Visualizzazione post con etichetta #RetiDaPesca. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta #RetiDaPesca. Mostra tutti i post

La pesca a strascico inquina come il traffico aereo: emissioni per un miliardo di tonnellate l’anno di CO2












Un miliardo di tonnellate di CO2 ogni anno, tanto quanto il traffico aereo mondiale. È la media delle emissioni provocate dalla pesca a strascico. Lo studio, realizzato da 26 biologi marini e pubblicato a marzo 2021 da Nature, stima un impatto che va da 600 milioni a 1,5 miliardi di tonnellate. Soprattutto rivela un aspetto ancora poco noto sull’alterazione di equilibri delicatissimi da parte delle attività umane. Mari e oceani assorbono un terzo dei gas serra emessi in atmosfera e il carbonio si deposita nei sedimenti, che sono il più grande bacino di stoccaggio al mondo. Resta imprigionato lì senza dar fastidio a nessuno, fino a quando le reti, arando i fondali, lo liberano. In parte ritorna nell’aria e in parte resta in acqua, rende acido l’ambiente marino, riducendo così la sua capacità di fare da filtro. L’Italia è il terzo Paese al mondo in questo tipo di emissioni dopo Cina e Russia.






Come funziona la pesca a strascico

Si pratica con reti a cono trascinate da una o due barche. Grattano il fondale con una parte armata di piombi e catene per smuovere il sedimento dove si nascono le tane dei pesci. Servono per pescare i piccoli pesci da frittura, merluzzetti, triglie, razze, telline, vongole, gamberetti e altri piccoli crostacei. Ma distruggono quello che incontrano: dai coralli alle alghe.

Inoltre raccoglie tutto, esemplari adulti e giovani, ostacolando il ripopolamento ittico. Nelle reti finiscono pesci il cui commercio è vietato dalle convenzioni, come cetacei e tartarughe, o specie in estinzione come lo squalo mako, lo smeriglio, la ventresca, che deve essere ributtato in mare. Secondo la Fao oltre 60 specie di squali e razze vengono catturate dallo strascico. Il problema è che, una volta impigliati nelle reti, muoiono. Succede al 18% delle tartarughe marine catturate, mentre un altro 18% muore successivamente per i danni subiti.


La pesca più redditizia

Per questo che è largamente praticata. Nel 2019 il volume commerciabile di questo tipo di pescato è stato di 66 mila tonnellate, il 37% del totale (176.738 tonnellate), ma in termini economici lo strascico pesa il 54% del totale: 480 milioni su 891,7 milioni. La flotta italiana di pescherecci a strascico e la più grande del Mediterraneo: 2.086 su un totale di 12.101, vale a dire il 17,2% di tutta la flotta nazionale, ed è quella che ha resistito di più alla crisi, perdendo lo 0,2% contro il 9,8% del totale. Lo confermano anche i dati di consumo di gasolio: nel 2018, ultimo dato disponibile, i pescherecci a strascico hanno consumato oltre 281 milioni di litri su 354 milioni totali; in Spagna 76 milioni su 100 e in Francia 12,7 milioni su 21,5. La sua insostenibilità parte anche da qui: è il tipo di pesca che in assoluto consuma più carburante.


È la più inquinante

Fino agli anni ‘50/’60 per le reti si usava la canapa o il cotone: a fine vita finito si gettavano nell’oceano e nel giro di qualche anno diventavano cibo per i pesci. Da qualche decennio si utilizzano quelle in nylon, e quando si impigliano, si rompono, si perdono, o vengono volontariamente buttate quando si pesca dove è vietato, oppure abbandonate perché smaltirle costa, restano nei mari fino a 600 anni. Chilometri di reti fantasma trascinate dalle correnti imprigionano pesci, uccidono delfini, soffocano coralli. Poi pian piano si deteriorano in micropezzi, finendo poi nei nostri piatti quando mangiamo il pescato. Dai dati Fao e del Programma per l’ambiente delle Nazioni Unite: 640.000 tonnellate di reti da pesca navigano negli oceani, il 10% di tutti i rifiuti.


Le soluzioni ignorate

Esiste un tipo di pesca meno impattante, come l’utilizzo delle nasse, delle specie di gabbie che vengono deposte sul fondo, o le «reti da posta», che non vengono trascinate, ma depositate sui fondali, e con reti dalle maglie appena un po’ più larghe. È noto dal 2001, quando uno studio ministeriale italiano condotto da IcrMare ha dimostrato che passando da 50 a 60 mm non si imbrigliano i pesci più piccoli. Il problema è che si riduce anche il fatturato del 22,8%. Per questo non viene fatto. L’Islanda, che ha mari molto ricchi e dove la pesca incide tra il 9 e l’11% sull’economia. Proprio per preservare i suoi mari ha regolamentato il settore sin dagli anni ’90, con limiti fissati di cattura per ciascuna specie e quote percentuali per armatori e pescatori, con il divieto di rigetto in mare (tutto il pesce catturato deve essere portato a terra). E per la pesca a strascico è obbligatorio l’utilizzo di luci colorate nelle reti, speciali griglie che evitano di pescare i pesci troppo piccoli, e le reti devono essere poste a mezza profondità. Quasi ovunque invece ciò che non è vendibile e lo si ributta in mare. È il «bycatch», lo scarto del pescato, spesso costituito da pesci morti. Secondo la Fao nel 2019 sono state 9,1 milioni di tonnellate, di cui 5,1 solo dalla pesca a strascico e aggiunge: la pesca più insostenibile si pratica nel Mediterraneo e nel Mar Nero (62,5% di stock sovrasfruttati), nel Pacifico sudorientale (54,5%) e nell’Atlantico sudoccidentale (53,3%).


Le regole e i controlli

Una volta che una porzione di fondale viene «arata», i pescherecci si spostano più in fondo, e oltre i 200 m l’ambiente marino è ancora più delicato. Uno studio del 2014 condotto dalle università di Ancona e Barcellona, a queste profondità, la pesca a strascico causa una riduzione del contenuto di sostanza organica fino al 52%, e un turnover più lento del carbonio organico (circa il 37%). In Italia questo genere di pesca è vietata entro i 3 km dalla costa o a meno di 50 metri di profondità, e vanno poi rispettati i periodi di fermo biologico per consentire la riproduzione dei pesci. Di fatto si pratica sei mesi l’anno, e i controlli stanno a zero. Nel 2015, secondo MedReAct, sono state rilevate 102 infrazioni, 89 nel 2016. La maggioranza dei casi, molti dei quali segnalati da cittadini, o responsabili di aree marine protette, riguarda lo strascico in zone vietate. La Guardia Costiera rende noto il solo dato del 2020, che è in linea, 90 sequestri di reti da traino effettuati. Intanto i pescatori che non «strascicano» pescano sempre meno, proprio perché di pesce non ne trovano più.


La terra di nessuno

A livello mondiale, oggi solo il 2,7% dei mari è protetto. Secondo lo studio pubblicato da Nature, per eliminare il 90% dei rischi connessi all’emissione dell’anidride carbonica provocata dalla pesca a strascico sarebbe necessario proteggere almeno 4% degli oceani all’interno delle acque nazionali. Soprattutto nelle aree più vulnerabili, ovvero le piattaforme continentali che includono la zona economica esclusiva della Cina, le aree costiere dell’Europa atlantica e la dorsale di Nazca del Perù. L’obiettivo, però, è quello di proteggere il 30% dei mari. In questo modo non solo si potrebbe ripristinare la biodiversità negli habitat oceanici, ma aumenterebbe anche la quantità globale del pescato annuo di 8 milioni di tonnellate, in declino costante dagli anni ‘90. Nell’incontro di ottobre a Kunming, in Cina, promosso dalle Nazioni Unite, il mondo discuterà proprio della Convenzione sulla diversità biologica.

fonte: www.corriere.it



#RifiutiZeroUmbria - Sostienici nelle nostre iniziative, anche con un piccolo contributo su questo IBAN IT 44 Q 03599 01899 050188531897Grazie!

#Iscriviti QUI alla #Associazione COORDINAMENTO REGIONALE UMBRIA RIFIUTI ZERO (CRU-RZ) 


=> Seguici su Blogger 
https://twitter.com/Cru_Rz
=> Seguici su Telegram 
http://t.me/RifiutiZeroUmbria
=> Seguici su Youtube 

Verdurashoes: Scarpe originali con rete da pesca

Il calzolaio Andrea Verdura trasforma le reti da pesca in scarpe di moda

La passione di Andrea per la creazione di scarpe con materiale riciclato è iniziata con un sandalo rotto in Australia; quando ha individuato un vecchio pneumatico abbandonato si è trasformato in un nuovo paio di sandali per riprendere il suo viaggio a piedi.



Quello che sembra essere l’inizio di un romanzo di viaggio è in realtà l’inizio dell’avventura di Andrea Verdura. Classe 1975, nato a Piombino da genitori isolani entrambi elbani, Andrea si è ritrovato improvvisamente scalzo nella lontana Australia

“Ognuno ha una storia. La mia è una storia “ambulante” da quando mi si sono rotti i sandali in Australia e ne ho ricavato un altro paio dal pneumatico di una vecchia Fiat 500. Sembrava uno scherzo del destino… è diventata la mia più grande passione ”.dal sito internet: https://www.verdurashoes.com/

Da allora, tornato a casa a Piombino, sulla costa della Toscana in Italia, Andrea ha visto una nuova opportunità creativa nelle reti da pesca spiaggiate vicino alla sua casa. Ben presto fu in grado di integrarlo come un elemento forte nella sua gamma di sandali e stivali alla moda per donne e uomini.

Le reti da pesca vengono tagliate e lavate più volte, per ammorbidire il tessuto per la vestibilità, e poi tinte con pigmenti naturali.

Le reti vengono poi combinate con sughero per il sottopiede, suola in gomma riciclata e scarti di pelle rimasti dalla produzione di scarpe. La suola stessa è disponibile in due versioni, una composta da suole in gomma Vibram riciclata e l’altra in pelle riciclata conciata al vegetale.

Tutte le scarpe sono prodotte localmente (a Fucecchio, Toscana) mantenendo i lavori e il processo di produzione vicino a casa con il minimo impatto ambientale creando economia circolare.

A causa del processo di tintura naturale e dell’assemblaggio artigianale, ogni paio di scarpe è unico.

Il progetto “Net collection” è decollato nel 2016 con l’aiuto del crowdfunding (Kickstarter).

info: https://www.verdurashoes.com/

fonte: www.economia-circolare.info


#RifiutiZeroUmbria - Sostienici nelle nostre iniziative, anche con un piccolo contributo su questo IBAN IT 44 Q 03599 01899 050188531897Grazie!

=> Seguici su Twitter - https://twitter.com/Cru_Rz
=> Seguici su Telegram - http://t.me/RifiutiZeroUmbria

Rifiuti in auto

Ogni anno i produttori trasformano in inserti insonorizzanti tappetini e tessuti miliardi di bottiglie in Pet e reti di pesca abbandonate in mare oltre ad altri scarti industriali











È passato il periodo in cui le plastiche riciclate venivano utilizzate solo per la produzione di componentistica elettrica e meccanica del vano motore e comunque in zone non visibili all’occhio. Il concetto di plastica riciclata fino ad ora aveva ricoperto un ruolo marginale, nonostante gli sforzi e le sensibilità che si sono affermate nello scorrere del tempo. È l’uso di quest’ultimo elemento che le aziende, anche del settore premium, intendono far leva per presidiare quella fetta di mercato attenta alla sostenibilità ambientale.

L’uso dopo l’abbandono

L’impegno delle case automobilistiche nel riciclo degli scarti di materiale plastico è molto apprezzabile. Trasformare una bottiglia di Pet o una rete da pesca di nylon abbandonata in mare in tappetini, tessuti o protezioni antirumore è un procedimento molto costoso: bisogna recuperare, pulire, smistare, analizzare, trattare, triturare (in gergo depolimerizzare) e convertire in filato. Si tratta di iniziative che contribuiscono alla soluzione di un problema del quale i produttori non hanno una responsabilità diretta, visto che le componenti di plastica delle vetture seguono da anni processi di smaltimento rigorosi.

A queste iniziative si affiancano quelle di raccolta dei rifiuti abbandonati negli oceani. A tale proposito riveste importanza quanto realizzato dalla divisione Marina della Suzuki che sta sviluppando il primo motore fuoribordo in grado di aspirare la microplastica dispersa nei mari. Da dove sono recuperate anche le reti da pesca che, assieme a quelle buttate via dagli allevamenti ittici, alle plastiche industriali ed agli scarti della fabbriche tessili diventano un filato, l’Econyl, con il quale la Jaguar-Land Rover realizzerà tappetini.

Impegno e ricerca

Econyl è un marchio registrato dalla Aquafil, società leader nel settore delle fibre sintetiche dal 1965 ad Arco, in provincia di Trento, che oggi ha filiali in tutto il mondo. Un’eccellenza italiana che ogni anno elimina e tratta circa 40 mila tonnellate di rifiuti riducendo l’impatto ambientale del nylon del 90% rispetto a quello derivato dal petrolio.

Per il marchio britannico Jaguar-Land Rover, il tessuto Kvadrat rappresenta un’altra tappa nel percorso verso un modello di lusso sostenibile che la Casa considera una valida alternativa alla pelle. In tale processo trovano una seconda vita almeno una cinquantina di bottiglie di plastica per macchina.

Anche l’Audi riutilizza il Pet in varie componenti della quarta generazione di Audi A3 e annuncia che in futuro prossimo tutti i suoi rivestimenti tessili saranno realizzati in materiali riciclati.

L’impegno delle case automobilistiche in questo ambito sta diventando sempre maggiore, anche perché consapevoli che sempre più clienti considerano i fattori di sostenibilità e rispetto dell’ambiente tra le motivazioni che orientano l’acquisto. Tale tendenza risulta essere trasversale e coinvolge anche marchi generalisti come Fiat.

Per approfondimenti https://www.seaqual.org/

fonte: www.arpat.toscana.it


#RifiutiZeroUmbria - Sostienici nelle nostre iniziative, anche con un piccolo contributo su questo IBAN IT 44 Q 03599 01899 050188531897Grazie!

=> Seguici su Twitter - https://twitter.com/Cru_Rz
=> Seguici su Telegram - http://t.me/RifiutiZeroUmbria

Nelle reti da pesca finiscono tonnellate di rifiuti














Le imbarcazioni dei pescatori raccolgono ogni giorno incredibili quantitativi di rifiuti, per la maggior parte di plastica. Proprio per questo possono essere un’arma preziosa contro il marine litter. Ne parliamo nell'ottava puntata di "Lo sapevi che?" il format curato da Ricicla.tv in collaborazione con l'Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale.



fonte: www.riciclatv.it


#RifiutiZeroUmbria - Sostienici nelle nostre iniziative, anche con un piccolo contributo su questo IBAN IT 44 Q 03599 01899 050188531897Grazie!

=> Seguici su Twitter - https://twitter.com/Cru_Rz
=> Seguici su Telegram - http://t.me/RifiutiZeroUmbria


Mascherine dalle reti da pesca riciclate: il progetto in Thailandia

Mascherine ricavate dalle reti da pesca abbandonate negli oceani: è questo l'importante progetto di riciclo avviato in Thailandia.



Mascherine ricavate dal riciclo delle reti da pesca, uno dei rifiuti più diffusi negli oceani. È questo il singolare progetto che proviene dalla Thailandia, dove alcune organizzazioni locali si sono unite per un duplice scopo. Proteggere i residenti dal coronavirus e, contestualmente, tentare di pulire il mare dalla plastiche che ne soffoca gli abitanti.


Le condizioni delle acque lungo le coste della Thailandia sono sempre più drammatiche. La plastica ha ricoperto quasi completamente i fondali e le spiagge sono ormai delle discariche a cielo aperto. Sono gli stessi pescatori locali a confermarlo, così come spiega un rappresentante – Anand Jaitang – ai microfoni di Al Jazeera:


Le barche di pescatori più piccole sono responsabili di gran parte dei rifiuti. Ma anche le grandi navi da pesca scaricano molti rifiuti negli oceani, poiché manca un sistema efficiente di gestione degli scarti. Anche i turisti lasciano molta plastica sulle spiagge.

L’Environmental Justice Foundation, un’organizzazione locale per il recupero delle risorse marine, ha avuto quindi un’idea brillante. Quella di recuperare le reti da pesca, uno dei rifiuti più diffusi in mare, affinché la plastica possa essere recuperata per produrre mascherine. Così spiega Ingpat Pakchairatchakul:


Stiamo formando i pescatori locali a raccogliere le reti da pesca, affinché possiamo poi consegnarle alle società di riciclo per trasformarle in nuovi prodotti, come le mascherine.

Una di queste società ha già creato mascherine, guanti e schermi protettivi per il viso, tutti utilizzando plastica riciclata. E sebbene la probabilità che questi oggetti finiscano nuovamente in mare sia elevata, rimane un cauto ottimismo. È quanto conferma Thosaphol Suppametheekulwat, di Qualy Design:


Se la plastica non è infetta, la possiamo riciclare all’infinito. Ma cerco comunque di convincere le persone a non utilizzare plastica monouso.

I dispositivi di protezione ricavati da reti riciclate si sono rivelati ugualmente protettivi rispetto a quelli di nuova produzione.

Fonte: Al Jazeera



#RifiutiZeroUmbria - #DONA IL #TUO 5 X 1000 A CRURZ - Cod.Fis. 94157660542

=> Seguici su Twitter - https://twitter.com/Cru_Rz 
=> Seguici su Telegram - http://t.me/RifiutiZeroUmbria

Perché le tartarughe mangiano la plastica?


















Nei mari del Pianeta sono circa settecento le specie che soffrono l’inquinamento da plastica direttamente, sia perché la ingeriscono sia perché restano intrappolate in cumuli di rifiuti. Tra queste ci sono alcune specie di invertebrati e uccelli marini, ma anche gli animali più iconici che popolano i nostri mari come i delfini, le balene, i capodogli e le tartarughe.

Sempre più spesso ci imbattiamo nelle immagini di quest’ultime intrappolate in reti da pesca o negli anelli di plastica delle lattine di birra. Oppure con lo stomaco pieno di sacchetti e teli di plastica. Proprio questo è successo alla tartaruga Hermaea della specie Caretta caretta, la più comune nel Mediterraneo, che abbiamo liberato lo scorso giugno in Sardegna insieme al personale dell’Area Marina Protetta di Tavolara e del Centro di Recupero del Sinis (CReS)


A baby green sea turtle in a plastic cup on the beach on Bangkaru Island, Sumatra.

Fino ad oggi si pensava che l’attrazione delle tartarughe per la plastica, in particolare per i sacchetti, fosse dovuta alla loro somiglianza al cibo e in particolare alle meduse, preda preferita di molte specie. Infatti, un sacchetto di plastica capovolto può ricordare nella forma una medusa con i manici a formare i tentacoli. Tuttavia, sono state trovate tartarughe intrappolate in cavi di plastica e altri oggetti che non assomigliano affatto a meduse, e ciò sembrava più difficilmente spiegabile. Evidentemente, ci dovevano essere altre ragioni.

Una ricerca recente condotta da un team di scienziati statunitensi sembrerebbe averne capito i motivi. Sarebbe infatti l’odore emanato dalla plastica a trarre in inganno le tartarughe e spingerle a mangiarla. Questo perché la plastica che rimane a lungo nei mari può essere ricoperta di alghe e microorganismi incrostanti che le conferiscono un odore simile a quello del cibo.

Per dimostrare ciò, gli scienziati hanno analizzato le risposte comportamentali di 15 tartarughe marine della specie Caretta caretta, immergendole in piccole vasche e sottoponendole, separatamente, a quattro diversi stimoli olfattivi: acqua distillata, cibo, plastica pulita e plastica lasciata per cinque settimane in mare. I risultati dei test hanno dimostrato che le risposte comportamentali delle tartarughe erano le stesse in presenza del cibo e della plastica lasciata in mare, evidenziando peraltro che bastano solo cinque settimane per trasformare la plastica in un inganno, a volte mortale, per le tartarughe.

Considerando che ogni minuto l’equivalente di un camion pieno di rifiuti in plastica finisce nei mari del Pianeta, possiamo dire con certezza che i nostri oceani sono pieni di trappole mortali per le tartarughe. Purtroppo, ad oggi, non esiste un sistema che ci consenta di pulire i mari dalla plastica: l’unico modo efficace per intervenire sul problema prima che sia troppo tardi è ridurre la produzione di plastica a partire da quella frazione, spesso inutile e superflua, rappresentata dall’usa e getta. Per questo abbiamo lanciato una petizione (no-plastica.greenpeace.it) per chiedere alle grandi aziende di smetterla con la plastica monouso. Solo così riusciremo ad impedire che sempre più tartarughe saranno vittime dell’inquinamento da plastica.

fonte: www.greenpeace.org

Una rete piena di gamberi e plastica: ecco cosa si pesca ogni giorno nei nostri mari











Una giornata con lo stesso peschereccio quattro anni fa e oggi: le immagini impressionanti dei rifiuti raccolti in mare in Salento. «Se continuiamo a inquinare così nel 2050 nuoteremo in un mare fatto dal 50% di pesci e 50% di plastica»
 - Iacopo Gori - Video di Francesco Sena /Corriere Tv



Una rete piena di gamberi rossi. E di plastica. Succede nei mari bellissimi del Salento ma è la realtà quotidiana in qualunque altro mare italiano o mediterraneo. I dati del Wwf secondo cui «ogni anno nel mar Mediterraneo sono 570mila le tonnellate di plastica che finiscono in acqua, l’equivalente di 34mila bottigliette al minuto» sono una drammatica realtà documentata in maniera chiara anche con queste immagini.

«Ho rifatto a fine gennaio la stessa giornata di pesca sullo stesso peschereccio quattro anni dopo. E ho messo a confronto i video che ho fatto le due volte, sono immagini impressionanti (qui il video integrale). Il problema della plastica in mare è diventato spaventoso. C’è una ricerca che dice che se continueremo con questo tasso di emissioni di rifiuti in mare entro il 2050 la plastica sarà uguale alla biomassa della fauna ittica: nuoteremo in un mare fatto dal 50% di pesci e 50% di plastica» dice Francesco Sena, 30 anni, apneista salentino che, oltre a raggiungere 50 metri di profondità senza bombole, sa usare bene anche video e social (è un influencer, anche se non vuole essere definito così). Sicuramente un esperto e appassionato di mare che documenta in diretta lo stato dei nostri mari. Un uomo che passa oltre 250 giorni l’anno nel Mediterraneo.

«Abbiamo rifatto quattro anni dopo la stessa giornata di pesca a bordo di un peschereccio, a 20 miglia dalla costa tra Gallipoli e Marina di Ugento. I pescatori stanno facendo un lavoro eccezionale: separano il pescato dalla plastica e grazie alla nuova normativa adesso possono riportare in porto la plastica raccolta in mare e mandarla a smaltire. Prima venivano multati se riportavano a terra i rifiuti raccolti durante la pesca perché per la legge diventavano loro stessi produttori di rifiuti».

«Sembra incredibile ma era così prima della legge Salvamare dell’ottobrePaolo D’Ambrosio 2019» dice Paolo D’Ambrosio, direttore dell’Area marina protetta di Porto Cesareo in Puglia, assai sensibile al tema dell’inquinamento da plastica e microplastica. «Noi come area marina protetta avevamo già iniziato due anni fa a fare accordi con i 150 pescatori della marineria di Porto Cesareo. Abbiamo realizzato un ecocentro recintato e videosorvegliato dove i pescatori possono e devono smaltire i rifiuti raccolti in mare. La regione Puglia sta facendo i sopralluoghi per creare presto un ecocentro in ogni porto. Stiamo pensando a una serie di incentivi per spingere i pescatori a raccogliere sempre di più la plastica. Ogni anno nel mondo produciamo 300 milioni di tonnellate di plastica: di queste 13 finiscono nel mare. Il 70% dei rifiuti vanno a finire in fondo al mare, quelli che rimangono in superfice sono il 25% circa. Nel Mediterraneo non si formano le isole di rifiuti come in Oceano ma il nostro è il mare più inquinato di plastica di tutti. Il sud dell’Adriatico è un’area predisposta per le correnti marine all’ accumulo di plastica galleggiante».

Quanto possono aiutare davvero i pescatori in questa lotta impari contro la plastica?
«I pescatori possono dare un contributo importantissimo anche se da solo ovviamente non può bastare: occorre cambiare le nostre abitudini e ognuno di noi, a ogni livello, dal diportista al pescatore dilettante al semplice turista in spiaggia, può fare la propria parte. Senza dimenticare il consumo consapevole: quando andiamo a comprare qualcosa siamo attratti dal prodotto meglio confezionato, ce lo dicono ricerche e studi. Ecco, noi dobbiamo essere più consapevoli quando facciamo la spesa: evitare utilizzo di plastica monouso, cercare di comprare prodotti con materiale riciclato, trovare prodotti con confezioni semplici invece di imballaggi complessi più difficili da riciclare. Se adottiamo tutti insieme questo modo di fare, possiamo cambiare anche le produzioni delle multinazionali. Loro fanno i prodotti che noi cerchiamo: se noi tutti da domani cerchiamo prodotti sostenibili, le multinazionali si metteranno a produrli. Non va dimenticato che siamo noi in massima parte che contribuiamo a inquinare».

Francesco Sena (Foto Virginia Salzedo) davanti Gallipoli - prosegue Francesco Sena - ho trovato un fiume di plastica. Sì, si nota anche a vista d’occhio l’aumento esponenziale della plastica e dei rifiuti: chiunque va in mare si trova davanti questa triste realtà. E bisogna fare tutti qualcosa al più presto prima che ci sia tanta plastica quanto pesce».

Sena ha iniziato a fare apnea molto presto. A 18 anni ha iniziato a girare per i centri diving di mezzo mondo: nel Mar Rosso una volta ha incontrato Umberto Pellizzari, atleta straordinario che ha stabilito record mondiali in tutte le discipline dell’apnea. Dopo un paio di anni, Pellizzari ha chiamato Francesco a lavorare con lui: oltre a diventare suo allievo e collaboratore (nonché amico), Sena è diventato lui stesso istruttore di apnea, ha fondato l’Apnea Salento e d’inverno gira il mondo a tenere corsi (l’ultimo a dicembre a Pechino).

Francesco è un uomo di mare, da sempre appassionato di apnea e pescaFrancesco Sena (Foto Virginia Salzedo) sportiva, di vela e navigazione che ora sta spostando un’altra volta la bussola della sua vita: «Se alcuni anni fa pensavo quasi solo a fare tuffi sempre più profondi e a pescare, poi a studiare e insegnare l’apnea che è una disciplina complessa e affascinante, sia fisica che psicologica, adesso - anche grazie ai video che posto sul mio canale Youtube o alle visite di tante persone sui miei profili social - ho capito che volevo e dovevo allargare l’orizzonte e divulgare quello di cui sento sempre più l’esigenza: l’amore e il rispetto per il mare e per l’ambiente».

fonte: www.corriere.it