LA VITTORIA DI PIRRO.

Foto: LA VITTORIA DI PIRRO.  

Malagrotta non inquina. 
Questa la sentenza che aveva emesso nel 2011 il Tar del Lazio dopo la consulenza di Massimo Grisolia ordinata dallo stesso Tribunale. Sembrava assurdo ma secondo la perizia i rifiuti sversati per quarant’anni nella discarica più grande d’Europa non avevano prodotto inquinamento, fino al punto da dichiarare che ”pur non potendo escludere un effetto indotto dalla discarica sul carico ambientale complessivo, la mancanza di significativi dati fa ritenere che non è possibile allo stato attuale esprimere margini diritti e quantificabili di riconducibilità all’attività espletata dalla discarica di Malagrotta”.
Eppure i Comitati continuavano a denunciare l’aumento di casi di tumore.
Uno studio condotto dall’Università Roma Tre dimostrava “una media di mortalità per cancro superiore al 28% rispetto alla media romana”.
L’ISPRA, l’Istituto per la Protezione e la Ricerca Ambientale,  a seguito di una comunicazione dell‘Arpa Lazio avvenuta nel 2003, dichiarava che “in tutta l’area della discarica sia presente una contaminazione diffusa delle acque sotterranee, esterne ed interne al sito, da parte di metalli ed altri inquinanti“.
Va da se che nel 2012 si decide di ricorrere al Consiglio di Stato che affida una nuova perizia al Politecnico di Torino.  Il risultato della perizia non lascia adito a dubbi:
«Appare evidente che i parametri di inquinamento riscontrati sono ragionevolmente attribuibili a percolato, tenendo conto che l’introduzione nella falda di materiale organico riducente (sostanza organica carboniosa, azoto ammoniacale, potenzialmente anche solventi di uso comune) induce nella falda stessa un fenomeno degradativo di tipo inevitabilmente anossico, capace di provocare riduzione degli elementi ossidati presenti nel terreno (ferro e magnese soprattutto) e conseguente loro lisciviazione».
Sembrerebbe una vittoria dei comitati, in realtà è solo la triste conferma del perché di tante malattie.Malagrotta non inquina. 

Questa la sentenza che aveva emesso nel 2011 il Tar del Lazio dopo la consulenza di Massimo Grisolia ordinata dallo stesso Tribunale. Sembrava assurdo ma secondo la perizia i rifiuti sversati per quarant’anni nella discarica più grande d’Europa non avevano prodotto inquinamento, fino al punto da dichiarare che ”pur non potendo escludere un effetto indotto dalla discarica sul carico ambientale complessivo, la mancanza di significativi dati fa ritenere che non è possibile allo stato attuale esprimere margini diritti e quantificabili di riconducibilità all’attività espletata dalla discarica di Malagrotta”.
Eppure i Comitati continuavano a denunciare l’aumento di casi di tumore.
Uno studio condotto dall’Università Roma Tre dimostrava “una media di mortalità per cancro superiore al 28% rispetto alla media romana”.
L’ISPRA, l’Istituto per la Protezione e la Ricerca Ambientale, a seguito di una comunicazione dell‘Arpa Lazio avvenuta nel 2003, dichiarava che “in tutta l’area della discarica sia presente una contaminazione diffusa delle acque sotterranee, esterne ed interne al sito, da parte di metalli ed altri inquinanti“.
Va da se che nel 2012 si decide di ricorrere al Consiglio di Stato che affida una nuova perizia al Politecnico di Torino. Il risultato della perizia non lascia adito a dubbi:
«Appare evidente che i parametri di inquinamento riscontrati sono ragionevolmente attribuibili a percolato, tenendo conto che l’introduzione nella falda di materiale organico riducente (sostanza organica carboniosa, azoto ammoniacale, potenzialmente anche solventi di uso comune) induce nella falda stessa un fenomeno degradativo di tipo inevitabilmente anossico, capace di provocare riduzione degli elementi ossidati presenti nel terreno (ferro e magnese soprattutto) e conseguente loro lisciviazione».
Sembrerebbe una vittoria dei comitati, in realtà è solo la triste conferma del perché di tante malattie.

Umbria verso Rifiuti Zero