Le bombe inesplose si trasformano in cucchiai, ma anche in gioielli e in tante altre cose. Succede a Laos dove gli ordigni neutralizzati diventano una risorsa per la popolazione e così le zone più povere del mondo riescono in parte a rendersi autosufficienti.
Il Laos è uno dei paesi più poveri del mondo, dove si vive con meno di 1,25 dollari
al giorno. Il terreno non è coltivabile a causa di decine di milioni di
bombe disseminate e inesplose, basti pensare che sono circa 20mila le
persone morte o mutilate dagli ordini.
Secondo l'Autorità nazionale di
regolamentazione per ordigni inesplosi (UXO), dal 1964 al 1973, gli
americani hanno sganciato più di 270 milioni di bombe a grappolo
sul Laos, un terzo delle quali non ha brillato. Bombardamenti che
avevano lo scopo di distruggere le linee di approvvigionamento
vietnamite.
Secondo alcune stime, sul piccolo paese asiatico di sette milioni di abitanti è caduta una bomba
ogni otto minuti, per 24 ore al giorno, per nove anni consecutivi.
Inoltre, le bombe erano a grappolo: ciascuna di queste dunque era
composta da circa 200 sotto-munizioni.
Oggi queste armi di distruzione hanno
una nuova vita e gli usi sono più svariati, dai pilastri per sorreggere
le case, ai vasi di fiori per ornare i giardini e ancora cucchiaini e
gioielli.
Bombe trasformate in cucchiai e gioielli
Da quando aveva otto anni La lok Phengparkdee
raccoglie bombe inesplose e le trasforma in cucchiai. Oggi ha 24 anni e
ha imparato il mestiere da suo padre che si è inventato questa attività
nel 1978.
“In quegli anni le bombe erano ovunque, così mio padre ha pensato di farne una risorsa, ricavando il massimo da quello che c’era”, dice il ragazzo.
Come La lok, anche la trentasettenne Son
Mia Seeonchan, ha acquisito una certa manualità nel fare questo lavoro:
raccoglie le bombe, le disinnesca, poi le mette a fondere in una
fornace costruita in casa e riutilizza il metallo per costruire cucchiai
e altri utensili da cucina.

Foto: John Dennehy
“Utilizziamo le risorse che abbiamo, però spero che i miei figli siano l’ultima generazione a dover lavorare con le bombe”, dice la donna.

Foto: John Dennehy
Più o meno la stessa cosa succede con i gioielli,
da tempo, infatti la disegnatrice Elisabeth Suda ha scoperto questa
particolare abilità della popolazione laotiana, ovvero quella di
trasformare gli ordini bellici in altro. Nel 2008 mentre si trovava nel
sud est asiatico ha avuto l’intuizione: perché non creare gioielli dal
metallo inesploso?
All’inizio si è dovuta scontrare con lo
scetticismo degli abitanti convinti che mai nessuno avrebbe voluto una
collana fatta dalle bombe, ma alla fine si sa che la tenacia aiuta
sempre e oggi le creazioni della società Article22 sono una realtà consolidata.
E anche se oggi la sua gioielleria è di
lusso, l’obiettivo di Suda è quello di continuare a contribuire allo
sviluppo delle realtà con cui collabora per questo finanzia anche le
organizzazioni internazionali che si occupano dei paesi più poveri al
mondo.

La realizzazione di gioielli è
anche un messaggio positivo: da uno strumento di morte può nascere
qualcosa di bello. Ci sono collane, orecchini, bracciali oggi esposti in
oltre cento paesi al mondo, compreso il Museo d’arte contemporanea di
New York. Un’esperienza replicata anche nel progetto Gioielli No War Factory.
“I nostri prodotti sono inizialmente realizzati a mano nei villaggi rurali del Laos ricavando l'alluminio dagli scarti degli ordigni. Ogni gioiello viene fuso e stampato con tecnica “a staffa” direttamente sul posto: ogni prodotto è un pezzo unico che viene importato in Italia e impreziosito con l’aggiunta di pietre e metalli pregiati da una artigiana gioielliere italiana ,di Viareggio”, spiegano da No War Factory.


fonte: www.greenme.it
