Bioenergia, l’Europa corregge il tiro

Economica, facile da produrre, ma anche redditizia, eterna e, come se non bastasse, pure ecologica. La carta d’identità della bioenergia (quella generata dalla combustione delle biomasse) ha il sapore di uno spot, ed esattamente come avviene per gli slogan che promettono l’impossibile, rischia di nascondere qualche insidia

Economica, facile da produrre, ma anche redditizia, eterna e, come se non bastasse, pure ecologica. La carta d’identità della bioenergia (quella generata dalla combustione delle biomasse) ha il sapore di uno spot, ed esattamente come avviene con gli slogan che promettono l’impossibile, rischia di nascondere qualche insidia. I dubbi sull’efficienza e la sostenibilità di questa pratica energetica, peraltro già noti e discussi, sono stati raccolti dall’Agenzia europea dell’Ambiente (EEA) che ha pubblicato un rapporto dal titolo: “Bioenergia in Europa da una prospettiva di efficienza delle risorse”. Considerando la crescita del settore che oggi - sempre secondo l’EEA – rappresenta circa il 7,5% della produzione energetica nell’Ue e oltre il 50% del comparto “rinnovabile”, l’obiettivo del rapporto è quello di ridurre gli effetti negativi sull’ambiente. «La bioenergia è una componente importante del nostro mix energetico – spiega il direttore dell’Agenzia, Hans Bruyninckx -, ma le biomasse forestali e il territorio produttivo sono risorse limitate e fanno parte del capitale naturale».

Qui emerge il primo problema: lo sfruttamento del territorio. Considerata la natura estensiva delle coltivazioni per produrre biomasse, c’è il forte rischio che venga sottratto spazio ad altri settori (come quello alimentare). E non solo. In assenza di un’ampia gamma di colture, il terreno va incontro a un impoverimento che spesso risulta irreversibile. Ma a ben vedere l’impatto ambientale è un limite che si riscontra anche negli impianti destinati all’eolico o al fotovoltaico, che nel nostro Paese restano i più utilizzati dopo l’idroelettrico. Secondo i dati diffusi da “Gse” (Gestore Servizi Energetici) nel 2012 in Italia gli impianti che sfruttano l’acqua hanno raggiunto una potenza di 18 mila MW, poco più di quelli che impiegano il sole (16 mila MW). Seguono vento (8 mila MW) e biomasse (4 mila MW). Volumi, quelli della bioenergia, che almeno da noi restano piuttosto modesti. E dire che sulla carta i vantaggi per i produttori non mancano. Si pensi alla possibilità di sfruttare anche vecchie centrali elettriche per la produzione di energia a differenza di eolico e fotovoltaico che richiedono, oltre a investimenti per la realizzazione di impianti ad hoc, anche condizioni favorevoli (vento e sole) per il funzionamento.

Ma fin dalle prime esperienze, sulle biomasse si è alzata una pesante ombra: quella delle emissioni. Da molti è considerata un’energia neutra, nel senso che l’anidride carbonica prodotta per la combustione viene compensata dalla crescita di nuove piante. Somma zero, quindi. Ma solo in teoria, perché solitamente trascorre molto tempo prima che un albero sia in grado di fotosintetizzare quantità di ossigeno pari a quelle bruciate. Spesso poi il legname o i materiali organici prima di arrivare a destinazione necessitano di essere trasportati, il che provoca un sovrapprezzo anche in termini di CO2. E ancora: se si realizza un impianto che oggi brucia legno (a impatto zero), chi ci garantisce che domani non venga utilizzato per smaltire rifiuti o altro? Dubbi che almeno in Italia hanno frenato la crescita del settore e che hanno portato il britannico “The Economist” a definire le biomasse «una grande truffa».

Gli stessi dubbi che, almeno in parte, oggi trovano conferma nel documento dell’Agenzia europea dell’Ambiente. Quella dell’EEA tuttavia non è una bocciatura. Semmai un invito a proseguire sulla strada della sostenibilità. Per esempio utilizzando le biomasse per produrre energia e calore contemporaneamente, evitando al contrario biodiesel e bioetanolo, bocciati a causa della scarsa efficienza. Poi preservando gli alberi più vecchi per non snaturare i territori (e continuare a “catturare” grandi quantità di anidride carbonica). Ma anche aumentando il ricorso agli scarti (di legni e piante) e l’utilizzo di colture perenni. Infine auspicando politiche per ridurre gli impatti ambientali. A quel punto, e solo allora, forse avrà senso parlare di un’energia davvero bio.

fonte: lastampa.it