Come si fa a parlare di decrescita ai paesi poveri, quelli che non
hanno ancora avuto modo di crescere, dove il problema da combattere non è
l’obesità, come in quelli ricchi, ma la denutrizione? Non è un controsenso? A chi ha troppo, anche se per l’economia di mercato non è mai abbastanza, si può proporre di moderarsi, anche perché il troppo è ormai la causa di tutti i suoi mali,
ma a chi ha troppo poco si può proporre di avere ancora di meno?
Sfidiamo pure le regole del mercato e a quel 20% della popolazione
mondiale che consuma l’80% delle risorse diciamo di frenare la loro
corsa e di lasciare qualcosa di più al resto del mondo, ma il reddito
dei paesi poveri non può non crescere se si vuole che escano dalla povertà. O no?
Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, che pagava a Cuba
lo zucchero a prezzi molto superiori a quelli di mercato, l’economia
dell’isola è entrata in crisi e la struttura produttiva agro-industriale
fondata sulla monocultura della canna da zucchero si è
disfatta. Gli agricoltori non avevano più i soldi per comprare il
carburante per le macchine agricole, i concimi di sintesi e tutte le
altre protesi chimiche necessarie alla produzione intensiva. Secondo i
dati della FAO, nel 1989 ogni cubano assumeva circa 3.000 calorie al giorno. Quattro anni dopo questo valore era sceso a 1.900. In pratica saltavano un pasto al giorno.
Poi qualcosa è cambiato: al posto delle colture di canna da zucchero sono spuntati migliaia di piccoli orti
in cui vengono coltivati frutta e verdura. In mancanza di prodotti
chimici il sistema agricolo è diventato di fatto biologico. È stata
vietata la macellazione dei buoi. L’istituto di ricerca per
l’agricoltura ha messo a disposizione il progetto di un aratro multiplo
per l’aratura e l’erpicatura. Si sono organizzate fiere in cui vendere
gli animali, sono nate botteghe di redini e finimenti. Il numero dei
fabbri è quintuplicato. I due terzi delle terre di proprietà statale
sono state ridistribuite a cooperative o singoli agricoltori, che hanno
potuto vendere le eccedenze. Dalle 50 mila coppie di buoi presenti a
Cuba nel 1990 si arriva alle 400 mila del 2000. Un sistema che ha
permesso ai cubani di riappropriarsi di quel pasto giornaliero che
avevano perso.[1]
La decrescita economica realizzata col passaggio dalla produzione per il mercato all’autoproduzione per autoconsumo,
dalla produzione di merci alla produzione di beni, dalla canna da
zucchero alla frutta e agli ortaggi, dalla quantità drogata chimicamente
alla qualità dei cicli naturali, ha accresciuto il benessere dei cubani e migliorato la qualità dell’ambiente in cui vivono. Li ha fatti diventare meno sviluppati e più ricchi.
Ora non solo mangiano di più (da 1.900 a 3.000 calorie al giorno), ma
mangiano meglio: più varietà e coltivate biologicamente. Ha ridotto l’occupazione e ha creato lavoro.
Non
solo, questo cambiamento di direzione ha arricchito il patrimonio
collettivo del sapere e del saper fare attraverso la riscoperta di
mestieri che emancipano dalle fluttuazioni dei prezzi imposti dalle
multinazionali in base ai propri interessi. Ora i cubani hanno di più
perché sanno di più. Hanno un reddito reale, fatto di beni, che dipende
soltanto dal loro lavoro. Non un reddito aleatorio come quello monetario. Ma sono tornati
dai meccanici agli artigiani del cuoio, dai giunti cardanici ai
finimenti, dai concimi chimici allo stallatico, dalle scatole di
conserva alla passata di pomodoro. È stato un progresso o un regresso?
Qualunque
sia la risposta che si vuole dare, sta di fatto che come si dovrebbe
evitare di mitizzare le società arcaiche, la vita agreste o le nazioni
che molti di noi nemmeno conoscono, si dovrebbe capire anche che il progresso e lo sviluppo,
per come li conosciamo, non sono solo portatori di benessere. In altre
parole, visti i risultati che stiamo vivendo sulla nostra pelle, si
dovrebbe smettere di mitizzare anche loro. Per farlo, però, abbiamo
bisogno di orientarci verso un nuovo modo di vedere l’economia, la politica, l’ambiente; un nuovo modo di approcciarci alla realtà.
Maurizio Pallante/Andrea Bertaglio
fonte: www.ilfattoquotidiano.it
