Quarantaquattro
comuni si sono già dotati di un regolamento per la gestione condivisa
dei beni comuni, altri settancinque lo stanno discutendo.
Apripista è stata Bologna, poi c’è stata una cascata da Trento a Bari,
da Casal di Principe (Caserta) a San Donato Milanese (Milano), da
Acireale (Catania) a Bussolengo (Verona), da Chieri (a Torino) a Pomezia
(Roma). L’obiettivo è quello di attuare dal basso l’ultimo comma
dell’articolo 118 della Costituzione introdotto nel 2001:
“Stato,
Regioni, Città metropolitane, Province e Comuni favoriscono l’autonoma
iniziativa dei cittadini, singoli e associati, per lo svolgimento di
attività di interesse generale, sulla base del principio di
sussidiarietà”.
L’idea, sviluppata da Labsus (il Laboratorio per la sussidiarietà creato dal professor Gregorio Arena), è molto semplice, ma complicata da realizzare. Cittadine e cittadini adeguatamente organizzati potrebbero ottimamente gestire direttamente il patrimonio pubblico, molte volte sotto e male utilizzato. Sono oltre quattrocento i casi studio già analizzati da Labsus: aree verdi ed edifici dismessi, strade e piazze, piccole stazioni, case cantonali, aree archeologiche e monumenti.
Non mancano certo le richieste e le iniziative della cittadinanza
attiva. Ma anche i più generosi progetti si scontrano con la cecità di
amministrazioni che spesso si illudono di “fare cassa” alienando i loro
beni o che si trincerano dietro i muri eretti dalla burocrazia.
Per uscire da questo
circolo è necessario che le pubbliche amministrazioni siano in grado di
stipulare dei patti di collaborazione formali che “sgravino” le
responsabilità dei funzionari in termini di assicurazioni e tutela sia
degli operatori che dei cittadini attivi, che consentano anche
investimenti privati e la realizzazione di piani tecnici e finanziari
sostenibili, trasparenti, a termine. L’ambizione della “carta della
sussidiarietà” di Labsus è prospettare un modello di società in cui
cittadine e cittadini si prendano cura direttamente dei beni comuni e
decidano “in solido” e responsabilmente i modi e le forme di gestione
più appropriate. Si chiede Michela Passalacqua (Il punto di Labsus,
www.labsus.org ) “perché nell’ennesima riforma dei servizi pubblici
locali (art. 14 ddl n. 1577) attualmente in discussione in parlamento,
invece di riproporre il modello della gestione for profit, in
violazione della volontà referendaria, il legislatore non provi a
prendere spunto dalle straordinarie potenzialità di questo nuovo
paradigma della reciprocità, inglobando nella gestione lavoratori e
utenti, o per lo meno ammettendo espressamente, tra le forme gestionali,
tale possibilità del fare insieme”.
Paolo Cacciari
.Paolo Cacciari è autore di articoli e saggi sulla decrescita e sui temi dei beni comuni. Il suo nuovo libro, Vie di fuga (Marotta&Cafiero) – un saggio splendido su crisi, beni comuni, lavoro e democrazia nella prospettiva della decrescita – è leggibile qui nella versione completa pdf (chiediamo un contributo di 1 euro). Questo articolo è stato inviato anche a Left.
fonte: http://comune-info.net