L'annuncio anticipato di #ActOnClimate, l'"azione sul clima" di Obama è
arrivato ieri: le centrali elettriche americane dovranno ridurre le
loro emissioni di gas serra del 30% entro il 2030 rispetto ai livelli
del 2005. Gli obiettivi indicati dall'EPA, l'agenzia per l'ambiente Usa,
sono in un decreto che entrerà in vigore tra un anno.
È
“la decisione più importante nella storia americana nella lotta
all'inquinamento globale", come sostiene Al Gore? È un piano troppo
poco ambizioso nascosto dietro un trucco comunicativo, come osservano
alcuni ambientalisti? Oppure è un colpo micidiale all'economia americana
come denuncia la lobby delle fossili?
Tutti i dettagli delle nuove regole e dei loro impatti, per chi volesse approfondire, sono raccolti in questa pagina del sito dell'EPA. Per sintetizzare: si prevede di ridurre le emissioni del settore energetico del 26-27% rispetto ai livelli del 2005 entro il 2020 e del 30% entro il 2030.
Ogni Stato Usa potrà scegliere come raggiungere l'obiettivo, dosando i
vari ingredienti, che possono essere il passaggio dal carbone al gas
nella produzione elettrica, l'incremento dell'efficienza energetica, gli
obblighi di produzione da rinnovabili o altro ancora.
Le urla di allarme della lobby del carbone Usa,
appoggiata dai Repubblicani, non si sono fatte attendere: la “guerra al
carbone” di Obama, secondo i dati diffusi da uno studio della Camera
del commercio Usa (notoriamente pro-fossili) farebbe perdere 224mila
posti di lavoro, causando danni per 50 miliardi di $ all'anno. Numeri
cui la Casa Bianca risponde con altre cifre: a livello macro-economico
il piano dovrebbe creare benefici economici tra i 55 e i 93 miliardi di
dollari, a fronte di costi tra i 7,3 e gli 8,8 miliardi di dollari. A
questo andrebbe aggiunto un calo dell'8% della bolletta, dovuto alle
misure di efficienza energetica, e 6.600 morti premature evitate e quasi
mezzo milione di giorni di lavoro salvati grazie alla riduzione
dell'inquinamento.
Ma in termini di lotta al global warming, quale sarà l'impatto reale del piano? Minore di quanto sembrerebbe, anche perché la Casa Bianca ha mischiato un po' le carte.
Ha infatti giocato sull'anno di riferimento per calcolare l'obiettivo:
inizialmente per il target 2030 si era parlato di un taglio del 20% dai
livelli del 2012, poi nella versione finale sì è cambiato in un meno 30%, ma dal 2005.
Ora, come sappiamo, le emissioni del settore energetico Usa dal 2005 al
2012 sono calate del 13,2%, soprattutto a causa del boom dello shale
gas (che peraltro ha fatto triplicare le esportazioni di carbone
americane). Usare il 2005 come baseline dunque sembra quasi un trucco per far sembrare più ambizioso l'obiettivo.
Nel
complesso, il taglio delle emissioni del settore energetico previsto
dovrebbe ridurre, sempre rispetto ai livelli del 2005, i gas serra
americani del 6% entro il 2020, su un obiettivo che,
come sappiamo, è di -17% per lo stesso anno e con la stessa baseline
(che secondo molti per essere significativo dovrebbe essere almeno del
25%).
Insomma, Obama con questo decreto fa certamente molto per le politiche sul clima, anche in termini di impatto sui negoziati internazionali di Parigi 2015,
come dimostrano le reazioni positive di vari leader, prima fra tutte
quella del segretario generale dell'Onu, Ban Ki-moon. Ma fa certamente
meno di quel che sembrerebbe e meno di quello che serve: il National Resource Defence Council,
storica associazione ambientalista Usa, ad esempio preme affinché si
innalzi l'obiettivo al 2020 previsto sul settore elettrico dal 26-27%
sul 2005 al 35%.
Lascia poi perplessi la scarsa entità della riduzione prevista dal 2020 al 2030:
il sospetto è che a Obama interessi più il raggiungimento del (modesto)
obiettivo del -17% al 2020 che non programmare una seria
decarbonizzazione coerente con le raccomandazioni dell'IPCC, di ridurre
le emissioni almeno dell'80% al 2050.
A
indebolire ulteriormente l'azione annunciata ieri poi ci penserà la
lobby del carbone, appoggiata dai Repubblicani. Dopo 4 mesi di
consultazioni, il decreto dovrebbe produrre i suoi effetti a partire da
giugno 2015. A quel punto sicuramente partirà la battaglia legale del settore dei fossili,
combattuta a colpi di ricorsi: se i tribunali non fossero abbastanza
veloci, la questione potrebbe rimanere ancora aperta per le elezioni del
2017. A quel punto diverrebbe decisivo il ruolo del nuovo presidente:
se fosse un repubblicano l'industria delle fossili potrebbe tirare un
sospiro di sollievo.
fonte: qualenergia.it