
È una guerra. Guerra economica, ma guerra vera, feroce. E il governo, con il ministro dell’Ambiente Gianluca Galletti, impegnatissimo, non è neutrale. La preda in palio è l’immondizia, in gergo tecnico Rsu (rifiuti solidi urbani), un tesoro attorno al quale si muovono interessi miliardari. Da una parte c’è il partito della raccolta differenziata, del trattamento e del riciclaggio. Un partito fatto da aziende specializzate con i loro interessi, spalleggiato dagli ambientalisti. Dall’altra c’è il partito delle discariche e degli inceneritori: grandi aziende (molte municipalizzate), grandi interessi e collegamenti densi con i partiti di governo, quali che siano. Le regole del gioco, in nome del bon ton istituzionale, impongono di ignorare l’esistenza della criminalità organizzata, che della partita è protagonista sempre più ingombrante e sfrontato.
Il decreto attuativo dell’articolo 35 dello Sblocca Italia, con il quale
Galletti tenta di imporre alla regioni 12 nuovi inceneritori, è
schiettamente schierato con il partito dei “metodi tradizionali”:
inceneritori e discariche, appunto. Per capire quale sia veramente la
posta in gioco basta osservare la più stridente contraddizione nella
strategia del governo Renzi. Da una parte si sostiene la necessità di
costruire nuovi inceneritori per soddisfare una presunta domanda
insoddisfatta. Dall’altra si liberalizza il traffico di rifiuti da una
regione all’altra per far fronte al più drammatico problema dei
cosiddetti termovalorizzatori: quelli attualmente in funzione sono quasi
tutti sottoutilizzati, con pesanti ricadute sui conti delle società che
li gestiscono, e hanno dunque disperato bisogno di importare rifiuti da
bruciare, da qualunque parte provengano.
A segnalare il problema non sono movimenti ambientalisti o i grillini,
bensì Intesa Sanpaolo. Pochi giorni fa un documento del suo centro studi
ha confermato il rischio che da tempo qualche gufo segnala inascoltato,
e cioè che l’operazione inceneritori sarà fulminata da un’inevitabile
procedura d’infrazione europea: “Se è vero che l’attuale capacità di
trattamento è sottoutilizzata (la capacità di trattamento viene
utilizzata per circa l’80%), per ottimizzare l’uso della dotazione
impiantisca, dovranno essere bypassati due principi chiave della
gestione dei Rsu: 1) il principio di prossimità, in base al quale i
luoghi di produzione dei rifiuti e di trattamento e smaltimento devono
essere attigui; 2) il principio dell’autosufficienza, in base al quale
lo smaltimento dei Rsu deve avvenire nella regione di produzione in modo
da minimizzarne il trasporto”.
Il partito delle discariche e degli inceneritori segue una strategia
lineare. Rallenta come può il passaggio alla raccolta differenziata
porta a porta ed enfatizza l’incipienza delle inevitabili emergenze. A
Roma la differenziata è tenuta a freno da anni, la storica discarica di
Malagrotta è satura, così è gioco facile rilanciare l’idea
dell’inceneritore di Albano (anche se sulla sua oscura origine è in
corso un processo per corruzione) oppure prepararsi a mandare i rifiuti
della capitale a Terni, dove l’A ce a (municipalizzata di Roma) ha già
un inceneritore e vorrebbe farne uno di portata tripla.
A Genova la differenziata è di poco superiore al 10 per cento, ma niente
paura: l’inesorabile emergenza sarà risolta mandando treni di
immondizia all’inceneritore di Torino e a quello di Piacenza, tutti e
due gestiti dalla Iren, la municipalizzata nata dalla fusione delle
precedenti società di Torino, Genova e dell’Emilia. Iren è quotata in
Borsa e non va benissimo. Nel 2014 i suoi ricavi sono scesi del 14 per
cento e l’utile netto del 20 per cento, ha 2,3 miliardi di debiti contro
un fatturato di 2,9, e ha appena annunciato che per un po’ i comuni
azionisti devono scordarsi il dividendo. Anche le altre grandi
municipalizzate quotate, Hera di Bologna e A2A di Milano e Brescia,
hanno il problema di sfruttare meglio gli impianti di
termovalorizzazione. Il vero tesoro nel decreto Galletti è dunque
proprio la libertà di andare a comprare rifiuti in giro per l’Italia. Ma
gli inceneritori hanno un ciclo di vita lungo, 20-30 anni, e per
ripagare il capitale investito bisogna che ci sia immondizia da bruciare
fino alla fine. Se dunque nel frattempo i comuni italiani imboccassero
la strada virtuosa della differenziata porta a porta, che ridurrebbe
quasi a zero i residui da incenerire o mandare in discarica, i signori
degli inceneritori sarebbero rovinati.
Pochi giorni fa le cronache finanziarie ci hanno offerto un trailer
del film che vedremo nei prossimi anni. Hanno annunciato la fusione due
società quotate attive nel trattamento dei rifiuti, la Kinexia di
Pietro Colucci e la Biancamano di Giovanni Battista Pizzimbone.
Quest’ultimo, amico di Marcello Dell’Utri, aveva rilevato nel 2009 le
attività ambientali del gigante cooperativo Manutencoop. Colucci si è
distinto nel novembre scorso per la partecipazione alla cena da mille
euro con Matteo Renzi per finanziare il Pd. “Il mercato dei rifiuti si
sta concentrando su grandi soggetti ”, ha spiegato Colucci al Sole 24 Ore,
come se la fusione fosse una mossa per la sopravvivenza, poi ha detto
però che la nuova società sarà la maggiore in Italia. Nascerebbe con 260
milioni di fatturato e 370 di debiti, infatti l’operazione si farà solo
se i debiti di Pizzimbone (il cui bilancio 2014 è stato bocciato dai
revisori dei conti) saranno convertiti in azioni dalle banche
creditrici. Tra le quali spicca naturalmente Intesa Sanpaolo. Auguri.
fonte: www.eddyburg.it