venerdì 7 aprile 2017

La svolta della Norvegia: "Basta petrolio, puntiamo su industria e ambiente"

Le trivellazioni alimentano da anni il fondo sovrano pubblico, il maggiore al mondo. Ma lo stesso veicolo finanziario sta lasciando il barile: Oslo vuole completare entro il 2025-2030 una transizione che la porti ad essere un'economia a "neutralità di emissioni"



















OSLO - Ammettiamolo, non accade ogni giorno che un petroStato dichiari al massimo livello di voler quasi rinnegare se stesso e di voler ripensare le fonti della sua ricchezza nazionale. Accade nella civilissima, prospera, democratica Norvegia, uno dei paesi piú felici al mondo secondo l'Onu. L'annuncio della svolta strategica è venuto dalla popolare premier conservatrice Erna Solberg in un discorso pubblico pronunciato anche, ma con onestà, con un occhio alle elezioni di settembre.

"Non possiamo pensare di vivere di rendita grazie al petrolio", ha detto Erna Solberg con la franchezza sincera e brutale che la rende simpatica. E nelle stesse ore il suo governo ha approntato un libro bianco sulle strategie di sviluppo future, il primo documento del genere nel regno di re Harald, della regina Sonja e del popolare principe ereditario Haakon dal lontano 1981. Bisogna reindustrializzare, puntare di più sulla produzione, sull'economia reale, su internet e le IT startups, sull'ambiente.

Il business norvegese, dice ancora il documento governativo, alla lunga potrà solo guadagnare da un lungo addio al petrolio come fonte principale di proifitti. Il mondo degli affari, prosegue il documento chiaramente ispirato dalla popolare, vitale Erna Solberg, dovrà quindi sforzarsi di cercare sempre piú fonti di profitto esterne all´economia petrolifera.

Al momento le trivellazioni marine contano per circa il 15 per cento del prodotto interno lordo norvegese, e da decenni forniscono ampie entrate al fondo sovrano pubblico, il piú ricco del mondo. Ma lo stesso fondo sovrano sta disinvestendo dal petrolio. Non è una sorpresa, ricordando che Oslo come Stoccolma vuole arrivare entro il 2025 o 2030 a un'economia a neutralitá di emissioni, cioè emissioni compensate da scelte ecologiche. Proprio l´anno scorso la conservatrice illuminata Erna Solberg è divenuta la prima capo di governo al mondo a ordinare di prelevare riserve dal fondo sovrano, il più ricco del mondo, finanziato da oltre 20 anni dai proventi petroliferi. Lo ha fatto per salvare bilancio sostenibile e welfare. La Norvegia, ha avvertito più volte la premier, dovrà anche abituarsi a stringere la borsa se necessario. E in nessun paese, nemmeno nella Norvegia che è una delle economie piú moderne e competitive del mondo, con una manodopera ad altissima qualificazione, sará facile riciclare i lavoratori del comparto petrolifero in altri settori.

L'imminente viaggio di Erna Solberg a Pechino, con la riconciliazione promessa con la Repubblica popolare dopo l'embargo e il gelo totale cinesi causati dal Nobel per la pace concesso a Oslo al Dalai Lama, potrà essere d'aiuto. Esempio, la vicina Svezia ha avuto solo da guadagnare dall'ingresso in massa di capitali cinesi in Volvo, brand simbolo del regno delle tre corone. Se non li fai arrabbiare i cinesi sono i partner migliori: a Volvo auto dicono "progettate le auto che volete per venderle, non vogliamo comandare, vogliamo solo far soldi insieme". Tanto meglio per Oslo se una simile prospettiva si aprirà anche per l'economia norvegese.

Tra lungo addio al petrolio e tagli alle tasse per 2,5 miliardi di euro senza toccare il welfare, la nuova strategia della svolta norvegese è chiara: reindustrializzare, puntare a usare in altri comparti i forti talenti dei cittadini del regno. Senza farsi illusioni: il governo ha rivisto al basso le prognosi di crescita del prodotto interno lordo, dall'1,7 per cento all'1,6. Grosso modo piú di metà della crescita media della vicina Svezia, la quale peró è un paese che punta tutto su export industriale (aerospaziale, auto premium, macchinari industriali), elettronico, internettiano di qualità: fornisce circa metà della crescita annuale del pil svedese, percentuale persino piú alta di quella del beneficio dell´export made in Germany sulla crescita tedesca. In Norvegia, va detto, il comparto industriale ha beneficiato dal 2013 della relativa debolezza della valuta nazionale, "ma se riusciamo a riconvertirci con successo dobbiamo anche ricordare che la corona norvegese si potrá apprezzare e trarne le conseguenze". Tanto piú che una delle conseguenze di Brexit è il trasferimento di capitali da Londra in Scandinavia, e dal London Stock Exchange alle Borse nordiche, ovviamente prima fra tutte quella di Stoccolma. Auguri, cara previdente Norvegia.
 


fonte: www.repubblica.it