I quattro quinti della filiera degli sprechi riguarda quelli domestici. Questi i dati della Campagna Spreco Zero .
La presentazione è avvenuta in coincidenza con il primo anniversario
della Legge Gadda, che regola le norme per limitare gli sprechi in
Italia concentrandosi sul recupero
ROMA - Il 14 settembre 2016, entrava in vigore la Legge Gadda
su “donazione e distribuzione di prodotti alimentari e farmaceutici a
fini di solidarietà sociale e per la limitazione degli sprechi”. La Campagna Spreco Zero ,
questo settembre, ha diffuso i dati del 2016: sono 15,5 i miliardi di
euro che l’Italia getta via in sprechi domestici. Andrea Segrè,
professore di Politica Agraria all’Università di Bologna e direttore
scientifico di Spreco Zero, commenta la nuova normativa e segnala
l’importanza della Cultura della Prevenzione.
Una legge sul recupero degli sprechi. Come si gestisce
lo spreco in Italia? Com’è messo il Paese nella regolamentazione sugli
eccessi? Quanto si spende per quel che si butta via? Una legge al
riguardo c’è e favorisce, a fini di solidarietà sociale, il recupero e
la donazione di beni alimentari, farmaceutici e altri prodotti in favore
di chi opera senza scopo di lucro; e riguarda l'insieme dei prodotti
scartati dalla catena agroalimentare ancora consumabili e i prodotti
alimentari che, fermo restando il mantenimento dei requisiti di igiene e
sicurezza, rimangono invenduti. La legge prevede inoltre che il
Ministero della Salute emani linee guida per i gestori di mense
scolastiche, aziendali, ospedaliere, sociali e di comunità, al fine di
prevenire e ridurre lo spreco connesso alla somministrazione degli
alimenti. A poco più di un anno dall’entrata in vigore della legge, e in
attesa dei risultati ufficiali del recupero, quanto vale lo spreco in
Italia?
Gli italiani buttano 15,5 miliardi di euro di prodotti.
I dati della Campagna europea Spreco Zero, riferiti al 2016, dicono che
lo spreco alimentare vale oltre 3,5 miliardi € annui, dai campi (€
946.229.325) alla produzione industriale (€ 1.111.916.133), agli sprechi
nella distribuzione (€ 1.444.189.543): una cifra che rappresenta però
solo 1/5 dello spreco totale di cibo in Italia, perché sommandola allo
spreco alimentare domestico ci porta a una filiera complessiva di oltre
15,5 miliardi di euro gettati ogni anno (lo 0,94% del PIL), sulla base
dei test “Diari di Famiglia” eseguiti dal Ministero dell’Ambiente con il
Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agroalimentari dell’Università di
Bologna e con SWG, nell’ambito del progetto Reduce 2017. È a livello
domestico dunque il “grosso” dello spreco, che vale i 4/5 del totale nel
nostro paese.
Ma cresce la sensibilizzazione. L’Osservatorio Waste Watcher (Last Minute Market / Swg),
in tutto questo spreco, informa anche di un dato piuttosto positivo: 7
cittadini su 10 sono a conoscenza della legge Gadda e oltre il 91%
considera grave la questione spreco legata al cibo. “L’Osservatorio
Waste Watcher - spiega il direttore scientifico Andrea Segrè - è nato
nel 2013 nell’Università di Bologna, quando il nostro lavoro di ricerca
ci ha portato a capire quanto sia indispensabile, nella lotta agli
sprechi, il concetto di prevenzione. Perché gli sperperi domestici
rappresentano il 70% dell’intera filiera degli sprechi. La normativa
europea sui rifiuti è chiara: il miglior rifiuto, e per analogia il
miglior spreco, è quello che non si produce. Last Minute Market
e la Campagna Spreco Zero hanno anticipato questa normativa UE,
promuovendo da tempo l’educazione alimentare. Dal 2010, la Campagna,
assieme alla successiva collaborazione con il Ministero dell’Ambiente,
porta avanti una forte politica di prevenzione che passa soprattutto per
i programmi nelle scuole di educazione alimentare ed ambientale”.
La Cultura della Prevenzione contro gli sprechi. “Ho
parlato dell’impossibilità oggettiva di recuperare gli sprechi domestici
- sottolinea Andrea Segrè - perché non ci può essere una normativa che
la preveda, ma solo il nostro buon senso e la nostra responsabilità
possono prevenire. La legge Gadda serve a facilitare il recupero di
cibo, farmaci e altri beni a fini solidali. In attesa dei risultati
ufficiale che, credo, verranno diramati nel tavolo indigenti del
Ministero delle Politiche Agricole, la normativa approvata lo scorso
anno è comunque molto importante. Il punto è che il contrasto agli
sprechi non può concludersi soltanto in un approccio normativo, ma è un
processo anche e soprattutto culturale, informativo, preventivo. Lo
spreco, in particolare quello domestico, è infatti legato al nostro
comportamento di consumatori”.
La povertà persistente d’Italia. In questo contesto di
prodotti sprecati, il pensiero facile porta a credere vi sia un nesso
fra l’inutile sciupio e la quantità di indigenti che nulla hanno da
sprecare. Come se recuperare prodotti sprecati fosse la soluzione della
povertà e della fame. L’Italia supera di 3,4 punti percentuali la media
europea degli individui che vivono in condizione di grave deprivazione e
nel 2015 ha raggiunto il valore più alto mai registrato dal 2005 di
persone in povertà assoluta che non riescono ad accedere a beni
necessari per svolgere una vita accettabile: circa 4,6 milioni di
persone, il 7,6% dell’intera popolazione (dati Oxfam). Nella sola Roma: “presso la mensa della Comunità di Sant'Egidio,
in via Dandolo 10, a Trastevere - dichiara Lucia Lucchini, responsabile
della mensa per i poveri della Comunità - tre pomeriggi alla settimana
mangiano gratuitamente circa 600 persone. Presso i centri di accoglienza
della Comunità di Sant'Egidio distribuiamo circa 5 tonnellate di generi
alimentari non deperibili ogni settimana, 4,5 tonnellate di vestiario;
queste cifre sono il segno di una povertà persistente”.
Povertà e sprechi non sono collegati. Alla crisi
economica, che dura da 10 anni, si sono aggiunte guerre, migrazioni di
popolazioni costrette alla miseria: “Questa crisi è tra le maggiori
cause dell’aumento della povertà, economica e alimentare - conclude
Andrea Segrè - ma povertà e spreco non sono legati: non si pensi che
recuperando ciò che rimane invenduto nella grande distribuzione si
risolva il problema della fame e della povertà degli indigenti. Il fatto
è che aumentano questi ultimi così come non diminuiscono gli sprechi.
Il che è un paradosso. Del resto, i modelli di marketing consolidatisi
negli anni portano ad accumulare, nelle nostre case, un’inutile quantità
di prodotti, con strategie come il "3per2". Chi è poco abbiente crede,
cioè, a logiche di mercato secondo le quali comprare 3 prodotti al posto
di 2 lo farà risparmiare. Non è così: la maggior parte dei prodotti
acquistati col "3per2", solitamente accresce gli sprechi domestici. Il
terzo prodotto preso gratuitamente, verrà abbandonato, dimenticato,
perderà freschezza, scadrà. Ma, chi l’ha preso col 3per2, lo getterà
senza ripensamenti, convinto che la sua gratuità lo rende inutile. Il
meccanismo mentale del consumatore è anche questo. Lo attestano le
ricerche che svolgiamo all’Università di Bologna”.
fonte: http://www.repubblica.it