Vita communis mea maxima poenitentia. Mi
ricorda Marco Beda Pucci priore del monastero benedettino di San
Prospero, Camogli, dove mi son rifugiato per qualche giorno sperando
(inutilmente) di riuscire a scrivere qualche paginetta. La frase è di
Giovanni Berchmans, santo gesuita morto giovanissimo nel diciassettesimo
secolo. La prendo alla larga per parlare di convivenza, o meglio di vivere con altri in una casa comune.
Cosa che faccio da tre anni con un gruppo di amici, in un numero
variabile da 5 a 7 (altri si stanno per aggiungere) per un’età che va da
7 mesi a 69 anni, sulle colline del piacentino a Ziano. Per quanto mi
riguarda, a differenza di Giovanni Berchams, fino a ora l’esperienza è
più che positiva, e mi sento in salute. Poche tensioni, una buona
armonia, un buon accordo, e soprattutto una buona accoglienza alla nuova
arrivata (Mariablu), che stiamo crescendo come in un villaggio
africano.
Questa esperienza è molto diversa da quelle di quando
avevo vent’anni, dove si faceva tutto assieme, la spesa, cucinare,
mangiare, lavorare, per alcuni anche l’amore. A contare oggi è il rispetto degli spazi e dei tempi degli altri, le diversità, il silenzio. Si prova e si trova di giorno in giorno il modo di vivere insieme.
Se andate a cercare della bibliografia sul cohousing,
troverete quasi sempre un approccio da architetti, spazi nuovi,
ecocompatibili, pensati per vivere assieme, per ridurre le spese, per
avere dei vicini coinvolti in un progetto. Molte di queste esperienze,
sviluppate soprattutto in Nord Europa, con alcuni illuminati tentativi in Cina, India e Stati Uniti, sono fallite, proprio perché privilegiavano solo l’aspetto strutturale e non mi riferisco solo ai mostri marsigliesi che lo stesso Le Corbusier ha rinnegato.
In quasi tutte le proposte, non a caso, si trovano dei
luoghi dove parlare assieme, delle piazzette, dei salotti, bisogno
sentito a tutte le latitudini. Così come quello di poterci isolare se
vogliamo stare soli, praticando un pendolarismo, fra eremitaggio e vita
di comunità. Il resto viene dopo, non sono nemmeno necessari nuovi
villaggi a impatto zero, per la cui costruzione l’impatto è spesso forte
e irrispettoso dell’ambiente. Meglio pensare al riuso (c’è un infinità
di case vuote) che getta le basi per un comune pensare, sul quale possono nascere altre comunanze. In un mondo in cui una delle poche industrie in crescita è quella che produce strumenti per la sicurezza,
dagli aeroporti, alle case, alle auto, stimolata dalla macchina della
paura, è più necessario vincere la barriera della diffidenza, che non i
pannelli solari. Il resto seguirà, ricordatevi però di portarvi la
vostra caffettiera, così continuerete a fare il caffè come piace a voi, e
inviterete qualcuno a provarlo.
fonte: http://www.ilfattoquotidiano.it