Capannori: Gli agricoltori riprendono la coltivazione della canapa
CAPANNORI Quasi cento ettari coltivati a canapa. Accade tra
le frazioni di S. Margherita e Pieve S. Paolo, dove due agricoltori si
sono accodati al progetto lanciato da un’azienda di Bientina grazie ai
finanziamenti della Regione. Il Comune ha fatto da
tramite, ha organizzato un seminario e ora si gode il successo, per
bocca dell’assessore all’ambiente Alessio Ciacci. «L’iniziativa ha avuto
molto successo – dice – Tanti a partecipanti al seminario e dalla
parole siamo passati subito ai fatti, con due agricoltori (Francesco
Pracchia e Marco Paganelli) che inizieranno a coltivare la canapa dalla
prossima primavera». La canapa in questione è la cannabis sativa,
utilizzata per creare pannelli isolanti che vengono utilizzati nella
costruzione delle case, ma anche materiale per realizzare mobili. Gli
impianti per trasformare la canapa prodotta a Capannori si trovano a
Bientina, dove la CanapaLithos Toscana ha la sua sede. Quello della
canapa nella Piana è di fatto un ritorno. Coltivazione diffusissima
soprattutto nei secoli scorsi e poi decaduta con il tempo e sotto la
scure di leggi proibizionistiche, la cannabis sativa è ora pronta a
tornare alla ribalta, in versione assolutamente eco-friendly. Della
canapa, infatti, non si butta niente, come spiega lo stesso Ciacci.
«Tutta la pianta viene utilizzata per realizzare i pannelli isolanti o
il materiale per i mobili. Inoltre, la coltivazione non necessità di
molta acqua, né di pesticidi. Infine, la canapa si inserisce
perfettamente nella rotazione dei campi, perché restituisce al terreno
sostanze preziose». Insomma, un prodotto che pare perfetto per
rilanciare il settore agricolo di Capannori, tanto che l’assessore
prevede un raddoppio dell’estensione delle coltivazioni tra un anno. Una
scommessa che Ciacci vuole vincere. «Altri agricoltori hanno mostrato
interesse e siamo certi che il progetto riscuoterà grande successo. Non
ci sono rischi d’impresa e i costi sono minimi, mentre la resa è sicura.
Non vedo perché non debba funzionare». Arianna Bottari – Il Tirreno
