Mettete insieme argilla, sabbia, acqua e bitume, mescolate energicamente e otterrete il carburante più sporco del mondo: le sabbie bituminose. Da esse si estrae una sostanza vischiosa molto simile al petrolio, che può poi essere convertita in greggio e successivamente raffinata per ricavarne dei derivati.
Le sabbie bituminose vengono estratte in
due modi: da miniere superficiali o tramite l’uso di vapore o solventi
nei pozzi, che ne riducono la viscosità. Si compongono, in media, per
l’83.2% di carbonio, il 10.4% d’idrogeno, il 4.8% di zolfo, lo 0.94%
d’ossigeno e lo 0.36% d’azoto.
I due terzi delle riserve mondiali di petrolio da bitume sono concentrati in due luoghi del pianeta: la provincia canadese dell’Alberta e il Venezuela. Giacimenti minori esistono in Russia, Kazakistan, Congo, Madagascar e Stati Uniti. In particolare, secondo il World Energy Council, in Canada risiede il 70.8% delle riserve, pari a 1.7 terabarili,
mentre il Venezuela ne detiene 235 Gigabarili. Le risorse, cioè la
quota delle riserve recuperabile con le attuali tecnologie, si aggira intorno al 10% del totale.
Con l’aumento del prezzo del petrolio e
la difficoltà parallela di trovare soluzioni alternative, le sabbie
bituminose sono divenute economicamente appetibili per le compagnie
petrolifere. Il processo estrattivo è infatti più costoso del normale,
poiché richiede l’utilizzo di solventi per facilitare il flusso di bitume.
Una storia dell’Ottocento
L’attesa per lo sfruttamento delle tar sands
è stata lunga: già nel 1884 Robert Bell, del Geological Survey of
Canada, era sicuro che avrebbero potuto «fornire una fonte inesauribile
di combustibile. Il materiale è presente in quantità tanto grandi che un
sistema remunerativo per estrarne petrolio si può trovare». E infatti
fu così. Nel 1928, il chimico Karl Clark del Research Council Alberta
aveva già brevettato il processo di separazione tramite acqua calda.
Nacquero impianti commerciali negli anni Trenta, ma bruciavano tutti,
uno dopo l’altro. Così il governo canadese abbandonò il progetto nel
1945.
Un prezzo del petrolio intorno ai 100
dollari al barile ha reso economicamente interessante, di recente, lo
sfruttamento delle sabbie bituminose. Nel 2012, il governo dell’Alberta
ha stimato che il costo di approvvigionamento si aggirava sui 70-85 dollari.
Impatti ambientali delle sabbie bituminose
La gran parte del combustibile grezzo
viene ricavata tramite miniere a cielo aperto, scavate raschiando il
terreno fino a creare enormi crateri profondi 40-60 metri.
È un procedimento meno costoso dell’estrazione in situ, grazie al fatto
che il bitume affiora in superficie mischiato ad argilla e sabbia.
Tuttavia, circa il 90% delle risorse in Canada e il 100% in Venezuela,
si trovano a profondità tali da non permettere il cosiddetto surface mining.
Il processo, in entrambi i casi, richiede tuttavia un maggior apporto di energia e di acqua rispetto agli idrocarburi convenzionali. Si impiegano circa tre barili di acqua per estrarre un barile di petrolio da sabbie bituminose.
Più del 90%, finisce scaricata in pozze enormi che contengono sostanze
cancerogene come il cianuro. Secondo Friends of the Earth, le
popolazioni che vivono a valle di questi bacini mostrerebbe alti tassi di tumori rari, insufficienza renale, lupus e ipertiroidismo.
Inoltre, sia per quanto riguarda l’Alberta, sia nel caso del Venezuela,
i maggiori giacimenti di sabbie bituminose si trovano vicino a
importanti fiumi: l’Orinoco nel Paese sudamericano, l’Athabasca nella
provincia canadese. Questo ha fatto emergere problemi quali la deformità della fauna acquatica e presenza di composti cancerogeni nell’acqua.
Il bitume è ricco anche di metalli pesanti. Uno studio del dicembre 2013 ha scoperto un’area di 12 mila chilometri quadrati contaminata dal mercurio, così come livelli di arsenico di molto superiori alla norma sono stati trovati nelle alci. Intorno a Fort McMurray, in Alberta, i livelli di acido solfidrico (H2S) nell’aria hanno sforato più volte i parametri, costringendo il governo locale ad intervenire.
Vi è poi la questione climatica: secondo uno studio del Congressional Research Service del 2014, le emissioni delle tar sands possono superare quelle del petrolio anche del 20%. Una ricerca della Stanford University commissionata dall’Unione europea nel 2011, valutava tale quota al 22%.
Il rilascio delle licenze è legato a
interventi di bonifica e rimboschimento. Ma fino ad oggi è stata
ripristinata una minima parte del territorio deturpato.
I movimenti di protesta
Contro le sabbie bituminose, in Canada esiste un vasto e variegato movimento di contestazione,
che va dagli ambientalisti alle popolazioni indigene, dai semplici
cittadini agli esperti. L’obiettivo è impedire la costruzione del
secondo braccio del Keystone XL, l’oleodotto di
proprietà della TransCanada che dovrebbe attraversare il Paese e solcare
gli Stati Uniti fino a sboccare in Florida. La proposta ferma da oltre
un lustro prevede un tracciato nuovo, più veloce, che taglia in
diagonale attraversando il South Dakota e il Nebraska. Il costo
complessivo stimato per la costruzione di questa parte, lunga 1900
chilometri, è di circa 5,3 miliardi di dollari. Al momento, Obama ha posto il veto sul progetto
dietro pressione degli ambientalisti. Intanto, 100 esperti
nordamericani hanno scritto al G7 chiedendo di fermare lo sviluppo di
questo impattante combustibile, evidenziando 10 criticità
che lo caratterizzano. Per il momento, la comunità internazionale non è
interessata a boicottare la produzione. Tra i potenziali acquirenti
interessati a che prosegua indisturbata vi è, in prima fila, l’Unione
europea.
fonte: www.rinnovabili.it