Nel nuovo rapporto Osservasalute pubblicato oggi l’analisi dedicata all’ambiente, con qualche sorpresa
Se c’è un tema però che riguarda trasversalmente la salute di
tutti, nel rapporto redatto da oltre duecentotrenta esperti coordinati
dall’Istituto di Sanità pubblica dell’Università Cattolica del Sacro
Cuore, è quello dell’ambiente. Per misurare il suo stato di salute – e
dunque, indirettamente, il nostro – nel rapporto Osservasalute si dettagliano pochi ma indicativi parametri: rifiuti (produzione e gestione), gas serra (e dunque cambiamenti climatici).
Riguardo a questi ultimi si legge che il già conquistato calo del
31,4% di gas serra emessi dal 1990 al 2014 potrebbe «non garantire una
riduzione nel tempo efficace dei valori di emissione assoluti e pro
capite se le politiche condivise a livello locale e nazionale non
vengano adottate, in particolare nel campo della ricerca e dello
sviluppo di nuove fonti energetiche alternative e del loro corretto
utilizzo di massa e diffusione capillare». Curiosamente però questi
impianti spesso non sembrano ben accetti sul territorio, con oltre tre quarti delle opere contestate nel settore energetico
che vede finire nel mirino delle contestazioni proprio le fonti
rinnovabili (nonostante il 90% circa dei cittadini si dichiari
favorevole alla loro diffusione). Un autogol alla salute di tutti.
Il rapporto Osservasalute aiuta a far chiarezza anche nell’ambito dei
rifiuti, o meglio su come la loro gestione possa legarsi alla salute
dei cittadini, anche se si sofferma pressoché integralmente sulla
dimensione dei rifiuti urbani (che l’Italia ha prodotto per 30,1 milioni di tonnellate nel 2015) trascurando i rifiuti speciali (132,4 milioni di tonnellate). È utile notare come Osservasalute non parli mai di cancrovalorizzatori
et similia. Avvalendosi di un confronto internazionale, gli estensori
del rapporto notano anzi come nell’Ue (dati 2014) circa «il 28% dei
rifiuti solidi urbani è stato smaltito in discarica, il 27% è stato
incenerito, mentre il 28% è stato avviato a riciclaggio ed il 16% a
compostaggio», mentre per l’Italia la discarica vale il 26,5% e
l’incenerimento il 18,9%: un dato quest’ultimo che viene definito come
«ancora al di sotto della media dei Paesi europei». Un dato da
correggere dunque, perché è da scegliersi «l’incenerimento in via
preferenziale rispetto al conferimento in discarica».
Con equanimità, il rapporto non condanna neanche le discariche, ma
aiuta a metterle al loro posto – sempre più residuale – e precisa che
dal punto di vista della salute è meglio una discarica grande a servizio
di un’area geografica estesa che molte piccole, in quanto «le
discariche di maggiori dimensioni sono spesso dotate di sistemi di
pretrattamento dei rifiuti in entrata e si configurano, sempre di più,
come strutture complesse dotate di impianti di recupero del biogas e di
trattamento del percolato prodotto».
Stupisce in ogni caso osservare quanto sia stato rapido il declino
numerico in Italia, frequentemente non percepito, di questi impianti:
dalle 657 discariche presenti nel 2000 alle 149 (di cui 133 per i soli
rifiuti solidi urbani) del 2015, mentre solo nell’ultimo anno gli
inceneritori sono passati da 44 a 41.
I rifiuti continuiamo però a produrli, ed è così che i territori dove
gli impianti per gestirli sono troppo pochi chiedono aiuto ai vicini:
per quanto riguarda in particolare gli inceneritori Osservasalute
ritiene «necessario precisare che quote considerevoli di rifiuti
prodotte nelle aree del Centro e del Sud ed Isole vengono trattate in
impianti localizzati al Nord. Infatti, la Lombardia e l’Emilia Romagna
ricevono nei propri contenitori, rispettivamente, circa 160 mila
tonnellate e circa 140 mila tonnellate di rifiuti prodotti da Campania,
Toscana, Lazio, Veneto, Lombardia e Abruzzo».
Come migliorare dunque? Tagliando la produzione di rifiuti nell’unico
momento possibile, alla fonte, per poi puntare su riciclaggio e – nei
casi in cui non è possibile recuperare niente – allo «smaltimento finale
in condizioni di sicurezza per l’uomo e l’ambiente». A quanto pare però
al momento l’Italia non sembra gestire bene nessuna delle due fasi.
Sul fronte della riduzione dei rifiuti, o meglio del disaccoppiamento
fra gli indicatori economici e la produzione dei rifiuti, risulta «più
che evidente che tale disaccoppiamento non sia avvenuto e solo la crisi
economica e la riduzione dei consumi delle famiglie abbiano consentito
la riduzione della produzione dei rifiuti e, conseguentemente, la
riduzione dello smaltimento in discarica degli stessi».
Mentre per quanto riguarda la gestione dei rifiuti rimanenti è
opportuno «che la chiusura delle discariche sia accompagnata
dall’adozione delle adeguate procedure per la corretta gestione di tale
processo, ma anche dall’applicazione dei piani di adeguamento previsti
dalla normativa, nonché da modifiche sostanziali nell’organizzazione del
sistema di gestione dei rifiuti. Tutto questo affinché si possa
effettuare quel salto di qualità che appare necessario soprattutto nelle
zone dove lo stato di emergenza è divenuto la normalità e la chiusura
degli impianti ha, invece, accentuato lo stato critico fino ad arrivare
all’emergenza sanitaria. Anche da un recente studio pubblicato dall’Ue
emerge come l’Italia – conclude Osservasalute – sia stata collocata nel
gruppo degli Stati membri che presentano i maggiori deficit, con carenze
dovute a politiche deboli o inesistenti di prevenzione dei rifiuti,
assenza di incentivi alle opzioni di gestione alternative al
conferimento in discarica e inadeguatezza delle infrastrutture per il
trattamento dei rifiuti».
fonte: www.greenreport.it