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La ricarica dell’auto elettrica deve diventare un servizio pubblico

La proposta di Adiconsum in un emendamento al Collegato Ambientale.



La ricarica dei veicoli elettrici deve diventare un vero e proprio servizio pubblico: questa la proposta avanzata da Adiconsum, che vorrebbe inserire uno specifico emendamento su questo tema al Collegato Ambientale. Si tratta, ha commentato il presidente del Coordinamento FREE, G.B. Zorzoli, della classica “riforma a costo zero” che avrebbe dei riflessi importanti.

Il primo, ha spiegato Zorzoli in una nota, “è quello di dare la certezza della ricarica a chi sceglie un veicolo elettrico, compresa la qualità del servizio, mentre il secondo è quello di calmierare i prezzi del rifornimento elettrico che in alcuni casi, pochi per fortuna, è simile a quello del diesel”.

Il presidente di Adiconsum nazionale, Carlo De Masi, ha precisato che “l’emendamento si rende necessario alla luce del fatto che i soli incentivi all’acquisto dei veicoli elettrici non bastano e che occorre innanzitutto sviluppare correttamente la rete di ricarica dedicata, a cominciare dalle stazioni di servizio che devono realizzare colonnine fast per la ricarica dei veicoli”.

I soli incentivi all’acquisto dei veicoli elettrici non bastano, si legge nella motivazione dell’emendamento (allegato in basso). Occorrerà innanzitutto sviluppare correttamente la rete di ricarica dedicata, a cominciare dalle stazioni di servizio che devono realizzare colonnine fast per la ricarica elettrica dei veicoli. È del tutto evidente che lo sviluppo dell’utilizzo di veicoli elettrici passa anche attraverso la soluzione di due importanti questioni:
la certezza della qualità del servizio erogato e delle tutele all’utente da parte di chi fornisce il servizio di ricarica elettrica;
il prezzo dell’energia per la ricarica in pubblico deve essere a prezzi inferiori rispetto a quelli dei carburanti fossili.

La soluzione a queste due problematiche potrebbe venire dal riconoscimento del servizio di ricarica per i veicoli elettrici quale Servizio Pubblico, come del resto già avviene per il rifornimento con carburanti fossili. Con questo emendamento attraverso la modifica sia della Direttiva del Presidente del Consiglio dei Ministri 27 gennaio 1994 recante “Princìpi sull’erogazione dei servizi pubblici” sia della Legge 12 giugno 1990, n. 146 “Norme sull’esercizio del diritto di sciopero nei servizi pubblici essenziali e sulla salvaguardia dei diritti della persona costituzionalmente tutelati. Istituzione della Commissione di garanzia dell’attuazione della legge” si riconoscere la rete di ricarica elettrica quale servizio di “Pubblica Utilità” e conseguentemente la qualifica di “Servizio Pubblico. In questo modo si va a colmare una evidente lacuna normativa, garantendo, finalmente, a tutti i cittadini di passare alla mobilità elettrica con la certezza di ottenere gli stessi diritti previsti per i servizi pubblici.
L’emendamento proposto (pdf)

fonte: www.qualenergia.it

Ecco cosa ci sarà (davvero) nel Collegato ambientale, spiegato dal sottosegretario Morassut

Bonifiche e decarbonizzazione tra i temi al centro dei lavori, mentre per il dissesto idrogeologico sarà portato all’attenzione del Parlamento un decreto legge ad hoc























Sin dallo scorso autunno c’è grande attesa per il prossimo Collegato ambientale alla legge di Bilancio, che dovrà dare corpo all’annunciato Green new deal: nei giorni scorsi sono circolate delle bozze di lavoro spacciate per testi definitivi o quasi, che il ministero dell’Ambiente si è però affrettato a smentire parlando di «indiscrezioni giornalistiche inattendibili». Quali saranno dunque i temi al centro del provvedimento, e quando verrà presentato un testo organico? Lo abbiamo chiesto a Roberto Morassut, sottosegretario al ministero dell’Ambiente.
«In questa fase – spiega Morassut – stiamo lavorando su dei materiali preliminari che comprendono contributi degli uffici e degli organi tecnici, consultivi e legislativi del ministero dell’Ambiente oltre ai contributi liberi delle forze politiche di maggioranza. Quello che è filtrato sulla stampa è quindi un materiale eterogeneo, “un brogliaccio” non ancora selezionato, e dunque privo di attendibilità.
La selezione dovrà avvenire, in primo luogo, in relazione al quadro europeo e alle linee strategiche su cui si assesterà la Commissione europea per impostare il Green new deal, in primo luogo dal punto di vista delle risorse economiche disponibili e degli obiettivi.
Partendo da questa “visione” costruiremo il testo del Collegato nel lavoro della maggioranza e nel confronto con altri ministeri, in un lavoro organico e di squadra, perché la prospettiva di una svolta verso la sostenibilità ed un nuovo modello di sviluppo non è un tema settoriale ma una grande scommessa politica e di civiltà. Vogliamo allargare il confronto anche alle realtà produttive, associative e professionali, agli attori economici. Il Collegato può essere un grande momento di confronto sul futuro del Paese e quindi la partecipazione deve essere larga. Comunque vogliamo darci tempi rapidi.
C’è piena sintonia con il ministro sulle strategie e sugli obiettivi che rappresentano un punto qualificante del programma di governo, e sui quali il ministro è impegnato con grande energia. Nel ministero c’è un bel clima di collaborazione e con tutti gli uffici coinvolti riusciremo a portare a sintesi un lavoro così articolato».
Nonostante il 91% dei Comuni italiani sia soggetto a rischio idrogeologico, il nostro Paese – come testimoniato da ultimo anche dalla Corte dei conti – fa molta fatica a spendere anche le pur insufficienti risorse disponibili per arginare il fenomeno: nel Collegato ambientale sono previste misure per sbloccare i cantieri?
«Per quanto riguarda il dissesto idrogeologico vogliamo portare all’attenzione del Parlamento un decreto legge. Nulla più del tema del dissesto merita di essere trattato con “urgenza”. I tempi del Collegato non sono compatibili con la necessità di intervenire subito, apportando modifiche significative ad una macchina operativa che, nel tempo, si è caricata di troppe stratificazioni per le continue e non sempre efficaci manomissioni al modello operativo.
La mia opinione è che bisogna far funzionare bene le risorse economiche e professionali di cui lo Stato dispone, migliorandone le prestazioni e rimettendo ordine nel processo operativo, chiarendo meglio chi fa cosa. Considero, in questo quadro, essenziale restituire alle Autorità di bacino un ruolo vero e non solo formale di indirizzo e programmazione, come deliberato dalla legge n. 183 dell’89.
Un primo tema è l’esatta mappatura del rischio. Oggi la mappatura avviene per via essenzialmente amministrativa, attraverso la trasmissione presso il Rendis da parte delle regioni della priorità degli interventi. Occorre, invece, migliorare la capacità di lettura e prevenzione su base scientifica e tecnologica, utilizzando al meglio i sistemi di telerilevamento spaziale (di cui l’Italia è leader mondiale) e il monitoraggio a terra, anche grazie alla rete impiantistica di Terna che può aiutarci a monitorare il comportamento dei suoli e le modifiche profonde che essi subiscono incessantemente. Questi elementi vanno incrociati con il lavoro di Ispra, in primo luogo, sull’Inventario dei fenomeni franosi.
In secondo luogo, va affrontato il tema operativo della spesa e delle opere. Deve crescere la capacità tecnica delle Regioni e dei Comuni di progettare ed appaltare. E vanno chiariti i ruoli di tutte le strutture di supporto che possono fornire un contributo tecnico a questo aspetto dell’azione dei Comuni e delle Regioni. In particolare mi riferisco al ruolo di Invitalia, di Sogesid, dei Provveditorati alle opere pubbliche o della stessa Cassa depositi e prestiti.
Serve un “sistema” di soggetti tecnico – operativi di altissima efficienza, che consenta al ministero di erogare i fondi e di controllarne quindi meglio l’effettivo utilizzo. Questa priorità è importantissima per accrescere la fiducia nelle istituzioni ed il senso di sicurezza delle popolazioni.
Non escludo, in linea di principio, che in certe situazioni possa essere utile anche l’intervento diretto dello Stato, attraverso reparti militari di alta capacità tecnica e operativa per accelerare opere che vanno a rilento o realizzare interventi particolarmente urgenti. Di questo vorremo discutere al ministero della Difesa».
Un’ampia fase di stallo interessa anche le bonifiche dei Siti d’interesse nazionale (Sin), che dopo decenni sono concluse solo per il 15% dei suoli e il 12% delle acque sotterranee. Quali strumenti è possibile mettere in campo?
«Nel Collegato inseriremo un mandato al Governo per presentare una legge delega nella quale riformare completamente la parte del 152/2006 (Testo unico per l’ambiente) che tratta il tema delle bonifiche.
In linea di massima posso anticipare questo: vogliamo coordinare la legislazione sul tema del danno ambientale e delle bonifiche, che oggi viaggiano su due binari paralleli. La conseguenza di questo è che l’individuazione dei responsabili degli inquinamenti non ha la certezza necessaria e quindi diventa tutto più lento. L’individuazione certa della responsabilità di un’area inquinata è il primo passaggio e va risolta con tempi più certi. In secondo luogo vi è il tema della certificazione della analisi del rischio che ci restituisce l’intensità dell’intervento di bonifica. Anche qui il meccanismo è farraginoso.
Per affrontare questi temi il ministero dell’Ambiente ha istituito una Direzione generale specifica sulle bonifiche, che ha iniziato a lavorare con grande impegno».
All’inizio di gennaio il Governo ha inviato a Bruxelles il Piano nazionale integrato energia e clima (Pniec), ma dopo poche settimane lei ha dichiarato che – come poi confermato anche dal ministro Costa – il testo sarà rivisto per rispondere agli obiettivi più sfidanti proposti dall’Ue. Quali progressi si attende?
«Il lavoro svolto dal ministero dell’Ambiente (d’intesa col Mise) sul Pniec è stato importante e resta un patrimonio fondamentale. Ma dobbiamo tener conto che siamo in un momento di grande accelerazione sul tema della transizione energetica sia per quanto riguarda gli obiettivi indicati dall’Europa (che vogliamo cogliere) sia per quanto riguarda l’evoluzione tecnologica e dei sistemi di approvvigionamento, oltre che delle fonti.
Si stanno aprendo interessanti prospettive per l’idrogeno ma intanto occorre rafforzare l’impegno sulle rinnovabili. Sul solare termico, l’eolico e sull’elettrico con un occhio particolare rivolto alle città. Tanto che uno degli obiettivi più ravvicinati dovrebbe essere proprio quello di riconvertire tutto il trasporto pubblico locale all’energia pulita nell’arco di pochi anni, meno di un decennio.
Nello stesso tempo occorre compiere uno sforzo maggiore sul tema del contenimento delle emissioni di CO2, con investimenti sulle infrastrutture verdi, sulla riconversione di alcuni settori industriali (e qui c’è il tema di Taranto e del settore siderurgico) e sulla questione della rigenerazione urbana in funzione del contenimento del consumo di suolo e della riconversione industriale dell’edilizia, puntando su nuovi materiali, nuove tecnologie impiantistiche, nuove forme urbane non estensive ed un riciclo dei materiali da costruzione attraverso uno specifico End of waste.
Come vede sono temi che faranno parte del Collegato ambientale, e che influiscono però sugli obiettivi del nuovo Pniec».
Nel frattempo però gli investimenti in energie pulite languono sul territorio, strozzati dalla sindrome Nimto (non nel mio mandato elettorale) prima ancora che dalla Nimby: il comparto della geotermia ad esempio sta vivendo mesi particolarmente difficili dopo che il precedente Governo non ha previsto il rinnovo degli incentivi nel decreto Fer 1. Adesso l’approccio sembra stia cambiando, ma il decreto Fer 2 atteso per febbraio ancora non si vede: il ministero dell’Ambiente crede nello sviluppo della geotermia? Quale tempistiche prevede?
«Il Mise sta lavorando con solerzia allo schema di decreto Fer2, sul quale come ministero dell’Ambiente daremo il nostro contributo. Sul punto geotermia il ministro Patuanelli ha espresso orientamenti convincenti. L’adozione del Pniec comporta una rivisitazione globale del rapporto del nostro Paese con le rinnovabili. Mettere al bando carbone e fonti fossili non può coniugarsi con il mantenimento di presupposti, spesso ascientifici, sulle rinnovabili. Fotovoltaico, eolico e geotermia e ogni altra fonte rinnovabile sono la scelta operata dal Governo con il Pniec, naturalmente minimizzando o annullando ogni tipo di impatto ambientale».
fonte: www.greenreport.it

Acquisti verdi, il ministro Costa punta sui Cam e lancia il brand “Ecologia integrale”

«Plastic free non è una guerra all’industria»



















Criteri ambientali minimi all’interno del Collegato ambientale. E Cam più facili di come sono adesso. Sono queste le promesse che il ministro dell’ambiente Sergio Costa ha fatto nell’ambito del forum Compraverde Buy Green organizzato dalla Fondazione Ecosistemi e giunto alla sua tredicesima edizione, che si è conclusa venerdì scorso a Roma. «Voglio che i Cam funzionino – ha continuato il ministro – e mi impegnerò al massimo per far sì che avvenga, anche perché mi serviranno per definire un nuovo brand, quello dell’Ecologia integrale, che unisca alla sostenibilità ambientale anche quella sociale, perché non è ammissibile premiare un prodotto green che è stato fatto per esempio sfruttando il lavoro dei bambini».

Nel suo intervento Costa non ha potuto fare a meno di soffermarsi sulla cosiddetta ‘tassa sulla plastica’, chiedendo aiuto alle imprese e distinguendo tra plastica ‘cattiva’ e plastica ‘buona’: «Plastic free non è una guerra all’industria – ha detto – aiutateci con proposte concrete e ben fatte perché questa tassa sia applicata solo sulle plastiche né riciclate né riciclabili. Anche perché la norma europea sull’Iva agevolata per la plastica riciclata che dovrebbe arrivare a breve mi piace tantissimo e spero a gennaio di cominciare a lavorarci per un pronto recepimento anche nel nostro Paese».

Sollecitato da una domanda dal pubblico il ministro ha poi fatto chiarezza sulle terre e rocce da scavo, che non si possono riutilizzare in loco. «E’ un problema di caratterizzazione del materiale – ha spiegato – però stiamo cercando di fare in modo che laddove le caratterizzazioni diano esito positivo si possano utilizzare in loco risparmiando trasporti ed emissioni».

Infine nell’elencare le cose fatte a tempo di record (il decreto clima) quelle su cui si stalavorando (legge di stabilità e collegato ambientale) e quelle in arrivo (i vari cam che vedranno la luce nei prossimi mesi), il ministro si è permesso anche una battuta politica: «non chiedetemi perché in un mese abbiamo fatto molte più cose che in tutto il governo Conte1 – ha concluso – diciamo che si è aperta una nuova stagione, davvero green, dove la sostenibilità è un pilastro condiviso da tutti».

fonte: www.greenreport.it

Pomezia primo comune a incentivare il vuoto a rendere

Il Consiglio Comunale di Pomezia ha votato l’inserimento in bilancio dello sconto TARI nei confronti di quegli esercenti che aderiranno al vuoto a rendere
















Il decreto ministeriale sul vuoto a rendere è entrato ieri vigore. A partire dal prossimo febbraio, per un anno, ristoratori ed esercenti potranno partecipare volontariamente al nuovo esperimento italiano di economia circolare: al momento dell’acquisto di bevande in imballaggi riutilizzabili, verseranno una cauzione che sarà data indietro al momento della restituzione dell’imballaggio usato. Un modo per iniziare mettere dei paletti alla produzione di rifiuti, permettendo al contempo di sensibilizzare la propria clientela 

Niente di nuovo, dunque rispetto ad una pratica che era quasi la norma a metà del secolo scorso. Ecco perché nel Lazio c’è qualcuno che ha voluto rilanciare. Parliamo di Pomezia, primo comune d’Italia a proporre di incentivare il vuoto a rendere. In realtà il progetto va ben oltre una semplice proposta: la città è pronta ad approvare uno sconto sulla tariffa dei rifiuti per quanti entreranno a far parte del nuovo sistema virtuoso.

Come spiega il deputato del MoVimento 5 Stelle Stefano Vignaroli (firmatario del provvedimento inserito nel Collegato Ambientale) “Oggi il Consiglio Comunale di Pomezia ha votato l’inserimento in bilancio dello sconto TARI nei confronti di quegli esercenti, e di tutti i soggetti della filiera, che aderiranno al vuoto a rendere. Un provvedimento importante da parte del Sindaco Fucci, che spero e chiedo venga replicato da altri Comuni”

Il progetto nazionale, pur non prevedendo nessun onere o costo aggiuntivo per i consumatori, non fornisce al momento alcun incentivo. Un elemento che per Vignaroli potrebbe esporre la “ad un esito fallimentare”. “Che pochi esercenti aderiscano alla sperimentazione, che partirà a febbraio e durerà un anno, è quello che vogliono le lobbies degli imballaggi inutili che tanto hanno osteggiato la nostra iniziativa parlamentare – continua il deputato pentastellato -. Pomezia è il primo Comune d’Italia che ha osato fare ció che il Governo non ha saputo e voluto fare”.

fonte: www.rinnovabili.it

Vuoto a rendere per bottiglie di birra e acqua: al via sperimentazione














Ritorna il vuoto a rendere per le bottiglie di birra e acqua. Il Ministero dell’Ambiente ha deciso di dare il via ad una sperimentazione di un anno per una pratica che vuole incoraggiare il consumatore a restituire l’imballaggio, limitando i rifiuti e l’impatto ambientale.
Nella pratica viene restituita al consumatore finale una piccola cauzione versata al barista o al commerciante al momento dell’acquisto, se vengono riportate le bottiglie vuote. Questa abitudine era molto in voga negli anni ’80 del secolo scorso. Dal prossimo 10 ottobre, secondo le disposizioni pubblicate sulla Gazzetta Ufficiale, ritornerà ad essere applicata.

Con l’attuazione di una misura del cosiddetto “Collegato Ambientale” previsto dalla legge di stabilità del 2014 il sistema di incentivazione dovrebbe valere per il momento soltanto per un anno. Riguarderà in particolare i contenitori che hanno un volume compreso tra 0,20 e 1,5 litri. I bar, i ristoranti, gli alberghi e i negozi che aderiscono all’iniziativa porteranno al loro ingresso un simbolo, che aiuterà il consumatore a comprendere fino in fondo quali sono i punti in cui sarà possibile restituire le bottiglie.
La microcauzione da versare al momento dell’acquisto per i commercianti è in proporzione al volume dell’imballaggio ed è compresa tra 0,05 e 0,3 euro. Il denaro verrà restituito dal grossista quando gli stessi commercianti renderanno i vuoti. Si vuole quindi instaurare un sistema a catena, per sensibilizzare sull’importanza del riciclo e del riutilizzo e per diminuire la produzione dei rifiuti.

Le bottiglie con questa pratica possono essere riutilizzate più di 10 volte, prima di essere gettate come scarti. Si aspettano grandi risultati, che saranno tracciati attraverso un apposito sistema di monitoraggio. Viene assicurato che la cauzione non dovrebbe contribuire ad aumentare il prezzo di acqua e birra.
Il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti ha definito importante il valore dell’iniziativa per un Paese proiettato nell’economia circolare. Ha sottolineato che già tutto ciò viene attuato con grande successo in altri Paesi, come per esempio la Germania ed altri Stati dell’Europa del Nord, in nome del risparmio e della salvaguardia dell’ambiente.

fonte: www.greenstyle.it

Niente cassonetto, rifiuti meglio al mercatino delle pulci

Proposta legge Carrescia (Pd), 'seconda vita' taglia-tariffa
 © ANSA 

Niente cassonetto, meglio il mercatino delle pulci o le fiere e botteghe dei rigattieri. E chi evita un rifiuto per offrirgli una 'seconda vita', non solo fa prevenzione ma abbatte anche l'impronta ecologica. Con il risultato che i cittadini virtuosi, bravi cioè a 'regalare' una seconda vita agli oggetti, potranno anche avere una riduzione della tariffa sui rifiuti (Tari). Questo lo spirito alla base di una proposta di legge dedicata alla prevenzione della produzione di rifiuti, presentata dal deputato del Pd, Piergiorgio Carrescia, alla Camera.
Il testo di legge, spiega proprio Carrescia, ''ha l'obiettivo di coniugare la riduzione dei rifiuti, stimolare gli operatori del settore dell'usato e muovere l'interesse dei comuni che avranno meno rifiuti da smaltire. Al rifiuto che viene così sottratto allo smaltimento sarà conferito un'impronta di carbonio pari ad un valore economico che porterà poi alla riduzione della Tari''. Un concetto, quello espresso in questa pdl, che parte dal Collegato Ambientale, cioè dal fatto che è possibile ora prevedere delle riduzioni tariffarie anche nel caso di ''attività di prevenzione di rifiuti'', e questo in proporzione alla quantità di rifiuti non prodotti. La pdl tiene perciò insieme i concetti di riduzione di rifiuti, decarbonizzazione, integrazione tra cittadini, aziende del recupero e soggetto pubblico. Il testo si poggia su quattro articoli: l'istituzione del registro nazionale delle reti del riuso, con due sezioni (operatori privati e centri pubblici); la gestione è affidata al ministero dell'Ambiente. Vengono descritti i requisiti che deve possedere la rete per l'iscrizione al registro, oltre agli obblighi degli iscritti.
Infine viene stabilito il modo con cui il contribuente, che ha sottratto il rifiuto al ciclo abituale, può ottenere la riduzione della Tari. ''Il testo ha un valore simbolico molto significativo - osserva il direttore di Legambiente Stefano Ciafani - tra i motivi principali, oltre alla prevenzione e al tema del 'riuso', quello che incrocia la tariffazione puntuale che, quando tutti i Comuni riusciranno ad avere, sarà la svolta definitiva per il nostro Paese''.

fonte: www.ansa.it

RIFIUTI: DECRETO GALLETTI, ARRIVA METODO CALCOLO UNICO RACCOLTA DIFFERENZIATA

Il 28 giugno 2016 il Ministero dell'ambiente ha emesso un comunicato stampa in cui annuncia che nei giorni scorsi è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto attuattivo delle Linee guida per il calcolo della percentuale di raccolta differenziata dei rifiuti urbani. (16A04762) (GU Serie Generale n.146 del 24-6-2016).
Viene così introdotto a livello nazionale un metodo di calcolo unico della raccolta differenziata dei rifiuti urbani e assimilati a cui tutte le Regioni dovranno attenersi nel dotarsi dei propri metodi di calcolo e di certificazione.
Il decreto, che attua l’articolo 32 del Collegato Ambientale, permetterà un reale confronto dei risultati tra le diverse aree geografiche del territorio nazionale e tra i Comuni, calibrando i tributi comunali a seconda dei livelli di raccolta raggiunti e certificati dalle Regioni.


Il decreto, che attua l’articolo 32 del Collegato Ambientale, permetterà un reale confronto dei risultati tra le diverse aree geografiche del territorio nazionale e tra i Comuni, calibrando i tributi comunali a seconda dei livelli di raccolta raggiunti e certificati dalle Regioni.

Al computo della percentuale di raccolta differenziata non sono applicate correzioni di tipo demografico in quanto la percentuale  di raccolta differenziata è calcolata come rapporto tra quantitativi di rifiuti raccolti e quantitativi totali di RU prodotti.


Il testo del decreto si compone di varie parti:


l'introduzione con l'articolo 1
l'allegato con le linee guida
una prima parte del provvedimento in formato grafico (in pdf) contenente le "Finalità ed ambito di applicazione" e il " Quadro normativo di riferimento"
una ultima parte sempre in formato grafico (in pdf) contenente il "METODO ID CALCOLO DELLA RACCOLTA DIFFERENZIATA" e la "tabella" con “Elenco codici EER da utilizzare ai fini del calcolo della percentuale di raccolta differenziata”

L’Italia della raccolta differenziata – afferma il ministro dell’Ambiente Gian Luca Gallettiviaggia ancora a diverse velocità, anche a causa della confusione generata da strumenti di calcolo differenti da una Regione all’altra, cui segue un’ovvia difficoltà nel rendere omogenea l’applicazione del tributo. Queste linee guida nazionali sono funzionali a portare tutto il nostro Paese verso l’economia circolare, adeguandolo agli standard europei di differenziata e superando la realtà delle discariche in cui purtroppo va ancora gran parte dei rifiuti nazionali”.

Qui il link al testo della Gazzetta Ufficiale

fonte: Rete Nazionale dei Comitati Rifiuti Zero

Giornata per le vittime dell’amianto, se non si bonifica si continuerà a morire

Casale Monferrato sarà amianto-free entro il 2020. Ma in Italia restano almeno 2mila scuole e 300mila edifici contaminati e il numero delle oltre 21mila vittime è destinato a salire

Entro il 2020 Casale Monferrato sarà libera dall’amianto”. Questa la promessa della sindaca Titti Palazzetti, nella città che ha pagato, con oltre tremila vittime, il prezzo più caro a eternit. Un modello di speranza, nel bel paese contaminato da 300mila siti e con 3mila vittime ogni anno, epidemia record tra le 15mila in Europa e le 100mila nel mondo. Così la Regione Piemonte si impegna, con il nuovo piano, a bonificare entro il 2025 gli oltre 100mila siti contaminati. Nelle giornate di studi per i sindaci liberi dall’amianto, in corso nella città piemontese, insieme alle iniziative di Afeva, verrà presentato anche un documento, coordinato dall’Anci, davanti ai rappresentanti del ministero dell’Ambiente, delle commissioni di inchiesta parlamentari sugli ecomafie e sugli infortuni sul lavoro. Così Casale Monferrato continua a marcare stretto il governo Renzi a beneficio di tutte le comunità contaminate d’Italia.
Il piano nazionale amianto non finanziato e le scuole da bonificare
E se nella giornata internazionale in ricordo delle vittime dell’amianto brilla per l’assenza il ministro della Salute, per contro non mancherà l’ex ministro Renato Balduzzi, colui che proprio a Casale l’8 aprile 2013  aveva presentato il Piano nazionale amianto. Piano che ancora giace senza finanziamenti in conferenza Stato-Regioni, mentre nella legge di Stabilità sono state messe in campo risorse per 45 milioni l’anno, dal 2015 al 2017. Fondi a pioggia, ma non ancora insufficienti, secondo Giorgio Zampetti, responsabile scientifico di Legambiente: “Chiediamo al Governo un impegno ancora maggiore sul tema dell’amianto su scala nazionale, per avviare da subito le bonifiche di tutti i siti industriali e la rimozione dell’amianto dagli edifici e dalle strutture ancora contaminate“. Come le oltre duemila scuole e i luoghi pubblici ad alta frequentazione. E i 6.913 stabilimenti industriali ancora da bonificare che, secondo la mappa del ministero dell’ambiente, non ancora aggiornata, sono invece 779.
Le indagini della commissione d’inchiesta sugli infortuni
E proprio dalla senatrice Camilla Fabbri, presidente della commissione d’inchiesta del Senato sugli infortuni sul lavoro, che ha fortemente voluto l’Assemblea nazionale amianto del 30 novembre scorso, arriva la sollecitazione alle stesse istituzioni centrali e regionali: “Per vincere la battaglia contro l’amianto occorre coordinamento e trasparenza – conferma la senatrice a Wired – per questo stiamo lavorando, come promesso, al testo unico sull’amianto che presenteremo entro il 30 novembre 2017, che dovrebbe riunire le oltre 400 norme regionali e nazionali sull’amianto”.
Intanto, continua l’attività di indagine della commissione, vedi l’audizione all’associazione italiana esposti amianto (AIEA) e Medicina Democratica, che ha portato nelle aule del Senato le testimonianze drammatiche degli ex-operai degli stabilimenti Enichem e Montefibre dell’area industriale di Ottana, a cui Inail ha negato il riconoscimento di esposizione all’amianto. Così come le ispezioni alle fabbriche contaminate, tra cui l’ex-Isochimica di Avellino, per spingere ad un’accellerazione delle bonifiche. “Su Isochimica sono stati stanziati fondi nella legge di stabilità e sarà audito anche il presidente della regione Campania”, sottolinea Fabbri, che annuncia un’altra iniziativa sul patrocinio gratuito a carico dello stato, in accordo con il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, per tutti  i cittadini che potranno costituirsi parte civile nei processi.
Il ritardo dei piani regionali e la mappatura nazionale incompleta
Se Casale Monferrato si conferma la buona pratica nazionale contro l’asbesto, da imitare e sostenere, per mappatura, bonifiche, smaltimento, cure mediche, (in attesa della prossima udienza del processo Eternit bis il 31 maggio), moltissimo rimane da fare negli altri comuni e nelle altre regioni italiane.
Secondo le stime di Wired, appunto, oltre 300mila edifici e siti sono ancora contaminati. Dato ricavabile sommando i dati di mappatura aggiornati di Piemonte e Lombardia nel 2015, sollecitati dalla nostra inchiesta un anno fa, e i dati della mappa ministeriale pubblicati a dicembre 2015, che riporta 41.350 siti contaminati. Secondo il censimento di Legambiente nel rapporto Liberi dall’amianto, Abruzzo, Calabria, Molise, Puglia, Sardegna sono ancora sprovviste di un Piano regionale approvato o in via di approvazione. Censimenti e mappature vanno a rilento in dieci regioni su venti.
Se non si bonifica, si continuerà a morire
Intanto però, l’amianto ha causato 21.483 vittime accertate da Inail, solo per mesotelioma, tra il 1993 e il 2012 di cui ben 4.215 in Lombardia, a cui si aggiungono le persone che si sono ammalate nel frattempo. Dati sottostimati, ricordiamolo: secondo l’Aiom, associazione italiana di oncologia medica, sono almeno tremila vittime l’anno, una ogni otto ore, almeno tre persone al giorno. Prima si bonifica, quindi, prima calerà il numero delle persone esposte e di conseguenza il numero di coloro che potrebbero ammalarsi.
Perché l’amianto, oltre essere causa del tumore maligno marker, il mesotelioma, è causa di almeno altri dieci tipi di tumore alle vie respiratorie e agli organi interni, come accertato dallo Iarc. Tanto che la stessa Inail ha ammesso che andrebbe estesa l’attività di sorveglianza epidemiologica anche alle altre neoplasie amianto-correlate. E come emerge dal V rapporto Renam di Inail, pubblicato dopo mesi di sollecitazioni da parte di Wired, il 30 novembre 2015, l’esposizione di tipo ambientale o ignota, è in aumento,  fino al 23,1% con picchi al 30%, come in Lombardia.
Il doppio ruolo di Inail
Eppure, perdura il continuo braccio di ferro tra gli ex-lavoratori esposti all’amianto e l’ente pubblico reputato, anche con la riforma di Tito Boeri, presidente dell’Inps, all’accertamento dell’esposizione alla fibra, requisito per accedere ai benefici pensionistici e alle indennità per la minore aspettativa di vita. Un ultimo caso emblematico, quello dell’ex-operaio della Breda di Sesto San Giovanni, Silvestro Cappelli, colpito di tumore alla laringe, raccolto dal Comitato per la difesa della salute nei luoghi di lavoro.
L’Inail si è sempre rifiutata di riconoscere al lavoratore la malattia professionale, nonostante avesse certificato nel 2006 la sua esposizione all’amianto, costringendolo ad andare in causa per far valere i suoi diritti. Nell’udienza di primo grado, il tribunale di Monza, nei giorni scorsi, ha riconosciuto l’eziologia professionale fra cancro alla laringe e l’esposizione all’amianto con il 60% di danno biologico, condannando l’Inail al risarcimento e alla costituzione di una rendita.
Il presidente della Repubblica non risponde, il papa accoglie
Un braccio di ferro continuo, come ribadisce da Bologna, Salvatore Fais, ex esponente sindacale delle Officine grandi riparazioni, che è arrivato a scrivere per la seconda volta, al presidente della repubblica, Sergio Mattarella, senza ottenere però nessuna risposta. “Eppure i dati ufficiali dell’Emilia Romagna dicono che fino a giugno del 2015 i decessi per mesotelioma in regione sono stati 2.588, di cui solo 853 per cause professionali”. Bisogno di giustizia che ha spinto le delegazioni degli ex esposti e familiari delle vittime dell’amianto dalla Sicilia, dalla Basilicata e dalla Lombardia a chiedere e ottenere un’audizione a papa Francesco. I lavoratori venuti a contatto con l’asbesto nei luoghi di lavoro in Italia sono stati oltre 560mila. Per solo 1.500 di essi, sono in corso 50 processi, in tutta Italia.
Vigilare sullo smaltimento e sulle discariche
Come ricorda, sempre Giorgio Zampetti: “Bisogna completare il censimento e gestire con attenzione i sistemi e gli impianti per il trattamento e lo smaltimento dei materiali contenenti amianto“. Lo smaltimento rimane, infatti, l’altro anello debole della catena, essendo solo 24 gli impianti autorizzati (a marzo 2015) a ricevere materiali contenenti amianto distribuiti in solo 11 Regioni (Sardegna, Piemonte, Toscana, Emilia, Lombardia e Basilicata, Abruzzo, Friuli, Liguria, Puglia e la Provincia autonoma di Bolzano), ma con volumetrie a disposizione sempre in costante calo. Su 414mila tonnellate di rifiuti contenenti amianto ben 254mila tonnellate sono stati esportati principalmente in Germania e poi in altri paesi esteri (dati Ispra 2015).
E se di questo passo “ci vorranno 85 anni per smaltire i 32 milioni di tonnellate di cemento amianto“, citando il presidente dell’Inps Boeri, occorre vigilare attentamente sulla filiera dello smaltimento per evitare l’infiltrazione delle ecomafie e lo smaltimento illecito nell’ambiente. È avvenuto nell‘Emilia Romagna post terremoto, con le scuole ricostruite con i rifiuti contaminati dall’amianto dalle aziende in odor di ‘ndragheta, stava avvenendo a Bari, per la bonifica del sito di interesse nazionale Fibronit, appalto riaggiudicato ad altre aziende, dopo il ricorso al Tar, contenzioso che ha bloccato i lavori per quattro anni. Così in Piemonte, dove falsi addetti di Arpa hanno contattato i proprietari di immobili nel biellese e nel vercellese tanto che la stessa Agenzia regionale ha dovuto diramare un avviso pubblico per allertare i cittadini su possibili truffe.
“Ci sono molte situazioni anche di dimensioni più piccole, oltre i grandi siti di interesse nazionale sparse per la penisola – ribadisce a Wired Alessandro Bratti, presidente della commissione bicamerale d’inchiesta sulle ecomafie – Certo è che i costi dell’esportazione del cemento-amianto all’estero, per più della metà dei rifiuti speciali contenenenti amianto e i pochi impianti presenti in Italia, concorrono ad un rallentamento delle stesse bonifiche“. La soluzione? “Come per tutta la filiera dei rifiuti in Italia occorre maggiore controllo pubblico e certo la presenza di impianti comunali e regionali diffusi, sul modello di Casale, potrebbe essere la soluzione per vincere le resistenze delle popolazioni“. E per farlo occorrerà, di certo, operare con la massima trasparenza, quella che anche Wired insieme a oltre 69mila cittadini italiani, sta chiedendo alle istituzioni italiane con la petizione #AddioAmianto,  sulla mappatura e sulle bonifiche della fibra killer, sui dati epidemiologici e sulla filiera dello smaltimento. Di certo se ne riparlerà sul palco del Wired Next Fest.
Chiedi trasparenza sull’amianto in Italia. Firma la petizione #AddioAmianto su Change.org
Scopri anche le mappe, i dati e gli altri articoli de Il Prezzo dell’Amianto su Wired Italia

fonte: http://www.cittadinireattivi.it/

C’era una volta un piano nazionale per l’amianto

Il testo unico sull’amianto annunciato dal Governo tarda ad arrivare. E intanto in Italia, tra smaltimenti al rilento e illeciti ambientali, 4mila persone muoiono ogni anno per patologie correlate all’asbesto


amianto

In Italia l’amianto è fuori legge dal 1992. Ma a 24 anni dalla messa al bando l’asbesto continua a colpire, allungando la lista delle vittime con numeri che hanno superato abbondantemente le cinque cifre. Nel nostro Paese si contano 4mila decessi l’anno per malattie correlate all’esposizione alle fibre di questo minerale che, nel tempo, si è guadagnato la triste fama di “killer silenzioso”: dall’esposizione alla patologia conclamata (mesotelioma e carcinoma polmonare) può passare anche un periodo di incubazione di 30 anni.

L’eredità del passato

Perché di amianto si muore ancora? Perché – tempi della malattia a parte – è ancora troppo diffuso e i programmi di smaltimento presentano diversi nodi da sciogliere.
Per capire si deve partire dal passato: dal 1880, data in cui ha avuto inizio l’estrazione per scopi industriali, fino al 1992, data della messa al bando, la produzione italiana di amianto ha registrato un incremento vertiginoso, passando da poche centinaia di tonnellate, a oltre cinque milioni di tonnellate l’anno.
L’Amiantifera di Balangero, in provincia di Torino, ha rappresentato fino al 1990 la più grande miniera in attività d’Europa e una delle prime nel mondo.

E sebbene le prime ricerche a dimostrare i danni dell’asbesto sulla salute umane risalgano agli anni sessanta, si è continuato a produrre manufatti sino al 1986, con le ormai note conseguenze sulla salute di quanti in quegli anni hanno lavorato, o in alcuni casi semplicemente abitato in prossimità, agli stabilimenti di Eternit e Fibronit.

Eternit

La mappa incompleta dell’amianto in Italia

Dal passato al presente, i dati non sono più confortanti: le stime (per difetto) di CNR-Inail parlano di ben 32 milioni di tonnellate presenti nel territorio sotto varie forme. Il Programma nazionale di bonifica dei Siti di Interesse Nazionale conta 75mila ettari di territorio in cui è accertata la presenza di materiale in cemento amianto, e il Ministero dell’Ambiente riporta oltre 44mila siti contenenti amianto di cui 2.236 bonificati e 41.350 ancora da bonificare.
Peccato che le stime non siano complete: solo dieci regioni hanno concluso il censimento e la mappatura dei siti contaminati, la Calabria non ha mai inviato il report annuale e altre cinque regioni (Marche, Abruzzo, Molise, Puglia e Basilicata) non hanno fornito i dati del 2014.

Tra ritardi e illeciti

Ad un’informazione a singhiozzo si aggiunge il fattore illegalità sia nello smaltimento che nell’import.
In Italia sono solo 24 gli impianti autorizzati (Marzo 2015) a ricevere materiale contenente amianto distribuiti in solo 11 Regioni (Sardegna, Piemonte, Toscana, Emilia, Lombardia e Basilicata, Abruzzo, Friuli, Liguria, Puglia e la Provincia autonoma di Bolzano) ma con volumetrie a disposizione sempre in constante calo e costi di smaltimento elevatissimi. Un elemento che favorisce la diffusione di pratiche illecite.
Come spiega oggi, in occasione della Giornata mondiale delle vittime dell’amianto, Alberto Zolezzi, deputato M5S in Commissione Ambiente e in Commissione ecomafie “l’amianto è smaltito illegalmente e finisce addirittura impastato nelle rocce di scavo, diventando manto stradale; sulla carta ci sono tonnellate di amianto che vengono smaltite nelle discariche in Germania ma come con la commissione rifiuti abbiamo appurato, non c’è traccia di sversamento laddove indicato dai documenti”.

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Come se non bastasse l’Italia appare tra i primi importatori di asbesto dall’India: tra il 2011 e il 2012 abbiamo importato 1040 tonnellate di fibre d’asbesto per un importo di circa 26mila euro (dati dell’Indian Minerals Yearbook).

Che fine ha fatto il testo unico sull’amianto?

E ancora, il governo aveva annunciato un testo unico sull’amianto che accorpasse la normativa in materia, oggi competenza delle Regioni e di vari Ministeri, di cui però, ricorda Zolezzi, “ancora non c’è traccia”.
I primi passi avanti si sono compiuti con la legge di stabilità del 2015 con cui sono state messe in campo risorse pari a 45 milioni all’anno (dal 2015 al 2017) per la bonifica dei siti industriali più critici, e con il collegato ambientale che prevede ulteriori agevolazioni per la rimozione delle coperture in cemento amianto.

Ma si tratta di strumenti ancora insufficienti, chiarisce il responsabile scientifico di Legambiente Giorgio Zampetti. “Chiediamo al Governo un impegno ancora maggiore sul tema dell’amianto su scala nazionale, per avviare da subito le bonifiche di tutti i siti industriali e la rimozione dell’amianto dagli edifici e dalle strutture ancora contaminate – a partire dai circa 400 siti individuati come prioritari tra cui scuole ed edifici pubblici – rendendo così operativo quanto previsto nel piano nazionale amianto presentato nel 2013 ma ancora fermo”.

fonte: www.rinnovabili.it

Pronto il Collegato ambientale, ma l’economia circolare gira ancora a vuoto


flussi di materia

Il Collegato ambientale, o per meglio dire il ddl sulle “Disposizioni in materia ambientale per promuovere misure di green economy e per il contenimento dell’uso eccessivo di risorse naturali” è stato approvato in via definitiva alla Camera con 169 sì, 32 no e 11 astenuti. Si chiude così un percorso legislativo partito ormai due anni fa: paradossalmente, il ddl nato come “collegato ambientale” alla legge di Stabilità 2014 ha visto la luce proprio nello stesso giorno in cui il Parlamento ha dato il via libera alle legge di Stabilità… 2016. Nel mentre ne è passata di acqua sotto ai ponti – compreso l’annuncio del premier a gennaio 2015 di un “Green act” poi scomparso – ma dopo numerosi passaggi parlamentari l’Agenda verde dell’allora ministro dell’Ambiente Orlando mantiene molto dell’impianto originario. Con pregi e difetti.
L’approvazione del Collegato ambientale è stata accolta con tiepido entusiasmo dagli ambientalisti, e il maggior pregio del ddl rimane forse quello di riportare carica e attenzione politica alle tematiche ambientali. Il presidente della commissione Ambiente della Camera, Ermete Realacci, individua il cuore del Collegato ambientale nelle «misure che rafforzano il recupero e il riciclo delle materie prime seconde, quelle per la riduzione della quantità di rifiuti prodotti e le disposizioni in sostegno della mobilità sostenibile insieme alla strategia nazionale per lo sviluppo sostenibile». Temi trasversali, che il Collegato ambientale affronta a tratti con carica innovativa, ma con assai scarso mordente.
Si pensi all’art. 56, che tra le «Disposizioni in materia di interventi di bonifica da amianto» prevede l’istituzione di un credito d’imposta al 50% per la bonifica, con un «limite di spesa complessivo di 5,667 milioni di euro per ciascuno degli anni 2017, 2018 e 2019». Risorse fresche, per quanto assai limitate, ma non una parola sul dove poi l’amianto rimosso dovrà esser conferito: oggi i moduli dedicati nelle discariche, anche quando previsti, assai raramente vengono realizzati a causa della paradossale contrarietà delle comunità locali, e così l’amianto già presente sul territorio rimane in discariche a cielo aperto o viene spedito all’estero, con costi ambientali ed economici esorbitanti.
Ancora peggio per quanto riguarda gli incentivi per l’acquisto di prodotti derivanti da materiali riciclati – evocati per la prima volta nella legislazione nazionale, e di questo al Collegato ambientale va dato merito – per i quali neanche c’è la certezza del finanziamento. A titolo d’esempio, nell’art. 15 si parla ad esempio di «appositi accordi e contratti di programma» che il ministero dello Sviluppo economico e quello dell’Ambiente possono (non devono) stipulare, e per stabilire il livello degli incentivi «anche di natura fiscale»si rimanda a un decreto che dovrebbe arrivare tra altri 6 (!) mesi; nel ddl torna poi l’illusione di far funzionare lo strumento degli acquisti pubblici verdi (Gpp), già da anni presenti nella normativa nazionale, senza prevedere sanzioni per gli inadempienti; per incrementare la raccolta differenziata e il riciclaggio (art. 23) si chiede a ogni regione di elaborare metodi standard per la contabilizzazione della raccolta (contabilizzazione che potrà dunque rimanere diversa da regione a regione), prevedendo un’addizionale all’ecotassa grazie alla quale finanziare gli incentivi per l’acquisto di prodotti e materiali riciclati, ma anche qui senza né premi né sanzioni per quanto riguarda gli obiettivi di riciclo. Molti dubbi sulla certezza dei finanziamenti per il riciclo, mentre dietro la criptica formulazione dell’art. 46 si nasconde una certezza per le discariche: potranno tornare ad accogliere rifiuti con potere calorifico inferiore superiore a 13mila kJ/kg, con un’inaccettabile spreco di risorse.
Più in generale, al netto di una certa dose di confusione e disorganicità, al Collegato ambientale non manca dunque la buona volontà nel promuovere il riciclo, ma l’impegno di risorse certe, che nel tempo sono invece state stanziate con successo per promuovere la rinnovabilità dell’energia. Sarebbe bastato intervenire abbassando il livello dell’Iva per i prodotti riciclati, ma si è invece scelto di perseguire strade di finanziamento incerte e accidentate, nella speranza che il decreto annunciato da qui a 6 mesi possa rimescolare le carte in tavola.
Nessun decreto potrà invece sanare una falla fondamentale, quella che vede ancora l’orizzonte dell’economia circolare racchiuso essenzialmente nella dimensione della raccolta differenziata e del riciclo degli imballaggi (che rappresentano il 7% dei rifiuti totali), senza un disegno organico che parta dall’origine, ossia dalla gestione dei flussi di materia che alimentano la nostra economia. Il Collegato ambientale, come ha commentato con grande onestà Realacci in Parlamento, rimane così un «provvedimento non risolutivo, per affrontare il tema della green economy dovremmo agire a 360 gradi, dai meccanismi fiscali alla stessa legge di Stabilità; mi piacerebbe che quella dell’anno prossimo avesse il segno di una sfida su una nuova economia a misura d’uomo». Proprio quello che la legge di Stabilità 2016, Collegato ambientale o meno, continua a non avere.

fonte: http://www.greenreport.it

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