sabato 13 maggio 2017

Gestire i rifiuti, dove la convenienza della legalità rischia di diventare un “spot” pubblicitario








Sembra uno scherzo. Brutto, ma uno scherzo. E invece è tutto vero.
Per la X Sezione penale del Tribunale di Milano (sentenza 12077/2016), gestire
autoveicoli fuori uso in un parco agricolo senza autorizzazione ed esportare pezzi di
ricambio come merci in Egitto non costituisce reato. Infatti, l’imputato “ha agito in
buona fede ritenendo di non essere tenuto a munirsi di autorizzazione ambientale, sul
presupposto che la merce esportata non fosse qualificabile come rifiuto”.
Del resto, la “non sufficiente chiarezza del dato normativo” fa sì che un imprenditore
straniero che in Italia ha solo la sede secondaria della sua azienda egiziana, non può
subire alcun addebito perché “il fatto non costituisce reato”. Una complessità normativa
che fa scattare l’eccezione alla regola della sua obbligatoria osservanza (sic!).
Uno schiaffone dato alle migliaia di imprese che, nonostante provino ad essere in
regola, sistematicamente subiscono sanzioni amministrative e penali anche perché sono
costrette a misurarsi con una normativa difficile, difficilissima. Ma nessuno si è mai
preoccupato del livello di complessità. Anzi, tutti armati fino ai denti per colpire, il più
a fondo possibile, anche chi dimentica una crocetta. Chi per classificare i rifiuti sbaglia,
lo fa non solo perché le norme sono complesse, ma anche (e forse soprattutto) perché
sono gestite da una … non gestione: consulenti vari delle Procure, Arpa varie, regioni e
province varie. Un narcisismo della differenza, dove ognuno ha la sua verità spesso non
condivisa neanche all’interno dello stesso ufficio. Ma queste imprese il giudice
buonista, preoccupato di uno Stato che fa leggi incomprensibili, non lo trovano mai.
Trovano sempre e solo la presunzione di colpevolezza per il semplice fatto che, dotate
di autorizzazioni, di personale specializzato, di investimenti e fideiussioni altissimi, di
piattaforme sindacali, di registrazioni europee e marchi di qualità, in aree industriali e
non in aree protette osano produrre e gestire rifiuti.
Frammenti di gesti quotidiani dove si inserisce un Giudice che nella sentenza registra
“l’assenza di giurisprudenza di legittimità come di merito sul punto”. E qui lo stupore:
come può quel Giudice ignorare l’infinito numero di sentenze (tutte di segno opposto al
suo) della Corte di Giustizia Ue e della Corte di Cassazione adottate negli anni? È
giusto che il dentista, il meccanico, l’agricoltore e l’industria conoscano a menadito
tutta la giurisprudenza, per poter lavorare e difendersi. Ma perché il Giudice della X
Sezione penale del Tribunale di Milano non la conosce? Cosa ha motivato davvero
questa decisione? Sembrerebbe una volontà beffarda, ma sarebbe terribile.
Perché il Giudice della X Sezione penale del Tribunale di Milano ha trovato sentenze
comunitarie che spiegano come deve essere scritta e interpretata la legge penale e non
ha trovato (lamentandone, anzi, la carenza) le “mitiche” sentenze Arco, Niselli, Palin
Granit Oy dove la Corte Ue, come una giaculatoria, ricorda che per non pregiudicare
l’efficacia della direttiva 2008/98 “la nozione di rifiuto non può essere interpretata in
senso restrittivo”?

Dell’imputato, la sentenza scrive che “seppur imprenditore e quindi soggetto
qualificato, è cittadino straniero”.
L’affermazione appare pesante, quasi a voler considerare un cittadino egiziano come un
“minus habens” e invece, è solo un furbacchione che ha affondato i suoi acuminati
artigli, nel ventre molle della sciatteria buonista. I furbacchioni non hanno bandiera.
Questa sentenza è una sconfitta per tutti perché allenta i legami tra persone e istituzioni,
dove la prima vittima è il cammino verticale dell’approfondimento e della
comprensione.
Un altro duro colpo alla tenuta del tessuto di convenienza della legalità, sostenuta solo
da belle parole e pochi fatti. Non posso non ripetere quanto Corrado Alvaro scrisse nel
suo Ultimo diario “la disperazione più grave che possa impadronirsi di una società è il
dubbio che vivere rettamente sia inutile”. Un’esuberanza del disagio.


Paola Ficco

fonte: http://www.reteambiente.it