Cosa sono le microplastiche e le nanoplastiche? Si tratta di frazioni di plastica, anche di dimensioni microscopiche, disperse nell’ambiente, sia acquatico che aereo, che poi finiscono per contaminare anche il cibo che assumiamo tutti i giorni. In questo video realizzato dall’Autorità per la sicurezza alimentare europea (Efsa) vengono spiegati quali sono i rischi di questi contaminanti, di cui si conosce ancora poco sulle modalità interazione
con l’organismo umano.
fonte: www.ilfattoalimentare.it
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In questi giorni mi scrivono per comunicarmi indignazione e rabbia per un uso vigliacco di prodotti agricoli che causano la morte degli esseri viventi.
“Cosa sta facendo!” un’amica carissima dalla provincia di Bari mi racconta l’ennesimo teatro innaturale. Un vicino sta vaporizzando del veleno su un ciglio del suo campo, ciglio che confina con il suo. “Sto disseccando, ma non si preoccupi: lo faccio qui mica nel suo terreno.” “Ma è un pesticida!” “No, è un disseccante” ribatte costui. Se la cortesia precede l’arguzia, la mia amica si auto-colloca nella riserva dei panda.
Quell’enclave di cittadini consapevoli che non accettano un futuro già segnato e non possono più capire l’ottusa routine dell’agricoltura moderna.
Veniamo al punto. Pochi giorni fa la Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha definitivamente vietato l’uso dei neonicotinoidi. Si tratta di un momento storico, considerando che la battaglia legale è durata 8 anni. Per capire questa posizione definitiva dobbiamo risalire ad un altra sentenza, del 30 novembre 2020, in cui la Corte dei conti europea obbliga l’EFSA ad esprimere pareri chiari in merito all’uso dei pesticidi e all’applicazione del principio di precauzione ma sopratutto obbliga la Commissione Europea a rispettare il parere dell’EFSA ed approvare l’uso dei formulati in agricoltura solo se se sicuri. Dalla storia recente degli ultimi 5 anni, più del 50% dei formulati sono stati approvati con procedure di emergenza.
Come apicoltore ricordo bene la storia delle decisioni dei governi italiani in questi ultimi 10 anni in merito all’uso di pesticidi tra cui erbicidi, disseccanti, fungicidi, acaricidi, talpicidi, battericidi, nematocidi, insetticidi, molluschicidi ed altre categorie.
L’italia è uno dei paesi europei che usa maggiormente i pesticidi, secondo ISPRA erbicidi insetticidi e fungicidi sono disciolti nel 67% dei campioni delle acque superficiali e nel 33% di quelle sotterranee. L’Europa è anche forte nell’Export di pesticidi nei paesi extra UE che producono poi i cibi che ritornano in Italia.
Questo movimento, che nutre e costituisce l’ossatura del mercato libero globale, è fatto di pesticidi.
Pesticidi che si muovono tra nazioni, veleni che scorrono nelle arterie delle nostre regioni e finiscono nel mare. I danni si possono sintetizzare in 3 tipi. Danni irreversibili al suolo e al mare. Significa dover dipendere da altra chimica, inseguendo per sempre soluzioni inefficaci per ‘correggere’ la terra, essendo incapace di nutrire. Danni alla salute degli esseri viventi. Significa far cadere la sanità pubblica, a causa di malattie gravi anche letali, il cui nesso pesticida-malattia sta emergendo sotto traccia grazie alla ricerca scientifica. Danni al comparto agricolo e all’export italiano. Significa infine ridisegnare la geografia agricola, nella prospettiva peggiore in cui perdere l’identità della produzione italiana.
Sostenere di voler rispettare le regole di buon vicinato pensando che il disseccante agisca solo nel proprio fondo, è quasi ironico. Analizzando le api nell’astigiano, grazie all’ultimo servizio pubblicato su LAPIS (aprile/maggio 2021) scopriamo un apicoltore professionista si è dedicato a sue spese ad effettuare le analisi del miele che produceva. In questi anni ha rilevato presenze di Flonicamid in concentrazione di 129 ppb in ambiente frutticolo (il quale esplica una tossicità acuta già a 53,3 milionesimi di grammo per ape). Poi la Cipermetrina a una concentrazione pari a 1153 ppb in ambiente vinicolo (che esplica una tossicità acuta già a 0,4592 milioni di grammo per ape). Come fungicida ha rilevato Folpet e Phtalimide che hanno superato insieme i 34’000 ppm (tali formulati esplicano una tossicità acuta già a 10 microgrammi per ape). Ma venendo al glifosato dalle analisi effettuate ha riscontrato una concentrazione pari a 792 ppb. L’apicoltore ha affermato di aver trovato tracce di glifosato anche nel miele di alveari a più di 900 metri s.l.m. Tutto questo deve farci riflettere, al netto delle centinaia di campagne sull’ambiente, sul fatto che il veleno che viene applicato nelle nostre campagne non resta mai confinato nel perimetro della propria parcella ma corre e lo fa velocemente.
Vietare imidacloprid, clothianidin e thiamethoxam, una categoria di veleni certamente la più abusata e pericolosa, è una parziale vittoria. Considerando che ci sono voluti molti anni per una sentenza come questa, a fronte di sospensioni (e quasi mai divieti) dei rispettivi stati membri Italia compresa, ci troviamo davanti ad una sfida ancora più grande.
E’ una sfida culturale, rivolta a noi tutti. Non possiamo aspettare altri dieci o vent’anni per veder vietare altre 3 molecole, rispetto alle centinaia di formulati che vengono immessi nel mercato, di cui bastano pochi microgrammi per creare danni incalcolabili. Se non vogliamo perdere la nostra campagna e il primato della nostra identità, e se vogliamo stare in salute non possiamo sperare in ulteriori divieti.
Dobbiamo cambiare a monte il problema. E cioè cambiare il modo di fare agricoltura.
C’è una moltitudine di persone in Europa che ci crede, e dobbiamo prendere questa sentenza come un segnale forte, incontrovertibile di una possibilità di farcela. Contro i poteri forti e le lobbies della produzione agricola intensiva e contro le politiche che garantiscono ai contadini solo debiti e fatiche, il 2021 segna un punto a favore della terra e della sovranità alimentare.
La sfida è culturale perchè istituzioni, scuole, famiglie devono riaffermare le competenze e lo spirito di coltivare la terra senza scorciatoie perchè -lo ha detto la Corte di Giustizia dell’Unione Europea- le scorciatoie uccidono.
*Guido Cortese . Apicoltore
fonte: vociperlaterra.it
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La Commissione europea ha annunciato il ritiro dal mercato del mancozeb, un principio attivo presente in molti pesticidi e utilizzato in agricoltura per viti, pomodori e patate. La decisione, approvata in ottobre, scaturisce da una valutazione del rischio portata avanti dall’Agenzia europea per la sicurezza alimentare (Efsa), che ha confermato le criticità per la salute e per l’ambiente. Il mancozeb è anche un interferente endocrino per esseri umani e animali. A questo punto gli Stati membri dovranno revocare le autorizzazioni per i prodotti fitosanitarie che lo contengono il mancozeb entro la fine di giugno.
Stella Kyriakides, Commissaria per la Salute e la sicurezza alimentare, ha dichiarato: “La protezione dei cittadini e dell’ambiente dalle sostanze chimiche pericolose è una priorità per la Commissione europea. Ridurre la dipendenza dai pesticidi chimici è un pilastro fondamentale della strategia ‘Dal produttore al consumatore’ presentata la scorsa primavera. Non possiamo accettare che nell’UE vengano usati pesticidi dannosi per la nostra salute. Gli Stati membri dovrebbero ora revocare con urgenza tutte le autorizzazioni relative ai prodotti fitosanitari contenenti mancozeb“.
fonte: www.ilfattoalimentare.it
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Rischio introduzione OGM in Italia: in un comunicato, le associazioni si oppongono ad alcuni Decreti Legge in discussione in questi giorni.
Gli OGM potrebbero fare il loro ritorno in Italia, nonostante l’opinione pubblica si sia più volte espressa contro il ricorso a organismi geneticamente modificati in agricoltura. È quanto denunciano diverse associazioni, tra cui l’Associazione italiana per l’agricoltura biologica (AIAB) e Greenpeace. In un recente comunicato, i gruppi in questione hanno sottolineato come il Governo potrebbe “far rientrare gli OGM dalla finestra” e, per questa ragione, si chiede uno stop immediato.
Tutto nasce dalla discussione di tre proposte di Decreto Legge – la 208, la 211 e la 212 – su cui Camera e Senato starebbero discutendo in materia di sementi e materiale di propagazione.
OGM in futuro in Italia, la protesta
La questione nasce da un recente tentativo di approvazione di alcune tecniche di ricombinazione genetica (NTB), nonostante la Corte di Giustizia europea abbia già stabilito debba essere equiparata ai tradizionali OGM. Su una questione analoga proprio in questi giorni si era espressa anche l’EFSA, l’Agenzia Europea per la Sicurezza Alimentare, chiedendo all’UE di aggiornare le linee guida sulla valutazione del rischio dell’ingegneria genetica per le piante, poiché “non più pericolose della selezione vegetare tradizionale e delle tecniche transgeniche“.
Le tre proposte di legge sono al vaglio delle Commissioni Agricoltura di Camera e Senato e sarebbero relative alla gestione delle sementi in Italia e agli altri materiali di propagazione – come viti e piante da frutto – anche in presenza di ricombinazione genetica. Secondo le associazioni, si tratterebbe di un tentativo per reintrodurre gli organismi geneticamente modificati in Italia, proprio poiché la Corte di Giustizia ha stabilito che gli NTB sono equiparabili agli OGM, nonostante una legge già esistente che ne vieta la coltivazione e la commercializzazione.
Parole dure sono state espresse da AIAB in un recente comunicato, anche poiché il parere delle parti impegnate nella produzione agricola tricolore non sarebbe stato vagliato:
Siccome è semplicemente offensivo pensare che al Mipaaf e nel Governo ci siano persone ingenue che ignorano non solo il parere contrario, più volte espresso dai cittadini e dal mondo del biologico e dell’ambientalismo, ma leggi in vigore, sorge immediatamente il sospetto che ci sia in atto un nuovo tentativo fraudolento di sdoganamento di OGM travestiti da NBT.
Ancora, l’associazione sottolinea come i provvedimenti in corso di dibattimento non prendano invece in considerazione la protezione delle sementi contadine, essenziali per la conservazione della biodiversità:
Totalmente dimenticate le sementi contadine evidentemente di scarso interesse commerciale ma di altissimo valore per tipicità, biodiversità e capacità di adattamento. Così come non si tiene conto dei materiali evolutivi, meglio conosciuti come miscugli, che rientrano a pieno titolo nella normativa europea sul bio.
Infine, AIAB e Greenpeace denunciano come le bozze non includano ora nessun riferimento sulla tracciabilità di questi prodotti e, peraltro, come le multe per la mancata identificazione di vegetali OGM siano esigue. Si parla infatti dai 1.000 ai 6.000 euro.
Ci preme sottolineare con forza che nelle proposte di Decreto sono assenti tutte le tematiche relative alla tracciabilità e ai protocolli di laboratorio per verificare il tipo di modifica genetica effettuato e la verifica che non ci siano modifiche accidentali disseminate nel genoma; l’obbligo di dare atto del processo seguito per l’ottenimento delle varietà OGM con ogni riferimento alle tecniche utilizzate; test per la tracciabilità di eventuale materiale accidentale in campo; riferimenti su come eseguire le prove sperimentali in campo aperto visto che in Italia non potranno essere effettuate né potranno essere moltiplicati materiali in vitro senza strutture quali serre e laboratori di contenimento.
Dichiarazione di ISDE, WWF, Legambiente, FederBio, Slow Food, Apab, Aiab, Lipu, Pro Natura
Le scorse settimane è stato pubblicato un rapporto di EFSA (l’agenzia europea che si occupa della sicurezza alimentare) dal titolo “Cumulative dietary risk characterisation of pesticides that have chronic effects on the thyroid”.
Il report, riguardante i risultati di due studi pilota retrospettivi su rischi per la salute umana da esposizione cumulativa a multiresiduo di pesticidi per via alimentare, è giunto alla rassicurante conclusione che da tale esposizione non vi sarebbero conseguenze negative per alcuni effetti cronici sulla tiroide e per due effetti acuti sul Sistema Nervoso Centrale (gli unici indagati)
Lo studio affronta un problema di cruciale importanza per la salute pubblica, data la presenza di residui di uno o più pesticidi nel 40.6% degli alimenti, come riportato da EFSA in un report del 2018, in cui però non si faceva distinzione fra multiresiduo e singolo residuo. Dagli ultimi controlli eseguiti in Italia il multiresiduo è in aumento, sono presenti più di un pesticida nel 40% dei campioni di frutta e nel 15% delle verdure, con un massimo di 9 diversi pesticidi nelle fragole e 6 nell’uva da tavola.
Le associazioni ISDE, WWF, Legambiente, FederBio, Slow Food, Apab, Aiab, Lipu e Pro Natura ritengono che questo report dell’EFSA sia solo un esercizio di tipo matematico-statistico, costruito su un modello gravemente lacunoso, in cui si è ricercato solo quello che a priori era prevedibile non trovare, senza invece indagare su ciò che la comunità scientifica da tempo segnala. Per le Associazioni il report di EFSA è un grande “castello di carta”, le cui rassicuranti conclusioni non possono essere in alcun modo condivise. Esistono, infatti, numerose criticità sia di ordine generale che metodologico bene evidenziate nel documento di analisi prodotto dalle stesse Associazioni ambientaliste: Considerazioni sul report EFSA “Cumulative dietary risk characterisation of pesticides that have chronic effects on the thyroid”.
“Il report appare, più che uno studio finalizzato a tutelare la salute pubblica, un maldestro tentativo di assoluzione dei pesticidi e dell’attuale modello agricolo dipendente dalle sostanze chimiche di sintesi – dichiarano le Associazioni – la presenza di multiresiduo negli alimenti rappresenta un problema di grande rilievo per la salute pubblica ed è fonte di preoccupazione nella comunità scientifica e nella società civile, specie per gli effetti sulle componenti più sensibili della popolazione come i bambini, anche perché si assiste ad un aumento della percentuale di campioni con multiresiduo e del numero dei pesticidi presenti”.
Le Associazioni evidenziano inoltre che “la letteratura dispone ormai di consolidate conoscenze che attestano i vantaggi per la salute derivanti da una alimentazione biologica il cui incremento comporta riduzione nella incidenza di infertilità, malformazioni, allergie, otite media, ipertensione in gravidanza, sindrome metabolica, elevato indice di massa corporea, linfomi non Hodgkin. La salute dell’uomo non si può disgiungere da quella degli ecosistemi del Pianeta e sempre più si afferma, anche nel mondo accademico un modello agricolo che rigetta l’uso della chimica e si fonda su un paradigma completamente diverso, quello dell’agricoltura biologica che è l’implementazione pratica dei principi dell’Agroecologia”
In definitiva con questo report, l’EFSA, ha perso una buona occasione per recuperare credibilità e riconquistare la fiducia dei cittadini europei, valori già pesantemente offuscati dalla vicenda glifosate e dai pesanti conflitti d’interesse che hanno caratterizzato il percorso autorizzativo dell’erbicida per il suo utilizzo fino al 2022.
Dopo molti anni di studi e di collaborazione con l’Istituto nazionale olandese per la salute pubblica e l’ambiente (RIVM), l’EFSA ha pubblicato i primi due studi su un argomento cruciale: l’effetto cocktail (o cumulativo), in questo caso dei pesticidi, sulla tiroide e sul sistema nervoso. È questo, più che la valutazione della singola sostanza, il parametro che fornisce una visione chiara sulla pericolosità di un certo composto chimico assunto cronicamente, e magari da più alimenti ogni giorno.
La conclusione generale, in entrambi i casi, è rassicurante, anche se il livello di certezza raggiunto dall’analisi dei dati varia. Per i consumatori europei il rischio dell’esposizione alimentare cumulativa è inferiore alla soglia che fa scattare meccanismi normativi, cioè ai limiti di sicurezza, e questo vale per tutte le fasce di popolazione. Va detto che le sostanze analizzate sono quelle individuate dagli esperti come specifiche per questo tipo di rischio. I regolamenti europei prevedono che si tenga conto dell’effetto cocktail quandosi redigono i vari dossier e che questi ultimi siano aggiornati via via che si rendono disponibili nuove tecniche di analisi.
Non ci sarebbero rischi specifici per la tiroide derivanti dall’effetto cocktail dei pesticidi usati in Europa
Nello specifico, per quanto riguarda la tiroide, sono stati valutati i principali possibili effetti patologici (l’ipotiroidismo, l’ipertrofia delle cellule follicolari, il tumore e l’iperplasia) di oltre cento sostanze con due diversi sistemi di analisi (uno dell’EFSA e uno del RIVM). Le due strutture hanno incrociato i dati inviati dai sistemi di monitoraggio degli stati membri nel periodo dal 2014 al 2016, con quelli di dieci studi sulla popolazione condotti in diversi paesi e su fasce di età differenti (bambini, ragazzi e adulti). Il risultato è che sono sempre rispettati i limiti, e quindi non ci sarebbero rischi specifici per la tiroide derivanti dall’effetto cocktail dei pesticidi usati in Europa.
Alla stessa conclusione è giunto anche il secondo studio, condotto su più di 100 sostanze, e sullo stesso insieme di dati, sui possibili danni al cervello (tra i quali l’attività di un enzima associato alle demenze e le alterazioni motorie). Ora il lavoro prosegue. “Nei prossimi anni” si legge nel comunicato “verranno effettuate valutazioni sugli effetti dei pesticidi su altri organi e sulle funzioni organiche. L’EFSA sta attualmente definendo un dettagliato piano di attuazione con la Commissione europea”.
fonte: www.ilfattoalimentare.it
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La proposta sulla base di una nuova metodologia che consente di valutare il rischio per la salute di una miscela di sostanze chimiche, noto anche come effetto cocktail
L'Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) ha proposto di abbassare la dose settimanale tollerabile di un gruppo di quattro sostanze perfluoroalchiliche (Pfas), le più persistenti nell'ambiente. I Pfas sono sostanze largamente utilizzate in diversi settori industriali, ad esempio per rendere resistenti ai grassi e all'acqua i tessuti e i rivestimenti per contenitori di alimenti.
Il parere dell'Agenzia ne aggiorna uno precedente del 2018 su sole due sostanze prese individualmente ed è stato realizzato grazie alla metodologia MixTox, finalizzata nel 2019, che consente di valutare il rischio per la salute di una miscela di sostanze chimiche, noto anche come effetto cocktail. Efsa propone di fissare una dose settimanale tollerabile di 8 ng / kg di peso corporeo alla settimana per quattro Pfas. Il parere è in consultazione pubblica e tutti possono fornire dati, suggerimenti e indicazioni fino al 20 aprile 2020.
La professoressa Tanja Schwerdtle, presidente del gruppo di lavoro che ha coadiuvato il gruppo di esperti scientifici dell'EFSA sui contaminanti nella catena alimentare (CONTAM) a redigere questo parere sui PFAS, ha spiegato il lavoro che hanno svolto e che ha portato a queste conclusioni.
"Abbiamo proposto una dose settimanale tollerabile di gruppo (DST) per quattro PFAS principali che si accumulano nell'organismo, individuato i gruppi di popolazione più esposti e l'effetto critico collegato all'esposizione ai PFAS negli animali e nell’uomo. Abbiamo poi individuato gli alimenti che contribuiscono maggiormente all'esposizione a questi quattro PFAS, ovvero: acqua potabile, pesce, frutta, uova e prodotti a base di uova. (...)
Secondo la valutazione dell'esposizione dell'EFSA, i neonati, i bambini piccoli e gli altri bambini sono i più esposti. La gravidanza e l'allattamento al seno sono i principali fattori che contribuiscono all'esposizione dei neonati. La nuova DST è stata impostata in modo tale da proteggere i neonati da un'esposizione elevata.
Siamo interessati a ricevere riscontri su tutti gli aspetti del nostro parere scientifico. In particolare sarebbe utile ricevere, per un'ampia serie di gruppi di alimenti, un maggior numero di dati sulla presenza delle sostanze in questione ottenuti con metodi analitici più sensibili, che permettano di rilevare i PFAS a bassi tenori. Sarebbe auspicabile ricevere anche maggiori informazioni sulla potenza relativa dei 4 PFAS che abbiamo valutato, ma anche di altri rinvenuti negli alimenti."
Cosa sono i PFAS
Le sostanze perfluoroalchiliche, o PFAS, sono un gruppo di sostanze chimiche artificiali comprendente l'acido perfluoroottanoico (PFOA), il perfluoroottano sulfonato (PFOS), l'acido perfluorononanoico (PFNA), l'acido perfluoroesano sulfonico (PFHxS) e molte altre. I PFAS vengono prodotti e utilizzati sin dagli anni '40 in tutto il mondo in diversi tipi di applicazioni industriali. Alcuni PFAS come PFOA e PFOS, PFNA e PFHxS non si scompongono nell'ambiente né nell’organismo umano e possono accumularsi nel tempo. L'esposizione ai PFAS può causare effetti nocivi sulla salute. Le persone possono venire esposte ai PFAS in diversi modi, e uno di questi è il cibo. Gli alimenti possono venire contaminati da terreno e acqua inquinati utilizzati per coltivarli; dai PFAS concentratisi nell’organismo di animali tramite mangimi e acqua; da imballaggi alimentari contenenti PFAS; o anche da attrezzature contenenti PFAS durante le lavorazioni alimentari.
Il laboratorio di chimica e tossicologia dell’ambiente dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano ha individuato una ventina di composti che potrebbero essere utilizzati in sostituzione dei famigerati Pfas, gli acidi perfluroroalchilici che stanno causando un numero crescente di problemi all’ambiente e alla salute umana. La scoperta è arrivata nell’ambito di uno studio condotto con il ministero dell’Ambiente.
Al di là del dettaglio tecnico, il lavoro ha il pregio di dimostrare che, quando ci sono la volontà e il sostegno economico necessario, è possibile sviluppare composti chimici con caratteristiche analoghe a quelle di altre sostanze potenzialmente pericolose.
I Pfas sono presenti in una quantità incredibile di prodotti perché sono acidi molto forti e quindi particolarmente resistenti ai diversi tipi di degradazione. Sono molto stabili agli agenti chimici e termici, e impermeabili ad acqua e grassi. Si trovano:
negli oggetti domestici: nelle pentole come antiaderenti, nei detersivi come emulsionanti, tensioattivi o umettanti, in scarpe e abiti come pellicole invisibili idrorepellenti, e sempre come strati esterni in tappeti e rivestimenti di vario tipo; nei materiali da costruzione;
negli articoli medicali: la loro natura inerte li rende utilissimi per le protesi e per tutta una serie di dispositivi sia monouso che permanenti usati in ogni settore della medicina, compresi i camici;
nella lavorazione dei metalli, dei minerali e dei petroli;
nella carta e negli imballaggi repellenti a olio e acqua;
nell’aviazione e nel settore aerospaziale; nelle auto;
nei cavi, nei cablaggi e nei materiali elettronici;
nei prodotti antincendio.
I Pfas hanno contaminato le acque sotterranee delle province di Padova e Verona, in Veneto
La loro diffusione ha provocato vere e proprie crisi, perché se non gestiti adeguatamente possono filtrare nelle acque, accumularsi nelle piante ed entrare nella catena alimentare, con conseguenze sulla salute. Sono considerati interferenti endocrini, e anche se gli effetti sono ancora in via di definizione, si ritiene che l’assunzione vada evitata il più possibile. In Italia c’è stato il caso del Veneto, dove dal 2013 è stata segnalata la presenza di Pfas in acque sotterranee delle province di Padova e Verona. Nell’area colpita è stato necessario applicare con urgenza filtri al carbone per l’acqua potabile e, contestualmente, compiere analisi dettagliate e definire limiti della concentrazione accettabile, nonché avviare studio ancora in corso sulle conseguenze a lungo termine. La crisi ha provocato danni che ammontano almeno a 137 milioni di euro.
Nel frattempo paesi come la Danimarca stanno ragionando sul bando ai Pfas negli imballaggi alimentari, e l’Efsa, nel 2018, ha abbassato notevolmente i valori soglia, a riprova della grande preoccupazione attorno a queste sostanze.
Lo studio del Negri dimostra che i Pfas non sono insostituibili e che esistono almeno una ventina di sostanze che potrebbero prenderne il posto. Si legge nel comunicato: “A partire da questa lista il ministero ha l’obbiettivo di fornire degli orientamenti precisi alle aziende che ne fanno maggiore uso.” Si spera che lo faccia al più presto, e che le aziende lo ascoltino.
A Parma prenderà forma la prima sperimentazione territoriale in Italia, per allinearsi alla direttiva europea (SUP) che disciplina l’utilizzo della plastica monouso e che porterà le amministrazioni pubbliche ad intercettare bottiglie e contenitori in Pet destinati al beverage, per dare vita a nuove bottiglie. Si chiama “bottle to bottle” e Parma sarà la prima città italiana ad avviarlo, con una collaborazione tra pubblico e privato.
Il progetto viene presentato cogliendo la Settimana Europea per la Riduzione dei Rifiuti 2019 dall’Assessore alla Sostenibilità Ambientale del Comune di Parma Tiziana Benassi, da Giovanni Albetti, Direttore Consorzio Coripet e Antonio Manente Ufficio Stampa Iren Spa.
Efsa, da tempo, ha sviluppato le linee guida per tracciare la filiera di recupero di questi materiali che verranno applicate al progetto e ATERSIR ha dato parere favorevole all’avvio della sperimentazione che durerà fino alla fine del 2020. Il recupero del Pet si svolgerà in collaborazione tra Comune, Iren Ambiente e Coripet. Caratteristica principale dell’iniziativa è l’installazione di eco-compattatori posizionati in aree strategiche della città, al fine di avviare a riciclo bottiglie PET per produrre nuove bottiglie in PET riciclato.
“L’accordo che presentiamo oggi” ha sottolineato Tiziana Benassi “va a toccare una necessità stringente: quella della riduzione dei rifiuti. Ridurre rifiuti vuol dire non solo inquinare meno e salvaguardare la qualità dell’ambiente in cui viviamo, ma anche diminuire i loro costi di gestione. Il progetto agisce sulla riduzione della quota di plastica. Applica una buona pratica, soluzioni concrete di economia circolare. La premialità che offre ai cittadini, insieme alle campagne educative che lo accompagneranno ne fortificherà la diffusione e la partecipazione a Parma. I cittadini e le cittadine troveranno gli eco-compattatori a portata di mano, vicini alle loro abitudini di vita e pronti a smaltire un rifiuto voluminoso, ma facilmente trasportabile, che, grazie alle nuove tecnologie arriverà ad un nuovo e completo ciclo vitale“.
I raccoglitori verranno installati a Parma in luoghi di elevato passaggio, nei pressi di centri commerciali, negli spazi di grandi aziende del territorio e presso gli uffici pubblici, al fine di intercettare le bottiglie utilizzate fuori casa. Si tratta di compattatori di ultima generazione che andranno a raccogliere agevolmente bottiglie in PET usate e a “premiare” (tramite l’utilizzo di una card ed una APP) chi le raccoglie con regolarità.
Il pesticida clorpirifos non deve essere riautorizzato. È questa, in poche parole, la raccomandazione dell’Efsa, che ha dato il suo parere preliminare sull’opportunità di concedere una nuova autorizzazione al controverso insetticida. Il periodo di approvazione del clorpirifos scadrà infatti nel gennaio e la domanda di rinnovo depositata dai produttori è tuttora sotto esame da parte dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare.
Il parere dell’Efsa è stato pubblicato su richiesta della Commissione europea, a lavori per la revisione della sicurezza del clorpirifos non ancora terminati. Ma già con i dati a disposizione gli esperti hanno espresso preoccupazioni per i possibili effetti genotossici e neurologici che si possono verificare durante lo sviluppo. Timori sostenuti dai dati epidemiologici, secondo i quali i bambini sono la categoria più a rischio. Per questo motivo, spiega l’Efsa, non è possibile stabilire un livello di esposizione sicuro.
Il clorpirifos è un pesticida che appartiene alla categoria degli organofosforati ed è stato approvato per la prima volta nel 1965 negli Stati Uniti, con l’obiettivo di sostituire il famigerato DDT. Negli anni, tuttavia, molti studi hanno associato la sua presenza nell’acqua di falda e nei terreni a disturbi neurologici, soprattutto nei bambini.
Proprio a causa di questi studi, anche l’Environmental Protection Agency (Epa) americana era del parere che il clorpirifos dovesse essere bandito perché pericoloso per la salute. Questo almeno finché, con l’insediamento del presidente Trump alla Casa Bianca, a capo dell’agenzia non è arrivato Scott Pruitt, che ha subito deciso di non vietare l’insetticida, impedendo anche nuove rivalutazioni fino al 2022.
La plastica è oggi nell’occhio del ciclone per il suo impatto sull’ambiente e sulla salute dell’uomo. Il bando di alcuni prodotti tra cui posate e piatti di plastica è ormai certo e fissato per il 2021 (grazie a una Direttiva Europea), parallelamente si moltiplicano le ordinanze anti-plastica emesse da comuni, provincie e regioni che decidono di dire addio a questo materiale anzitempo (vedere lista allegata – PLASTICA Bandi in Italia). Gli interessi in gioco sono tanti, e a testimoniarlo ci sono numerosi riscorsi contro le ordinanze avviati in alcuni comuni siciliani, in Puglia e in Sardegna. Alcuni ricorsi si sono già conclusi con la vittoria dei produttori di stoviglie monouso (con alle spalle la Federazione Gomma Plastica/Unionplast prima promotrice dei ricorsi) e la conseguente sospensione dell’ordinanza, altri invece sono stati respinti.
Inevitabilmente si accendono però anche i riflettori su materiali che potenzialmente sostituiranno la plastica nelle situazioni in cui non potrà più essere impiegata: uno su tutti la carta.
Qualche giorno fa, l’associazione europea dei consumatori Beuc (che riunisce più di 40 associazioni nazionali tra cui Altroconsumo, la norvegese Forbrukerrådet, la danese Forbrugerrådet TÆNK e la spagnola Ocu) ha presentato uno studio mirato ad individuare potenziali criticità sull’impiego di carta da usare per i prodotti che dal 2021 non potranno più essere realizzati in plastica. Il rapporto denominato “More than a paper tiger” (più di una tigre di carta) , riporta i risultati delle analisi di laboratorio condotte su 76 articoli in carta colorata destinati a entrare in contatto con alimenti. Il gruppo comprende: tazze da caffè, bicchieri, piatti, cannucce, tovaglioli, sacchetti per il pane e imballaggi per alimenti come pasta, cereali e caramelle.
I campioni sono stati analizzati per verificare la presenza di ammine aromatiche primarie (una famiglia di composti, alcuni dei quali cancerogeni, altri sospettati di esserlo, che possono generarsi nei materiali a partire da sostanze autorizzate o sostanze usate per colorare i materiali) e di fotoiniziatori, come il benzofenone, (alcuni sospetti cancerogeni e collegati a proprietà di interferenza endocrina). Tra i 76 campioni, le ammine aromatiche primarie sono state rilevate nel 17% dei casi (13 campioni) di cui 9 “al di sopra dei limiti”: si è trattato principalmente di prodotti come cannucce e sacchetti per caramelle; valori contenuti, secondo lo studio, in un intervallo variabile tra 5 a 65 microgrammi per litro (ug/L).
Le ammine aromatiche primarie sono state rilevate nel 17% dei casi di cui 9 “al di sopra dei limiti
Sono stati rilevati fotoiniziatori e altre sostanze correlabili all’uso di inchiostri da stampa in quasi tutti i campioni di imballaggi testati; solo cinque campioni sono risultati negativi. Due campioni contenevano benzofenone ad alti livelli e in 50 campioni è stata evidenziata una potenziale migrazione eccedente i limiti dell’ordinanza svizzera che regola gli inchiostri in materiali a contatto (600 microgrammi per chilo di alimento per il benzofenone e 10 microgrammi per ogni chilogrammo di alimento per sostanze non contemplate nella legge svizzera).
Il riferimento a un’ordinanza svizzera e non a leggi di carattere europeo viene fatta perché per la carta (eventualmente stampata) non esiste una legislazione europea armonizzata (ogni Paese può stabilire una normativa propria, diversa da quella di altri Stati membri). Ad oggi valide legislazioni esistono in Italia, Germania, Francia, Olanda, Belgio ma le disparità sono evidenti. Se nel nostro Paese l’uso di carta riciclata è previsto solo per alimenti solidi secchi (sale, zucchero, riso, pasta secca) in Germania è ammesso l’uso per tutti i tipi di alimenti «previa verifica della conformità». Il problema è che la maggior parte dei Paesi europei è sprovvista di disposizioni in materia e questo rappresenta una gravissima mancanza.
Nel complesso i risultati sembrerebbero dimostrare che l’impiego di carta e cartone stampato per alimenti, porta con sé il rischio legato alla presenza di sostanze chimiche piuttosto problematiche in grado di migrare negli alimenti e non ancora valutate dall’Efsa. Le criticità maggiori sarebbero attribuibili, più che alla carta, agli inchiostri da stampa per gli imballi alimentari (miscele chimiche complesse di coloranti, leganti, solventi e additivi in cui possono essere impiegate oltre 5.000 sostanze diverse). I risultati dello studio di Beuc sono stati rilanciati da PRO.MO(gruppo produttori stoviglie monouso in plastica) sulle pagine del sito che intitola il comunicato “Imballaggi di carta e cartone per alimenti, possibili rischi per la salute”.
Importante sarebbe invece definire una soglia di sicurezza comune per definire un materiale “privo di rischi per la salute”
Sebbene i risultati ottenuti da Beuc siano pressoché in linea con quelli ottenuti in studi simili (nel 2016 il centro comune di ricerca – JRC – della Commissione europea a Ispra rilasciò una relazione sul contenuto di ammine aromatiche primarie in tovaglioli di carta colorata prelevati dai diversi Paesi europei), va precisato che alcune valutazioni non sono chiare.
Per esempio, per valutare la presenza di ammine aromatiche primarie non è chiaro se sia stata usata la soglia definita dal Regolamento Europeo sulle plastiche (pari a 10 ppb) o quella suggerita dal BfR, l’Istituto di valutazione del rischio tedesco (pari a 2ppb).
Nel rapporto BEUC si legge infatti: “nove campioni contenevano PAA al di sopra del limite stabilito nel regolamento sulla plastica (10ppb) oppure nelle raccomandazioni BfR (2ppb)”
La questione non è di poco conto perché se venisse preso come riferimento “2ppb”, probabilmente anche in molte plastiche si riscontrerebbero migrazioni eccedenti questo valore. Quante plastiche pur rispettando l’attuale legge Europea supererebbero la soglia di sicurezza richiesta dalla Germania? Questa è una domanda che oggi non ha risposta e che questo studio certamente non chiarisce: importante sarebbe invece definire una soglia di sicurezza comune usando lo stesso metro di valutazione per definire un materiale “privo di rischi per la salute”, indipendentemente dal fatto che si tratti di carta o di plastica.
“#EUandMyFood”, se preferite “l’UE e il mio cibo”,è il nuovo sito che l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (Efsa) ha creato con l’intento di informare i consumatori. Tre le sezioni principali: la prima dedicata al cibo, la seconda al benessere (compreso quello degli animali da reddito) e la terza all’ambiente. In ognuna di esse si trovano, in varie lingue (ma per ora non italiano, a parte un breve sommario iniziale e pochissime eccezioni), notizie su iniziative comunitarie e nazionali, informazioni, commenti di esperti e video didattici.
Così, per esempio, nella sezione dedicata al cibo, oltre a un video sulla sicurezza alimentare in Europa e a informazioni sulle scelte migliori per la salute, si possono trovare notizie sul consumo di insetti in Belgio. Si scope così che il Paese in attesa di direttive europee, sta applicando una politica di tolleranza, cioè una sorta di autorizzazione sotto osservazione per dieci specie di insetti, volta ad aiutare i cittadini a familiarizzare con questa importante fonte di proteine e sali minerali. Il sito ospita anche notizie sulle iniziative finlandesi per la promozione di una sana alimentazione, così come un video della Croazia per migliorare la comprensione delle etichette o, ancora, informazioni su ciò che sta facendo l’Austria per l’identificazione dei patogeni nel cibo.
Infine, nella sezione dedicata all’ambiente figurano aggiornamenti sul problema della Xilella in Puglia, sulle microplastiche nei mari europei e sulle paure dei cittadini in merito all’ubiquità della contaminazione, emerse in un’indagine tedesca. Ci sono anche informazioni sulle iniziative per la protezione delle api assunte in Belgio, oltre ad alcuni articoli e video sulla sostenibilità e sulla salute delle piante.
Il sito probabilmente richiederà alcuni aggiustamenti, ma rappresenta lo sforzo dell’Efsa di essere più vicina al cittadino europeo e di fare chiarezza su argomenti di grande interesse, a rischio di fake news. La fonte di riferimento che sarà utilizzata dall’Efsa per rilanciare le notizie sull’Italia è il sito del ministero della Salute, mentre per gli altri Paesi sono state scelte le varie agenzie per la sicurezza alimentare.