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Se il riscaldamento globale spegne El Niño
L’Oscillazione meridionale – El Niño (ENSO) rallenta man mano che cresce la temperatura media della Terra. Non sappiamo come reagirà il sistema climatico del pianeta a questa...
Riscaldamento globale: nuovo record di CO2 in atmosfera
Superata
la soglia psicologica di 400 ppm nel 2016: i livelli di CO2 non
scenderanno più nei prossimi decenni anche con consistenti tagli alle
emissioni. Più vicino il punto di non ritorno
La concentrazione di CO2 in atmosfera ha superato la soglia di 400 ppm dall’inizio del 2016
e non scenderà sotto questo valore per decenni. In base alle
rilevazioni dell’osservatorio di Mauna Loa alle Hawaii, per quest’anno si prevede un aumento record di anidride carbonica, pari a 3,1 ppm. La media storica degli incrementi è 2,1 ppm e il pianeta si avvia a infrangere anche il poco invidiabile record stabilito nel 2015, quando l’aumento era stato di 3,05 ppm. L’accumulo di questi gas intrappola il calore, provocando il riscaldamento globale che intensifica le condizioni climatiche estreme sul pianeta.
Secondo la ricerca del Met Office britannico pubblicata lunedì sulla rivista Nature Climate Change e basata sui dati di Mauna Loa, le alte concentrazioni di CO2 dipendono in larga parte dal fenomeno climatico El Niño,
i cui effetti sono più devastanti a causa dell’aumento delle emissioni
di origine antropica. Gli scienziati stimano che un quinto della potenza
di El Niño derivi dagli incendi boschivi.
Convenzionalmente, gli scienziati del clima hanno fissato a 450 ppm la soglia critica di non ritorno
per il riscaldamento globale. Secondo il panel sui cambiamenti
climatici dell’Onu (IPCC), è necessario non superarla per nutrire
fondate speranze di trattenere il riscaldamento globale al di sotto dei
2°C.
Ma anche la barriera psicologica appena
infranta di 400 ppm ha la sua importanza. «Una volta superata ci vuole
molto tempo perché la CO2 sia rimossa dall’atmosfera da processi
naturali – afferma Richard Betts, prima firma dello studio sui dati di Mauna Loa – Anche se tagliassimo le emissioni, la concentrazione di anidride carbonica non scenderebbe per molto tempo». Per questa ragione ci si aspetta che l’osservatorio delle Hawaii non registrerà più valori inferiori a 400 ppm.
Lo scenario porta a ritenere che anche
la soglia di 450 ppm verrà superata nonostante gli sforzi. Secondo gli
scienziati potrebbe succedere nel giro di 20 anni. Tagli consistenti
delle emissioni ritarderebbero soltanto questo appuntamento.
fonte: www.rinnovabili.it
Il riscaldamento globale manderà l'Europa in freezer?
Due studi mostrano come finora si sia sottovalutato l'impatto che lo
scioglimento dei ghiacciai della Groenlandia sta avendo sulla
circolazione oceanica. Come già accaduto 12mila anni fa, potremmo andare
verso un arresto della corrente del Golfo, con conseguenze disastrose,
come un crollo delle temperature in Europa.

Una delle conseguenze più temute del
riscaldamento globale è l'impatto che lo scioglimento dei ghiacci avrà
sulla circolazione oceanica: c'è la possibilità che la corrente del
Golfo (che già ora sta rallentando) e altre importanti correnti
dell'Atlantico si alterino, fino a fermarsi e questo provocherebbe gravi
cambiamenti al clima mondiale, primo fra tutti con un crollo delle temperature in Europa, dove il clima ora è relativamente mite proprio grazie alla corrente del Golfo. Due nuovi studi
portano brutte notizie in questo senso: sembra che questi effetti si
manifesteranno in maniera molto più rapida e intensa del previsto.
Entrambi i lavori cercano di stimare la velocità con la quale lo scioglimento dei ghiacci della Groenlandia
possa arrivare a rallentare o, addirittura, a fermare la circolazione
oceanica, con probabili effetti diretti su scala mondiale, quali siccità
lunghe secoli nel Sudest Asiatico e una quasi glaciazione sul Nord
Europa.
Uno dei due studi, pubblicato dal tedesco Alfred Wegener Institute, tramite un modello di simulazione computerizzato
indaga su come l'acqua dolce che proviene dal rapido scioglimento dei
ghiacciai groenlandesi possa influire sulla circolazione dell'Atlantico
meridionale, cioè sul quel sistema che spinge nelle profondità acqua
fredda e salata e aiuta a trasportare masse di acqua più calda verso
Nord, a beneficio del clima europeo.
Secondo la ricerca, pubblicata su Geophysical Research Letters (vedi in basso), l'influsso di questo fenomeno fino ad ora è stato sottostimato.
Grazie ad un nuovo metodo di calcolo, infatti, i tre studiosi tedeschi
hanno quantificato in maniera più precisa la quantità di ghiaccio che si
scioglie e di acqua dolce e fredda che si riversa in mare, alterando le
correnti, dato che l'acqua dolce, essendo meno densa, rimane in
superficie pur essendo più fredda.
“Gli
studi precedenti - spiegano gli autori – in genere dovevano stimare la
quantità di ghiaccio sciolta e poi inserire manualmente l'acqua di
fusione nella simulazione o escludevano completamente il feed back tra
scioglimento dei ghiacci e salinità dell'oceano”. Secondo il modello
usato nello studio in certe aree vicino ai ghiacci che si sciolgono ci
sarebbe un calo della salinità del 7%, abbastanza da
alterare la circolazione profonda dell'oceano nel tempo, diminuendo la
quantità di calore trasportato dai tropici alle alte latitudini.
Quanto
pesanti possano essere gli effetti di un'alterazione delle correnti
oceaniche lo spiega il secondo studio (link in basso), che indaga sulla fusione dei ghiacci avvenuta circa 12mila anni fa,
nello stadiale del Dryas recente. Allora, alla fine di una glaciazione,
enormi volumi di acqua dolce si riversarono negli oceani, interrompendo
la circolazione oceanica e “rimandando in congelatore” parti
dell'emisfero boreale. Gli effetti che si ebbero allora si manifestarono
sia su tempi rapidi – come il calo delle temperature di circa 10 °C in
un decennio in Groenlandia – che per secoli, come le siccità e le anomalie climatiche che si manifestarono nel Pacifico meridionale per quasi mille anni.
In
genere i tempi di risposta di questi meccanismi sono molto lunghi e gli
effetti di quanto sta accadendo ora potrebbero non sentirsi prima di
qualche decade. Per contro la circolazione oceanica, e dunque il clima,
continuerebbe a cambiare per diverso tempo anche se riuscissimo ad
azzerare le emissioni di CO2 subito. Adattarsi insomma sarà comunque un
obbligo, ma certo più taglieremo i gas serra in fretta, meno danni avremo in futuro.
Il primo studio: "Response of Atlantic overturning to future warming in a coupled atmosphere-ocean-ice sheet model"
Il secondo studio: "Gradual onset and recovery of the Younger Dryas abrupt climate event in the tropics"
fonte: www.qualenergia.it
Clima: El Niño si intensifica, nel 2015 impatti senza precedenti
Secondo
l’Organizzazione meteorologica mondiale El Niño aumenterà la sua
intensità entro la fine dell’anno. Interagendo con il cambiamento
climatico avrà affetti imprevedibili
Erano almeno 15 anni che non si assisteva ad una forza climatica così sconvolgente. Parliamo di El Niño,
fenomeno metrologico che interessa le atmosfere e le acque dell’Oceano
Pacifico, causa inondazioni, siccità e una lunga serie di possibili
perturbazioni. Secondo l’Organizzazione meteorologica mondiale
(WMO) il 2015 sarà un anno da record: il fenomeno, che si verifica
normalmente nei mesi di dicembre e gennaio (in media ogni cinque anni)
dovrebbe intensificare ulteriormente la propria forza raggiungendo un
livello di intensità pari a quelli registrati nel 1972-73, 1982-83 e
1997-98 ma con effetti probabilmente peggiori. Per definizione si è in
presenza di El-Niño quando la superficie della parte centrale
dell’Oceano Pacifico manifesta un incremento della temperatura di almeno
0,5 °C per un periodo di tempo non inferiore ai 5 mesi. Questa però,
avverte il WMO, ci si aspetta che le medie trimestrali raggiungano un
picco di oltre 2 gradi sulle normali temperature.
Perché gli impatti dovrebbero esser
peggiori stavolta rispetto ai record toccati negli anni passati? Perché,
come spiega il segretario generale dell’Organizzazione Michel Jarraud “questo
evento sta avvenendo in un contesto senza precedenti. Il nostro pianeta
ha subito un’alterazione drammatica a causa del cambiamento climatico,
della tendenza generale verso un riscaldamento dell’oceano, della
perdita di ghiaccio nell’Artico e di oltre un milione di chilometri
quadrati di copertura innevata estiva nell’emisfero nord”. La
combinazione tra El Niño e il cambiamento climatico in atto potrebbe fa
sì che i due fenomeni interagiscano modificandosi a vicenda “in modalità che non abbiamo mai sperimentato”.
L’allarme era già stato lanciato questa
estate da NOAA, ossia il National Oceanic and Atmospheric Administration
che allora avvertiva : “Ci potrebbe essere un aspetto positivo in
quanto, finalmente si avrebbero delle piogge, anche al di sopra della
norma, dalla California centrale fino alla Florida e questo potrebbe
sollevare la popolazione da una siccità che dura da quattro anni e
che sta mettendo in ginocchio la regione. Al contrario, le Montagne
Rocciose, i Grandi Laghi, l’Alaska e le Hawaii potrebbero soffrire di
mancanza di precipitazioni ed essere interessati da un periodo di clima
più caldo”.
Gli impatti non saranno ovviamente limitati al Nord America. Nel Sud-Est Asiatico, El Niño è tipicamente associato a siccità e quest’anno ha contribuito in Indonesia a peggiorare gli incendi scoppiati sul territorio; in Asia e Africa meridionale, si ritiene abbia giocato un ruolo chiave nella scarsità di precipitazioni mentre in Sud America porta un aumento delle alluvioni.
fonte: www.rinnovabili.it
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