagna Stop TTip, il Forum italiano dei Movimenti per l'Acqua, i No Tav, Fairwatch e Terra Nuova.







Togliere ai petrolieri per investire nella Sanità Pubblica, cancellare le Grandi Opere, garantire il risanamento ambientale, ripubblicizzare la gestione dei servizi essenziali, rilanciare l'occupazione e accelerare la transizione energetica: sono le richieste-proposte al centro di una lettera aperta al Governo sottoscritta da diverse associazioni, comitati e Movimenti, tra cui il Coordinamento nazionale No Triv, la Campagna Stop TTip, il Forum italiano dei Movimenti per l'Acqua, i No Tav, Fairwatch e Terra Nuova.

Ecco alcuni stralci salienti della lettera-appello.

«Questo è il tempo del coraggio e del cambiamento. Non possiamo, attoniti, restare a guardare, dobbiamo rimanere lucidi e solidali per non essere sopraffatti da una quotidianità dettata dal contingente, per saper combattere i rischi dell'emergenzialismo. I dati che scandiscono drammaticamente le nostre giornate riflettono al contempo fluidità, paura, ricerca, lotta e speranza».

Il Covid «ha lasciato a casa milioni di lavoratrici e lavoratori regolari, precari e in nero; partite Iva, ecc; ha fermato gran parte delle attività produttive; ha messo in ginocchio milioni di famiglie, per lo più già provate da una lunga crisi; ha resa più fragile un'Italia che già prima del suo diffondersi non godeva certo di buona salute».

L'emergenza Coronavirus, una pandemia mondiale, sta mettendo a durissima prova il Sistema Sanitario Nazionale, sfiancato dalla miopia dei vari Governi e indebolito dall'ingordigia di comitati d'affari che, soprattutto in alcune Regioni, l'hanno spremuto come un limone, per avvantaggiare la sanità privata».

«Oggi si corre all'allestimento di nuovi reparti di terapia intensiva, chiusi negli ultimi anni proprio a causa di quei tagli. Con quali conseguenze? Secondo i dati del Ministero della Salute, nel 2017 i ventilatori polmonari presenti nelle strutture di ricovero pubbliche erano appena 16.511; nelle case di cura private accreditate, 1.783, per un totale di 18.294 VPO ed una media nazionale di 1 VPO ogni 3.306 residenti».

«Non sorprende trovare la Lombardia, culla della privatizzazione del Servizio Sanitario, tra le Regioni con un numero di residenti per singolo ventilatore polmonare superiore alla media nazionale (...) Se il numero di ventilatori polmonari disponibili è insufficiente anche in situazioni normali, lo dobbiamo ai Governi ed ai Presidenti di Regione che hanno sposato ed imposto tagli indiscriminati e lineari alla Sanità Pubblica. (...) Altra emergenza nell'emergenza è la mancanza di presìdi adeguati, di semplici ma essenziali dispositivi di protezione, come le mascherine, di cui è sprovvista la quasi totalità di coloro che lavorano a stretto contatto col virus nelle corsie e nei reparti ospedalieri, nei servizi alla collettività, nelle imprese, nel volontariato. Come se non bastasse, nei piccoli paesi delle aree interne è cronica la mancanza di medici di base ed incombe la prospettiva della mancata sostituzione di 40.000 dottori dopo il loro pensionamento».

«L'Italia migliore sta lottando per difendere la vita di tutti noi, senza strumenti adeguati per difendere la propria! Tutto questo, mentre molti tra gli stessi medici ed infermieri arrivano a sacrificare la vita, può dirsi essere degno di un Paese civile? No di certo. L'emergenza Covid-19 è uguale ad ogni altro tipo di emergenza: non colpisce tutti allo stesso modo. Il Coronavirus passerà, in Italia e nel mondo, ma non prima di aver lasciato nell'indigenza milioni di lavoratori e di giovani in cerca di occupazione, rendendo i ricchi ancora più ricchi, minando alla radice ciò che resta del ceto medio, rendendo ancora più precarie le condizioni di chi vive sotto il ricatto del lavoro sottopagato, impoverendo ancor di più chi povero già lo era».

«Le risorse messe finora a disposizione dal Governo a sostegno della Sanità e del lavoro sono oggettivamente inadeguate rispetto alla gravità della crisi, sia per il loro carattere emergenziale e transitorio, sia per la mancanza di un necessario approccio strutturale strategico. Occorre fare molto di più, chiamando alle proprie responsabilità anche chi è concausa del problema sanitario in Italia, in primis le compagnie del gas e del petrolio. Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, l'Italia detiene il macabro primato di 81.000 decessi prematuri, dovuti ogni anno alle conseguenze dell’inquinamento atmosferico provocato da auto, industrie, riscaldamento. Il fattore inquinamento, da solo, determina sul piano economico perdite pari al 5,6% del Prodotto Interno Lordo».

«Mentre il Patto di Stabilità che vincola i bilanci è stato temporaneamente sospeso, non è casuale che proprio in questa delicatissima fase la Lagarde abbia fatto quelle sconcertanti dichiarazioni.
L’obiettivo reale è infatti garantire una dinamica che avvantaggi l’egemonia economica tedesca in Europa. (...) Intanto, mentre i vari governi succedutisi in Italia tra il 2009 ed il 2018 sottraevano 37 miliardi di Euro al Sistema Sanitario Nazionale e le Regioni smantellavano i reparti di terapia intensiva, le attività fossili prosperavano, mietendo morti e distribuendo malattie in siti come Falconara, Brindisi, Taranto, Gela, Milazzo, Priolo, Porto Torres, nelle aree hub del gas della Lombardia, a Porto Marghera, così come a Viggiano, in Basilicata, dove Eni estrae l’80% degli idrocarburi su scala nazionale nella seconda piattaforma on shore più grande d'Europa».

«In quei siti le attività petrolifere causavano (dati accertati previa VIS) un aumento dell'11% del tasso di mortalità per patologie derivanti dall’ambiente e dal lavoro tra uomini e donne (in tutto 632 morti) ed un incremento del 14% delle malattie del sistema circolatorio rispetto al resto della Regione Basilicata. La mancanza di una sistematica attività di Valutazione di Impatto Sanitario estesa a tutte le aree di estrazione, raffinazione, stoccaggio, smaltimento, di gas e petrolio, non consente di avere a tutt’oggi una mappa scientificamente e statisticamente puntuale della gravità dei rischi, del tasso di mortalità delle malformazioni neo e perinatali, nonché delle affezioni croniche respiratorie e circolatorie, caratterizzata da forme persistenti di pandemia silenziosa. Alla colpevole assenza o mancanza di aggiornamento e validazione del registro tumori suppliscono pochi volenterosi medici di base. Peggio, come ad Augusta, a Pisticci Scalo, come nella Terra dei Fuochi, sono i parroci a celebrare a scadenze regolari la conta aggiornata delle vittime».

«Chi finanzia i costi che il Sistema Sanitario Nazionale deve sostenere a causa dell'aumento delle malattie dovute alla filiera dell’estrazione, trasformazione, distribuzione delle fonti fossili e suoi
derivati? Qual è il prezzo che le vittime "invisibili" di questo olocausto pagano insieme a noi tutti? Chi invece sarebbe tenuto a farsene carico e non lo fa? Chi con il gas e il petrolio si arricchisce. I petrolieri hanno precise responsabilità a livello globale: per il clima, per la salute, per l’ambiente, per i conflitti locali e per le guerre. Di conseguenza, anche per la pandemia presente e per quelle che dobbiamo aspettarci in futuro a causa dello sconvolgimento degli habitat naturali, dei cicli ecosistemici e delle catene ecologiche. Pandemie che le stesse guerre fomentate e perpetrate per difendere i loro – dei petrolieri - interessi di sfruttamento (citiamo solo la Libia per tutte le numerose altre, perché coinvolge più direttamente l’Italia e l’ENI) rischiano di condurre a livelli catastrofici di sterminio».

«Citiamo in proposito le parole dell'illustre infettivologo Aldo Morrone, direttore del San Gallicano: "Se ci fosse una vera volontà di contrasto dell'epidemia bisognerebbe partire da un immediato stop alle guerre, da un immediato riconoscimento del diritto alla mobilità dei migranti e dei rifugiati, in sicurezza. Non è una fissazione pacifista, ma una necessità scientifica”.
Secondo un recente studio condotto della Società Italiana di Medicina Ambientale (Sima), in collaborazione con le Università di Bari e di Bologna, l'inquinamento è concausa del contagio di Covid-19: le polveri sottili trasportano il virus e ne favoriscono la diffusione. Anche questa ipotesi spiega il dilagare dei contagi nella Pianura Padana, che, di fatti, è l‘area più inquinata d'Europa.
I petrolieri sono parte essenziale del problema dell'emergenza sanitaria del nostro Paese. In base al principio giuridico "chi inquina paga", è necessario che lo Stato metta mano senza indugi al loro tesoretto, fatto di privilegi, sgravi ed agevolazioni varie, per sostenere la Sanità Pubblica, per fare le necessarie bonifiche, per rendere più verde il nostro sistema economico e sociale».

«Fare questo non vuol dire accontentarsi di sporadiche briciole di donazioni una tantum di Eni, Snam, Italgas ed altri, che sanno molto di propaganda e di auto segnalazione mediatica.
Nel frattempo le grandi banche private continuano ad investire in fonti fossili, nonostante le energie rinnovabili costituiscano il futuro per il pianeta e per l’economia globale. In primis JP Morgan, in cima alla lista delle 35 “banche più sporche” al mondo, che contribuisce all’industria fossile con un investimento di 268 miliardi di dollari solo negli ultimi quattro anni».

«Il rapporto Banking on Climate Change 2020 fa rilevare che le più grandi banche mondiali hanno investito 2,7 mila miliardi di dollari in settori come petrolio, gas e carbone dal 2015 in poi. Se, grazie all’Accordo di Parigi, gli investimenti fossili sono generalmente diminuiti, nel corso del 2019 gli stessi sono aumentati di circa il 40%. Abbiamo la conferma che le banche sono i principali soggetti trainanti della crisi climatica, pur sapendo che sono le energie rinnovabili ad avere il potenziale necessario per fornire migliore stabilità economica rispetto ai combustibili fossili in tempi di crisi. Secondo un recente studio dell’Institute for Sustainable Development (IISD), a livello mondiale vengono erogati annualmente più di 370 miliardi di dollari di sussidi per carbone, petrolio e gas, contro i soli 100 miliardi di dollari riservati alle energie rinnovabili. Destinare solo circa il 30% di questo spropositato flusso di denaro pubblico a sostegno dell'efficientamento e delle energie rinnovabili vorrebbe dire ridurre di molto le emissioni di carbonio, tra le principali cause del riscaldamento climatico in atto, e rendere più credibile una transizione energetica globale, generando centinaia di migliaia di posti di lavoro».

«A maggio scorso lo stesso Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha attaccato i sussidi, affermando che: "Quello che stiamo facendo è usare il denaro dei contribuenti - che significa il nostro denaro - per aumentare gli uragani, per diffondere la siccità, per sciogliere i ghiacciai, per sbiancare i coralli. In tre parole: distruggere il mondo". (...) Inoltre, secondo quanto prospettato da un precedente studio dell'IISD, che prendeva in considerazione 20 Paesi che erogano grandi quote di sussidi ai fossili, uno scambio del 30% di questi con finanziamenti diretti alle energie rinnovabili ridurrebbe le emissioni dell'11% o del 18%, mentre secondo le stime del FMI la cancellazione totale dei sussidi favorirebbe la riduzione delle emissioni globali di circa un quarto, dimezzando il numero di morti precoci per inquinamento atmosferico da combustibili fossili».

«Da dove cominciare, dunque? Innanzitutto si deve partire dall'evidenziare come le responsabilità di questa crisi vadano individuate in quelle politiche e in quelle logiche che da decenni hanno subordinato i diritti sociali fondamentali agli interessi economici e di profitto, oltre che ai vincoli di bilancio. Ci teniamo pertanto a ribadire con forza che tali diritti, compreso il diritto all'accesso all'acqua, nonsono comprimibili o sacrificabili sull'altare del mercato e che diviene quantomeno urgente ripensare i servizi pubblici in modo che siano efficaci strumenti capaci di garantirli appieno».

«Appare irrinunciabile una radicale revisione della prima bozza del "Decreto Clima", datata Settembre 2019, che prevedeva, tra l'altro, la progressiva riduzione di tutti i sussidi ambientalmente dannosi almeno del 10% annuo a partire dal 2020 sino al loro progressivo annullamento entro il 2040. Le risorse così recuperate dallo Stato potrebbero essere destinate ad investimenti per il rilancio della Sanità Pubblica, al finanziamento di interventi in materia ambientale, dando priorità alla revisione dei Sussidi Ambientalmente Favorevoli, alla diffusione ed innovazione delle tecnologie e dei prodotti a basso contenuto di carbonio, al finanziamento di modelli di produzione e consumo sostenibili. Ne gioverebbe anche il lavoro. Secondo stime elaborate nello studio "Rilanciare l'economia e l'occupazione in Italia", a cura della Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, una spesa per investimenti nel periodo 2020-2025 quantificabile in circa 190 miliardi di Euro (con costi di esercizio e manutenzione pari a 34,7 Mld €), attiverebbe la produzione per un valore superiore a 682 miliardi di Euro ed un concomitante valore aggiunto pari a 242 Mld €. Ciò significherebbe attivare in media ogni anno 114 Mld € di produzione, in gran parte nazionale, 40 Mld € di valore aggiunto e quasi 800.000 unità lavorative al 2025».

«Ora non sono più ammessi tentennamenti o ripensamenti: occorre decidere ed agire con senso di responsabilità e determinazione. Il primo appuntamento utile è l'approvazione del nuovo "Collegato Ambientale", la cui pubblicazione viene data per imminente. Il Ministro dell'Ambiente ha già dichiarato che si sta lavorando per convertire i Sad (i Sussidi ambientalmente dannosi) in Saf (Sussidi ambientalmente favorevoli). Sarebbe intollerabile che, di fronte alla più grave crisi sanitaria di sempre, anche questa volta finisse tutto in una bolla di sapone, in ossequio ai ben noti potentati! Nello specifico del servizio idrico, in virtù del suo ruolo strategico, è inoltre necessaria una radicale inversione di tendenza rispetto al modello di gestione privatistico, che si può realizzare unicamente con la ripubblicizzazione della sua gestione ed un nuovo sistema di finanziamento, basato sulla leva tariffaria, sulla finanza pubblica e sulla fiscalità generale».

«E’ evidente come i cambiamenti climatici rappresentino una crisi ambientale collettiva e globale che minaccia il godimento di molti diritti umani fondamentali, compreso il diritto all'accesso all'acqua. L'emergenza idrica è una delle pesanti conseguenze del surriscaldamento globale; una delle soluzioni per mitigarne gli effetti è ripubblicizzare l’acqua, per cui deve essere approvata quanto prima la legge presentata dal Movimento per l'Acqua, che si pone l’obiettivo di promuovere una gestione pubblica, partecipativa ed ambientalmente ecocompatibile, con tariffe eque per tutti i cittadini, che garantisca gli investimenti fuori da qualsiasi logica di profitto ed i diritti dei lavoratori».

«A livello nazionale deve essere fermata altresì l’annunciata velleità del Governo di fare ricorso alle Grandi Opere come sostegno per fermare la prossima crisi economica, perché si tratta di una scelta profondamente sbagliata. Sbagliata perché non è in grado di rimediare allo shock economico e sociale che deriverà dalle decisioni adottate in questi giorni dall’Italia per fermare la Pandemia COVID-19; iniqua perchè destinata a finanziare le imprese di costruzione come richiesto da Confindustria. Sbagliata perché le Grandi Opere - come la Torino-Lione, il Tav Brennero, il Tunnel Tav di Firenze, ecc.-, incrementano il debito pubblico, sono senza ritorno economico, danneggiano l’ambiente e contribuiscono al Cambiamento Climatico».

«Anche a livello dell’Unione Europea, la Commissione ed il Parlamento Europeo non dovranno prevedere nel prossimo Bilancio 2021-2027 i fondi per le Grandi Opere: l’Unione Europea è già
largamente infrastrutturata. Il Governo e l’Unione Europea devono invece dirottare i fondi previsti per le Grandi Opere per dare risposte immediate ai problemi urgenti dei cittadini: da subito il contrasto alla pandemia COVID-19 e domani, come assoluta priorità, l’irrobustimento della Sanità Pubblica e la realizzazione di centinaia di piccole opere utili».

«E su lavoro e reddito? L’attuale fase pandemica ha riaperto – semmai si fossero chiuse – le profonde cicatrici lasciate dalla crisi economica del 2008, facendo riaffiorare la strutturale debolezza di una società che, costruita sulle leggi del capitale, ha anteposto per sua stessa natura il profitto di pochi al benessere dei molti, il valore di scambio al valore d’uso. Questa emergenza ha avuto il merito di far riemergere la questione della riproduzione – centrale nel dibattito femminista − e spesso dimenticata o descritta solo come antitesi del lavoro produttivo. Il lavoro produttivo dispiega la sua essenza all’esterno − fuori di casa, nelle città o in fabbrica – mentre quello riproduttivo si svolge all’interno, dentro le abitazioni, lontano dalle strade, come una sorta di ombra del lavoro produttivo. Ma oggi, rinchiusi in casa e negli ospedali, vediamo emergere con forza tutte le forme della riproduzione sociale, capaci, nello stato generalizzato di necessità, di imporsi, di stare alla pari ed essere vincente sulla produzione economica, perché senza cura di sé e degli altri, senza cura dell’ambiente e del territorio, nessuna produzione è possibile. È necessario quindi decostruire la narrazione unica del modello economico attuale, per costruire una nuova economia su basi sociali ed ecologiche; una nuova società della “cura collettiva”, capace di escludere dal proprio orizzonte l'economia dell’accumulazione e dei profitti individuali. Questo possiamo farlo ora, perché questa “nuova” crisi apre contraddizioni e possibilità il cui esito naturalmente non è per nulla scontato, ma sta a noi rovesciare il paradigma produttivista di fondo per evitare che non siano i soliti soggetti deboli a pagarne il prezzo più caro».

«Per fare questo deve essere chiaro un concetto: nessuno deve rimanere indietro e nessuno deve tornare indietro, perché non è la normalità del “prima” quella a cui guardare: va immediatamente ripensato il senso intrinseco del lavoro e, al contempo, va garantito da subito il diritto al reddito. Con tutta evidenza la “normalità” di cui parlano il Governo e pezzi delle maggiori organizzazioni sindacali è quella di chi scambia il lavoro per salari da fame in assenza di ammortizzatori sociali. E’ la “normalità” dei lavoratori occasionali, degli stagionali, delle tante “invisibili” che svolgono il lavoro di cura (e riproduzione appunto) all’interno delle nostre case, di chi lavora in nero, di chi è sottopagato e sfruttato in agricoltura. Si tratta in genere di quella “normalità” del ricatto, che spinge milioni di precari a lavorare per la semplice sopravvivenza, letteralmente giorno dopo giorno, barcamenandosi tra bollette, affitti e mutui».

«Non è questa la normalità che vogliamo e non sarà di certo la speranza di un’uscita imminente dall’incubo della quarantena a garantirci una giusta dignità sociale ed economica, perché – come
sappiamo bene − non si tratta di una crisi iniziata con il virus, ma di una crisi che viene da molto più lontano. La richiesta che qui avanziamo è che le risorse recuperabili grazie al taglio dei Sussidi Ambientalmente Dannosi vengano destinate per intero, a partire dal prossimo Documento di Economia e Finanza, a favore del rafforzamento strutturale della Sanità Pubblica (in particolare, i presìdi salvavita: unità di terapia intensiva e rianimazione), per progetti di risanamento ambientale, per realizzare centinaia di piccole opere utili, per la ripubblicizzazione della gestione dei servizi essenziali, per il "lavoro verde", per accelerare la transizione energetica. Inoltre, per noi resta imprescindibile rivendicare a gran voce una misura reddituale immediata e universale, per tutti, a prescindere da genere, settore produttivo, tipo di contratto. Una forma di reddito universale non “lavorista”, svincolata dal lavoro. Passare dalle parole ai fatti: questo è il solo modo per rendere concretamente giustizia alle migliaia di vittime da Covid-19 e causate dai veleni prodotti ogni giorno dalla filiera dell’estrazione, trasformazione, distribuzione, delle fonti fossili e suoi derivati».

fonte: https://www.terranuova.it


=> Seguici su Twitter - https://twitter.com/Cru_Rz 
=> Seguici su Telegram - http://t.me/RifiutiZeroUmbria 

Tagliare le emissioni in Italia del 55%, una legge di iniziativa popolare

Il 14 febbraio è stata depositata presso la cancelleria della Cassazione la proposta di legge di iniziativa popolare “Almeno il 55%”. Lo scopo è far assumere al governo italiano l’obiettivo del 55% di riduzione delle emissioni entro il 2030. L'appello.


Il 14 febbraio è stata depositata presso la cancelleria della Cassazione la proposta di legge di iniziativa popolare “Almeno il 55%”.

La proposta ha l’obiettivo di far assumere al governo italiano l’obiettivo del 55% di riduzione delle emissioni di gas serra entro il 2030, come proposto dalla presidentessa della Commissione europea Ursale Von der Leyen, target approvato a larghissima maggioranza anche dal Parlamento Ue.

Per aderire all’appello, per sostenere la campagna nazionale “Almeno il 55%” con iniziative nel tuo territorio, per la raccolta delle firme, invia nome, cognome, comune, telefono ed e-mail a: almenoil55percento@gmail.com.

Il sito web è: https://www.almenoil55percento/

I comitati

Il Piano Nazionale Energia Clima (PNIEC) del Governo italiano ha assunto un vergognoso obiettivo del 33% (settori non Ets) di riduzione dei gas serra al 2030, non modificato dal cosiddetto “Decreto clima” dell’ottobre scorso, mentre la neo-presidentessa dell’Ue, Ursula von der Leyen, propone di alzare al 50-55% il precedente obiettivo Ue del 40%.

Dopo gli spaventosi crolli della banchisa polare nell’estate 2019; dopo il rogo della foresta amazzonica, il “polmone verde” della terra, in nome degli interessi delle grandi compagnie agrario-alimentari; dopo le fiamme che hanno devastato per settimane l’Australia non c’è più tempo da perdere: battiamoci per almeno il 55%.

Esponenti ambientalisti e della società civile, scienziati, accademici, esperti e giornalisti lanciano un appello perché tutti i cittadini si mobilitino contro il riscaldamento globale, la “più grande minaccia di questo Secolo”.

Come strumento di mobilitazione, i firmatari dell’appello propongono una legge d’iniziativa popolare che assuma quell’obiettivo, prevedendo a tal fine un fondo speciale per realizzarlo.

Un fondo da finanziare da subito con la riduzione dei Sussidi Ambientalmente Dannosi (Sad) di cui ancora fruiscono, direttamente o indirettamente, i combustibili fossili (circa 19 miliardi di euro); e prevedendo per il seguito l’istituzione di una carbon tax.

L’appello: “Almeno il 55%”

“La più grande minaccia di questo secolo” – il cambiamento climatico, la transizione all’instabilità climatica – si sta delineando con eventi sempre più drammatici: a luglio scorso il National Snow and Ice Data Center (Nsidc) degli USA ha rilevato un picco terribile e inatteso nella curva che documenta l’andamento della fusione dei ghiacci artici in Groenlandia.

Abbiamo denunciato da qualche tempo le conseguenze del cambiamento climatico che si abbatte su uomini e cose con l’intensità degli eventi meteorologici estremi, mentre si estendono le aree desertiche, cresce la siccità, si addensa negli ultimi vent’anni il numero dei massimi di temperatura media terrestre.

La calotta artica si è spaccata nel 2006 aprendo la caccia senza regole al suo sottosuolo, nel 2017 si è staccato dall’Antartide un “iceberg” più grande della Liguria. Le fiamme che hanno devastato per settimane l’Australia rappresentano drammaticamente e su vasta scala quel che succede quando l’incompetenza dei governi si somma con i fenomeni estremi del global warming.

Ci siamo battuti documentando e denunciando la più generale crisi ambientale: la devastazione di uno sviluppo fondato sulla spoliazione e il saccheggio delle risorse naturali, come conseguenza del modo capitalistico di produrre e consumare.

Esemplare, il nuovo odioso colonialismo del land grabbing, che attraverso i meccanismi della mera acquisizione di mercato priva intere popolazioni dei loro diritti, delle loro terre e delle loro acque senza dar loro nemmeno la possibilità di essere ascoltati o addirittura attraverso vere e proprie deportazioni. In America Latina, Asia e Africa sempre più grandi foreste, terre comunitarie, bacini fluviali e interi ecosistemi sono spogliati e le comunità sfollate.

Il rogo della foresta amazzonica è l’ultimo drammatico esempio, ammantato di un sovranismo in realtà prono agli interessi delle grandi compagnie agrario-alimentari.

La diversità biologica è costantemente ridotta, la grande barriera corallina australiana è a rischio nei suoi 3000 km.

Il respiro degli oceani è soffocato dalla plastica.

Abbiamo proposto in tutti questi anni la battaglia a favore dell’ambiente, contro il global warming e per una generale riconversione ecologica dell’economia e della società, come impegno sociale, culturale e morale. La “Laudato si’” di Papa Bergoglio ha messo in risalto gli aspetti umani e spirituali di questa nuova visione: «I governi di tutto il mondo, colpevolmente lenti nell’applicare il Protocollo di Kyoto (2005), oggi in ritardo nell’attuare gli impegni dell’Accordo di Parigi ratificati nel 2016 da 180 Paesi, devono accelerare la loro azione per fare più efficacemente fronte al cambiamento climatico e mantenere l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura media globale entro 1,5 °C».

A pagare lo sconquasso del clima sono soprattutto le popolazioni più povere e vulnerabili, colpite dalle migrazioni interne o dalla fuga disperata dalle loro terre, da fame, sete e malattie endemiche, marginalizzate nei loro territori, spesso nel nome stesso dello sviluppo e dell’innovazione.

I rischi dovuti ai disastri ambientali accrescono tensioni e conflitti e nel 2017 hanno causato, da soli, l’esodo di 60 milioni di “rifugiati ambientali”, ma saranno quattro volte tanti nel giro di soli vent’anni.

Non si tratta solo dell’accoglienza e della sicurezza. Occorre “costruire ponti”, capaci di ridurre la distanza tra chi ha troppo e chi non ha abbastanza, tra l’opulenza e la povertà, come indicato dagli obiettivi globali dell’Agenda 2030 proposta dalle Nazioni Unite.

Occorre modificare il nostro stile di vita e il nostro modo di pensare se vogliamo dare futuro al futuro. Fare di più con meno e trasformare i rifiuti in nuovi prodotti com’è tecnologicamente possibile: “dalla culla alla culla”. Organizzare la società della sufficienza affinché ogni risorsa sia utilizzata senza sprechi e nel modo più appropriato fino all’autogestione.

E, da subito, “decarbonizzare” l’economia sostituendo i combustibili fossili con le fonti rinnovabili.

Serve, soprattutto, che la cultura della sostenibilità si diffonda nel profondo della società e in tutte le sue attività, in modo che le idee di progresso e di futuro siano fondate sulla continua ricerca del completo equilibrio con i grandi cicli della natura.

Oggi finalmente una voce si leva autorevole per imprimere un’accelerazione agli impegni dei Governi, almeno qui in Europa.

La neo-presidentessa della Commissione Ue, Ursula von der Leyen, ha proposto al Parlamento europeo a Strasburgo l’obiettivo di riduzione del 50-55% di CO2, il gas serra dominante, entro il 2030 facendo così balzare a quel livello il target dell’Ue. E, conseguentemente, di mantenere «un ruolo di guida dell’Ue nei negoziati internazionali per far crescere il livello di ambizione delle altre principali economie entro il 2021». Come si è verificato lungo tutto il percorso che ha portato all’Accordo di Parigi.

Il Governo italiano continua a perseguire un atteggiamento vergognosamente caudatario; infatti, mentre il Quadro per il Clima e l’Energia 2030 dell’Ue prevede, fin dal 2014, la riduzione del 40% delle emissioni di gas serra, ha proposto nel Piano Nazionale Integrato Energia e Clima (Pniec) un obiettivo di solo il 33% (per i settori non Ets). Il Pniec è stato sottoposto alle osservazioni di tutti i cittadini tramite la Valutazione Ambientale Strategica (Vas).

Noi, le associazioni, i comitati e i gruppi che rappresentiamo, facemmo pervenire le nostre osservazioni nell’ottobre scorso, secondo quanto previsto dalla procedura di Vas. E abbiamo preso atto che il Governo non ha ritenuto di darsi un obiettivo adeguato né con il “Decreto Clima” (ottobre 2019) né con la revisione del Pniec effettuata a seguito della Vas.

Riteniamo, perciò, che debba attuarsi in tutto il Paese la più ampia mobilitazione possibile perché il Piano sia modificato assumendo l’obiettivo di almeno il 55% di riduzione delle emissioni dei gas serra entro il 2030, com’è tecnologicamente possibile.

Al di sotto, saremmo come i Paesi di Visegrad nei confronti dell’immigrazione, non a caso le maggiori resistenze alla “decarbonizzazione” provengono da alcuni di loro in nome del miope privilegio degli “interessi nazionali”. E, soprattutto, non saremmo all’altezza della tremenda sfida e delle responsabilità che il cambiamento climatico impone a tutti.

Per favorire questa mobilitazione e per darle il carattere capillare di confronto con cittadini, organi territoriali elettivi, istituzioni ed enti pubblici, organizzazioni del lavoro, luoghi di socializzazione, organi d’informazione, proponiamo una legge d’iniziativa popolare che assume per l’Italia l’obiettivo di riduzione dei gas serra di almeno il 55% entro il 2030; indica nell’istituzione della carbon tax il mezzo ordinario per coprire la spesa pubblica finalizzata a quell’obiettivo e promuove, già dalla legge di stabilità 2021- 2023, la riduzione di ogni forma diretta o indiretta di finanziamento ai combustibili fossili, che il Governo stesso classifica come Sussidi Ambientalmente Dannosi (Sad), e agli Enti e alle Società che li gestiscono, inclusa la “capacità di generazione” di energia da combustibile fossile.

Coerentemente, l’articolato della PdL – che riguarda anche l’education a tutti i livelli, Università inclusa, e la ricerca – prevede tra gli altri punti che il Governo italiano s’impegni nelle competenti sedi internazionali per una “moratoria” mondiale dei combustibili fossili.

La raccolta di firme per la presentazione della legge può costituire un momento d’informazione e, allo stesso tempo, sollecitare un protagonismo consapevole ed esteso di tutti, quale la drammaticità dei tempi richiede.

L’articolo è stato pubblicato sul n.1/2020 della rivista bimestrale QualEnergia

fonte: www.qualenergia.it

Grande entusiasmo e partecipazione all'incontro Nazionale-Internazionale delle 300 Comunita' Italiane Rifiuti Zero svoltosi a Capannori Il 22-23-24 Novembre 2019.




















Nonostante l'allerta maltempo oltre 300 persone hanno partecipato ai diversi eventi previsti dalla tre giorni di Capannori.
In particolare la mattinata del 23 ha visto il teatro di Capannori affollato da delegazioni di attivisti pressochè arrivati da tutta Italia oltre che da delegazioni di sindaci ed assessori provenienti dalla Sicilia alla Sardegna.
Oltre 50 la amministrazioni rappresentate mentre erano presenti anche delegazioni di aziende del settore della gestione dei rifiuti, start up ed imprese rappresentative anche di grandi distretti industriali.

Dal confronto paritetico avvenuto poi negli workshop del pomeriggio organizzati su aree geografiche (nord, centro, sud ed isole) *E' SCATURITA poi la costituzione di UN COORDINAMENTO NAZIONALE A PREVALENZA DI SINDACI ED AMMINISTRATORI* (ma anche con la presenza di attivisti Rifiuti Zero provenienti da ogni "angolo" d'Italia: dalla Val d'Aosta alla Sicilia arrivando alla Sardegna) *con il compito di iniziare un efficace coinvolgimento dei 304 comuni della Lista Italiana Rifiuti Zero affinchè il "peso" delle comunità rifiuti zero* (che rappresentano circa 7 milioni di abitanti) *venga il più possibile adoperato nei confronti del Governo, dell'Associazione Nazionale dei comuni (ANCI) e del Consorzio nazionale degli imballaggi (CONAI).*

In particolare è stato ribadito quanto sia importante per la affettiva attuazione della *TRANSIZIONE ECOLOGICA* e di un sistema produttivo basato sulla *ECONOMIA CIRCOLARE* interloquire attivamente con i ministeri competenti (a partire da quello dell'ambiente anche in seguito al positivo incontro svolto tra il Ministro Costa ed una delegazione di Zero Waste Italy) affinche l'approvazione dei "collegati ambientali" successivi alla approvazione della Legge di Bilancio in corso *PREVEDANO CONGRUI STANZIAMENTI PER LE RICONVERSIONI ECOLOGICHE E NON SOLO "SPICCIOLI".*

Il coordinamento in oggetto (che rimane aperto ad ulteriori partecipazioni di altri comuni) proprio perchè rappresentativo non solo di oltre 300 comuni ma anche di un diffuso "movimento Rifiuti Zero" vede il coinvolgimento di sindaci ed assessori a partire dal Comune di Capannori (con il sindaco Luca Menesini), di comuni capoluogo come Ascoli Piceno e di sindaci e/o assessori praticamente di tutte le regioni italiane, Narni per l'Umbria, Cupra Marittima per le Marche, Santhya per il Piemonte, Vimercate e Codevilla per la Lombardia, Carbonia per la Sardegna, Montelepre per la Sicilia, Massafra e Modugno per la Puglia, Soliera per l'Emilia Romagna, Carmignano ecc per la Toscana che avvantaggiata dalla vicinanza geografica era massicciamente presente a partire dall'assessora del comune di Livorno e dal presidente del consiglio comunale di Carrara e praticamente da una lunga scia di presenze provenienti da TUTTE LE 10 province toscane (erano presenti ben 22 dei 40 comuni toscani aderenti a Rifiuti Zero!).
Naturalmente a questo appuntamento non potevano mancare le avanzatissime esperienze venete ed in particolare di Treviso rappresentate molto appropriatamente da *Paolo Contò (Consorzio Primula / Contarina spa)*.
*L'incontro di Capannori è stato però prima di tutto UNA FESTA* nella quale *la PRESENZA E GLI INTERVENTI DI Paul Connett e di Esra Tat per Zero Waste Europe (rappresentata anche da Enzo Favoino e dallo scrivente)* *hanno contribuito a* *far risaltare il carattere "locale-globale" della rete che dal 2007 (quando il comune di Capannori per primo aderi' alla strategia Zero Waste).*

*La "narrazione"* di questo percorso straordinario richiamata da Paul Connett anche attraverso aneddoti divertenti ha fatto condividere a tutti i partecipanti una potente sensazione di entusiasmo per un "riuscito movimento" che ha saputo costellare di successi locali e nazionali (l'interesse di molti comuni alla strategia Rifiuti Zero, la sconfitta di moltissimi progetti di incenerimento e non in ultimo la rivendicazione di quel 58,4% di RD su scala nazionale che è stato ottenuto non certo per merito dei governi ma grazie all'impegno dal basso di moltissime comunità, Sindaci e di un universo di associazioni e comitati spesso vituperati ed "aggraditi" dalle lobby trasversali dell'industria sporca).

*Il "respiro globale"* è stato rafforzato dall'intervento della co-direttrice di Zero Waste Europe Esra Tat che alla vigilia dell'insediamento della nuova commissione europea ha "snoccialato" le proposte che verranno avanzate anche nella sede di Bruxelles per una corretta interpretazione della Economia Circolare non includente l'incenerimento ma anche (come dichiarato efficacemente da Enzo Favoino) il "cosiddetto e fuorviante "chemical recycling" come per esempio "pompato" da Regione Toscana ed ENI in quel di Livorno (nel Polo già inquinato di Stagno) per un'operazione mistificante volta a produrre falsi "biocarburanti" peraltro da ricavare dalle plastiche!

Infine, certamente, un momento anch'esso molto alto della "tre giorni" è stato *la premiazione da parte di ZERO WASTE ITALY* (su istruttoria del Centro Ricerca Rifiuti Zero) *di 4 imprese* che a diversi livelli testimoniano la concreta possibilità di marciare verso rifiuti zero e circolarità: E' IL CASO DI *Q-Flex* che con il "vetro liquido" può rimpiazzare la plastica in gran parte del settore dell'imballaggio alimentare rendendo del tutto riciclabili e in ultimo compostabili cosi' gli imballaggi, di *ECOLINEA* che invece di proporre per feste ed eventi modalità "monouso" ancorchè compostabili ha deciso di fornire ben igienizzati kit di stovigliame e piatti che una volta usati possono essere poi lavati e...riusati! Meglio evitare i rifiuti che riciclarli! E' stato il caso di *ECOLSYSTEM* che progetta e produce manufatti in "plastica seconda vita" da scarto di pulper delle cartiere e da plastiche miste per usi stradali e a protezione di piste ciclabili.
Ma non solo imprese piccole e medie possono intraprendere questi percorsi: la premiazione di *ASTRI* rappresentativa del macro distretto tessile di Prato (con i suoi oltre 35.000 addetti) dimostra che l'economia Circolare c'è già e si può applicare non su piccola scala ma anche parlando di fatturati "miliardari". ASTRI con le sue imprese associate ricicla e rigenera decine di migliaia di tessuti usati avviandoli al mercato dell'usato ma anche producendo filati e tessuti provenienti da riciclo nel segno della "centralità" del RECUPERO DI MATERIA.

Si, SI PUO' FARE, STA GIA' AVVENENDO TUTTO CIO' E' L'INIZIO DELLA RIVOLUZIONE ECOLOGICA!

Rossano Ercolini
Presidente di Zero Waste Italy

Rete Nazionale dei Comitati Rifiuti Zero

Auto elettriche: bonus fiscale per le colonnine di ricarica private

La Manovra varata dal Governo prevede dei bonus fiscali per chi decide di installare una colonnina di ricarica in una propria area privata.















Il Governo Conte intende agevolare la diffusione di auto elettriche e ibride e per farlo non ha previsto solamente l’erogazione di incentivi a chi sceglie un veicolo a impatto ambientale dirotto, ma anche un bonus fiscale per chi decide di installare una colonnina per la ricarica privata.
Ad annunciare la misura contenuta nella Legge di Stabilità 2019 è stato il Ministro dei Trasporti Danilo Toninelli. Il titolare del dicastero in questione ha diffuso la notizia per mezzo dei social network spiegando che:
La rivoluzione della mobilità green è iniziata, e per questo Governo è uno degli ingredienti fondamentali di quel cambio di paradigma che deve vedere le rinnovabili al centro del rilancio del Paese. Il primo passo è disseminare le nostre autostrade con colonnine di ricarica elettriche. In Manovra abbiamo poi previsto un bonus fiscale per chi installa colonnine a uso privato. Lavoriamo per una rinascita all’insegna della crescita sostenibile e di qualità.
L’ente che gestisce gran parte della rete viaria italiana sta infatti portando avanti un progetto che prevede la presenza di colonnine per la ricarica elettrica sulle principali autostrade, tra cui la A2, l’Autostrada del Mediterraneo, la A19 che collega Palermo e Catania, la A90 sul Grande Raccordo Anulare e la A91 “Roma-Aeroporto di Fiumicino”.
fonte: www.greenstyle.it

Bilancio, Tutte Le Novità Su Ambiente E Rifiuti














Credito d'imposta per imballaggi, nuovi fondi per la bonifica dei siti orfani e maxiconcorso al Ministero. Queste alcune delle novità in campo ambientale della manovra finanziaria del governo gialloverde. Critica Legambiente: “Solita manovra senza tagli alle fonti fossili”.






fonte: https://www.ricicla.tv/

Cambiamenti climatici, una lettera aperta al Governo italiano

Un gruppo di docenti e ricercatori di Bologna, guidato da Vincenzo Balzani e Nicola Armaroli, ha scritto una lettera aperta al Governo per chiedere che venga indetta una conferenza nazionale in cui si discutano le azioni necessarie per contrastare gli effetti sul nostro Paese. Un appello da firmare rivolto a università, cittadini e centri di ricerca italiani. 
















"Dopo mesi di siccità, temperature ben più alte della media stagionale, ghiacciai che si sciolgono, foreste che vanno in fumo chi può dubitare che il cambiamento climatico sia già oggi un problema che colpisce duramente l'Italia?".
Si apre così una lettera aperta al Governo scritta da un gruppo di docenti e ricercatori dell'Università e dei centri di ricerca di Bologna che - si legge nel testo - "si sentono in dovere di dare un contributo, attraverso la condivisione di conoscenze e informazioni scientificamente corrette, per superare le difficoltà poste dal cambiamento climatico nel Paese".
Per questo stesso motivo i ricercatori e i docenti hanno deciso di lanciare attraverso il sito Energia per l'Italia un appello al Governo, affinché queste problematiche vengano discusse in una conferenza nazionale.
Nella lettera si chiede a università, cittadini e centri di ricerca italiani di firmare questo appello sul sito energiaperlitalia.it
fonte: www.qualenergia.it

 

CETA, Italia contraria all’accordo: a rischio prodotti DOP e IGP





Il presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker e il premier del Canada Justin Trudeau hanno deciso che a partire dal 21 settembre prossimo entrerà in vigore, per ora temporaneamente, il CETA, un trattato di libero scambio tra Europa e Canada.

La decisione è stata presa sorpassando il Governo Italiano, che stava temporeggiando a causa di coloro che non erano favorevoli all’accordo in quando sentito come possibile attacco al made in Italy. La paura di chi era contrario era legata alla possibilità che questo accordo portasse un abbassamento della qualità del cibo.

Le nostre eccellenze gastronomiche sono così a rischio perchè, se da una parte vengono tutelate dalla contraffazione, la gran parte dei prodotti DOP e IGP rimangono fuori da queste tutele. Coldiretti ha dichiarato:
Il CETA  lascia senza alcuna tutela dalle imitazioni ben 250 delle 291 denominazioni dei prodotti agroalimentari Made in Italy riconosciute dall’Unione Europea (DOP/IGP).
I prodotti a rischio sono, tra gli altri:
  • olio extravergine Toscano
  • nocciola del Piemonte
  • Salame di Varzi
  • Pecorino Crotonese
  • Formaggio Castelmagno
  • Basilico Genovese
  • Radicchio di Treviso
  • Pomodoro San Marzano
Non tutti però la pensano così. Alcuni consorzi sono invece favorevoli al CETA perchè vedono la possibilità di ampliare il proprio export. È il pensiero del consorzio dell’Aceto Balsamico di Modena IGP o del Grana Padano.

fonte: www.greenstyle.it